domenica 19 aprile 2026

Le mosse della disperazione

David Barnea

Alberto Negri
Trump e Netanyahu, le mosse della disperazione

il manifesto, 19 aprile 2026

Cosa c’è in fondo allo Stretto di Hormuz?

Il prezzo non solo del barile di petrolio ma della follia di due leader, Trump e Netanyahu, che non si rendono più conto delle proprie azioni e si dibattono nel caos che hanno provocato senza sapere come uscirne.

Cosa del resto abbastanza evidente dall’inizio del conflitto. L’unica mossa razionale sarebbe aprire un tavolo internazionale – che sia l’Onu o l’Europa a farlo – con la Repubblica islamica iraniana per tentare di arrivare a un accordo prima di finire in un baratro che incendierà il Medio Oriente e forse mezzo mondo.

Non si possono lasciare i destini dell’umanità nelle mani di un «disperato» come il Wall Street Journal definisce Trump. E ovviamente neppure in quelle di Netanyahu, capo di quella carovana dei folli che si chiama Grande Israele e vorrebbe fare un boccone del Libano del Sud. Questa coppia prometteva una guerra lampo che è diventata di logoramento mentre lo Stretto di Hormuz da una parte è sotto controllo dell’Iran e dall’altra degli americani che così facendo aprono a una nuova fase di conflitto, altro che resa dell’Iran come blatera Trump.

La superpotenza americana ormai non la salva più nessuno perché ha perso la bussola: come alleato è rimasto solo Israele e un premier inseguito da un mandato della Corte penale internazionale per crimini di guerra. Cosa aspetta ancora l’Europa a mettere sanzioni?

Il 14 maggio, se il mondo non crollerà, Trump sarà in Cina, proiettato a Pechino dagli esiti della guerra. Sembra quasi fantapolitica in uno scenario internazionale così fragile e incerto ma questo è scritto, per il momento, nell’agenda delle due potenze che si confrontano. Trump a questo faccia a faccia con Xi Jinping ci andrà solo: che lui non rappresenti l’Occidente solleva ormai pochi dubbi. Non c’è quasi leader europeo con cui non abbia litigato e ora è rimasto orfano pure di Orbán.

Nel suo corteo immaginario di alleanze non c’è più la Nato, che non manca di insultare ogni giorno. E forse – ma qui la prudenza è d’obbligo – non è neppure accompagnato idealmente da Netanyahu e dal suo progetto di Grande Israele, apparso a lungo in questi anni come l’unico orizzonte geopolitico certo di Washington. Pur di avere la riapertura di Hormuz e la tregua in Libano Trump ha messo momentaneamente a cuccia persino il premier israeliano. Eppure costui è quello che la mattina dell’11 febbraio è entrato alla Casa Bianca e si è seduto nella situation room come se fosse il padrone, almeno così descrive la scena il New York Times, mentre alle sue spalle su uno schermo compariva collegato il capo del Mossad, David Barnea. La presentazione di Netanyahu è stata decisiva per avviare la guerra, il 28 febbraio.

Netanyahu è apparso assai convincente. Il suo scenario prevedeva una vittoria quasi certa. Il programma missilistico iraniano poteva essere distrutto in poche settimane, il regime sarebbe stato così debole da non potere bloccare lo Stretto di Hormuz, le probabilità che l’Iran colpisse interessi americani nel Golfo era minima. Inoltre secondo il Mossad, con il contributo delle spie israeliane, sarebbero riprese le dimostrazioni di massa moltiplicando le possibilità di rovesciare il regime. Trump, nonostante le perplessità di suoi consiglieri da Rubio a Vance al generale Caine, si è comprato il pacchetto di Netanyahu convinto che avrebbe polverizzato le ambizioni nucleari di Teheran. Non è la prima volta: nel 2002 Netanyahu a una commissione del Congresso disse: «Se eliminate Saddam vi garantisco che cambieremo il Medio Oriente».

Ecco invece come è andata. La repubblica islamica, pur decapitata della leadership, è ancora lì, con un potenziale missilistico e di droni ridotto ma consistente, sul nucleare e l’uranio arricchito al 60% non mostra segnali di cedimento a Trump, del cambio di regime non si parla più, lasciando soltanto gli sprovveduti di Fratelli d’Italia a litigare se sia meglio lo Shah o il Mek. Quanto allo Stretto di Hormuz l’Iran in queste ore lo aveva temporaneamente liberato ma agganciato diplomaticamente alla tregua in Libano, costringendo il presidente Usa a fare la voce grossa con Netanyahu. Il premier israeliano si dice «scioccato» ma sa perfettamente che per ora deve fare marcia indietro nel suo progetto di ridurre il Sud del Libano come Gaza. Non solo. La tregua libanese non coinvolge direttamente Hezbollah che mai come adesso non ha nessuna intenzione di disarmare. Ma – e questa è forse la cosa che indispettisce Netanyahu – i profughi libanesi, in gran parte sciiti, in lunghe code tentano di tornare a casa. La zona a sud del fiume Litani, roccaforte di Hezbollah, è obiettivo del movimento sionista da un secolo che è entrato dentro ripetutamente con l’esercito e ci ha lasciato per anni milizie fedeli a Tel Aviv. Qui l’esercito libanese non conta nulla e contano ben poco anche le forze dell’Unifil che hanno compiti di peacekeeping: ma qui la pace chi l’ha mai vista? Questo è un campo di battaglia. E l’esercito israeliano riconosce di aver sottovalutato Hezbollah.

A migliaia di chilometri da qui, dal Libano e da Hormuz, Pechino si prepara ad accogliere il presidente Usa per un vertice cruciale nei rapporti commerciali e strategici sino-americani. Trump ha già fatto gravi errori e rischia di arrivarci da presidente dimezzato come già appare evidente: in fondo a Hormuz c’è la sua follia.

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