Fabio Martini
D'Alema: "La strada delle primarie non mi convince, serve una grande Costituente delle idee"
La Stampa, 25 aprile 2026
Sono vent’anni che il centro-sinistra non vince più elezioni politiche, un ciclo negativo tra i più duraturi in Europa e Massimo D’Alema artefice assieme a Romano Prodi degli unici successi dei progressisti nel dopoguerra, mette in guardia dai recenti ottimismi e indica tre percorsi poco battuti nella discussione pubblica: «La prima risposta deve essere un dialogo con la società per individuare idee e un programma che non siano soltanto un elenco di provvedimenti. Occorre una grande Costituente per l’alternativa che si rivolga alla maggioranza degli italiani che hanno voluto dire no anche a questo governo». Secondo percorso, allargare gli interlocutori della coalizione: «C’è un elettorato moderato in sofferenza, come dimostra la vicenda di Forza Italia. Una cosa era un centrodestra dominato da Berlusconi che sdoganava l’estrema destra, ora siamo ai post-fascisti che stanno “sdoganando” Forza Italia. Gli elettori moderati si ritrovano a rimorchio dell’ideologia Maga». Le Primarie? «Con l’attuale legge elettorale è nelle elezioni che si misura il consenso di ciascun partito e di ciascun leader: queste sono le Primarie». In questi giorni Massimo D’Alema, su invito del presidente del Brasile Luiz Inácio Lula, partecipa al congresso del Partido dos Trabalhadores che chiede al suo leader di ricandidarsi alla guida del Paese.
Lula è reduce dal Forum di Barcellona dove si sono ritrovate personalità di sinistra di tutto il mondo: queste occasioni, oltre a riscaldare i cuori, a cosa possono servire?
«È stato un momento importante che ha segnato una ripresa di collaborazione internazionale tra le forze progressiste, ma anche il segno che può esserci una reazione democratica, al di là dei progressisti, a questo mondo Maga che rappresenta il nuovo volto di una destra pericolosa, che cerca una rivincita contro la globalizzazione dopo la caduta dell’illusione che nel mondo globale avrebbe trionfato l’egemonia dell’Occidente. Invece la globalizzazione ha rafforzato nuovi protagonisti, Cina, India e Africa, come era forse prevedibile. Ma questo spirito revanscista è pericoloso: è stato il brodo di coltura dei fascismi dopo la prima guerra mondiale. La sinistra ha perduto perché è stata partecipe della illusione di un’autoregolamentazione dei mercati, di un neoliberismo senza la politica. Noi dobbiamo opporre un’altra idea della politica. Lo ha spiegato Lula: la destra può essere sconfitta con la democrazia e il multilateralismo aperto ai Paesi emergenti».
Il sovranismo, se diventa imperialismo, finisce per mettere in conflitto i nazionalisti. Non si rischia di sottovalutare la separazione bilaterale tra Trump e la destra italiana?
«La nostra presidente del Consiglio ha concepito il suo ruolo come leader ponte tra Europa e America, pensando che il suo legame ideologico con Trump avrebbe rafforzato il ruolo internazionale dell’Italia. Tutto questo è fallito. Lei si sta divincolando con qualche iniziativa abile, non dico furbesca. Ma questo non cancella che quel ponte è rimasto sospeso sul nulla. Come il ponte sullo Stretto di Messina».
Le opposizioni aspettano gli errori di Meloni, ma poi sono costrette a solidarizzare con lei quando è presa di mira da Trump e Putin: senza un profilo proprio l’opposizione non rischia di mettersi in una falsa posizione?
«L’opposizione, giustamente, difende le istituzioni del nostro Paese, tra cui la presidente del Consiglio e d’altra parte non si può dire che l’opposizione non abbia un profilo. Che emerge nelle battaglie in difesa della sanità pubblica, del salario minimo, dei diritti dei lavoratori. Per merito di chi la guida, ora l’opposizione è più unita. Nelle ultime elezioni Politiche i partiti all’opposizione hanno raccolto più voti rispetto all’attuale maggioranza di governo, che si è affermata perché era più coesa e più motivata. Il referendum ha confermato che la maggioranza del Paese non sta con la Meloni. E infatti l’alta partecipazione ha danneggiato il governo».
Dopo il referendum si sa chi ha perso ma non si è capito chi potrà vincere tra un anno?
«Il problema dell’opposizione è trasformare la forza preponderante di quel No in un sì ad una nuova prospettiva politica. Chiamiamo a discuterne le forze intellettuali interessate e la nuova generazione, i ragazzi tra i 18 e i 25 anni che hanno votato in modo schiacciante per il No. In passato noi abbiamo vinto le elezioni quando abbiamo saputo creare un mix convincente tra partiti e società civile. Quelle esperienze non sono ripetibili negli stessi termini ma l’Ulivo fu anche il nesso tra modernizzazione del Paese e integrazione europea. In un mondo nel quale torna la politica di potenza, l’unica prospettiva per evitare la marginalità è un salto di qualità dell’integrazione politica dell’Europa. Come ha detto mirabilmente il primo ministro canadese in un discorso che andrebbe studiato nelle scuole: o hai la forza di sederti a tavola, o fai parte del menu».
Il Campo largo nei sondaggi è ancora una coperta corta…
«Anche oggi, come nel 1996, c’è da esercitare anche un’azione politica sulle alleanze. Allora le forze del centrodestra raggiunsero il 53 per cento, ma la Lega si presentò da sola, il che non fu il frutto di una casualità ma di un’azione politica che fu molta disprezzata da chi poi se ne avvalse».
Tre ex presidenti del Consiglio – Conte, Prodi e Renzi – dicono: stabiliamo un programma e poi vinca il migliore in Primarie di coalizione: perché no?
«Le Primarie sono uno strumento di mobilitazione e di partecipazione ma devono avere un senso. Negli anni dell’Ulivo la forza della coalizione nacque anche dal fatto che i due maggiori partiti avevano scelto insieme il leader da proporre al Paese. Se noi avessimo contrapposto nelle Primarie l’elettorato ex dc ed ex comunista, che già non era semplice mettere d’accordo, avremmo creato una lacerazione e perso le elezioni. Persino nel 2012, quando le Primarie avvennero tra candidati dello stesso partito, Bersani e Renzi, ebbero a mio giudizio un effetto negativo nelle successive elezioni. Una parte degli elettori che aveva votato Renzi come scelta di rinnovamento, delusi perché il Partito aveva fatto prevalere Bersani, poi votarono per Grillo. Come sempre, sulla base dei risultati elettorali, sarà il Presidente della Repubblica che darà l’incarico di formare il governo. Non riesco ad immaginare Primarie con uno scontro aspro tra partiti, che essendosele date di santa ragione, poco dopo devono credibilmente presentarsi assieme alle elezioni. È un’idea che non mi convince».
Partecipare alle Primarie è un modo per restituire sovranità ai cittadini in un sistema, nel quale sei segretari di partito scelgono 600 parlamentari, vincolandoli alla sudditanza? Non è un sistema oligarchico?
«Le Primarie non rimediano ad una pessima legge elettorale. Per ovviare allo strapotere delle segreterie di partito si potrebbero trovare forme di consultazioni democratiche dei cittadini e degli iscritti per la compilazione delle liste».
Massimo Cacciari
Fisco, economia e Stato sociale le vere sfide del nostro 25 aprile
La Stampa, 25 aprile 2026
Se la politica da noi conservasse qualche segno di ragionevolezza questo 25 aprile potrebbe assumere un segno diverso dalle ormai rituali commemorazioni, buone a far rivivere contrapposizioni ormai prive di ogni significato storico, politico, culturale. Sia chiaro – è necessario chiarire anche l’ovvio dove circola ovunque volontà di fraintendere e malafede: la lotta contro il fascismo fu un grande evento, di quelli che segnano la storia mondiale, che ne determinano le grandi fratture. Essa rappresenta il crollo della risposta totalitaria alla crisi delle precedenti forme democratiche. Ma, a un tempo, anche la piena consapevolezza che all’esperienza dei totalitarismi non si rispondeva ripristinando quelle forme. Con le quali la nostra stessa Costituzione non ha nella sostanza nulla a che fare. Il fascismo è una rottura che non si rimargina; da esso si esce con una nuova democrazia. Le nostalgie, da qualsiasi parte provengano, sono inutili zavorre. E mai quanto oggi questo torna a essere vero.
Che lo si voglia o meno il mondo di oggi e di domani, le tragedie che attraversiamo e ancora più quelle che dovremo affrontare, non sono in alcun modo declinabili nei termini di fascismo e anti-fascismo; l’inerzia del linguaggio non è un fatto formale, denuncia povertà di analisi e di pensiero, incapacità di farsi un’immagine adeguata dello stato delle cose. E come era nuova l’idea di democrazia che viveva nella stragrande maggioranza delle forze della Resistenza, così ora si dovrebbe formare una unità tra coloro che comprendono quale cultura politica e quali concrete politiche siano necessarie per affrontare le forze in cui oggi si incarna davvero una strategia anti-democratica. Strategia che col fascismo d’antan nulla ha a che fare.
Ragionare fuori dai vecchi schemi, smettere di esprimere i conflitti in atto sulla loro base – e forse allora si potranno anche determinare nuovi rapporti, inaspettate osmosi, magari anche alleanze, che suoneranno scandalose ai cultori del tempo passato. Se si comprende chi sia l’attuale avversario, anche i nemici di un tempo potrebbero scoprire la possibilità di intese di ampia portata. Così avvenne nella Resistenza. Ma bisogna appunto capire che l’avversario non lo batti tornando all’antico. Solo in quanto potere costituente, potere che è mosso dall’idea di un nuovo Diritto, e che si rivolge all’intero Paese, che vuole esserne interprete del destino, la Resistenza ha vinto. Così dobbiamo saper parlare ora. Le vecchie divisioni sono fantasmi, se le misuriamo sulla realtà dell’attuale geo-politica. E se finalmente su questa costruiamo la nostra azione, allora tutti gli equilibri e le relazioni tra le forze politiche, anche all’interno del nostro Paese, potrebbero mutare.
La Resistenza aveva ben chiaro in mente l’interesse nazionale, che il fascismo aveva finito col massacrare. Oggi è concepibile difenderlo soltanto con una politica di compromesso e cooperazione tra i grandi spazi imperiali. In uno stato di guerra o di predisposizione alla guerra, l’interesse nazionale, largamente coincidente ormai con quello di tutta Europa, non può materialmente essere sostenuto. Con la guerra non può esservi quella libertà di scambi, relazioni, commerci, che è vitale per la stessa economia europea. Difende l’interesse nazionale chi in tutte le sedi contrasta politiche egemoniche, lavora perché il “fra” (preposizione di fatale importanza!) tra le grandi potenze sia nel segno dell’intesa, non in quello dell’abisso che divide. Risibile pensare a una sovranità a tutto campo per Stati come il nostro, ma semplicemente osceno è un sovranismo ideologico che obbedisce nei fatti a interessi altrui perfino sul piano economico e commerciale.
L’interesse nazionale è la base materiale di qualsiasi assetto assumeranno gli equilibri tra forze politiche europee. Ma la posta in gioco è assai più alta, e riguarda la forma stessa della democrazia. Quella progressiva prodotta dalla Resistenza non è minacciata da alcun fascismo d’annata, Anzi, per un aspetto fondamentale, proprio dall’opposto. Il fascismo, come tutti i totalitarismi del ‘900, hanno scritto sulle loro bandiere “la Politica al comando”; la Politica funge qui da grande regolatore delle decisioni di spesa, delle politiche industriali, della distribuzione della ricchezza prodotta. Una poderosa corrente di pensiero, di interessi economico-finanziari, sempre più tutt’uno con decisivi settori dell’èlite politica, si muove oggi in base all’idea che proprio il Politico, nel complesso dei suoi meccanismi istituzionali, delle sue regole, del suo apparato amministrativo-burocratico sia il Nemico da smantellare per liberare le forze creatrici della trasformazione, dell’innovazione scientifico-tecnologica e della stessa potenza imperiale. Saremmo destinati alla stagnazione e a perdere la sfida con la Cina, e magari con altri grandi spazi, se tali forze, proprie del sistema capitalistico, continueranno a dover fare i conti con le istanze egualitarie e universalistiche del vecchio Stato sociale, e con i suoi esorbitanti costi. Idee forti, di cui la maschera Trump è la versione populistica, buona per gli spettacoli che si offrono alle plebi.
Su questo terreno stanno le sfide del nostro 25 aprile. E vanno affrontate nello spirito che è stato quello dei nonni o ormai dei trisavoli: spirito costituente, nuova democrazia, non quella di prima del ’15-18. Come riformare lo Stato sociale, per non dare ragione, alla fine, ai suoi avversari, come semplificarne le funzioni, come ridurne il peso economico, come costruire una politica fiscale effettivamente ridistributiva. In ciascun Paese e con unità di intenti e politiche di convergenza europee. Sapendo che sarà comunque tutto vano se continueranno guerre e aggressioni, se non si compie ogni sforzo per farle finire.

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