venerdì 3 aprile 2026

La canzone senza politica


Con la canzone politica non si mangia (e incide)
Tendenze. I brani italiani che funzionano oggi viaggiano sull’onda del travaglio amoroso e dell’ombelico. Comanda la pubblicità che vuole musica leggerissima e, se ti ribelli, il mercato ti manda in esilio
Enzo Gentile

Il Sole 24ore, 29 marzo 2026

Se li ricorderanno tutti, anche se con la velocità dei tempi moderni sembra paleontologia, quei musicisti che dal rock al jazz, dal pop alla canzone d’autore, tanti anni fa presidiavano ed enunciavano con orgoglio una certa appartenenza sociopolitica: suonandola, suonandole a tutti. Era la stagione, forse non del tutto invidiabile, in cui i concerti si chiudevano dal palco e in platea con una selva di pugni chiusi. Una temperie motivata non solo da slogan, solidarietà o dalle Feste dell’Unità – per molti artisti un attracco importante, ossigeno per la sopravvivenza e qualcosa di più –: ci credevano tutti e le battaglie si affidavano, si cavalcavano anche sulla scorta di un animus pugnandi molto politicizzato. Ei fu. Guardando con gli occhi di oggi sembrano scorie antiche di universi lontanissimi. L’artista “politicamente impegnato”, almeno in Italia, è nel frattempo scomparso dai radar, oltre le ragioni di sbiadimento, allentamento delle coscienze, riflusso generalizzato. L’afflato con cui ci si schiera per un’idea o il colore di una missione ne intercetta sempre meno: «Non ho mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni, si possa far poesia», si schermiva Francesco Guccini, L’avvelenata, 1976, ma ora anche un minimo anelito morale si è inabissato. Tra i giovani in musica prevale il disagio e le risposte sono più private, individuali, comportamentali: e la colpa non è (tutta) loro. Nella comunicazione del pianeta-spettacolo la concausa principale si conferma il diktat televisivo che sicuramente predilige il rullo compressore della musica leggera anzi leggerissima (cit. Colapesce-Dimartino) a ogni posizione scomoda o dissonante, l’anestesia preventiva. All’ultimo festival di Sanremo, ma chissà per quante trasmissioni varrà, indipendentemente dallo share, era stato vietato di citare o accennare a Gaza e alla Palestina, come se l’orrore della guerra fosse di turbamento per la folla delle canzonette e per gli inserzionisti pubblicitari, la vera istituzione. La politica è diventata un’ombra sporca, una parola ambigua e sfiorare le cronache del mondo diventa veleno per il quieto vivere: troppo il rischio che divampi un incendio mediatico. Quando la tv era più defilata, i dischi si vendevano grazie ad altre strade, le radio non erano corazzate obbedienti a playlist stilate con la carta carbone, e non era meccanica l’invasione dei palinsesti a trainare le tournée negli stadi, gli artisti si concedevano più libertà, di pensiero e d’azione. Non per andar lontani, romanticamente, alla generazione di Giovanna Marini, Paolo Pietrangeli, Ivan Della Mea e tanti altri cresciuti in un enclave di intellettuali (sinistri) tra invettive, dibattiti e leali scontri di parola, ma quella fascia di cantori-poeti che comunque provavano a fotografare la vita e la storia, il lavoro e la guerra, la disoccupazione e la pace o la causa internazionalista si sono dissolti o ripiegati nel cortiletto di casa. E il posizionamento ideologico non è più una voce, un ingrediente del mercato. I vari Jannacci, Gaber, De André, De Gregori, Bennato, Bertoli, lo stesso Gino Paoli, che non si negava ad appelli, manifestazioni pubbliche e fu anche parlamentare per il Pci (1987-1992); e poi, Area, Stormy Six o più vicini a noi Lo Stato Sociale, 99 Posse, Modena City Ramblers, CCCP, Brunori non ci sono più oppure occupano spazi residuali, di memoria, pochissimo aderenti alle rotte dell’attualità quotidiana. Con la canzone politica non si mangia e non si incide (più), i nuovi guru si arrotolano sul proprio ombelico, amori tanti e cuori infranti. E se tra gli autori di cinema, teatro, libri resiste un’opposizione, nella musica che conta sembrano anche svanite le pulsioni di manifestazioni blandamente alternative (il concertone del 1° maggio a Roma, per e dei sindacati, è uno stanco succedaneo di tante passerelle mainstream). Le canzoni che funzionano viaggiano tutte, o quasi, sull’onda del travaglio amoroso: e come le nuvole di De André vanno, vengono, ma soprattutto stanno sempre lì. Nulla ha smosso i nostri artisti più amati, mentre negli Stati Uniti, dove comunque l’aria non è leggera, né favorevole, una pattuglia di chiari e forti si è impegnata nel dare filo da torcere a razzisti e bellicisti: Bruce Springsteen ha sfornato una ballad di valore civico, Streets of Minneapolis, dedicata alle ultime vittime del fuoco poliziesco: sbattuta in faccia a Trump, è battistrada per un tour di inequivocabili denunce, mentre David Byrne ha ribadito il solco già tracciato dal movimento Musicians United Win Without War. Con loro tanti altri… I potenziali testimonial di casa nostra, invece, si affacciano timidamente sul mondo, attenti a non sfidare le leggi del business, pena l’espulsione dal circuito: ci provano alcuni giovani volonterosi, ma con poca illuminazione. Ghali in Casa mia parla dello straniamento dalla propria identità, la volontà di sopraffazione che si determina nel bombardare un ospedale (testuale), ma anche strappando quelle persone «figlie del deserto o destinate in fondo al mare» da casa loro, che sia qui o altrove: tutto nella finzione comoda del Truman Show. Esplicito, ma non sloganistico. Pur non manifestando furore politico nelle canzoni ma sui social, ha subito censura all’inaugurazione tv delle Olimpiadi invernali, praticamente un avvertimento. Insomma, “Si contenga”, come diceva il Cavaliere.Tra i nuovi, come Promessa e b4ze, l’impressione è che siano barricaderi di superficie, look, attitudini, comportamento. Non esiste, naturalmente, solo la guerra, ma da lì – come ai tempi di Vietnam, Ungheria, o Cuba – passano molti nervi (scoperti). I morti sul lavoro, lo sfruttamento, il precariato, l’assistenza sanitaria sono temi difficili da cantare. Ma perché negli Usa, se l’Ice uccide per le strade, fiorisce una canzone e qui, quando i ragazzi si riversano in manifestazioni intonano solo Bella ciao? Non ho risposte, ma nemmeno i giovani rapper o cantautori di oggi hanno saputo spremere una storia. Le multinazionali del disco, per quanto contino, preferiranno puntare sui tormentoni estivi perché lo scandalo non sono bombardamenti a tappeto, i morti a migliaia. Scandaloso è portarli alla luce. E la condanna all’esilio il più probabile degli esiti.

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