Micaela Bongi
Non smettiamo di crescere
il manifesto, 28 aprile 2026
Il manifesto compie oggi 55 anni ma invece di invecchiare non ha ancora smesso di crescere. E non solo perché le vendite aumentano (in formato digitale e recentemente anche su carta), perché la redazione si infoltisce e arrivano nuove firme, perché si moltiplicano offerte e iniziative (gli inserti, gli speciali, la rivista di fumetti La fine del mondo, i due podcast Interno giorno e Esterno notte che dal prossimo mese sostituiranno con approfondimenti settimanali Una mattina, il festival che tornerà il prossimo ottobre).
Non smette di crescere perché servono sempre nuovi strumenti interpretativi, di analisi e indagine per raccontare un mondo in accelerazione continua, processi e rivolgimenti improvvisi, precipitazioni di un pianeta in fiamme per grande parte dominato da incendiari in capo.
Il manifesto cresce e si rinnova perché il suo collettivo, attraversati anche momenti difficili, di crisi finanziarie ma pure interne, rischi chiusura con il fallimento della vecchia cooperativa, l’isolamento in cui la pandemia aveva costretto tutte e tutti, è un luogo vivace, di confronto continuo con porte e finestre spalancate sull’esterno per allungare lo sguardo e far entrare e circolare idee, stimoli, sollecitazioni da ogni angolo del mondo.
Quei luoghi che nel corso di questi 55 anni abbiamo sempre voluto raccontare inquadrandoli in primo piano, come dimostra lo speciale «55» in edicola dal 24 aprile che raccoglie articoli su vicende internazionali comparsi sul manifesto a partire dal 1971. E raccontare, così come anche le vicende italiane, cercando di illuminare zone tenute in ombra, di dare voce ai silenziati, scoprire l’altra parte della storia senza accontentarsi mai di un solo pezzo, rovesciare, sovvertire, quando è il caso, le narrazioni ufficiali. A questo per noi serve un giornale, e per questo il manifesto, come diceva Luigi Pintor e come è ancora scritto nel nostro statuto, vuole essere una «forma originale della politica». Per questo ci siamo permessi il vezzo, nella nostra campagna pubblicitaria, di dichiarare 55 anni «portati male».
Nelle difficoltà crescenti della stampa, in un panorama editoriale sempre più gravato dal peso e dall’invadenza della politica e della finanza, talvolta anche con il contributo di conformismo e autocensure, un giornale senza editori o meglio dove gli editori sono gli stessi dipendenti e soci della cooperativa è una scommessa che si rinnova ogni anno.
Finora siamo riusciti a vincerla proprio perché alla nostra indipendenza, dalla politica e della finanza, non intendiamo rinunciare. La rilanciamo per l’avvenire, a partire da questo cinquantaseiesimo anno che per noi comincia domani. Un anno che auguriamo a noi e ai nostri lettori possa intanto essere l’inizio di un cambiamento politico che avvicini alla porta d’uscita il governo più a destra e forse anche più incompetente della storia d’Italia. Noi proveremo sempre a raccontarvi la storia tutta intera e a comportarci «male».

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