Massimo Raffaeli
Nel laboratorio vivido di Paul Nizan
il manifesto, 14 aprile 2026
Breve e incandescente fu la vicenda letteraria e politica di Paul Nizan (1905-1940) i cui scarni dati biografici tornano al presente come immagini di repertorio: l’amicizia fraterna che lo unì a Jean-Paul Sartre fin dagli anni del liceo e della École Normale Supérieure, il folgorante esordio con un libello anticolonialista, Aden Arabia (’31), il matrimonio con Henriette Alphen detta Rirette, la militanza a tempo pieno nel Partito comunista francese, la pubblicazione di alcuni romanzi (tra cui, nel ’38, La cospirazione) infine l’uscita dal partito per essersi opposto duramente al Patto Molotov-Ribbentrop e la morte durante la rotta di Dunkerque, il 23 maggio del 1940, per una pallottola vagante. Decenni di silenzio e di diffamazione da parte degli stalinisti del Pcf trascorsero prima che Sartre, con una smagliante prefazione ad Aden Arabia, affidasse l’opera del suo amico ai giovani degli anni sessanta.
Pubblicato in Italia quasi integralmente nel decennio successivo, Nizan era molto amato da Rossana Rossanda (che ne introdusse il libello I cani da guardia, del ’32, contro i borghesi in cattedra alla Sorbona) e da Goffredo Fofi che suggerì all’editore Bertani di Verona, nel ’72, la pubblicazione del suo capolavoro, un romanzo autobiografico del ’33, Antoine Bloyé che ora torna da Ago Edizioni nella storica versione di Diego Cainelli (pp. 370, euro 22). Di questo romanzo di formazione in cui vibrano vicendevolmente motivi esistenziali e storico-politici la più indicata a parlare è colei cui si deve il primo profilo monografico dell’autore (Paul Nizan communiste impossible, Plon 1980), cioè Annie Cohen-Solal, storica delle idee e raffinata scrittrice nella cui ingente produzione compare peraltro una biografia di Sartre tradotta in tutto il mondo (da noi è nel catalogo del Saggiatore).
Come
è arrivata a Paul Nizan? È stata la sua opera a portarla a Sartre o
viceversa?
È successo tutto insieme. Un giorno,
durante la classe di Hypokhâgne (che prepara a l’École normale
supérieure), Nicolas Grimaldi, il nostro insegnante di filosofia
(che è appena mancato), ci assegnò una bibliografia a supporto di
un saggio sulla delusione e, tra i numerosi testi, ci suggerì «la
prefazione di Sartre a Aden Arabie di Paul Nizan».
Di tutta quella lista, ho sentito solo una parola: «Aden». Avevo
sedici anni, ero arrivata da Algeri due anni prima ed ero
appassionata di poesia, in particolare di Rimbaud. Ho quindi colto al
volo quella parola e ho comprato il libro. Dovevo, infatti,
addentrarmi in un universo completamente diverso della poesia, quello
degli intellettuali francesi alle prese con la propria cultura, con
la politica, con il Partito comunista francese. E questo, per quasi
venticinque anni. Di fatto, non ho mai separato completamente Nizan
da Sartre.
Lei
ha collaborato con Henriette Alphen, sua moglie? Che ricordo ne
ha?
Sì, è stata un’esperienza incredibile. Era una
donna molto lontana dall’ambiente accademico (sebbene fosse cugina
di Claude Lévi-Strauss). Era una pianista, era diventata traduttrice
negli Stati uniti dopo la morte di Nizan e aveva vissuto una vita da
donna libera o da «vedova allegra», come diceva lei stessa. Spesso
le venivano poste domande su Nizan e lei rispondeva sempre la stessa
cosa. Si era costruita una corazza per proteggersi dagli intrusi e
anche dalla sofferenza che accompagnava quelle domande intime,
immagino. Ma avevo passato mesi, se non anni, a ricopiare a mano
tutti gli articoli di Nizan su L’Humanité e Ce
Soir trovati sui microfilm alla Bibliothèque nationale de
France, e le ponevo domande molto precise, per le quali mi aspettavo
delle risposte precise.
Ecco
perché le sue risposte meccaniche mi irritavano. Tanto più che mi
suggeriva di sedermi su una cassa di legno, dove si trovavano archivi
affascinanti. Un giorno, aprì quella cassa, e riuscii a trovare una
risposta a domande chiave come l’adesione di Nizan a La
Revue Marxiste nel 1925, i suoi attacchi contro Henri
Barbusse nel 1931 nel periodo detto «classe contro classe», i suoi
rapporti con Aragon, più tardi. Ma quando il manoscritto del mio
libro è stato completato, ho deciso di mostrarglielo dicendole:
«Forse, ora, ritroverai i tuoi ricordi…».
Lei ha detto «Ok,
lo leggerò», e se n’è andata a vivere nell’appartamento di una
sua amica per un mese, tagliando ogni legame. Al suo ritorno, aveva
scritto dei testi meravigliosi all’interno del mio libro, perché
la solitudine le aveva permesso di ritrovare i propri ricordi.
Nizan
è letto di solito come un figlio delle religioni politiche, e
relativi conflitti, del suo secolo. È d’accordo?
Sì
e no: è una figura emblematica di quella classe del 1924 della
Scuola Normale Superiore che comprese quanto il massacro della guerra
del 1914-18 fosse un errore mostruoso, per poi diventare permanent
del Partito Comunista Francese all’età di vent’anni; tuttavia,
la sua «posizione critica» è assolutamente attuale e può essere
utilizzata oggi.
Qual
è il suo giudizio sui romanzi di Nizan e di «Antoine Bloyé» in
particolare?
Adoro Antoine Bloyé con
l’inizio ambientato al funerale del padre, e poi tutto il flashback
sulla sua vita da operaio. Mi piace molto anche La
Cospirazione, con la scena del trasferimento delle ceneri di
Jaurès al Pantheon, e le sue belle osservazioni retrospettive su
quei giovani studenti dell’École Normale che non sanno ancora
«quanto sia pesante e fiacco il mondo…»
Nella
celebre prefazione a «Aden Arabia» Sartre affida il suo amico ai
contestatori degli anni sessanta. È possibile, secondo lei, un
simile «uso» di Nizan al presente?
È possibile oggi,
a quasi un secolo dalla pubblicazione di Aden Arabia e a quasi 70
anni dalla prefazione di Sartre, mentre ci troviamo nel pieno del
caos mondiale che conosciamo, riprendere il progetto di Sartre e
lasciare che «quell’adolescente parli ai suoi fratelli», come se
si trattasse dello stesso contesto? Se Sartre scrisse questa
prefazione nel 1960, fu per motivi congiunturali. Si trattava di
salvare dall’oblio le opere di Nizan che il Pcf aveva vietato,
sulla scia della campagna diffamatoria seguita della dimissione di
Nizan dal Pcf nel 1939. Se si era dimesso, si diceva, e me l’ha
anche confermato Aragon nel 1980, era perché era un «traditore
all’interno del partito». Direi che, nonostante contesti molto
diversi, l’idea che la voce delle giovani generazioni sia
importante, utile e portatrice di verità mi sembra fondamentale.
Guarda quanto il voto dei giovani abbia influito sul rifiuto del
progetto di statuto dei magistrati proposto da Giorgia Meloni qualche
settimana fa. E i miei studenti di marketing, finanza e management
alla Bocconi, ai quali tengo un seminario intitolato «Broaden your
frame», mi dicono quanto sia per loro fondamentale aprirsi a
tematiche artistiche, politiche o etiche. «Questi seminari non erano
semplici lezioni, scrive uno di loro; erano esperienze /…/ Li porto
sempre con me, consapevole che i nostri percorsi – e il lavoro di
chi ci ha preceduto – possono avere un impatto duraturo».
*
SCHEDA. Annie Cohen-Solal, poliglotta per vocazione
Nata in Algeria, poliglotta e cosmopolita per vocazione, la storica delle idee e scrittrice Annie Cohen-Solal (nella foto accanto) ha insegnato in numerose università europee e americane e attualmente è Distinguished Professor alla Bocconi di Milano. Ha curato mostre ed eventi fra cui una memorabile «Sartre Night» alla École Normale Supérieure e, di recente, «Picasso» a Palazzo Te. «Poesia e Salvezza» (Mantova 2022) e «Picasso lo straniero» (Palazzo Reale, Milano 2024). Nella sua ricca bibliografia, anche per la qualità della scrittura, spiccano i profili biografici: oltre a quelli di Paul Nizan (’80) e Sartre (’85), vanno almeno segnalati «Leo & C. Storia di Leo Castelli» (Johan & Levi 2009), «Picasso. Una vita da straniero» (Marsilio 2024) e, appena pubblicato, «Mark Rothko. Riparare il Mondo» (Einaudi, pp. 364, euro 26.00).

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