Thomas Mann Mario e il mago
- Il Foglio Quotidiano,
- (Giulio Silvano)
Estate di “caldo africano”, fine anni Venti. Nella novella Mario e il mago Viareggio diventa Portoclemente, “una delle stazioni balneari di maggior grido della costa tirrenica”, elegante, “gremita di villeggianti” abbronzati, di chiasso perpetuo, con i capanni sulla spiaggia, le pinete e, alle spalle, le montagne. Forte dei Marmi prende invece il nome di Torre di Venere, “un brulichio di bagnanti che gridano, si leticano, esultano, con il dorso spellato da un sole tremendo”, barche piene di ragazzi, ostriche, bibite, fiori, coralli. La famiglia del narratore dopo una tappa al Grand Hotel, zeppo di aristocratici romani, risiede alla più tranquilla Pensione Eleonora. Per rovinare l’atmosfera vacanziera basta un cultural clash tra teutonici naturisti e pudici italiani: la figlia di otto anni corre nuda per qualche passo sulla spiaggia per sciacquarsi in mare il costume, e così si incrina l’accoglienza, si offende l’ospitalità nazionale offerta agli anonimi mitteleuropei. Inizia così un certo malessere dopo le descrizioni da cartolina, “reazione di pruderie e di esagerata sensibilità”. E proprio quando si decide di restare invece che fuggire, forse come punizione protestante per la pigrizia, appare in paese il patriottico cavalier Cipolla. Prestigiatore, mago, gobbo, bevitore di cognac “vestito con una specie di complicata eleganza serale”, con il mantello e il cilindro, al cui spettacolo si presenta tutta Torre, senza discriminazioni di classe. Giochi di carte e giochi da salotto. E nonostante la volgarità, il pubblico diventato massa e non si riesce a smettere di guardare, di diventare vittima dello spettacolo, rischiando l’umiliazione. “E’ evidente che non può vivere psichicamente di non-volere”, scrive Mann, che butta giù la storia – “un incidente di una vacanza” – tre anni dopo il vero soggiorno versiliese del ’26. Scrive Giorgio Zampa, il traduttore, nel 1945: “finita la lettura di questo racconto, non è possibile non avvertire un certo senso di amarezza e di irritazione, come di offesa a qualche cosa di caro”. Non dimentichiamo, ci dice Adriano Sofri nella postfazione, il fascismo italiano “che sta ben visibile sullo sfondo”, e che molti lettori, “con eccesso di zelo”, hanno visto nell’illusionista Cipolla un Mussolini. Sofri è andato a cercare il vero Cipolla, quello su cui è costruito, sembrerebbe troppo fedelmente, il personaggio: tale Gabrielli, accolto da D’Annunzio nell’avventura di fiume, e che fece un cameo in un film di De Sica, ex ipnotista diventato prestigiatore. E non era poi, anche Mann, soprannominato dai suoi figli “il mago?” – ce lo racconta anche Colm Tóibín nella biografia romanzata dello scrittore tedesco. Come si diceva nel periodo berlusconiano: temere non Cipolla in sé, ma il Cipolla in me?

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