Mara Gergolet
La memoria nata da un diario
Corriere della Sera La Lettura, 19 aprile 2026
Si pensa di sapere tutto su Anne Frank. «In realtà, finora non si sapeva come questo libro fosse diventato il più letto del mondo, o uno dei più letti del mondo». Ed è questo che ha spinto Thomas Sparr a scriverne la «biografia».
Ci accoglie all’ultimo piano della casa editrice Suhrkamp, in un palazzo neobrutalista sulla Torstraße, a Berlino, dove scostando le tende si apre una (Einaudi) magnifica vista su Alexanderplatz in un cielo freddo senza nuvole. Solo uno come lui poteva scrivere Voglio continuare a vivere anche dopo la morte. La biografia del Diario di Anne Frank (Einaudi). Sparr è «editor at large» della Suhrkamp, la più grande publishing house europea (di cui è stato vicedirettore editoriale), un nome pesante nel mondo del libro tedesco. Per farlo, bisogna prima immaginare i libri come esseri viventi. «I libri — ci dice — hanno un destino, proprio come gli esseri umani. Possono riuscire, possono fallire, possono essere percepiti in ritardo o conoscere una grande diffusione, ma possono anche essere trascurati, restare non letti».
Il destino di Anne Frank, una ragazza di 13-15 anni che per due anni visse nascosta nel retro di una casa di Amsterdam con la famiglia, senza uscire mai, senza mai affacciarsi alle finestre, ha commosso il mondo intero. «Perché mostra in modo unico il destino degli ebrei e delle ebree uccisi nell’Olocausto». E questo è il secondo motivo per cui Sparr, gran conoscitore del mondo ebraico, ha voluto scriverlo. È tradotto in otto lingue, altre quattro seguiranno.
Ogni buon libro, e Sparr lo sa bene, ha bisogno di un eroe. Il suo è il padre di Anne, Otto Frank. Fu l’unico tra gli otto ebrei nascosti ad Amsterdam — la sua famiglia di quattro persone e gli altri quattro che erano con loro: la famiglia van Daan con il figlio Peter (di cui Anne si innamorerà) e il dentista Dussel — a sopravvivere. Considerò il Diario della figlia come il proprio lascito. «Si adoperò molto presto, subito dopo la guerra, affinché venisse pubblicato ed entrasse nel mondo. E in modo instancabile, Otto Frank se ne occupò fino alla fine della sua vita. Morì nel 1980, a 91 anni».
Sparr lo ritiene un eroe silenzioso, che ha subordinato la propria vita all’eredità della figlia. «Non ha toccato il denaro che i diritti d’autore avevano fruttato: sarebbe diventato più volte milionario. Creò invece un fondo, lo destinò a una fondazione che si occupasse di educazione e che lavorasse per la pace, qualcosa che oggi è più necessario che mai».
Otto Frank trovò il diario quando ritornò ad Amsterdam dal Lager nazista di Auschwitz. Glielo consegnò l’ex impiegata della sua ditta, Miep Gies, che salvò l’opera della «speciale signorina Anne» dal rifugio in cui la polizia fece irruzione il 4 agosto 1944, prima che la Gestapo disperdesse per sempre i suoi contenuti. Come è stato ampiamente documentato, il testo era composto da più parti: un album, due quaderni e oltre 300 fogli sparsi. Otto Frank lo batté a macchina. A complicare le cose, Anne stessa ci aveva lavorato, correggendolo e trascrivendolo: già a 13 anni voleva fare l’autrice. «Il Diario — spiega Sparr — non è un libro redatto in una volta sola. Ha avuto una prima versione, poi una versione B, rielaborata da lei stessa, e da queste si è poi costruita, per l’edizione, una versione C». Nella prima pubblicazione, il padre omise alcuni paragrafi. Quelli in cui si parlava dei difficili rapporti con la madre e dei primi turbamenti sessuali, pagine in seguito reinserite.
È da qui che deriva, gli chiediamo, l’accusa di falso che fu rivolta al Diario fin dall’inizio? «No, l’origine è presto detta». Appena il libro divenne famoso, si attribuì al padre un interesse economico, la ricerca del profitto. Ma è un’accusa facile da smontare, perché all’inizio la pubblicazione fu osteggiata, rifiutata. Divenne un successo mondiale solo dopo aver sfondato in America. «Inoltre, ha certamente a che fare con il fatto che il Diario rivela una maturità sorprendente per una ragazza di 15 anni, capace di esprimersi con sicurezza». Si faticava a crederlo. «Tutto questo ha fornito ai negazionisti della Shoah e agli agitatori di destra un pretesto per dire che si trattava di un falso. Ma negare l’esistenza del diario, o negarne la paternità, significa in fondo negare l’Olocausto. Per questo oggi nei Paesi Bassi è un reato, e giustamente punito con severità».
Dopo un primo successo nei Paesi Bassi, in Germania si faticò a suscitare interesse. «Sono in imbarazzo — fu una cortese lettera di rifiuto di un grande editore — ma il diario della ragazza tedesca ebrea che mi ha inviato non mi pare adatto alla Kiepenheuer, che ha sempre cercato di pubblicare solo testi di elevato livello letterario». La storia dell’editoria, commenta caustico Sparr, «è piena di rifiuti imbarazzanti; questo in modo particolare, perché si compiace dei propri elevati standard». Lo accolse quindi nel suo catalogo una piccola casa editrice di Heidelberg, la Lambert Schneider.
La svolta vera fu lo sbarco in America, o meglio a Broadway, quando il Diario venne riadattato come pièce teatrale. «Il successo travolgente si deve al palcoscenico. Non al libro in quanto tale, bensì alla messa in scena, inizialmente nel 1955 in un teatro di New York che fu preso d’assalto. Il pubblico era entusiasta. Lo spettacolo tornò in Europa, nel Regno Unito, in Germania Ovest, in quella dell’Est, in Francia. Fu ovunque lo stesso. E da lì il libro cominciò a vendere sempre di più. Non conosco nessun altro libro che sia diventato un successo mondiale attraverso il teatro».
Broadway come Hollywood, dunque, una formidabile macchina di promozione e di soldi? «Direi piuttosto una compensazione. Sa, quando gli ebrei venivano perseguitati in Europa orientale nei primi anni Quaranta, il cinema non se ne interessò. Le organizzazioni ebraiche telefonavano a Hollywood: mostrate che i nostri fratelli e sorelle vengono perseguitati, deportati. Si sapeva già cosa accadeva. Eppure Hollywood lo ignorò: nessun film, nulla, nada. Quindi nel caso di Anne Frank direi che si tratta di una riparazione tardiva».
Arrivarono anche le polemiche. La più importante fu animata dal giornalista e scrittore ebreo Meyer Levin, a cui lo spettacolo di Broadway non piacque. Lo accusò di indorare la pillola, di non parlare davvero dello sterminio degli ebrei e della guerra totale mossa loro da Joseph Goebbels. «Meyer Levin mosse accuse pesanti contro Otto Frank. Disse che aveva fatto propria una forma di universalismo che lasciava fuori il destino specificamente ebraico e che l’avrebbe fatto deliberatamente. Anche questo non corrisponde al vero. Tuttavia, la disputa tra i due portò nel mondo una domanda: a chi appartiene il Diario? Appartiene agli ebrei e alle ebree, oppure appartiene al mondo intero? E Otto Frank diede una risposta chiara: appartiene al mondo intero».
È un giudizio che Sparr condivide. Il mondo intero lo ha letto: in Sudafrica, in Groenlandia, in Australia, in Giappone. «Lì, in Giappone, fu un caso peculiare: venne percepito come documento storico ma colpì anche per la libertà con cui Anne Frank scrisse del risveglio della propria sessualità e del proprio corpo che cambiava. Una libertà radicale per l’epoca. In una cultura rigida e severa come quella nipponica, risuonò enormemente».
In Italia il libro uscì per Einaudi nel 1955 con una prefazione di Natalia Ginzburg: «Fondamentale e bellissima». È poco noto, ma se nel dopoguerra le prefazioni si diffusero come una moda, lo si deve a lei. «Un saggio profondamente riferito all’Italia: alla comunione d’armi tra Mussolini e Hitler, alla persecuzione degli ebrei in Italia».
Per Sparr il Diario è il libro che ha reso possibile la comprensione dell’Olocausto. «Allora non esisteva ancora nemmeno il termine. C’erano pochissime testimonianze tramandate. Pensi alla sorte di Primo Levi, a come sul finire degli anni Quaranta, e nei primi anni Cinquanta, non riuscì a essere pubblicato. Se questo è un uomo fu davvero percepito solo decenni dopo».
E aprì gli occhi a molti tedeschi. «Io li chiamo la generazione Anne Frank. Oggi sono anziani, hanno tra gli 80 anni avanzati e i 90, lo lessero da ragazzi. A costoro il destino di Anne Frank si presentò per la prima volta direttamente, senza mediazioni. Lo lessero in modo fortemente identificatorio, sentendosi legati a lei».
C’è una data che affascina Thomas Sparr: il 1929, l’anno di nascita di Anne Frank. «Tra i suoi coetanei, lei è una figura singolare. Jürgen Habermas era del 1929, così Hans Magnus Enzensberger e Peter Szondi; nessuno di loro, tra i contemporanei importanti, nemmeno Christa Wolf, ha menzionato questo Diario. L’unica è Dorothee Sölle, una teologa. Ed è molto interessante domandarsi: perché non l’hanno recepito? Perché il Diario di Anne Frank ha avuto un’importanza così grande per un pubblico ampio, ma gli intellettuali non hanno voluto leggerlo, o non l’hanno preso sul serio? Nella storiografia è diventato oggetto di riflessione solo molto tardi. Negli studi letterari quasi per niente». Sparr nota che il destino ebraico ci è stato tramandato attraverso diari. «Ma quello dei colpevoli, o dei figli e delle figlie dei colpevoli, no: di loro quasi non esistono diari. Perché no? Non ho una risposta. Però lo trovo una domanda interessante».
Philip Roth ad Anne Frank ha dedicato un romanzo, Lo scrittore fantasma. «Trovo che sia un’appropriazione straordinariamente originale. Roth fa sopravvivere Anne in America. Nell’ottobre del 1955 questa Anne Frank un po’ invecchiata va a teatro e vede la propria pièce, e non riesce a capacitarsi del successo che ha il suo destino. E pone la domanda decisiva: il mio diario avrebbe avuto tanto successo se io fossi ancora viva? Se la gente sapesse che lo sono?». E allora decide di restare nascosta. Più volte prova, o prende in considerazione, di riallacciare il rapporto con suo padre, ma poi desiste. «In questo senso Philip Roth, con grande libertà poetica, ha fatto continuare a vivere Anne Frank. Ma ci ha lanciato addosso la domanda decisiva: valgo qualcosa per voi solo da morta?».
Un’ultima domanda, Thomas Sparr. Cos’è per una persona come lei — che vive tra libri pubblicati e da pubblicare — questo Diario sfuggito a tutte le classificazioni? Un’opera letteraria? Un documento storico? «Un essere anfibio. Vive nell’acqua della poesia e sulla terraferma della ricerca e del documento storico contemporaneo. Credo sia entrambe le cose».

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