Clarisse Fabre
In "Vivaldi e io", una giovane donna trova l'emancipazione attraverso la musica del compositore italiano
Le Monde, 29 aprile 2026
Il regista italiano Damiano Michieletto, nato nel 1975, prolifico regista d'opera invitato a lavorare nei teatri d'opera più prestigiosi del mondo, ha realizzato un efficace lungometraggio d'esordio (buoni attori, bella fotografia), seppur non originale. Ispirato al romanzo bestseller di Tiziano Scarpa, Stabat Mater (Christian Bourgois, 2011), Vivaldi e io ripercorre la storia di un'orfana che diventa violinista a Venezia, all'inizio del XVIII secolo.
La protagonista, Cecilia, interpretata dall'attrice e cantante italiana Tecla Insolia, viene abbandonata dalla madre in un orfanotrofio e conservatorio di musica, l'Ospedale della Pietà. Le ragazze più dotate imparano a suonare uno strumento o entrano a far parte del coro. La loro virtuosità conferisce prestigio all'istituto, che trae il proprio reddito dai concerti, ma anche dai matrimoni combinati. Infatti, intorno ai vent'anni, le giovani donne vengono date in sposa a uomini in cambio di una dote. Cecilia non fa eccezione e teme il momento in cui dovrà rinunciare al violino per prendersi cura del futuro marito.
La sua sensibilità musicale non sfuggì all'attenzione del nuovo compositore residente: Antonio Vivaldi (1678-1741), interpretato da Michele Riondino, era stato appena ingaggiato dall'Ospedale della Pietà per rinnovare il repertorio dell'orchestra, vista la forte concorrenza di altre sedi (Derelitti, ecc.). Il film racconta il legame emotivo che si instaurò tra questi due individui, in qualche modo distanti dal mondo. Vivaldi, virtuoso della musica barocca, era anche un sacerdote afflitto da una tosse cronica: avrebbe finito la sua vita in povertà e le sue partiture sarebbero state più o meno dimenticate prima di essere riscoperte all'inizio del XX secolo.
Una storia d'amore impossibile
Bisogna riconoscere il delicato talento dei due attori: quasi senza parole né manifestazioni di emozione, riescono a trasmettere il torrente d'amore che anima i loro personaggi. È una storia d'amore impossibile a causa delle regole del tempo, governate dal denaro, come si intuisce, ma anche dalla mancanza di coraggio del futuro compositore de Le Quattro Stagioni (1724), ferocemente geloso della propria reputazione. I loro momenti più intensi – e i migliori del film – sono quelli che li uniscono durante le esibizioni. Non saranno mai più così vicini, e allo stesso modo, gli altri musicisti trovano nuova ispirazione nella scoperta di queste partiture moderne che stanno eseguendo.
Non sorprende che l'attrice Tecla Insolia pronunci le battute femministe in questo dramma storico, battute già sentite innumerevoli volte in altri film a tema emancipatore. Un esempio, su un argomento simile, è il lungometraggio Gloria! (2024), di Margherita Vicario, con Galatea Bellugi. Racconta la tragica storia di musiciste orfane nella Venezia di fine Settecento che suonano sotto la direzione di un maestro crudele, in vista di un concerto per la visita del Papa.
Ciascuna di queste opere si addentra nelle vite di artiste dimenticate, rese invisibili per secoli: in "Vivaldi e io", Cecilia e le sue colleghe si esibiscono dietro una barriera o con il volto mascherato. Sebbene queste storie meritino a pieno titolo di essere raccontate, il loro adattamento attraverso uno stile cinematografico dettato dalle esigenze dell'industria finisce per sminuirle.

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