Luca
Canali
La
resistenza impura
Mondadori, Milano 1985
Agli uomini senza ambizioni politiche,
senza particolari doti
d’ingegno, senza relazioni influenti,
cioè senza possibilità
di scambio o di scampo,
che caddero oscuramente,
mossi da
elementari bisogni e da elementari ideali.
A questi uomini che
in morte come in vita
non ebbero mai né chiesero quartiere
e
di cui la storia, che pure soprattutto di essi
si nutre,
disperde prudentemente le tracce.
°°°
Una
lettera a Luca Canali
Caro
signore, ho ricevuto l’estratto (di rivista, non d’altro
alimento) ch’Ella ha voluto inviarmi, e
fin dalle prime righe
ne sono stato preso e direi incatenato. “Direi” al condizionale,
nessuna catena essendovi in questione bensì le circonvoluzioni d’una
prosa civile quale da tempo non si leggeva in Italia. Si pensa alle
flessuose spire (volubili dice Zanella) che rendono così preziosi i
gusci di certe conchiglie. In tempo in cui “scrivere come si parla”
è diventato un luogo comune persino inapplicabile, perché non si
conversa più, si emettono borborigmi, Lei ha il coraggio di
misurarsi con Cicerone, con Daniello Bartoli e Carlo Dossi, per non
parlare del maggior Carlo (Emilio) da anni irreperibile qui nel
nord.
Non so nulla di Lei; mi pare che le si debbano versioni da
poeti latini ma forse mi inganno. Il fatto che il Suo scritto emerga
da una rivista di estrema sinistra mi fa pensare che Ella sia un uomo
estremamente politicizzato; anche il titolo (La resistenza impura)
me lo conferma. Ma nella Sua allocuzione (ché non di meno si tratta)
io ho sentito vibrare la corda dell’amore, quella corda che negli
scritti politici di sinistra (o di destra, o di centro) non risuona
mai.
Forse di amore non si parla nemmeno nel Suo “estratto”,
ma della solidarietà che per vie del tutto cunicolari unisce gli
umili, coloro che hanno lottato per una cusa che forse ignoravano e
che per questa causa hanno sofferto e sono morti. Ogni azione umana è
impura, Lei dice, e anche la Resistenza lo fu. È vero. Impuri, e in
ultimo anche inefficienti, saranno quei movimenti politici che
dimezzano l’uomo riducendolo a fine di se stesso (o meglio alla
misura dei suoi interessi materiali). Io non sono ebreo ma ricordo
che per gli Ebrei bastano trenta saggi per salvare un’intera
generazione. Tutto ciò, naturalmente, non Le basterebbe, né Lei
pensa a una salvezza in quel senso, neppur chiaro.
Lei pensa,
ovviamente, che tutta la dignità umana è offesa quando sulla terra
c’è un offeso. Lei sa, giustamente, che il bene nasce dal
male per vie oscure; e che dire “riempiamo gli stomaci, allo
spirito si provvederà poi” è dir cosa che non vale una cicca
dacché lo stomaco pieno è onninamente predisposto a liberarsi di
ogni spirito. E Lei sa, beninteso, e per finire, che i bisogni
materiali, sacrosanto in sé, possono esser la maschera di una
sottrazione se ciò che si dà non fa che sottrarre altro ad
altri. E ciò che viene sottratto all’uomo di oggi – da
ogni partito, da ogni tecnica – è né più né meno che l’amore.
C’è chi si oppone a tali mutilazioni: la Chiesa, o se
preferisce le Chiese. E neppur esse nella loro totalità, ma qualche
loro uomo. È già qualcosa perché Dio, che quando non è fulmine ha
passo di tartaruga, può aspettare. Forse questa sua attesa è più
laboriosa di quanto si possa immaginare e tutti noi, creduli o
increduli, ne siamo partecipi e coinvolti. Ma chi sa? Anche il
progressismo religioso ha il suo doppio volto: può esser farsa o
tragedia. Staremo a vedere: o meglio staranno a vedere i nostri
lontani nipoti.
Mi creda, caro Canali, con rinnovati
ringraziamenti il Suo
Eugenio Montale
°°°
Giovanni De Luna, La verità più profonda della lotta partigiana, La Stampa, 25 aprile 2017
In diretta dall’insurrezione. Il discorso di Franco Antonicelli risale alla notte tra il 26 e il 27 aprile 1945. In città ci sono ancora i tedeschi e i fascisti. Stanno per essere sconfitti ma ci sono ancora. E sparano. Il Cln è riunito nei locali della conceria Fiorio. Sta per uscirne e recarsi in Prefettura per assumere il potere, in un corteo di automobili bersagliato dai cecchini. Per un’ ultima volta quella riunione si svolge in clandestinità. I membri del Cln a cui parla Antonicelli lo sanno. E sanno che li aspetta un compito difficilissimo: nell’immediato, una città disastrata da gestire; nel futuro, la ricostruzione di un paese distrutto.
Sono uomini dei partiti, ma in quel momento, per il loro presidente, sono solo compagni di lotta. Antonicelli rappresentava il Partito liberale, mentre le altre cariche più importanti (sindaco, prefetto, questore) erano state già distribuite tra comunisti, socialisti, azionisti e democristiani. C’è un passaggio del suo discorso – «sono molto orgoglioso per il mio Partito» – in cui questa appartenenza è rivendicata con orgoglio; ma è direttamente «a quei pochi uomini, pochi semplici e ignorati cittadini» che si rivolge. Sono quelli che hanno costruito dal nulla, sulle macerie dell’8 settembre 1943, il «miracolo della Resistenza»: «Voi siete stati, l’uno all’altro, gli amici antichi e gli amici nuovi, i rappresentanti di idee politiche diverse, ma di una fede unica, di una volontà compatta, e perciò l’uno all’altro sostegno e incitamento di cose a cui non tutti erano, o non ugualmente erano, preparati».
A caldo quelle parole ci restituiscono la verità più profonda della lotta partigiana. Prima dei partiti, la Resistenza fu una scelta dei singoli individui. Nella banda partigiana, prima ancora che nei Cln, un’intera generazione si affacciò alla politica scavando nella propria coscienza, attingendo alle proprie motivazioni, proponendo la propria scelta come il fondamento di una rigenerazione collettiva. Dopo il crollo dello Stato fascista, venuta meno la sovranità statale, gli uomini che scelsero di impugnare le armi si trovarono in una condizione di «naturale assolutezza» e ognuno, nel momento di andare in banda, divenne «sovrano». Nella scelta del singolo come atto sovrano erano racchiuse le potenzialità per produrre, attraverso la violenza, un nuovo ordine giuridico e politico. Fu (come ha scritto sulla Stampa Giuseppe Filippetta) l’emergere di un concetto nuovo di sovranità che aveva come titolare non più il popolo come entità unica (questo si era detto e scritto prima), ma tutti i singoli cittadini che lo compongono, con ciascun cittadino «che esercita la sovranità attraverso le sue libertà e i suoi diritti politici».
Queste istanze nell’esperienza partigiana si raccolsero intorno ai concetti chiave della partecipazione e dell’autogoverno; in uno stadio successivo, nelle prime formulazioni a caldo dei partiti, divennero il «via i prefetti» dei liberali, la «democrazia progressiva» dei comunisti, la «rivoluzione progressiva» dei democristiani, la «rivoluzione democratica» degli azionisti, la «repubblica socialista dei lavoratori» dei socialisti; trovarono poi la loro compiuta definizione nella «Costituzione dei partiti». Oggi che di quei partiti, della loro forma organizzativa ma soprattutto della loro storia, non è rimasto niente se non macerie, forse è il caso di ripartire proprio dagli insegnamenti della «Resistenza degli uomini».

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