mercoledì 8 aprile 2026

Gulliver


e così anche gulliver abbandonò l’utopia
Grandi romanzi. A 300 anni dalla pubblicazione dell’opera di Jonathan Swift, la rivista «Biblioteca di via Senato» propone un numero speciale sul libro: davanti alla corruzione dello spirito nemmeno l’utopia può alcunché 
Gianluca Montinaro
Il Sole 24ore, 31 marzo 2026

Sin dal 1726, data della prima pubblicazione, I viaggi di Gulliver ha messo i lettori di fronte a numerose domande. Questioni che, a tre secoli di distanza, ancora rimangono insolute perché Jonathan Swift, il geniale autore di questo romanzo (a torto ritenuto un classico per l’infanzia), ha disseminato nelle proprie pagine molteplici e contradditori indizi interpretativi. Il quesito di fondo riguarda la natura plurima di quest’opera che si sviluppa sì come un racconto di viaggi, durante i quali il protagonista viene in contatto con realtà decisamente “altre” da quelle consuete, ma che presto assume i contorni della parodia, della satira e infine dell’utopia. Le avventure del capitano Gulliver appaiono costruite in modo progressivo. Ognuna di queste, sempre più stranianti, fornisce al viaggiatore, attraverso il contrasto, spunti di meditazione sulla patria lontana. Fino a una spiazzante presa di coscienza finale. Al percorso di iniziazione di Gulliver ne corrisponde un altro: quello del lettore attraverso differenti generi letterari, al contempo mostrati e “distorti”, in una cornice che appare reale e fantastica, seria e comica (una sorta di «satira menippea», secondo la nota definizione di Northrop Frye). Il metaromanzo di Swift, estremizzando i singoli generi, in un continuo rovesciamento di prospettive e di rapporti (ulteriormente evidenziati e “caricaturizzati” dalle assurde “misure” e dalle inconsuete “fattezze” dei personaggi incontrati da Gulliver), prima instilla e poi enfatizza una progressiva messa in discussione del primato del “nostro” mondo umano. A Lilliput è Gulliver che, con una condiscendenza che è specchio della propria enorme statura, trova interessanti «alcune leggi e usanze» di quel Paese. Come il predominio del castigo sul premio, piuttosto che l’organizzazione della pubblica amministrazione («nello scegliere i pubblici funzionari, i lillipuziani badano più alle doti morali»). A Brobdingnag, invece, le parti, come le dimensioni, si invertono ed è il re dei giganti che, con compiacenza, si fa raccontare l’Inghilterra da Gulliver, salvo poi dimostrargli come la struttura del Governo e l’indole dei governanti inglesi fosse basata «sull’ignoranza, la pigrizia, il vizio». Come la società fosse «ormai infamata dalla corruzione». E come la storia della nazione inglese fosse «un cumulo di assassinii, massacri e rivoluzioni». Concludendo con un tagliente: «la massa dei vostri compatrioti è la più abominevole razza di insettaglia alla quale la natura abbia permesso di strisciare sulla faccia della Terra». Non c’è salvezza per l’uomo. E Gulliver lo apprende nel suo terzo viaggio. L’uomo non sarà liberato da un inesistente destino scritto nelle stelle (Laputa). Né dalla scienza (Lagado). Né dalla riflessione sui nobili esempi di abnegazione e di eroismo dei tempi antichi (Glubbdubdrib). Né da una perniciosa immortalità (Luggnag). Ma il pessimistico colpo di scena finale Swift lo riserva per il quarto viaggio, durante il quale Gulliver “approda in utopia”. Ma, differenza delle utopie narrate da Moro, Campanella e Bacone, non è uno Stato perfetto, ma un perfetto stato di natura. Il percorso di autoanalisi della nostra civiltà in crisi trova compimento nella terra degli Houyhnhnm: cavalli dotati di raziocinio. In quest’isola ideale ove non esiste il male, il capitano inglese vorrebbe trascorrere il resto della propria vita. Un’ultima delusione però lo attende: la scoperta della vera indole della razza umana. Un’indole talmente inferiore che Gulliver stesso, inizialmente, non riconosce. Che anzi, per la prima volta al cospetto di uno Yahoo (bestiale scimmia primate che gli Houyhnhnm utilizzano per i lavori più umili), bolla con uno sprezzante «non avevo mai visto un animale così ributtante né che mi ispirasse una così istintiva e profonda antipatia». E che beffa per Gulliver essere indicato da Padron Cavallo proprio come uno Yahoo: sì, «più capace, più urbano, più pulito», ma pur sempre un animalesco Yahoo. Gli Houyhnhnm, che alla ragione conformano pensiero e azioni e che non conoscono vizi e corruzione (tanto che «nella loro lingua non hanno parole corrispondenti») una cosa la sanno: nessuno Yahoo potrà mai essere razionale. Rimarrà sempre un corpo estraneo in un’utopia che, per essere tale, esclude l’uomo. Gulliver è quindi costretto a lasciare quei luoghi, rientrando in Inghilterra. Con la triste certezza dell’irrecuperabilità dell’uomo. «Un progetto assurdo – conclude uno sconsolato Gulliver – riformare la razza degli Yahoo di questo reame. Mi sono sbarazzato per sempre di tali propositi da visionario». Perché davanti alla corruzione dello spirito nemmeno l’utopia può alcunché. 

Direttore della Biblioteca di via Senato (Milano)

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