mercoledì 22 aprile 2026

Philip Glass a Parigi

 con philip glass va in scena la non violenza

Parigi
Ricciarda Belgiojoso
Il Sole 24ore, 19 aprile 2026

 Sul Grand Escalier di Palais Garnier una folla vivace di camicie a fiori, cappellini americani, scarpe da ginnastica, numerosi ragazzini e poche giacche si appresta ad assistere alla Prima di un’opera di quasi mezzo secolo fa, 3 ore e 20 minuti su libretto in sanscrito. Per la prima volta l’Opéra national de Paris mette in scena Philip Glass e sceglie la seconda opera della trilogia dedicata a uomini che hanno cambiato il mondo con la forza delle loro idee, dalla scienza alla politica alla religione (Einstein on the Beach (1976), Satyagraha (1980), Akhnaten (1984)).

Satyāgraha, da satya (verità, essenza vera) e agraha (perseveranza), è il pensiero politico di rifiuto della rivolta armata e anche della rassegnazione, teorizzato da Gandhi nel 1906 negli anni sudafricani: avendo subito la brutalità delle leggi discriminatorie e del colonialismo cercò una terza via fondata su una resistenza collettiva radicale non-violenta. Nulla a che vedere con un atteggiamento passivo, che sarebbe una forma di complicità con il male. Il conflitto non si evita, ci si confronta con gli avversari ma senza odio per gli oppressori, obiettivo è trasformare i meccanismi sociali ingiusti, non eliminare coloro che vi partecipano, perché nessuna forma di violenza può essere legittima o efficace. La ricerca della verità è esigenza morale ed esistenziale e richiede umiltà e tolleranza, coraggio e autodisciplina. Quanti movimenti per i diritti civili tra mobilizzazioni anticoloniali e antimilitariste si sarebbero ispirati alla Marcia del sale del 1930.

Per l’opera, Glass ha scelto di rappresentare sei avvenimenti storici chiave della lotta non-violenta, scelti tra i numerosi tratti dagli articoli di giornale scartabellati alla Gandhi Peace Foundation di Nuova Delhi, dove emerse anche il carteggio con Tosltoj (che già professava la non violenza attiva in chiave cristiana, volta a guidare un forte impegno contro le ingiustizie con la dolcezza). Il libretto, elaborato insieme a Constance De Jong, è tratto dal Bhagavadgītā e rimane in lingua originale, come a sottolineare il valore musicale delle parole. La scrittura orchestrale è quella tipica di Glass, all’epoca sperimentata da oltre un decennio con il Philip Glass Ensemble (1+1 è del 1968, Music in Twelve Parts è degli anni 1971-74), tonale, su tempo regolare e figure melodiche semplici ripetute, principi elaborati già dagli anni Sessanta su influenze della cultura indiana appresa da Ravi Shankar e dell’arte basata sui processi (Glass era assistente di Richard Serra). Qui abbiamo legni a 3, archi al completo, un organo elettrico, niente ottoni né percussioni, diretti dal grande Ingo Metzmacher. Le voci sono vibranti.

L’azione scenica è affidata a Bobbi Jene Smith e Or Schraiber, provenienti dalla mitica Batscehva Dance Company di Martha Graham: poiché la non-violenza non è rifugio dalle paure ma espressione di forza, è con il movimento che meglio si esprime la sua potenza attiva. «È un richiamo all’azione e una lezione energica che si fa sentire ancora di più ai nostri giorni», dice la Jene Smith, che ha tradotto l’azione, lo sforzo e la devozione in meravigliosi gesti astratti da abluzioni e rituali o costruiti su torsioni con gli stessi criteri compositivi della musica, delle strutture ripetitive e dei processi additivi, la cui forza emotiva accresce senza soluzione di continuità con l’evolversi del tempo, con 12 danzatori strepitosi tra cui Jonathan Fredrickson e Awa Joannais, fino al girotondo quasi infinito nel secondo atto che coinvolge tutti quanti.

Se in questa produzione la dimensione universale della lotta è sottolineata dalle folle ed eliminando i nomi dei personaggi, rimangono riconoscibilissimi (spiccicati), in alto in scena e silenti a sorvegliare i fatti, il Mahatma Gandhi, Lev Tolstoj, Martin Luther King e Rabindranath Tagore.

Suggestivo l’inizio del terzo atto con coro da lontano in cui si illuminano i colori vivi dell’affresco di Marc Chagall a soffitto, che raffigura tra la tour Eiffel e altri riferimenti iconici l’universo del teatro con una quindicina di opere e balletti da Gluck a Stravinskij.

Per tutta la durata dello spettacolo non è volata una mosca né un colpo di tosse, fino all’ovazione finale che non finiva più. Se l’interrogativo in principio mirava all’influenza di Gandhi sul mondo politico contemporaneo, i drammatici riferimenti a Ucraina e Medio Oriente ci ricordano il senso stesso del teatro musicale, che narra come gli uomini vivono insieme. Per Jene Smith questa è «un’opera che dà speranza, che fa capire quanto l’amore sia più forte della violenza».


 

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