lunedì 31 marzo 2025

Benedetta Craveri


Craveri, Benedetta. – Francesista, critica letteraria e scrittrice italiana (n. Roma 1942). Nipote di Benedetto Croce e allieva di Giovanni Macchia, è considerata una delle massime studiose italiane di Lingua e letteratura francese, materia che ha insegnato presso l’Università della Tuscia e attualmente insegna presso l' Università degli Studi Suor Orsola Benincasa. Nel 2007 ha collaborato come docente invitata con l’Università della Sorbona. Dal 1976 al 1986 ha condotto il programma radiofonico culturale Spazio Tre. Le sue ricerche sono state incentrate soprattutto sulla letteratura francese del XVII e XVIII secolo, con particolare attenzione alla conversazione e al ruolo che vi hanno esercitato le donne, i suoi scritti, le sue monografie e saggi hanno avuto un grande successo di critica e pubblico, tradotti in diverse lingue. Tra le principali pubblicazioni si ricordano: Madame du Deffand e il suo mondo (1982), La civiltà della conversazione (2001, che ha ricevuto diversi premi), Amanti e regine. Il potere delle donne (2005), Maria Antonietta e lo scandalo della collana (2006), Gli ultimi libertini (2016), La contessa (2021, Premio Bagutta 2022). È stata membro del Consiglio scientifico dell'Istituto della Enciclopedia Italiana e collabora alle pagine culturali de la Repubblica, a The New York Review of Books e alla Revue d'Histoire Littéraire de la France. (Treccani)

Filippo Maria Battaglia
Le lettere, i cioccolatini e De Nicola: vi racconto mio nonno Benedetto Croce 
La Stampa, 31 marzo 2025

... Di sua madre Elena, il germanista Cesare Cases disse che fu «l’ultima levatrice di intellettuali».

«Era rabdomantica, intuiva le attitudini inespresse dei suoi interlocutori e li aiutava a prenderne consapevolezza. Oltre che la generosità, a spingerla era l’imperativo paterno di rendersi utile difendendo il patrimonio storico-paesaggistico e sprovincializzando la cultura dopo gli anni del fascismo».

E in effetti il suo salotto, a Roma, fu un crocevia della cultura europea contemporanea.

«Ma mia madre avrebbe odiato la parola salotto: per lei, erano incontri tra persone che avevano qualcosa di interessante da dirsi».

Fu lì comunque che Roberto Calasso, prima di diventare l’editore di Adelphi, incontrò il filosofo tedesco Theodor W. Adorno.

«Alla fine di quella conversazione, mia madre chiese proprio ad Adorno cosa pensasse di Roberto, allora ventenne. “Molto intelligente - le rispose - ha letto tutti i miei libri, persino quelli che non ho scritto”».

A sua madre si deve, tra l’altro, la segnalazione del Gattopardo di Tomasi di Lampedusa.

«Lesse il manoscritto, lo trovò notevole e lo diede a un suo grande amico, Giorgio Bassani. Il quale, dopo averlo letto, le telefonava ogni mattina, ribadendo: “Elena, è un capolavoro”».

Sempre a Roma, lei conobbe il poeta e futuro Nobel Iosif Brodskij che le ha poi dedicato le sue Elegie romane.

«Era in Italia per la Biennale del dissenso del ‘77, lo portai a cena da degli amici intellettuali. Ma nessuno gli rivolse la parola, nonostante in quei giorni fosse su tutti i quotidiani: una classica cosa alla romana. Per farmi perdonare, lo portai in giro per una splendida Roma notturna sulla mia Cinquecento. Finimmo a bere una camomilla in via Veneto alle due del mattino e diventammo amici».

In quegli anni lei aveva già iniziato a scrivere?

«Avevo curato l’edizione di poesie di André Chénier, su cui mi ero laureata con Giovanni Macchia, ma non osavo continuare: mi sentivo, e a giusto titolo, troppo inadeguata agli standard familiari».

Chi la spinse al suo esordio da saggista?

«Roberto Calasso: senza di lui non avrei scritto un rigo. Alla fine degli anni Settanta, gli proposi una scelta di lettere di una delle grandi epistolografe della Francia del ’700, Madame du Deffand. E lui, per tutta risposta, mi ingiunse di farne una biografia».

Di lì in avanti lei avrebbe scritto di molte protagoniste dell’Ancien Régime.

«Il contributo di quelle donne alla civiltà letteraria francese classica è indiscutibile. Furono loro a partire dal Seicento a dettare legge in fatto di lingua, di stile, di gusto, oltre che di buone maniere. Non solo determinando il successo degli scrittori, ma scrivendo loro stesse dei capolavori».

Nacque così quella «civiltà della conversazione» a cui lei, peraltro, ha dedicato molti anni e molte pagine.

«Era un ideale di socievolezza sviluppatasi sotto il segno dell’eleganza e della cortesia, che contrapponeva alla regola del più forte un’arte di stare insieme basata sulla seduzione e sul piacere reciproco».

Sembrano tutte cose lontanissime da oggi.

«La conversazione si basa sull’ascolto reciproco, implica due giocatori che si rimandano la palla. Oggi la parola d’ordine è il monologo autocelebrativo e, dobbiamo pur dirlo, quello dell’ipertrofia dell’io è uno spettacolo piuttosto noioso».

Giovani al voto


Lorenzo Pregliasco, Donne e uomini al voto sempre più distanti

la Repubblica Torino, 27 marzo 2025

C’è un fenomeno sociale che ormai da qualche tempo interessa studiosi, osservatori e giornalisti a livello internazionale: il crescente divario tra l’orientamento politico dei giovani uomini e delle giovani donne.

È una tendenza misurata in tanti Paesi diversi negli ultimi anni. Guardando a venti nazioni, l’Economist ha notato che laddove fino al 2014 ragazzi e ragazze avevano un posizionamento politico sostanzialmente sovrapponibile, dopo quel momento le due «curve» hanno iniziato a divergere. Già nel 2020 lo scarto era arrivato a 0,7 punti: se le giovani donne si collocavano in media a un 4,2 nella scala da 0 (molto progressista) a 10 (molto conservatori), gli uomini della stessa età erano a quota 4,9. Soltanto pochi anni prima il divario era appena di 0,2 punti. Sul «Financial Times» hanno preso in esame Corea del Sud, Stati Uniti, Germania e Regno Unito notando che, anche se non ovunque tempi e ritmo sono stati gli stessi, simile è stata la tendenza. Negli ultimi anni, tra gli under 30, l’orientamento politico maschile si è spostato a destra, quello femminile a sinistra. Conferme sono arrivate da recenti appuntamenti elettorali come le presidenziali Usa e il voto tedesco: Trump ha guadagnato terreno nella «Gen Z» maschile, mentre tra le pari età in Germania è esplosa la Linke. E l’Italia, in tutto questo? La banca dati Youtrend suggerisce che una tendenza simile stia prendendo forma. Guardiamo i valori registrati nel 2024 su un campione di under 35: il 34% delle giovani donne si colloca a sinistra o centrosinistra, ben 11 punti in più degli uomini (23%). Specularmente, a destra e centrodestra si identificano più maschi (31%) che femmine (20%).

Quali le cause? Varrebbe qui un invito mai abbastanza praticato: prima proviamo a vedere se i fenomeni esistono, poi interroghiamoci sulle ragioni. Un ruolo sembra averlo avuto il contesto culturale nel quale si sono affacciati alla partecipazione politica i giovani negli ultimi anni, densi di cambiamenti e accelerazioni. Lo stesso scenario che ha prodotto le mobilitazioni su #metoo, diritti civili e dintorni potrebbe aver «lasciato fuori» pezzi di una nuova generazione maschile, finendo con l’ispirare schemi valoriali divergenti e contrapposte bolle social. Ma fenomeni complessi non chiamano mai spiegazioni semplici: bisognerà riparlarne.

https://machiave.blogspot.com/2025/03/ragazze-e-ragazzi-al-voto.html



Marine Le Pen condannata




Se i giudici pronunciano una sentenza di ineleggibilità con esecuzione provvisoria, la sentenza avrà effetto immediato, anche se Marine Le Pen presenta ricorso. 

10:52 

Marine Le Pen e otto eurodeputati riconosciuti colpevoli di appropriazione indebita di fondi pubblici

La leader dell'estrema destra Marine Le Pen e otto eurodeputati sono stati giudicati colpevoli di appropriazione indebita di fondi pubblici. Le condanne saranno descritte singolarmente, ma non sono ancora note.

Anche i dodici assistenti processati insieme a loro sono stati giudicati colpevoli di ricettazione. Il tribunale ha stimato che il danno complessivo sia stato di 2,9 milioni di euro, in quanto il Parlamento europeo "si è fatto carico di persone che in realtà lavoravano per il partito di estrema destra".

I nove deputati e i dodici assistenti giudicati colpevoli hanno firmato  "contratti fittizi"  ed è evidente che all'interno del partito esisteva un  "sistema"  , ha dichiarato la presidente della corte, Bénédicte de Perthuis.  "È stato accertato che tutte queste persone in realtà lavoravano per il partito, che il loro parlamentare non aveva assegnato loro alcun incarico " ,  ha spiegato, "e che si spostavano da un parlamentare all'altro".

"Non si trattava di mettere in comune il lavoro degli assistenti, ma piuttosto di mettere in comune i bilanci dei deputati ", ha proseguito. "Sia chiaro: nessuno viene giudicato per essere coinvolto in politica, non è questo il punto. "La questione era se i contratti fossero stati eseguiti o meno ", ha detto il magistrato.

https://www.lemonde.fr/politique/live/2025/03/31/en-direct-jugement-de-marine-le-pen-la-dirigeante-du-rn-reconnue-coupable-de-detournement-de-fonds-publics-suivez-le-prononce-des-peines-en-direct_6588724_823448.html


Libération, aggiornamenti

  • La lettura della sentenza di Marine Le Pen è iniziata lunedì mattina poco dopo le 10 presso il Tribunale penale di Parigi. La leader del RN e i suoi 25 coimputati sono accusati di essersi appropriati indebitamente di 4,6 milioni di euro di risorse stanziate dal Parlamento europeo in un periodo di oltre dieci anni per finanziare (e arricchire) il partito e le persone che vi lavoravano.
  • Il presidente del tribunale ha annunciato che Marine Le Pen e otto eurodeputati sono stati giudicati colpevoli di appropriazione indebita di fondi pubblici, per una perdita complessiva di 4,6 milioni di euro. Anche il partito Raggruppamento Nazionale viene dichiarato colpevole. Si attendono ancora le condanne.
  • Al termine di un processo durato due mesi, a novembre la procura ha chiesto che Marine Le Pen venga condannata a cinque anni di carcere, di cui due con sospensione della pena, oltre a una multa di 300.000 euro e soprattutto a cinque anni di ineleggibilità con esecuzione provvisoria, come previsto dalla legge .
  • Marine Le Pen ha già annunciato che ricorrerà in appello in caso di condanna. Ma poiché la sanzione verrebbe applicata immediatamente, anche in caso di appello, a Marine Le Pen verrebbe impedito di candidarsi alle elezioni presidenziali del 2027.
12:15 pm

Le condanne cominciano a cascare. Julien Odoul, deputato per la Yonne, è stato
condannato a otto mesi di prigione con sospensione condizionale e a un anno di
ineleggibilità, senza esecuzione provvisoria, per aver ricevuto fondi pubblici rubati.

12:12 pm

Marine Le Pen ha lasciato l'aula del tribunale prima che venisse pronunciato il
verdetto.
 Il leader del RN ha lasciato improvvisamente il tribunale di Parigi, senza dire
una parola ai numerosi giornalisti presenti.

https://machiave.blogspot.com/2025/03/la-debolezza-del-delfino.html

Il mito della saggezza perduta

 


L'Italia diventa sempre più, se non lo è già, un paese di vecchi. Gente che non ha la forza, le risorse e gli elementi per immaginare il futuro. Che cosa fa allora questa gente? Torna ossessivamente al passato, a un passato che non passa. Si comporta come quel giocatore che in Dante dopo aver perso una partita ripensa alle diverse mosse e si chiede dove ha sbagliato: 
Quando si parte il gioco de la zara,
colui che perde si riman dolente,
repetendo le volte, e tristo impara
Purgatorio, VI, 1-3
Quello che il giocatore cerca di ritrovare è il momento in cui è stato abbandonato dalla fortuna. La zara era un gioco d'azzardo. La storia, stando a Machiavelli, è solo per metà soggetta alla fortuna.
 La domanda che un eroe vero o presunto dovrebbe porsi riguardo a una vicenda umana passata non è "quando la fortuna mi ha abbandonato", dato che la fortuna non dipende da lui. La domanda più giusta sarebbe invece un'altra: dove, in quale momento, in quale fase della vicenda, ho sbagliato. 
Qui le cose si complicano, in quanto il vecchio che volge lo sguardo indietro mette volentieri tra parentesi il mutamento delle circostanze e torna con insistenza su ciò che a suo tempo aveva garantito il successo alla sua parte politica: l'importanza numerica crescente della classe operaia, che per di più aveva una compattezza derivante dal suo inquadramento assai esteso se non proprio prevalente nelle grandi fabbriche; l'esistenza di un ceto medio più o meno agiato che poteva guardare con fiducia al futuro; la divisione del mondo in due blocchi; l'organizzazione burocratica dei partiti; il ruolo rilevante svolto da figure sociali di riferimento, professionisti, intellettuali, conduttori televisivi. 
Tutto questo è venuto meno con il tempo. Non c'è quasi più la grande fabbrica. C'è una massa innumerevole di padroncini, lavoratori in proprio, autonomi. Il ceto medio è andato in pezzi, sono comparsi i nuovi poveri, aspiranti spesso a una sistemazione impiegatizia che non sempre giunge a compimento nella realtà. Ai partiti strutturati in modo stabile si sono sostituiti i più volatili partiti personali, e questo non è avvenuto per una scherzo del destino cinico e baro, sono cambiate le forme della convivenza, la televisione e poi i social hanno preso il posto della piazza. Una istruzione tanto mediocre quanto capillare nella sua distribuzione sul territorio ha condotto alla idea riassunta nello slogan dei Cinque stelle: uno vale uno. Che è poi, come ha di recente fatto osservare Giuliano Ferrara, il trionfo dell'uomo massa teorizzato da Ortega y Gasset: il signorino soddisfatto. 
I vecchi tuttavia non demordono. Se solo si guardasse di nuovo al lavoro come riferimento centrale! Eppure Aris Accornero aveva avvertito che ormai il lavoro è stato sostituito dai lavori. Inoltre per molti giovani la realizzazione personale conta ancora di più che l'ancoraggio al posto. Ma non importa. Quanto erano gloriosi i tempi in cui il lavoro dominava la scena della vita sociale! Perché quei tempi non ritornano? Alberto Asor Rosa che era stato un operaista scrisse nel 1977 un aureo libretto, Le due società. Puntava il dito sulla  divaricazione in atto tra garantiti e non garantiti. Aveva già scoperto gli sfigati che nel 2018 Luca Ricolfi avrebbe riproposto come categoria per spiegare il successo elettorale dei Cinque stelle. E la Dc, la gloriosa Dc, perché non ritorna? Farebbe tanto comodo ai vari Picierno, Ruffini, Boschi e altri sparsi frammenti del grande esercito svanito nel nulla. Ovvio: non ritorna perché non può tornare, non ci sono più le condizioni. Ma i vecchi non demordono, ed ecco le sedute spiritiche mascherate da convegni sull'esistenza del centro. Che ci sia ognun lo dice, dove sia nessun lo sa. 
Vecchietti di ogni età, ceto e orientamento, prima vi convincete e meglio sarà per tutti: il vostro tempo non è destinato a risorgere d'improvviso per un fortunato sortilegio. Il miracolo non si produrrà. Inutile perder tempo a inscenare danze della pioggia. Cercate di guardare avanti, se vi riesce. E soprattutto guardatevi intorno, c'è tutto un mondo che gira, continua a girare e che aspetta solo di essere da voi scoperto e valorizzato come merita.  







domenica 30 marzo 2025

Vilhelm Hammershøi



Ugo Nespolo, Trovare nel silenzio una forza creatrice, Il Sole 24ore, 30 marzo 2025

Sordi o pressoché tali, assordati malinconici per la noia e il fastidio senza posa – solo apparentemente innocuo – del rumore generato da quello che il mio amico Jean Baudrillard immaginava velenoso frutto della vista e del vivere gli anni after the orgy, quel terreno della simulazione e del vuoto dopo il Vanishing Point of Art sostanziato dal grado Xerox della cultura imperante. Ora davvero si vive e si soffre in toni diversi quella premonizione convincendoci che in realtà non si trattava soltanto di una forzatura sociologica dai toni apocalittici, un gioco cinico per disadattati, un veleno distruttivo immerso nell’insolubile confusionismo postmoderno.

Niente paura però. Il torbido futuro prefigurato per il mondo dell’arte, quello che Arthur Danto aveva definito (e credo sarà ad infinitum) Artworld, ha generato potenti antidoti per tentare sia pure con fatica, come scriveva Mario Perniola, di rinnovarsi continuamente ricorrendo a tutta una serie di mode più o meno effimere, quelle su cui molti studiosi già dagli anni 60 avevano gettato luce, proprio come ha fatto Jean Gimpel, chiedendosi se ci si trovasse ormai in anni in cui si poteva decretare la fine dell’Arte come Valore Assoluto e quindi che senso avessero ancora Arte e Artisti. Il rumore di oggi che ci assorda è un autentico corpo di schegge pungenti e dolorose i cui capitoli, proprio come in uno strutturato teorema, vivono avvinghiati e si nutrono di nullità teoriche, rigurgito dei rimasugli delle defunte storiche avanguardie proprio come in un riciclaggio perenne della propria storia, nutrito dell’arbitrarietà del prezzo come valore, dell’onnipotenza mercantile, della profonda falsità dell’idea di arte come investimento, relegando l’arte e la sua influenza nel sociale ad una marginalità totale per cui (ancora Baudrillard) è «come se l’arte si costruisse le proprie pattumiere e cercasse la redenzione nei propri rifiuti». Atterrisce in fondo, schiacciata dell’assordante rumore, la scomparsa di ogni spiritualità, valore raro e perduto come la strada del silenzio, la sola condizione carica di una moltitudine di valenze che, come scrive Leopardi, «è il linguaggio di tutte le forti passioni, dell’amore, dell’ira, della meraviglia, del timore».

Per queste ragioni e per molte altre conviene precipitarsi a programmare il viaggio a Rovigo dove nel fastoso Palazzo Roverella sino al prossimo 29 giugno è ospitata l’imperdibile mostra, curata con intelligenza e competenza da Paolo Bolpagni, di Vilhelm Hammershøi e di quelli che vengono definiti i «pittori del silenzio» tra Nord Europa e l’Italia.

Tanto da dire su Hammershøi a cominciare forse dalla sua pressoché totale cancellazione dal panorama artistico internazionale, una scomparsa, un vuoto lungo come lo spazio tra il 1918 e il 1981, assenza totale e riscoperta sulla quale si presume, manco a dirlo, giochi oggi un ruolo potente la foga del mercato. È il più grande e il più noto artista danese che in vita (muore il 13 febbraio 1916) aveva riscosso un vasto successo europeo, capace di influenzare artisti a lui coevi e della generazione successiva come chiaramente sa mettere in luce l’esposizione di Rovigo, una mostra che pone al centro, con attitudini diverse, il tema del silenzio e che Bolpagni indica come «declinazione del sentimento sfuggente ed enigmatico, sottilmente angoscioso» che trapela anche nelle opere di artisti italiani che ad Hammershøi faranno chiaro riferimento. Giannino Marchig, Umberto Prencipe, Giuseppe Ar e soprattutto Oscar Ghiglia.

Senza tema di andar lontano si può dire che il turbine creativo generato dal veloce susseguirsi delle storiche avanguardie in azione dai primi anni del Novecento avevano con violenza posto in ombra ricerche poco o niente classificabili proprio come quelle del pittore danese.

Né modernista né antimodernista, un artista non schiavo e vittima di roboanti manifesti o di teorie politico-ideologiche, lontano da gruppi stretti da credenze vincolanti. Hammershøi ha potuto lentamente riemergere solo negli anni 80 del Novecento con una grande retrospettiva a Charlottenlund e poi una sorta di riscoperta da parte del compianto critico statunitense Kirk Varnedoe che lo vuole nella serie di mostre a Washington, New York e Minneapolis nella rassegna «Northern Light: Realism and Symbolism in Scandinavian Painting 1880-1910». Oggi le mostre si susseguono senza tregua nei maggiori musei internazionali e portano con sé l’ansia generata da un clima fortemente introspettivo e mistico, sorta di raffinata speculazione intellettuale, quasi il desiderio latente di poter conferire alle opere la capacità di trasmutare il fisico in metafisico.

Sono interni domestici saturi di un trattenuto fascino simbolico, atmosfere scarne cariche di sospensione e di attesa quasi sempre composte con maniacale rigore geometrizzante, astrazioni e assenza di presenze umane luoghi che meglio di chiunque ha saputo indagare il filosofo ungherese László Földényi nel suo libro I luoghi della morte vivente, il cui saggio indaga i luoghi della malinconia più profonda, spazi in cui tutto è immobile, muto, in cui la vita e la sua assenza non si escludono ma si fondono, dove la vita è mortale e la morte vivente.

Come gli oggetti nelle opere di De Chirico che «compaiono quasi non fossero mai stati visti da essere umani», quelli in cui Max Ernst vede «un intero ambito del nostro mondo dei sogni che non siamo capaci di vedere e di intendere». Nelle opere di Hammershøi incontriamo fissità, solitudine, malinconia, immobilismo, la stessa impostazione concettuale alla base di tutte le esperienze teoriche, quanto utopistiche che, con le differenze dovute, percorrono il tema degli spazi delle città ideali, quasi sempre luoghi di alienazione e disperazione.

È proprio il silenzio, padrone delle opere di Hammershøi, a condurci in un viaggio introspettivo nutrito di abbandono, vaghezza d’animo, rapporti anima-corpo, spirito-materia dove sempre riverbera una forza creatrice, quella che Marsilio Ficino aveva definito malinconia generosa capace di dare sostanza e vita, opere e pensieri, quasi senza tempo.

Hammershøi dà l’idea di non sapere e potersi esprimere se non come corpo solitario e separato anche se ci piace pensare che anch’egli abbia deciso, proprio come Vincent in anni vicini, e lo scrive al fratello Theo, di vivere «...la via della malinconia attiva … e preferito la malinconia che spera, che aspira e cerca a quella che cupa e stagnante dispera».





Un luogo scomodo



Wiktoria Bielaszyn
Jonathan Littel, taccuino ucraino
la Repubblica, Robinson, 30 marzo 2025 

Che cos’è un “luogo scomodo”, come recita il titolo del suo ultimo libro?

«Babyn Jar (in Ucraina ndr) è un luogo in cui si sente la morte, ma sembra che nessuno se ne accorga. Vi ho trascorso molto tempo. Un bellissimo parco, diversi monumenti, la metropolitana, delle case residenziali. Il tutto costruito sul luogo di uno sterminio di massa di ebrei durante la Seconda guerra mondiale. Nel corso dei lavori di costruzione affiorano ancora mucchi di ossa umane. Tutto questo insieme crea uno strano spazio dove il passato, pieno di misteri, incontra un presente non meno imperscrutabile».

Quando si parla di luoghi gravati da una storia difficile vengono in mente i simboli che si vedono nelle città ucraine. Bandiere dell’Upa, (l’Esercito insurrezionale ucraino fondato dai nazionalisti), monumenti dedicati ai nazionalisti ucraini o a Bandera.

«Non appena si parla di nazionalismo radicale ucraino, di collaborazione con la Germania nazista e di vari crimini, si entra immediatamente nel campo dove si è affermata la propaganda russa, che oggi vuole convincerci che gli ucraini sono nazisti. Per me dire che gli ucraini sono nazisti a causa di Bandera è come dire che i francesi sono nazisti perché ci sono stati PétainVichy e tutto quanto è successo ottant’anni fa. Sia detto fra parentesi: la grande differenza tra la Francia e l’Ucraina è che in Francia il presidente, il primo ministro, il ministro degli Interni, la polizia – tutti collaboravano ufficialmente con i tedeschi, mettendo l’intera macchina statale al servizio dei loro vicini nazionalsocialisti. Tra le altre cose, mandavano gli ebrei nei campi di concentramento. In Ucraina, invece, si trattava di gruppi di miliziani che non rappresentavano nessuno se non se stessi: 200 mila fanatici. La maggior parte di loro non erano nemmeno fanatici, ma idioti guidati da fanatici. E questo sullo sfondo di cinque milioni di ucraini che hanno combattuto nell’Armata Rossa».

Secondo lei, come cambierà la politica della memoria in Ucraina?

«È uno dei paradossi di questa guerra. Prima dello scoppio dell’invasione su larga scala, in Ucraina c’erano grandi divisioni sulla questione della memoria tra Ucraina orientale e occidentale. In occidente si ricordava la cosiddetta resistenza, la lotta contro i sovietici e l’Upa. Nell’Ucraina orientale, invece, la maggior parte dei cittadini aveva qualche parente che aveva servito nell’Armata Rossa e combattuto contro i nazisti. L’invasione russa su larga scala ha in gran parte cancellato queste differenze. L’intero Paese è oggi unito attorno a un unico evento: gli ucraini che parlano ucraino, gli ucraini che parlano russo, i contadini, gli abitanti delle città, i cristiani, i non credenti – tutti i gruppi sociali sono stati compattati dall’esperienza del fuoco russo. Le estensioni dei cimiteri dimostrano che la distanza dal fronte non basta a proteggere dall’aggressione russa. E questo cambia completamente la natura del dibattito. Dopo la guerra, ne inizieranno altri. Anche su Babyn Jar».

È difficile immaginare dibattiti simili in Russia.

«Certo, in Russia la storia è distorta a livelli incredibili. Non si può discutere del patto Molotov-Ribbentrop, per aver espresso opinioni diverse da quelle ufficiali si può finire in prigione. L’Ucraina è una società aperta. Si può scrivere e pubblicare tutto quello che si vuole. Basta aprire l’Ukrainska Pravda, nota per le sue dure critiche al governo. Ci sono anche articoli sullo sterminio degli ebrei in Ucraina, io stesso ne ho scritti alcuni. Ogni società pone l’accento su quali dibattiti e quali questioni sono più o meno importanti in un determinato momento».

Perché allora, per i russi, le questioni con cui abbiamo a che fare oggi e di cui sono responsabili le autorità russe non sono abbastanza importanti da parlarne ad alta voce? So che quando lavorava in Cecenia durante la Seconda guerra cecena e voleva condividerne le storie con amici a Mosca, questi spesso reagivano con disinteresse o rifiuto.

«Oggi non ho amici in Russia. Ci abitano ancora dei miei conoscenti, ma tutti i russi a me vicini vivono in esilio e sono filo-ucraini. È anche importante ricordare che la repressione in Russia è molto dura. Si può finire in prigione per anni per aver parlato in pubblico di queste tematiche. In Russia si va in prigione, ad esempio, per aver donato 50 dollari alle organizzazioni umanitarie ucraine. O per aver esposto per strada uno striscione o un manifesto non gradito alle autorità. In pratica basta essere contro la guerra per venire imprigionati. La maggior parte dei russi rimasti nel Paese, come i loro antenati ai tempi dell’Unione Sovietica, si rifugia nell’“emigrazione interna”. Si concentrano sui loro amici, sulla famiglia, i vicini di casa, il cane, la casa, e stanno zitti. È una caratteristica molto russa, o meglio, sovietica. È così che si è vissuto per anni nell’Urss. I russi si fanno guidare da questo riflesso condizionato».

Ma anche gli ucraini abitavano in Urss.

«Certo, ma gli ucraini sono diversi. Hanno una storia, una tradizione, una mentalità diverse. E sono molto consapevoli di questa diversità. Se sei parte di un impero, sei inevitabilmente o colonizzatore o colonizzato. La parte colonizzata dell’impero non può permettersi il lusso di ignorare tutto ciò che fa il colonizzatore. Questo vale per qualsiasi impero, non solo quello sovietico, ma anche quello francese o britannico. Faccio un semplice esempio. Quante persone in Australia, fino agli anni ’70, hanno prestato attenzione al genocidio della popolazione indigena e alle rivendicazioni dei pochi sopravvissuti? Zero. È privilegio del colonizzatore ignorare le questioni complesse. I colonizzati, che erano repressi, non godevano di questo lusso. Credo quindi che in Ucraina ci sia sempre stato un atteggiamento molto più critico nei confronti dell’Urss. Lo stesso è accaduto negli Stati baltici o in Polonia, anche se ovviamente si tratta di storie abbastanza diverse, ma quello che voglio dire è che le società conquistate dall’Urss non avevano, all’epoca, motivi di soddisfazione – a differenza dei russi».

E Putin oggi può dirsi soddisfatto? In un’intervista rilasciata ai media russi indipendenti nel 2022, lei ha detto che “questa guerra sarà la fine di Putin”. Lo pensa anche oggi?

«Oggi non so. All’epoca ci credevo. Sono anche convinto che, se l'amministrazione Biden avesse agito in modo più deciso, il regime di Putin sarebbe caduto. Credo che le autorità statunitensi dell’epoca ne fossero consapevoli, ma che non lo volessero. Ora il regime russo ha il suo migliore amico alla Casa Bianca e questo cambia completamente la situazione». 

Ma la situazione in Russia non è migliorata drasticamente nel mese e mezzo trascorso dall’insediamento di Trump.

«È ovvio. Il regime russo è debole, si trova in condizioni molto più catastrofiche di quanto sostengano gli esperti. Lo si vede dal livello dell’inflazione, dai tassi di interesse che stanno salendo alle stelle. Lo vedo dal crollo delle aziende che non hanno legami con il settore militare. Ecco perché Putin vuole un cessate il fuoco con la stessa disperazione degli ucraini. Anche lui sta esaurendo uomini, attrezzature e armi. Le perdite dell’artiglieria russa sono state doppie nel 2024 rispetto al 2023. E se le spinte occidentali sul regime fossero continuate come negli ultimi due anni, anche senza far pressioni per la vittoria, la Russia si sarebbe trovata in guai seri nel giro di un anno o due. Il fattore Trump cambia tutto questo. Sarà un’enorme iniezione di ossigeno per il regime».

Data l’attuale storia d’amore tra lui e Trump, Putin potrebbe rimanere al potere ancora per molti anni. Che ruolo ha in tutto questo il presidente ucraino Volodymyr Zelensky?

«Non ne ho idea. Nessuno capisce Trump. Ci sono innumerevoli teorie sullo stato della sua psiche e della sua personalità, ma tutto ciò che sappiamo è che ha un approccio puramente negoziale alla politica e alla vita. E che non ha un’idea o idee coerenti che lo guidino. Un giorno è innamorato di Putin e il giorno dopo forse Zelensky, Starmer e Macron riusciranno a fargli cambiare idea. O forse no».

Secondo lei, è possibile? Lei ha detto che persone come Putin – e secondo gli esperti Trump vede le questioni geopolitiche in modo simile – considerano oggi l’Europa un giocatore debole. Lei, tra l’altro, ha anche paragonato l’Europa a “un ragazzo ingrassato a Coca-Cola”.

«Questo è vero sul fronte militare o tecnico. Le faccio un esempio: qualche mese fa, il capo delle forze armate francesi ha dichiarato davanti al Parlamento che, in caso di invasione su larga scala dell’Europa orientale da parte della Russia, la Francia avrebbe avuto munizioni sufficienti per quindici giorni. Quindi sì, l’Europa è debole. Ma ci sono altri segnali. Guardate il primo ministro britannico, le autorità francesi, l’attuale governo polacco e il signor Merz in Germania. Le loro dichiarazioni e le loro azioni offrono la possibilità che, forse, si arrivi finalmente a una configurazione delle principali potenze europee capace di costruire un forte complesso di difesa. Nel suo primo discorso dopo la vittoria elettorale, Merz ha chiarito che la situazione dell’Europa ora ha una dimensione esistenziale. L’ultimo tabù che i leader europei non vogliono ancora infrangere riguarda i beni russi congelati in Europa, stimati in circa 300 miliardi di euro. Tuttavia, credo che si arriverà anche a questo. La situazione è molto tesa, e lo rimarrà. Tutti in Europa si rendono conto della sua gravità. I leader europei sono consapevoli che se ci sarà un cessate il fuoco in Ucraina e Putin ricostruirà le sue forze, è molto probabile che gli Stati baltici e la Polonia saranno bersaglio diretto dei suoi attacchi nei prossimi tre anni. E che l’attuale livello di difesa, soprattutto se l’America ritirerà il suo contributo, sarà del tutto inadeguato a fronteggiarlo».

Molti esperti la contraddirebbero. Sento spesso dire che la Russia non oserebbe mai attaccare uno Stato membro della Nato.

«Il sogno di Putin è distruggere la Nato. È chiaro che un attacco a una Nato di cui l’America sia un membro a pieno titolo pronto a combattere, è per lui uno scenario impossibile. Ma una Nato di cui l’America si disinteressa è una questione completamente diversa.C’è un altro fattore, molto importante: Putin ha completamente convertito l’economia su binari di guerra, il che significa che l’unico motore dello sviluppo economico in Russia è l’esercito».

Probabilmente non ancora l’unico…

«Ci sono altre opportunità per esportare gas e petrolio, ma l’Europa sta dando un giro di vite alla cosiddetta “flotta ombra”. Quindi questo commercio sarà più difficile e non porterà alla Russia tanti introiti come prima. E non dimentichiamo le sanzioni, la mancanza di accesso della Russia ai mercati europei. Quindi la Russia svilupperà la sua economia di guerra, continuerà la produzione di armi. Per il primo anno o due queste serviranno a rimpiazzare le perdite, ma in seguito ci sarà un surplus. L’unica soluzione logica per sbarazzarsi dell’eccedenza è venderla - come fa la Corea del Sud, che produce costantemente armi perché è in perenne stato di allerta per un’eventuale guerra con la Corea del Nord – oppure utilizzarla. Per l’Europa, dalla Russia, arriverà quindi una minaccia naturale, meccanica. Se le sanzioni non saranno revocate e se ci sarà un cessate il fuoco tra Russia e Ucraina,  Putin non vorrà attaccare di nuovo l’Ucraina che, dopo tutto, si starà armando e rifornendo. Sarà logico per lui attaccare obiettivi “morbidi”, e questi sono i Paesi di confine della Nato, se gli Stati Uniti rifiutano o ritirano la loro protezione. Questo, per Putin, è un piano del tutto realizzabile».

Lei parla con grande sicurezza di unità e solidarietà europea, ma l’Unione Europea ha problemi e l’umore all’interno degli Stati membri è sempre più ambiguo.

«Ci sono tensioni, sono d’accordo, tuttavia gli unici Paesi apertamente filorussi in Europa sono due piccoli Stati e non molto importanti: Ungheria e Slovacchia. Tutti gli altri resistono alla narrazione russa».

L’aumento di popolarità dei partiti di estrema destra, molti dei quali fino a poco tempo fa noti per giudizi su Putin quantomeno poco chiari, non la preoccupa?

«Certo. L’aumento dei consensi per l’AfD è ovviamente molto preoccupante, ma l’AfD non è al potere. Non ha il controllo della situazione. L’Europa è sempre stata guidata da alcuni “motori”. Per molti decenni è stato il motore franco-tedesco. Penso che questo tornerà a funzionare, ma con la partecipazione della Polonia. Ci sarà quindi un blocco franco-tedesco-polacco nella difesa e nella sicurezza, che spingerà l’Europa in avanti. Anche gli scandinavi, con cui i polacchi sono in stretto contatto, sono un fattore molto importante. Sono direttamente coinvolti perché confinano con la Russia. Penso quindi che l’Europa potrà farcela - come sempre con difficoltà, come sempre con un’enorme quantità di controversie - ma questo processo si muoverà nella giusta direzione. La questione più importante riguarda però il ritmo, la rapidità con cui l’Europa può stabilire un equilibrio di potere per impedire a Putin ulteriori aggressioni».

Oggi parliamo di guerra. I suoi articoli e romanzi parlano soprattutto di violenza, di crimini di guerra. Una volta ha spiegato che ne scrive perché vuole arrivare a comprendere il criminale. Ci è riuscito?

«L’unica risposta che ho a questa domanda è nei miei libri. Una cosa che so per certo, e che non riguarda la violenza in sé ma la natura specifica dei regimi, è che questi sono come giganteschi iceberg. Sembrano massicci e stabili, ma si disintegrano in un attimo. Due settimane prima del crollo, tutti pensavano che Bashar Assad sarebbe rimasto per sempre, e poi improvvisamente il regime siriano ha cessato di esistere. Questi sistemi di potere sono in realtà estremamente fragili. Si sostengono grazie alla violenza e alla coercizione, ma non sono meccanismi che possono essere sostenuti all’infinito. Non hanno modelli per il trasferimento del potere; operano su una base di sostegno molto ristretta. Ecco perché ogni destabilizzazione è per loro una minaccia mortale per loro e perché Putin le teme così tanto.Per questo motivo non annuncia la mobilitazione generale, perché sa che potrebbe mettergli il popolo contro. Conta sul fatto che la maggioranza rimanga passiva. Ma si accorge della fragilità del suo potere: basta un piccolo sconvolgimento per far crollare l’intero sistema. Spero di vivere più a lungo del regime di Putin».

Come saranno oggi i ritorni delle persone che hanno commesso dei crimini?

«Nel caso della Russia, il livello del trauma e della violenza all’interno dell’esercito è inimmaginabile. Inoltre, l’alcolismo e altri fattori rendono un gran numero di queste persone incapaci di tornare a una vita normale: sono completamente devastate. E in Russia non esistono strutture che si occupino del loro trattamento psicologico. La Russia invia i soldati in Corea del Nord per la terapia perché non ha risorse per farlo nel proprio Paese. Anche dopo le guerre precedenti i problemi sociali associati ai veterani erano enormi - e ora lo saranno sempre di più. Ma molti dei meno traumatizzati torneranno semplicemente a una vita normale, a prescindere dai crimini commessi. Perché questa è la natura umana».

Cos’altro ha imparato sulla natura umana?

«Nelle persone troviamo sempre il bene e il male. In Europa abbiamo beneficiato di ottant’anni di insolita pace. Ma se guardiamo all’intera storia dell’umanità, si è trattato solo di una parentesi dorata. Quello che sta accadendo ora - il crollo dell’ordine mondiale e l’aumento dei conflitti - è piuttosto la norma. La differenza è che gli antichi Romani non avevano la possibilità di distruggere il clima o di annientare il mondo con armi nucleari. Noi possiamo fare entrambe le cose. Se sono pessimista non è perché i popoli combattono tra loro – questo è un fattore immutabile. Mi preoccupa di più il fatto che un sistema economico come il capitalismo possa distruggere completamente l’aria, l’acqua e la terra: le basi della vita. Entro la fine del Ventunesimo secolo, le possibilità di sopravvivenza potrebbero essere molto limitate. Questo è il vero problema di cui dovremmo preoccuparci. E tutte queste guerre e questi conflitti? Sono solo distrazioni da ciò che è più importante».

Enrico FranceschiniJonathan Littell: “L’Ucraina sarà la fine di Putin”
la Repubblica, 3 ottobre 2023

La scimmia nuda


Claudia Morgoglione
Desmond Morris: "Ragazzi, ora balla la scimmietta nuda"
la Repubblica, Robinson, 30 marzo 2025

Non c’era bisogno del
 tormentone di Francesco Gabbani al Sanremo 2017, con quel verso cult in cui «balla», per dimostrare che La scimmia nuda di Desmond Morris è più di un saggio zoologico e antropologico. È un bestseller da oltre venti milioni di copie vendute nel mondo. Un’icona pop, conosciuta anche da chi non lo leggerà mai. E un monito, attualissimo, sulla necessità di riconnetterci alla Natura: perché noi non siamo fratelli degli animali, siamo animali.

Infatti quando uscì, nel 1967, fece scandalo. Ma diventò un classico. Che ora l’autore, a 97 anni, riscrive in una versione per i giovanissimi intitolata La scimmietta nuda, in uscita per Bompiani in anteprima mondiale. In questa intervista, a cui risponde personalmente – e con tanto humour – malgrado l’età avanzata, svela che il suo capolavoro nacque per caso, «da uno scherzo durante una festa». E lancia un messaggio forte ai ragazzi: «Non smettete mai di porvi domande. Nemmeno quando sarete molto anziani come me». 

Mister Morris, il suo “The Naked Ape” non invecchia mai: ce ne racconta l’origine?

«All’epoca stavo studiando il comportamento degli scimpanzé e riferii a un giovane editore, incontrato a un party, la mia intenzione di diventare il primo zoologo della storia a scrivere un libro su quella strana specie, l’animale umano. E dissi che l’avrei intitolato La scimmia nuda. Stavo solo scherzando, ma lui mi prese sul serio e continuò a scrivermi, anno dopo anno, dicendo: “Dov’è la scimmia nuda?”».

Illustrazione di Sergio Ruzzier da La scimmietta nuda di Desmond Morris (Bompiani)

Illustrazione di Sergio Ruzzier da La scimmietta nuda di Desmond Morris (Bompiani)

 

Lei però non era convinto?

«Avevo paura di scriverlo perché sapevo che mi avrebbe messo in ogni sorta di guai. Ma poi, un giorno, decisi di occuparmene. Avevo quattro settimane di ferie a novembre del 1966, lavorai senza sosta e lo consegnai al mio editore a Natale. Era la mia prima (e ultima) bozza del testo e non ne esisteva alcuna copia. Lui la prese, la lesse e mi chiamò per dirmi “questo saggio ti cambierà la vita”. Sul momento non gli credetti, ma dopo che ne sono state vendute 20 milioni di copie ho dovuto ammettere che aveva ragione».

Il libro aiuta a capire da dove veniamo e cosa siamo: per questo ha deciso di scriverne una versione per giovanissimi?

«Se comprendiamo la nostra natura biologica, allora abbiamo gli strumenti per affrontare la vita. Siamo ancora influenzati dai nostri antichi impulsi animali, e li ignoriamo a nostro rischio e pericolo. Abbiamo trascorso un milione di anni evolvendoci come animali tribali e siamo ancora tribali oggi, anche se viviamo in grandi città. Oggi la tua tribù si trova nella tua rubrica, ma il senso resta lo stesso».

Illustrazione di Sergio Ruzzier da La scimmietta nuda di Desmond Morris (Bompiani)

Illustrazione di Sergio Ruzzier da La scimmietta nuda di Desmond Morris (Bompiani)

 

A proposito di rubriche, oggi i ragazzi trascorrono tanto, troppo tempo al cellulare e al computer: come possiamo attirare la loro attenzione su qualcos’altro?

«Uno dei vantaggi di passare il tempo al cellulare o al computer è che si evitano gravidanze indesiderate! Lo svantaggio è che si perde il contatto con le gioie del cinema, della tv, dei libri, delle riviste e dei giornali, e il divertimento di stare con altre persone. Ma queste altre attività sopravviveranno, proprio come il teatro è sopravvissuto al cinema e il cinema è sopravvissuto alla televisione. E poiché baciare un computer ha un fascino limitato, anche la vita sociale sopravviverà. Il computer è una meravigliosa fonte di informazioni, ma non potrà mai sostituire l’emozione di un tenero abbraccio. Quindi non c’è bisogno di temerlo».

Com’è stata la sua giovinezza?

«Quando ero bambino, negli anni ’30 e ’40, non c’era la tv. Ma amavo il cinema, soprattutto durante la Seconda guerra mondiale, quando i film ti davano qualche ora di evasione. C’erano solo due canali radiofonici e li usavo per ascoltare musica pop, swing e jazz. Ho guadagnato i miei primi soldi suonando la batteria in una jazz band all’età di 16 anni. Tutti i batteristi adulti erano in guerra, quindi ho avuto la mia occasione».

Una vita dura, sotto il fuoco aereo nazista...

«Più di cento bombe furono sganciate sulla mia città. Uno dei miei ricordi d’infanzia più vividi è di quando andai al municipio per leggere le liste dei resti di corpi non reclamati dal bombardamento della notte precedente. Il padre del mio migliore amico a scuola era un becchino, quindi andavamo nella stanza dell’imbalsamazione per vedere tutti i corpi che bombe e pistole avevano fatto a pezzi. Trovavo questo profondamente scioccante, ma ero affascinato dalla bellezza delle parti interne del corpo. Ho iniziato a dipingere da adolescente e i miei quadri degli anni ’40 erano fortemente influenzati da queste bizzarre esperienze infantili. Mi facevano anche pensare che gli esseri umani adulti fossero impazziti. In una relazione scolastica scrissi che gli esseri umani erano “scimmie con il cervello malato”».

Ha poi cambiato idea?

«Da studente riuscii ad avere la mia prima ragazza e decisi che gli esseri umani non erano poi così male, dopotutto».

Ma l’assunto che non discendiamo dagli animali come sosteneva Darwin, lo siamo e basta, resta rivoluzionario.

«Da zoologo, considero gli esseri umani una specie animale affascinante. Non riesco a vederci come qualcosa di diverso dalle altre specie. Per alcune persone questo è una sorta di insulto, ma io amo gli animali: per me è un grande complimento».

Come ha accennato in una risposta precedente, oltre che scienziato lei è da sempre un pittore: quanto è importante l’arte nella sua vita?

«A 97 anni dipingo ancora nel mio studio ogni notte, da mezzanotte alle 4 del mattino. Non potrei andare a letto senza aver realizzato qualcosa di creativo».

Per concludere, dall’alto della sua esperienza, c’è un messaggio che vuole lasciare alle prossime generazioni?

«Non smettere mai di fare domande. La curiosità per l’affascinante mondo in cui viviamo è ciò che mi tiene in vita. Potrò anche aver vissuto 97 anni, ma ho ancora il cervello di un bambino curioso che si rifiuta di crescere. E che per questo non correrà mai il rischio di diventare un adulto annoiato e ottuso».