Maurizio Ferrera
La vera posta in gioco
Corriere della Sera, 29 marzo 2025
Perché molti europei non percepiscono la Russia come una «minaccia» da cui occorre difendersi? Una delle ragioni è la mancanza di informazioni sulla natura del regime politico russo e sulle motivazioni di Putin.
Durante la Guerra fredda, la minaccia era chiara. Si confrontavano due modelli, capitalismo e comunismo. In Europa, consistenti minoranze facevano il tifo per il secondo, ma i più ne avevano paura. In gioco c’era non solo la sicurezza fisica (per il rischio di una guerra nucleare), ma anche la salvaguardia di prosperità e benessere.
Il crollo dell’Unione Sovietica sancì la vittoria della triade capitalismo-welfare-democrazia. All’inizio del suo mandato, Putin stesso (ex funzionario del Kgb) avviò un processo di liberalizzazione interna e di appeasement esterno. Alcuni leader europei accolsero il presidente russo a braccia aperte (Berlusconi in senso letterale). Fu questa fase di ostentata amicizia a cambiare l’immagine della Russia nell’opinione pubblica, facendo svanire i suoi tratti minacciosi.
Nel corso degli anni 2000, Putin ha però cambiato postura. In un discorso del maggio 2005 in Germania, il presidente fece una affermazione diventata famosa: il crollo dell’Unione Sovietica era stato la più immane catastrofe geopolitica del Novecento. Si aprì così una nuova fase di confronto, accompagnato da una retorica di revanscismo neo-imperiale, nel nome della grande madre-Russia.
È tale svolta che ha riacceso il fuoco della minaccia. Per cogliere questo cruciale passaggio bisogna ricostruire correttamente fatti e motivazioni. L’interpretazione prevalente è che Putin dovette reagire all’adesione dei Paesi ex socialisti alla Nato. È vero che gli Stati Uniti avevano promesso a Gorbaciov nel 1990 che l’alleanza non si sarebbe allargata a est. Ma in quel momento esistevano ancora l’Urss e il Patto di Varsavia. Nel decennio successivo si verificò quel «mutamento fondamentale delle circostanze» che il diritto internazionale riconosce come motivo sufficiente per invalidare persino un Trattato, figuriamoci una semplice promessa. Sempre nel 1990 l’Unione Sovietica aveva peraltro aderito alla Convenzione di Parigi, che riconosceva ad ogni Stato la libertà di decidere in autonomia su come organizzare la propria sicurezza. Una libertà riconfermata dall’accordo Nato-Russia del 1997, firmato dalla nuova Federazione Russa. L’adesione alla Nato dei Paesi ex socialisti fra il 1997 e il 2004 (richiesta e ottenuta sulla base di procedure democratiche) fu dunque un atto politicamente e giuridicamente legittimo.
La svolta anti-occidentale di Putin fu principalmente una risposta alla sua crescente impopolarità interna e alla delegittimazione del regime. La rivoluzione arancione del 2004 in Ucraina, seguita dieci anni dopo dalla rivoluzione Euromaidan furono una sorta di «undici settembre» per l’establishment di Mosca: la modernità liberale stava guadagnando terreno in un Paese confinante, a lungo sotto il dominio zarista e poi sovietico.
Putin fu messo sotto attacco diretto anche a casa propria. Nei primi anni 2010, le principali città russe registrarono una inedita ondata di proteste anti-regime. Anche se limitata, la breve fase di liberalizzazione aveva fatto crescere un nuovo ceto proprietario, urbano e istruito, che chiedeva più diritti, più democrazia e soprattutto «una Russia senza Putin».
Il presidente rispose innanzitutto con una feroce repressione interna. Creò poi un nemico esterno, demonizzando gli Usa e la Ue. Infine, promosse la elaborazione di un nuovo collante ideologico, basato su simboli e valori del tradizionalismo russo-ortodosso, marcatamente anti-liberale e presentato come radicale alternativa a un modello occidentale «immorale e degenerato». Il dissenso delle nuove classi medie fu stroncato. L’invasione e poi annessione forzosa della Crimea (2014) e successivamente l’operazione speciale (in realtà un attacco militare di inaudita violenza) contro Kiev (2022) sono state la proiezione esterna di questa strategia.
Il dibattito pubblico italiano sorvola oggi sulla repressione del dissenso degli anni 2010, che raggiunse gli stessi livelli di quando c’era il Kgb. Come ai tempi della cortina di ferro, più di un milione di giovani russi scelse di fuggire ad Ovest. Quanto all’invasione dell’Ucraina, l’iniziale indignazione per le atrocità russe nei territori occupati ha lasciato il posto a una pilatesca equidistanza fra le parti.
Ma c’è di più. La strategia putiniana mira anche a destabilizzare le democrazie europee, tramite campagne di disinformazione, finanziamenti occulti alle formazioni sovraniste, interferenze elettorali, continui attacchi informatici. Il presidente è poi interessato a minare il progetto di integrazione europea, che oggi rappresenta l’esempio più avanzato al mondo di convivenza multi-nazionale basata sui principi liberali e democratici. È quasi superfluo aggiungere che l’arrivo di Trump ha peggiorato le cose. Senza la copertura militare Usa, l’Europa sta diventando un vaso di coccio all’interno di uno scenario internazionale sempre più insicuro e turbolento.
La discussione sulla difesa europea è tutta incentrata sulle contrapposizioni astratte fra pace o guerra, burro o cannoni, armi o sanità. Il risultato è che i cittadini non capiscono che cosa ci sia da difendere. Il territorio dell’Ucraina? I confini orientali della Ue? L’approvvigionamento energetico? La nostra sopravvivenza fisica? Nessuno dice che la posta in gioco è un’altra: la difesa (appunto) del modello europeo di civiltà. Un modello che ripudia la guerra, ma non può rinunciare a proteggere se stesso. E a opporsi con fermezza contro chi non si fa problemi a usare la violenza e confonde la giustizia con l’utile del più forte.
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