martedì 25 marzo 2025

I bassi salari




Elsa Fornero, Quei numeri più forti della propaganda
La Stampa, 25 marzo 2025

Lasciando riposare in pace i grandi che hanno ideato, reso possibile e iniziato il percorso verso l’Europa Unita e a cui l’Italia deve grande rispetto, parliamo, per esempio, dei dati sull’occupazione/disoccupazione e sui salari, anch’essi oggetto di aspre controversie, spesso strumentali, per l’appunto, alla propaganda. Cominciamo con il «tasso di occupazione», ossia la percentuale di persone «occupate» (secondo la definizione ISTAT, che include tutti i tipi di lavoro, anche quelli a tempo molto parziale, spesso involontario e perciò con retribuzione insufficiente a garantire un’autonomia finanziaria) sulla popolazione in età di lavoro (15-64 anni, anche se in Europa è ora più frequente riferirsi alle classi 20-65). Il tasso di occupazione è aumentato nel nostro Paese toccando, nel gennaio 2025, il 62,8%: un dato certo positivo anche se è difficile sostenere che sia «il livello più alto dai tempi di Garibaldi» quando quasi tutti gli italiani (non «aristocratici») dovevano lavorare per vivere, troppo spesso informalmente e senza alcuna garanzia. Il tasso di disoccupazione, a sua volta, si è ridotto scendendo al 6, 5% e anche in questo caso potremmo essere felici e contenti.

Questi due dati non bastano, però, a definire un quadro complessivo soddisfacente e meno che mai un quadro di cui essere «fieri». Perché? In primo luogo, perché se l’occupazione è migliorata da noi, è migliorata un po’ di più negli altri Paesi UE, con il risultato di un (sia pur lieve) aumento del differenziale a nostro sfavore rispetto alla media europea (8,7 punti percentuali) e con l’amarezza di trovarci agli ultimi posti in Europa per rapporto tra occupati e popolazione in età attiva. Ci troviamo, invece, tra i primi in classifica nel lavoro a tempo parziale, che sembra divenuto la forma di flessibilità preferita dalle imprese in luogo del lavoro a tempo determinato e di altri contratti «atipici».

In secondo luogo, perché, se è bene che la disoccupazione sia scesa, è ancora patologico il differenziale a sfavore dei giovani, che hanno una percentuale di disoccupati pari a 3 volte quella media (20% contro il 6,5 sopra ricordato). In terzo luogo, perché rimane stabile la percentuale di persone, soprattutto giovani e donne, in età di lavoro ma «inattive», cioè non occupate e neppure in cerca di lavoro perché dedite ad attività domestiche (le «casalinghe», termine spesso usato con scherno) o perché così scoraggiate da neppure cercarlo un posto di lavoro (neanche dopo l’abolizione del reddito di cittadinanza). Ebbene, insieme alla Romania, abbiamo il primato in Europa tasso di inattività: una percentuale che, pur essendo diminuita negli ultimi decenni, non sembra non riuscire a scendere sotto il 33%. Riuscire a portare stabilmente e dignitosamente nel mondo del lavoro giovani e donne che ne sono ai margini o esclusi, è una grande sfida. Ancor più se vinta senza ricorrere ai pensionamenti anticipati come si è fatto troppo spesso, anche nel recente passato, sulla base della convinzione – rivelatasi, come prevedibile, errata – che così se ne sarebbe facilitata l’occupazione. Naturalmente è ben possibile che una buona parte di queste persone lavorino in nero, il che ne riduce indubbiamente il rischio di povertà ma le rende vulnerabili a ogni azzardo della vita attiva e, naturalmente, alla scarsità di risorse nell’età anziana, dato lo stretto collegamento (via contributi sociali) tra i redditi da lavoro nel corso della vita e la pensione. Sappiamo dalle stime sull’evasione fiscale (circa 85 miliardi nel 2021, in diminuzione negli ultimi anni), che l’economia sommersa è uno dei mali storici dell’Italia; l’Istat l’ha stimata in circa 170 miliardi di euro nel 2022, soldi che avrebbero potuto generare qualche decina di miliardi di redditi da lavoro in più, maggiori entrate per lo stato e maggiore benessere e sicurezza economica per le famiglie. Il collegamento tra lavoro nero ed evasione fiscale sembra però sfuggire ai politici più propensi a ogni forma di condono.

E c’è, infine, la grande questione salariale, complessa ma non più rinviabile. Com’è ormai risaputo, l’Italia è l’unico Paese in Europa e tra i pochi nell’area OCSE che negli ultimi decenni ha sperimentato una diminuzione dei salari reali (ossia corretti per l’inflazione): – 3, 5% contro un più 30% e oltre di Paesi come la Francia e la Germania. Qui il discorso dovrebbe allargarsi ai cambiamenti del sistema produttivo: meno industria, più servizi «poveri»; prevalenza di piccole imprese, poco innovative, competitive solo con salari bassi, spesso incompatibili con l’istruzione e le competenze di lavoratori giovani e istruiti, che così emigrano. E alle difficoltà, in un Paese con alto debito pubblico, alta evasione e fisco gravante in misura sproporzionata sul lavoro dipendente, di utilizzare la leva fiscale per alzare i salari netti di imposta.

E così il cerchio si chiude, svelando una complessità reale sulla quale la propaganda, che spezza il tutto in frammenti di «pseudo-verità» con i quali illudere gli elettori, ha buon gioco, almeno nel breve termine. Si chiama «populismo» ma si dovrebbe chiamare «inganno». Naturalmente, finché dura.


Giovanni Turi, "Due lavori per 900 euro, sopravviviamo a fatica, da anni niente ristorante", La Stampa, 25 marzo 2025

"Lo faccio soltanto per i miei figli". Voce rotta dall'emozione, Nunzia Calzone, 52 anni, ha due lavori part-time. Nata a Briatico (provincia di Vibo Valentia), da poco più di 24 anni a Torino. A fine mese appena 900 euro. Di mattina Nunzia lavora per due ore e mezza in un'impresa di pulizia: giusto 280 euro. Poi corre nelle mensa scolastiche e si infila il camice. Per 4 ore e mezza prepara e distribuisce i pasti alle materne. Due ditte separate, due Certificazioni Uniche diverse da presentare al termine dell'anno. "Una mazzata, quel poco che mi resta lo verso tutto lì". Subito dopo la voce riprende forza. E va a fondo della sua situazione. "In pratica lavoro per pagare le bollette e le spese alimentari - dice -. Ho un mutuo che divido con mio marito che è docente. I nostri stipendi insieme ci permettono di sopravvivere".
Nunzia fa spallucce. "Non mi piango addosso, ma mi arrangio come posso", sospira. Come? "I miei figli frequentano l'università e uno dei due va avanti con una borsa di studio che finanzia completamente il corso di laurea". I toni si scaldano. "Se per caso c'è una spesa dal dentista, ci penso 50 volte prima di andarci - sottolinea-. Le bollette di luce e gas sono ormai un salasso. E in casa razioniamo il cibo: prima del Covid riuscivamo a mangiare con 100 euro a settimana. Oggi con la stessa cifra, a parità di acquisti, la spesa dura appena tre giorni". Sono le 19. Nunzia riabbassa i toni. Parla di nuovo a fil di voce, mentre pulisce le pentole in casa. Lei ha "la terza media", confessa con un misto di orgoglio e di vergogna. "Appena ho preso il diploma, mio padre è morto e noi figli, che eravamo in 8, ci siamo rimboccati le maniche". Da allora, Nunzia non ha mai detto di no a qualsiasi proposta occupazionale. Qualsiasi lavoretto fosse nei campeggi o nei locali nelle zone di Vibo Valentia: dai bagni ai fornelli. "Arrivata a Torino con mio marito ancora precario, ho accettato di fare la cuoca nelle mense - dice -. Poi sono diventata mamma. Senza appoggi familiari sono dovuta uscire dal lavoro per poi rientrarci. E adesso mi ritrovo così. E pensare che mi ero ripromessa di riprendere gli studi...". Gli studi che sostiene con forza ai suoi "ragazzi". "Lo meritano, devono vivere il loro percorso con serenità", continua a ribadire. Ma le difficoltà economiche restano. "ci scherzo su con le colleghe - dice - anche se c'è poco da ridere. Molte di loro hanno figli piccoli. Facciamo rinunce di ogni genere: ottimizzo gli acquisti dei vestiti. Una cena fuori con mio marito non rientra nei nostri piani da anni". Vacanze? "Non è nel nostro vocabolario. Spero sempre di tornare a riabbracciare i miei fratelli. Prendermi un mese di vacanza nella mia terra. Ma è davvero dura".-

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