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giovedì 16 luglio 2026

I presidenti squilibrati

Goffredo Buccini
Un Caligola alla Casa Bianca

Corriere della Sera, 16  luglio 2026

Chi diavolo gli aveva spostato i mobili della stanza? Perché mai camerieri e facchini dell’albergo fingevano di non conoscere l’inglese? Nella primavera parigina del 1919, all’hotel du Prince Murat di rue de Monceau, qualcosa di definitivo avvenne nella testa di Woodrow Wilson, ventottesimo presidente degli Stati Uniti: i postumi dell’influenza spagnola ne squarciarono l’equilibrio, consegnandolo alle allucinazioni. L’idea di essere circondato di spie francesi pesò, e molto, sul Trattato di Pace di Versailles. Un ictus, successivamente nascosto al Congresso e all’opinione pubblica americana dalla moglie Edith e dal medico di fiducia Grayson, consegnò poi per un anno Washington al cosiddetto «governo della sottoveste». Con esiti gravi sull’assenza Usa nella nascente Società delle Nazioni.

E con una traiettoria di occultamento che ricorda, in tempi a noi assai prossimi, l’operazione di copertura del decadimento mentale di Joe Biden, messa in atto per almeno un anno e mezzo dalla moglie Jill, dal figlio Hunter e, naturalmente, dal medico fidatissimo, Kevin O’Connor: mentre Biden inciampava e biascicava, confondeva Zelensky con Putin, Mitterrand con Macron, sosteneva di avere parlato nel 2021 con Kohl (morto quattro anni prima) e discusso dei guai di Gaza con «il presidente del Messico Al Sisi» (che è egiziano), il buon dottore ne certificava (ancora a febbraio 2024) la piena abilità «ad adempiere ai suoi doveri». Se il 47esimo presidente degli Stati Uniti è oggi Donald Trump, una quota non piccola di responsabilità nella storia grava su O’Connor.

Quanto conta, dunque, in America, l’equilibrio del Potus (il President of The United States?). Molto, moltissimo, assai più che dalle nostre parti quello di qualsiasi premier o capo di Stato. La sua salute dovrebbe essere tema pubblico, riguarda tutti. Perché il presidente è, di fatto, un imperatore pro-tempore (Arthur Schlesinger jr. coniò negli anni Settanta l’espressione di «presidenza imperiale», riferendosi all’espansione del potere esecutivo iniziata con Richard Nixon: un meccanismo che trova nell’era Maga una sua estrinsecazione così forte da sfiorare l’eversione). È quindi del tutto logico che l’ombra di Caligola o di Eliogabalo, insomma, lo spettro dell’imperatore lunare o dispotico, malinconico, crudele o stravagante, si aggiri periodicamente nelle stanze della Casa Bianca. Persino in termini di pericolo non attuale ma solo possibile. Lo scrutinio sul presidente può coinvolgere infatti anche gli aspiranti alla carica.

Lo scoprì sulla sua pelle Barry Goldwater, impallinato nel 1964 da un questionario della rivista Fact al quale 1.189 psichiatri (su 12.356 interpellati) risposero che il candidato dell’estrema destra contro Lyndon Johnson era «instabile», «immaturo», «codardo», «psicotico», «assassino di massa», «immorale» e anche un po’ nazista, poiché si sussurrava di una visita a Berchtesgaden, la residenza montana di Hitler. Il problema è che nessuno di costoro aveva mai visitato Goldwater. Le diagnosi si basavano sui suoi interventi pubblici, erano opinioni politiche. Goldwater vinse una causa per diffamazione, perse la Casa Bianca. L’associazione degli Psichiatri Americani ne ricavò la «Goldwater Rule», tuttora in vigore, che vieta diagnosi pubbliche su figure politiche non visitate di persona. Una norma che, a tutta evidenza, ha esplicitato i suoi effetti proteggendo ieri Biden e, oggi, Trump, le cui bizzarrie hanno varcato da tempo la soglia d’attenzione.

L’alone buio d’un male oscuro non ha risparmiato grandi della storia recente. Nixon riconosceva di essere «un paranoico», stilava liste di nemici tra giornalisti e anchorman, ancor prima del Watergate intercettava le linee telefoniche di membri dello staff per scovare la fonte di fughe di notizie sui bombardamenti in Cambogia. Era anche un marito violento? Il Pulitzer Seymour Hersh narrò di avere saputo che la moglie Pat era finita al pronto soccorso dopo un pestaggio nell’agosto 1974 e ammise di avere taciuto la notizia. Non esistono conferme, la famiglia ha sempre negato.

Ronald Reagan pendeva invece dalle labbra della sua Nancy. Talvolta troppo. Nell’84, a una domanda sul controllo degli armamenti, rispose farfugliando, finché lei intervenne, «stiamo facendo del nostro meglio», formula che l’anziano presidente ripeté alla lettera. Quell’autunno, il dibattito per le presidenziali contro Walter Mondale fu una montagna da scalare. Reagan ce la fece con una battuta che passò alla leggenda: «Non intendo fare dell’età un problema in questa campagna. Non ho intenzione di sfruttare, per fini politici, la giovinezza e l’inesperienza del mio avversario». L’alzheimer, che forse già gli scavava dentro, gli fu diagnosticato solo molti anni dopo.

Naturalmente, questa lunga storia americana diventa quasi una premessa al nostro presente caotico, dove il Presidente-joker, l’imprevedibile Distruttore di alleanze, equilibri e decenza politica ha già generato interrogativi enormi sulla sua sanità mentale. La questione è argomento di tendenza su Internet sin dal primo mandato. Opinionisti e comici del Saturday Night Live hanno consultato a lungo il «Manuale statistico e diagnostico dei disturbi mentali», concludendo che Trump soffre di un disturbo narcisistico della personalità. Non serviva un manuale, direte voi. Allen Frances, professore emerito alla Duke University, ammonisce tuttavia i 50 mila colleghi che all’alba del trumpismo di governo chiesero con una petizione di superare la Goldwater Rule per un «maggiore interesse nazionale» invocando l’articolo 4 del XXV Emendamento, quello che consente la rimozione dall’incarico di un presidente fuori di sé. «Essere un narcisista di prima categoria non fa di Trump un malato mentale», spiega Frances in L’America di Trump all’esame di uno psichiatra: «Trump è una minaccia per gli Stati Uniti, e per il mondo, non perché clinicamente pazzo, ma perché davvero pessimo», è un problema politico, non materiale da psicanalizzare. Di certo, è materiale pericoloso.

Nel 2017, Gary Cohn e Rob Porter, i suoi più stretti collaboratori del tempo, facevano a gara nel sottrargli gli ordini esecutivi più sconsiderati dalla scrivania: volatile come sempre, in pochi minuti lui li dimenticava, e Gary a fine giornata era solito dire: «Non conta ciò che abbiamo fatto per il Paese ma ciò che abbiamo impedito a Trump di fare». Poi si invecchia, si peggiora. E nel secondo mandato si scelgono solo yes man fedelissimi, nessun argine… La domanda, oggi più che mai, è attualissima dopo fiumi di meme demenziali diffusi nottetempo via Truth da un vegliardo insonne e rabbioso, rovesciamenti di posizione da un minuto all’altro, insulti dissennati, manie di persecuzione, dazi e ripicche. Mary, la nipote del Potus, sostiene che suo zio è un uomo amorale e dallo stato mentale compromesso. Ma magari sono ruggini di famiglia. Certo, un brivido ha attraversato la schiena dell’umanità quando a gennaio Trump ha scritto al primo ministro norvegese, ringhiando: «Considerato che il tuo Paese ha deciso di non assegnarmi il premio Nobel per la Pace per aver fermato otto guerre in più, non mi sento più in dovere di pensare esclusivamente alla pace». Chi siede al Resolute Desk?

venerdì 10 luglio 2026

Le ipocrisie sulla corsa verso il Colle

Ernesto Galli della Loggia
Le ipocrisie sulla corsa al Colle

Corriere della Sera, 10 luglio 2026

Solo con un alto grado d’ipocrisia si spiega il tono scandalizzato, quasi offeso, con cui l’opposizione e una parte dell’opinione pubblica hanno accolto le parole di Giorgia Meloni a proposito dell’elezione del prossimo presidente della Repubblica. Per aver semplicemente detto di augurarsi che questi provenga dalle file del centro destra e non del centro sinistra com’ è sempre accaduto finora. Subito si è alzato un coro di indignazione, di «cosa ci tocca sentire», di «signora mia...».

«Hanno gettato la maschera: ecco ciò a cui mirano — ha puntato il dito Elly Schlein — alla presidenza della Repubblica!». Niente meno! Come se alla sinistra, del Quirinale e di chi lo occupa non importasse e non sia mai importato nulla!

In realtà il clima politico, il nostro discorso pubblico, la società italiana nel suo complesso avrebbero tutto da guadagnare se smettessimo di avere un certo ritegno, chiamiamolo così, a dire e a dirci la verità su certe cose riguardanti il nostro presente e la nostra storia. In modo particolare la storia del potere italiano. Se una buona volta le parole e i pensieri espressi in privato o dietro le quinte coincidessero — non dico in tutto, ma almeno per una buona parte — con le parole e i pensieri destinati al pubblico.

Per accostarci alla verità cominciamo allora con il dire, ad esempio, che storicamente non ha molto senso evocare, al fine di smentire quanto detto da Meloni, l’elezione di Segni e di Leone — avvenute entrambe grazie anche al voto della destra missina e addirittura monarchica nel primo caso —. In quel tempo ormai remoto della prima Repubblica, infatti, il capo dello Stato, per i poteri che esercitava e per il modo di esercitarli, era cosa ben diversa dalla realtà odierna. Come sa bene chi conosce queste cose, con la presidenza Pertini e ancora più con quella di Cossiga, infatti, è iniziata una dilatazione, un’incidenza e soprattutto una progressiva autonomizzazione della carica di Presidente

che rende assolutamente imparagonabile con l’oggi quanto accaduto oltre mezzo secolo fa. Quando bastava una decisione della segreteria democristiana, come accadde per l’appunto con Leone, per far dimettere il capo dello Stato.

Nel passaggio dalla prima alla seconda Repubblica anche il carattere super partes e di garanzia dell’azione del presidente della Repubblica, che ne giustifica l’«irresponsabilità politica» decretata dalla Costituzione, è stato messo a dura prova. In almeno due occasioni. La prima, nel marzo del 1993, allorché, di fronte alla sorprendente minaccia di dimissione in blocco da parte dei magistrati della procura della Repubblica di Milano qualora il Parlamento avesse osato approvare un decreto legge del governo mirante a derubricare penalmente il reato di finanziamento illecito ai partiti politici — e quindi porre fine in pratica alle inchieste di Mani Pulite —, il presidente Scalfaro rifiutò all’ultimo momento di firmare il decreto in questione invocando una sua presunta incostituzionalità. E la seconda volta, nel gennaio del 1994, quando lo stesso Scalfaro, nonostante numerosi dissensi, decise di sciogliere le Camere elette neppure due anni prima come gli si chiedeva a gran voce da sinistra. In entrambi i casi due decisioni comunque dal fortissimo significato politico.

Che in realtà corrispondono perfettamente al ruolo di vero e proprio dominus del sistema politico istituzionale che l’evoluzione storica ha finito per assegnare al ruolo del Presidente della Repubblica. Evoluzione peraltro favorita dalla rilevantissima ampiezza dei poteri conferitigli dalla Costituzione, poi di fatto oggettivamente accresciuti dalla «irresponsabilità» di cui sopra e — elemento non meno rilevante — dal carattere riservato, non pubblico e manifesto, di molti suoi interventi ricadenti nell’ambito della cosiddetta «moral suasion». Naturalmente si deve dare per scontato che chiunque eserciti una tale altissima carica, da qualunque parte provenga, si senta tenuto a farlo con dignità, onore e imparzialità. Ma sarebbe davvero assurdo, oltre che impossibile, chiedergli di rinunciare al proprio passato, alle proprie idee, alle proprie simpatie e antipatie.

È dunque perfettamente logico e comprensibile l’interesse di ogni parte politica a vedere un proprio esponente salire al Quirinale. Menarne scandalo, ovvero immaginare che chi assurge alla suprema carica della Repubblica divenga per ciò stesso una sorta di essere disincarnato sottratto ad ogni qualifica politica, immaginare che un politico di antica data appena eletto possa diventare improvvisamente né di destra né di sinistra, è un’ipocrisia che non fa bene alla nostra vita pubblica.

Serve solo ad alimentare il retroscenismo e le illazioni dietro le quinte, e sulla scena pubblica, invece, un’atmosfera di conformismo ossequioso indegno di una democrazia.

martedì 24 marzo 2026

Alla ricerca dello sfidante

Stefano Montefiori
Francia, via alla corsa per il 2027: lepenisti in testa, cresce Glucksmann
Corriere della Sera, 24 marzo 2026

PARIGI Il giorno dopo le municipali, la politica francese valuta i risultati nell’ottica delle prossime elezioni, quelli più importanti: le Presidenziali della primavera 2027, quando Emmanuel Macron non potrà più presentarsi e la lunga fase di instabilità potrebbe concludersi.

Qual è la situazione degli attuali pretendenti all’Eliseo, dopo il voto di domenica? I favoriti dei sondaggi, Marine Le Pen e Jordan Bardella, vedono la loro posizione rafforzarsi perché lo sbarramento antirassemblement national è sempre più debole. Ed è sempre più forte la tentazione dei Républicains, la destra gollista, di andare verso un’unione con l’estrema destra. Due anni fa Éric Ciotti venne cacciato dalla guida dei Républicains per essersi alleato con Marine Le Pen. Ma adesso che Ciotti ha conquistato Nizza proprio grazie a una lista comune con i lepenisti, la sua «Unione delle destre» può servire da avanguardia per un’intesa su scala nazionale. Secondo il primo sondaggio (Harris Interactive) condotto all’indomani delle municipali, Bardella è dato largamente in testa, al 35% al primo turno. Sempre che sia lui a presentarsi e non Marine Le Pen, che spera ancora di vedere la sua pena di ineleggibilità ridotta in appello. Sentenza il 7 luglio.

Se la prima posizione sembra garantita per il candidato del Rassemblement national, che sia Bardella o Le Pen, i giochi restano aperti per la seconda posizione, quella che comunque offre l’accesso al ballottaggio e buone possibilità di vittoria finale.

Molto staccato al 18%, ma tornato in partita, l’ex premier Edouard Philippe. Il centrista Philippe sembrava potesse cadere a Le Havre e invece è stato ampiamente riconfermato sindaco della città portuale della Normandia; questo gli dà nuova spinta per continuare a puntare all’eliseo. Philippe è stato il primo a candidarsi, già nell’estate del 2024, quando ha consumato lo strappo con Macron che pure anni prima lo aveva nominato primo ministro. Dopo la dissoluzione, Philippe chiese le dimissioni di Macron e presidenziali anticipate. Alla fine Macron ha resistito, si andrà al voto per l’Eliseo solo l’anno prossimo, e bisognerà vedere se Philippe ci arriverà indebolito da una rincorsa forse troppo lunga.

Raphaël Glucksmann, esponente della sinistra moderata, esce rafforzato dalle municipali, perché ha enunciato con chiarezza una linea — «bisogna rompere con l’estrema sinistra di Jean-Luc Mélenchon» — che si è rivelata tutto sommato vincente. Divisa, la sinistra ha vinto, per esempio a Parigi e Marsiglia. Unita ha perso, per esempio a Tolosa. Lo stesso sondaggio dà Glucksmann al 14%, ben davanti al grande rivale Jean-Luc Mélenchon della France insoumise, fermo all’11%. Stasera peraltro è prevista una resa dei conti movimentata alla direzione nazionale del Partito socialista, perché le ambiguità pro-Mélenchon del segretario Olivier Faure potrebbero costargli il posto.

A destra il gollista Bruno Retailleau con il 7% è poco avanti al 5% di Eric Zemmour, il che potrebbe incoraggiare entrambi a mettersi sotto l’ala del Rn. Manca ancora un anno, altri nomi (Gabriel Attal, Gérald Darmanin) potrebbero scendere in campo. Ma la partita per scegliere lo sfidante di Bardella/Marine Le Pen è già cominciata.

venerdì 26 settembre 2025

Francia. Il sistema bloccato


Alessandra Coppola / Edwy Plenel
"Noi minacciati da destra e sinistra. Così nel 2011 abbiamo sollevato il velo sul caso
 
Corriere della Sera, 26 settembre 2025

I lettori possono stare tranquilli: «Le bonnet (il coprimicrofono, ndr) è un po’ scosso per essere stato gettato a terra da Carla Bruni-Sarkozy, ma sta bene», scrive ironicamente Médiapart. E lo storico fondatore, Edwy Plenel, 73 anni, rotto a ben altre provocazioni, al telefono con il Corriere prosegue sulla stessa linea: «Da oggi in poi non dirò più abbonez-vous, abbonatevi, ma abonnet-vous...».

Il caso del «berretto» di spugna rosso maltrattato dalla ex première dame viene sepolto così, da un sorriso sotto i baffi; a margine di una giornata storica per la politica e la giustizia francese, ma anche per questo sito di informazione (e soprattutto d’inchiesta) costruito nel 2008 da Plenel (dopo 25 anni da caporedattore a Le Monde) come una sfida alla grande stampa francese. E via via affermatosi come il terzo quotidiano online del Paese, oltre 230 mila abbonati, zero pubblicità, nessun investimento né ingerenza esterni.

Soddisfatto?

«Beh, non ci sarebbe stato questo processo senza Médiapart — risponde Plenel da Modena, dove presiede la giuria del Dig, il Festival di giornalismo investigativo —. Abbiamo fatto le prime rivelazioni sull’affaire Sarkozy-Gheddafi 14 anni fa; la Procura se n’è occupata due anni più tardi, e noi intanto siamo andati avanti anche con le nostre indagini».

Ruolo chiave l’ha avuto il Parquet national financier, istituzione giudiziaria creata a Parigi per combattere la grande criminalità economica e finanziaria...

«...messa in piedi nel 2013 dopo l’affaire Cahuzac (sottosegretario socialista alle Finanze durante la presidenza Hollande, condannato per frode e riciclaggio, ndr) sollevato ugualmente da un’inchiesta di Médiapart. Dimostrazione dell’importanza di un giornalismo e di una giustizia indipendenti, in una democrazia viva».

Nel caso del processo all’ex presidente Nicolas Sarkozy, qual è il cuore? Come lo riassumerebbe?

«Si tratta di un’enorme vicenda di corruzione. La condanna è stata inflitta in ragione di un’associazione criminale, che nel codice penale francese è quanto di più simile all’italiana associazione a delinquere di stampo mafioso. E cioè un’associazione il cui scopo è la corruzione, la regola è segreta, il fine sono i soldi, il potere».

L’inchiesta stavolta è arrivato fino al vertice assoluto dello Stato: un ex presidente della Repubblica. La stupisce?

«No, perché la Francia è una sorta di monarchia repubblicana, l’Eliseo una roccaforte che protegge chi la occupa. E Médiapart è diventato un sassolino nella scarpa di questa gente. Gli impediamo di accordarsi tra di loro e al fondo di essere protetti da un’aura d’impunità».

Al di là del gesto stizzoso della signora Sarkozy, avete nel tempo ricevuto minacce, pressioni?

«Sono stato anche attaccato fisicamente in un ristorante per alcune rivelazioni legate al #metoo (si riferisce all’attrice e regista Maïwenn, condannata a un risarcimento, ndr)... Ci sono stati degli atti violenti, ma anche una violenza verbale, da destra a sinistra. Sarkozy ha detto che siamo “una fabbrica di falsi”; per Mélenchon (il leader della France Insoumise, ndr) siamo un “giornalaccio”...».

Dal presidente Mitterrand, quando era a «Le Monde», passando per Hollande, lei — che pure viene da una militanza giovanile nella corrente trotskista del Partito socialista — non ha fatto mai sconti a nessuno. Meno che mai all’attuale capo di Stato Emmanuel Macron. Che cosa gli imputa?

«In modo quasi caricaturale, la volontà popolare è oggi a Parigi confiscata da una sola persona, che ha tutti i poteri. Compreso quello di non tener conto delle elezioni parlamentari e delle proteste, di agire senza contraddittorio».

Non è questa la forza del sistema presidenziale francese?

«Quel che voi in Italia considerate un generatore d’instabilità, il vostro sistema parlamentare, io lo vedo come una protezione, perché obbliga a una cultura del confronto, della discussione. Quella che in Francia sembra stabilità è invece debolezza, impasse. Che aggrava il sentimento generale d’impotenza. E produce collera. Di qui gli scioperi, le grandi manifestazioni di piazza e i movimenti come “blocchiamo tutto”. E nel disastro delle sinistre inconciliabili, l’ascesa anche da noi della destra estrema».

lunedì 30 giugno 2025

La democrazia senza la politica

Sabino Cassese
Ci sono più democrazie occidentali, ma sono più vuote

Il Sole 24ore, 29 giugno 2025

Aumenta il numero degli abitanti del pianeta che vive in regimi democratici, ma si svuotano le democrazie occidentali. La politica è spogliata di valore. Si registrano indifferenza e diffusione di sentimenti antipolitici. I segni di questa fase di passaggio delle democrazie sono molti e vanno dall’elettorato, ai partiti politici, alla prevalenza della democrazia costituzionale, all’europeizzazione.

I cittadini si allontanano dall’arena politica convenzionale, declinano la coesione elettorale e l’identità collettiva tra gli elettori. L’affluenza alle elezioni diminuisce, l’elettorato è volatile e imprevedibile. In secondo luogo, diminuiscono il numero degli iscritti ai partiti e il loro senso di appartenenza, aumenta la distanza tra partiti e elettori, sempre meno fedeli a causa del minore radicamento sociale dei partiti. I partiti sono sempre meno attenti all’integrazione, mobilitazione, aggregazione degli interessi e finiscono per rappresentare il governo nella società piuttosto che il contrario.

Tutto questo produce un aumento della componente costituzionale della democrazia (dei pesi e contrappesi), il ricorso a istituzioni non maggioritarie, un governo neo corporativo, in cui le politiche sono decise attraverso negoziati tra interessi e il coinvolgimento degli stakeholders, invece che con la partecipazione popolare. Contribuiscono a questo allontanamento dei partiti dalla società la disciplina legislativa dei partiti e il loro finanziamento pubblico. C’è, infine, una relazione tra l’integrazione europea e la crescente depoliticizzazione perché l’UE opera come una struttura in cui prevalgono le organizzazioni degli interessi e svolge una funzione di regolazione, piuttosto che di redistribuzione.

Quindi le democrazie sono sempre più alla ricerca di legittimità procedurali, registrano un disimpegno dell’élite, mentre perde peso la divisione tra destra e sinistra e si assiste a una presidenzializzazione della leadership politica.

Queste le conclusioni principali di una riflessione straordinariamente efficace, analitica, ben argomentata, fondata su un attento esame di tutti i dati disponibili, dello studioso irlandese Peter Mair, che è stato uno dei principali protagonisti della scienza politica contemporanea e ha insegnato all’università di Leiden e all’Istituto universitario europeo di Fiesole. Questo libro fornisce un contributo fondamentale alle trasformazioni in corso delle democrazie, certamente le più importanti da quando, nel 1835 e nel 1840, Alexis de Tocqueville analizzò la democrazia moderna e ne fissò i concetti principali. C’è ora da chiedersi se queste trasformazioni costituiscano soltanto una fase del ciclo di vita dei regimi democratici o, invece, rappresentino un segnale della sua definitiva obsolescenza.


Peter Mair

Governare il vuoto. La fine della democrazia dei partiti

Rubbettino, pagg. 198, € 18

lunedì 31 marzo 2025

Marine Le Pen condannata




Se i giudici pronunciano una sentenza di ineleggibilità con esecuzione provvisoria, la sentenza avrà effetto immediato, anche se Marine Le Pen presenta ricorso. 

10:52 

Marine Le Pen e otto eurodeputati riconosciuti colpevoli di appropriazione indebita di fondi pubblici

La leader dell'estrema destra Marine Le Pen e otto eurodeputati sono stati giudicati colpevoli di appropriazione indebita di fondi pubblici. Le condanne saranno descritte singolarmente, ma non sono ancora note.

Anche i dodici assistenti processati insieme a loro sono stati giudicati colpevoli di ricettazione. Il tribunale ha stimato che il danno complessivo sia stato di 2,9 milioni di euro, in quanto il Parlamento europeo "si è fatto carico di persone che in realtà lavoravano per il partito di estrema destra".

I nove deputati e i dodici assistenti giudicati colpevoli hanno firmato  "contratti fittizi"  ed è evidente che all'interno del partito esisteva un  "sistema"  , ha dichiarato la presidente della corte, Bénédicte de Perthuis.  "È stato accertato che tutte queste persone in realtà lavoravano per il partito, che il loro parlamentare non aveva assegnato loro alcun incarico " ,  ha spiegato, "e che si spostavano da un parlamentare all'altro".

"Non si trattava di mettere in comune il lavoro degli assistenti, ma piuttosto di mettere in comune i bilanci dei deputati ", ha proseguito. "Sia chiaro: nessuno viene giudicato per essere coinvolto in politica, non è questo il punto. "La questione era se i contratti fossero stati eseguiti o meno ", ha detto il magistrato.

https://www.lemonde.fr/politique/live/2025/03/31/en-direct-jugement-de-marine-le-pen-la-dirigeante-du-rn-reconnue-coupable-de-detournement-de-fonds-publics-suivez-le-prononce-des-peines-en-direct_6588724_823448.html


Libération, aggiornamenti

  • La lettura della sentenza di Marine Le Pen è iniziata lunedì mattina poco dopo le 10 presso il Tribunale penale di Parigi. La leader del RN e i suoi 25 coimputati sono accusati di essersi appropriati indebitamente di 4,6 milioni di euro di risorse stanziate dal Parlamento europeo in un periodo di oltre dieci anni per finanziare (e arricchire) il partito e le persone che vi lavoravano.
  • Il presidente del tribunale ha annunciato che Marine Le Pen e otto eurodeputati sono stati giudicati colpevoli di appropriazione indebita di fondi pubblici, per una perdita complessiva di 4,6 milioni di euro. Anche il partito Raggruppamento Nazionale viene dichiarato colpevole. Si attendono ancora le condanne.
  • Al termine di un processo durato due mesi, a novembre la procura ha chiesto che Marine Le Pen venga condannata a cinque anni di carcere, di cui due con sospensione della pena, oltre a una multa di 300.000 euro e soprattutto a cinque anni di ineleggibilità con esecuzione provvisoria, come previsto dalla legge .
  • Marine Le Pen ha già annunciato che ricorrerà in appello in caso di condanna. Ma poiché la sanzione verrebbe applicata immediatamente, anche in caso di appello, a Marine Le Pen verrebbe impedito di candidarsi alle elezioni presidenziali del 2027.
12:15 pm

Le condanne cominciano a cascare. Julien Odoul, deputato per la Yonne, è stato
condannato a otto mesi di prigione con sospensione condizionale e a un anno di
ineleggibilità, senza esecuzione provvisoria, per aver ricevuto fondi pubblici rubati.

12:12 pm

Marine Le Pen ha lasciato l'aula del tribunale prima che venisse pronunciato il
verdetto.
 Il leader del RN ha lasciato improvvisamente il tribunale di Parigi, senza dire
una parola ai numerosi giornalisti presenti.

https://machiave.blogspot.com/2025/03/la-debolezza-del-delfino.html

sabato 1 febbraio 2025

Il porcellinum al posto del premierato




web@gazzettadelsud.it (Redazione)

Si torna a parlare in maniera "prepotente" di legge elettorale. Un tema che spunta all'orizzonte in ogni legislatura e che ora rischia di entrare a gamba tesa nel confronto politico tra i partiti anche perché sembra sempre più sfumare l'idea della riforma costituzionale del premierato. L'ultima idea del presidente del Consiglio Giorgia Meloni è allora riformare per l'ennesima volta in questi ultimi anni, il sistema elettorale. E il costituzionalista messinese Michele Ainis lo ha già ribattezzato il Porcellinum. L'esperto giurista ha scritto un lungo post su Facebook pubblicando la foto dell'articolo di Repubblica dal titolo: "Sistema elettorale, con la legge di Meloni vince sempre la destra". Di seguito, ecco il post di Ainis:

"L’idea è in linea con le nostre (peggiori) tradizioni: scrivere la Grande Riforma senza scriverla, senza cambiare d’una virgola il testo della Costituzione. Introdurre un presidenzialismo «de facto», secondo la formula a suo tempo brevettata da Giorgetti, quando Mario Draghi sembrava in procinto di balzare da palazzo Chigi al Quirinale. E perché non anche un presidenzialismo «di diritto», messo nero su bianco nella Carta? Non era forse questa l’ambizione che ha generato il premierato? E non è adesso una sconfitta rinunziarvi?

Dipende. E comunque meglio perdere una battaglia oggi che la guerra domani. Il premierato sega i poteri di Mattarella, arduo sfidare l’uomo politico più popolare del Paese. In secondo luogo, culminerà in un referendum, con tutti i rischi del caso (Renzi docet). In terzo luogo, questa riforma ha aperto crepe nella maggioranza (vedi le critiche di Marcello Pera e vari altri), ma ha compattato le opposizioni, unite sul fronte del no. Da qui, a quanto s’apprende, la nuova strategia: ottenere il presidenzialismo senza dirlo, senza dichiararlo. Basterà riscrivere la legge elettorale, d’altronde l’abbiamo già cambiata quattro volte negli ultimi trent’anni.

Ma forse l’autentica ragione di questo colpo d’ingegno sta nel nostro ingegno nazionale, nell’inclinazione a scegliere la via più obliqua e più indiretta per raggiungere la meta. Parlarsi chiaro mai, da noi non s’usa. Né s’usa procedere osservando le regole costituite. Piuttosto le aggiriamo, fingiamo di rispettarle mentre invece le frodiamo, ne violentiamo l’anima. È il fenomeno della «fraude à la Constitution», come lo definì G. Liet-Veaux; e alle nostre latitudini si ripete di continuo.

Per esempio: la Costituzione richiede che le leggi siano approvate «articolo per articolo», allo scopo di garantirne l’omogeneità; ma per effetto dei maxiemendamenti ogni articolo si suddivide in centinaia di commi, sequestrando la libertà di voto dei parlamentari e rendendo le norme italiane del tutto incomprensibili. Senza dire dei decreti legge, strumenti eccezionali che i governi di destra e di sinistra hanno trasformato nel metodo ordinario della legislazione. O senza menzionare tutte le altre circostanze che passo dopo passo ci hanno proiettato in una capocrazia, una democrazia del capo.

Dal Porcellum al Porcellinum

Sennonché al capo non basta comandare; pretende anche un elisir di lunga vita, la garanzia di regnare incontrastato per tutta la legislatura. Da qui, dunque, l’idea di servirsi della legge elettorale. Come? Con un premio di maggioranza, per blindare il vincitore e porre in catene il vinto. Anzi due superpremi, a quanto pare: il 51% dei seggi alla coalizione di liste collegate che raggiunga il 35% dei voti; il 55% dei seggi se invece la coalizione tocca la soglia del 40%. È la riesumazione – sotto mentite spoglie – del Porcellum, la legge elettorale che a suo tempo la Consulta gettò nel cestino dei rifiuti. Un Porcellinum, potremmo definirlo. Ma è pur sempre carne di maiale.

Le osservazioni di Ainis

C’è allora un pugno d’osservazioni da lasciare sul taccuino. 

Primo: premi e cotillon non possono falsare la volontà degli elettori, drogando il loro voto. Se si desidera un’investitura chiara da parte del corpo elettorale, l’unica soluzione sta nel doppio turno, come avviene nei comuni. Ma a destra ne diffidano, temendo che quel sistema avvantaggi la sinistra. Come se non ci fossero migliaia di sindaci di destra fra i nostri campanili.

Secondo: se la nuova legge elettorale mira a introdurre, surrettiziamente, un regime presidenziale in luogo della nostra Repubblica parlamentare, allora quella legge è in contrasto con la Costituzione, è incostituzionale. Nessuna interpretazione estensiva o evolutiva delle sue norme può mai determinare un cambio di regime, altrimenti la Carta costituzionale diverrebbe carta straccia. Né basterà evocare il fantasma della Costituzione «materiale» per giustificare la violazione delle regole formali. Al contrario: il divario fra due Costituzioni – una scritta, l’altra praticata – offusca il sentimento stesso della legalità.

Terzo: «il meccanismo premiale è foriero di una eccessiva sovra-rappresentazione della lista di maggioranza relativa, compromettendo l’eguaglianza del voto». Sono le parole con cui la Consulta annullò il Porcellum (sentenza n. 1 del 2014). E con un premione del 15% dispensato dalla prossima legge elettorale? Le toccherà ripetersi, ma non le costerà fatica".

Cos’è il Porcellinum: la nuova legge elettorale tra stabilità e accuse di distorsione democratica

La politica italiana è nuovamente scossa dal dibattito sulla riforma elettorale. L'ultima proposta, ribattezzata "Porcellinum" dal costituzionalista Michele Ainis, si presenta come un tentativo di garantire maggiore stabilità al governo attraverso un sistema proporzionale con un forte premio di maggioranza. Tuttavia, l'iniziativa ha sollevato critiche e polemiche, soprattutto da parte dell'opposizione e di alcuni esperti di diritto costituzionale, che vedono nella riforma un rischio per la rappresentanza democratica.

Un sistema elettorale a favore della governabilità

Il cuore della proposta prevede un sistema proporzionale con un consistente premio di maggioranza per il partito o la coalizione che ottiene più voti. A questo si aggiunge l'introduzione dell'indicazione del candidato premier sulla scheda elettorale, un meccanismo che mira a rafforzare il ruolo dell'esecutivo senza dover ricorrere a una complessa revisione costituzionale.

Secondo le simulazioni, il sistema favorirebbe l'attuale maggioranza di destra, che potrebbe consolidare il proprio potere in Parlamento anche senza ottenere una maggioranza assoluta di voti. Un principio già presente nel "Porcellum", la legge elettorale del 2005 dichiarata incostituzionale per alcuni suoi aspetti.

Le critiche dell'opposizione e degli esperti

L'opposizione e diversi costituzionalisti denunciano il rischio di un ritorno a un sistema che altera la proporzionalità della rappresentanza, penalizzando le forze politiche minori e riducendo il peso effettivo del voto degli elettori. In particolare, viene contestata la possibilità che il premio di maggioranza assegni un numero sproporzionato di seggi alla lista vincente, creando una sproporzione tra voti ottenuti e seggi assegnati.

Alcuni analisti vedono nella proposta un tentativo di aggirare la necessità di una riforma costituzionale sul premierato, introducendo di fatto un sistema in cui il Presidente del Consiglio viene legittimato direttamente dal voto popolare. "Siamo di fronte a una legge che potrebbe alterare il principio di rappresentanza e dare un potere eccessivo all'esecutivo", ha dichiarato un noto esperto di diritto costituzionale.

Le prospettive politiche

Il governo difende la proposta sostenendo che l'Italia ha bisogno di stabilità politica e governi di lunga durata per affrontare le sfide economiche e sociali del Paese. "Non possiamo permetterci un sistema che generi continui ribaltoni e fragilità istituzionale. Questa legge darà finalmente certezze agli elettori", ha dichiarato un esponente della maggioranza.

Le forze politiche di centrosinistra e il Movimento 5 Stelle, invece, promettono battaglia, chiedendo una riforma che garantisca una maggiore rappresentatività e che non favorisca in modo evidente una sola parte politica.

Il dibattito sul "Porcellinum" è appena iniziato e si preannuncia acceso. Sarà il Parlamento, nei prossimi mesi, a decidere se questa riforma elettorale vedrà la luce o se dovrà essere accantonata di fronte alle pressioni politiche e sociali.

lunedì 15 agosto 2022

Chi ha paura di Giorgia Meloni?

 


 

Paola Di Caro, Corriere della sera, 14 agosto 2022

Meloni ricorda come il sistema a cui pensa FdI sia quello semi-presidenziale alla francese , che «Letta dovrebbe apprezzare peraltro, da amico ed estimatore della Francia...», e che era quello per cui l’allora presidente della Bicamerale D’Alema si schierò. Ma «anche nel 2013, quando al governo c’era Letta, praticamente tutto il Pd convergeva sulla proposta: da Veltroni, a Zanda a Finocchiaro a Prodi, a Bersani, perfino a Speranza! E oggi Renzi, non un esponente della destra, è favorevole».

Però una cosa è un sistema che nasce da un confronto tra schieramenti in equilibrio, altra la bandiera di una corazzata - quella guidata appunto da lei, Salvini e Berlusconi - che anche grazie a questa legge elettorale potrebbe imporre tutto ciò che vuole. «Questa legge elettorale — la replica secca — siamo stati gli unici a non votarla. Per il resto, noi cerchiamo il dialogo, abbiamo tutte le intenzioni di fare riforme il più possibile condivise, cercando di bilanciare al meglio i pesi e i contrappesi per un sistema che funzioni». Anche con un organismo ad hoc, tipo una Bicamerale? «Se c’è volontà di collaborare, perché no?», apre Meloni. Ma è chiara su un punto: «Se il Pd ne fa oggi un referendum, da una parte i buoni che vogliono tenere il sistema com’è e dall’altra i cattivi che vogliono il presidenzialismo, allora vedremo cosa scelgono gli elettori. Perché è la volontà popolare che conta».

Sul presidenzialismo

 

 

Giovanni Carpinelli, facebook, 27 settembre 2021

Il nodo irrisolto dell’autorità responsabile esiste da lungo tempo nell’ordinamento costituzionale italiano. In pratica dall’origine. Finché ha governato la Democrazia cristiana non si è arrivati a una designazione individuale, al vertice dello Stato si è venuto a trovare un gruppo ristretto e omogeneo di decisori che hanno garantito una certa continuità nell’azione, al di là dei cambiamenti minuti nella composizione dei governi. Al tempo stesso il sistema ha assunto un andamento consociativo soprattutto all’interno delle commissioni parlamentari. Nelle decisioni veniva coinvolto un ampio arco di partiti, quello che poi si chiamerà l’arco costituzionale. In questo quadro i comunisti hanno governato, sia pure in posizione subalterna. Il Pd fino ad oggi, e con le sole, parziali, eccezioni di Veltroni e di Renzi, ha mantenuto questo ruolo. Con Berlusconi si è giunti a un bipolarismo conflittuale. Nessuno dei contendenti è riuscito a collocarsi in una posizione egemonica come quella prima detenuta dalla Democrazia cristiana. Per superare determinati ostacoli sono stati varati con successo una serie di governi tecnici, Ciampi, Monti e ora Draghi. Al tempo stesso e già con Scalfaro si è venuto rafforzando il ruolo svolto dal Presidente della Repubblica. Ne è venuta fuori una sorta di presidenzialismo strisciante, o surrettizio come voi dite (e Cacciari con voi). A questo si contrappone la centralità attribuita al Parlamento dalla Costituzione medesima. Notate che un governo assembleare non è mai esistito e non è neppure pensabile. Si arriva sempre alla concentrazione del potere in qualche organismo ristretto. Nel parlamento attuale non esiste nulla di simile. Da qui la dittatura commissaria che con l'emergenza si impone nella forma del presidenzialismo surrettizio. Il fenomeno tende a ripetersi, ha qualcosa di fisiologico, è funzionale alla tenuta del sistema. Parallelamente la popolarità dei partiti è al suo minimo storico. Per un certo tempo anche la magistratura ha svolto un ruolo di supplenza. Al momento è chiaro che per questa via non si esce dalla crisi. Non c’è d’altra parte un partito che sia in grado di svolgere un ruolo egemonico, come fece a suo tempo la Destra storica. Draghi in una certa misura ha risolto a suo modo il problema. Sta svolgendo, di fatto, un ruolo egemonico. Ha un’ampia base di consenso. La sua è una legittimazione di tipo carismatico. Lascia aperto l’interrogativo sulla successione, sul dopo. La soluzione più equilibrata sta nel dare una veste costituzionale all’esercizio del potere carismatico. Il presidenzialismo dovrebbe servire a questo. Non bisogna avere il culto dei nomi che si danno alle cose. Il premier inglese esercita le funzioni di un presidente che governa, senza essere formalmente il capo dello Stato. In che modo si potrà passare, eventualmente, a un presidenzialismo sostanziale in Italia? Non è detto che Draghi debba per questo essere eletto Capo dello Stato. In tal modo, tra l’altro, perderebbe potere, se non ci fosse al tempo stesso una riforma della Costituzione. Si possono immaginare delle leggi ordinarie che attribuiscano nuovi e accresciuti poteri al presidente del Consiglio. Quanto ai contrappesi, il Presidente della Repubblica potrebbe mantenere il potere di sciogliere le Camere e acquisire inoltre quello di rappresentare a pieno titolo il Paese nel campo della politica estera. Ma qui si possono moltiplicare le ipotesi senza che si riesca a formulare una previsione plausibile. 

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Sabino Cassese intervistato da Carlo Bertini, La Stampa, 13 agosto 2022

«Non bisogna demonizzare il presidenzialismo, ma non si può neppure ignorare che il suo inserimento in un sistema costituzionale come quello italiano, richiede di non limitarsi a modificare i soli articoli della Costituzione relativi al presidente della Repubblica. Inoltre, più che ai progetti di riforma costituzionale, bisognerebbe prestare attenzione al personale politico e agli staff. Sono spesso i numeri due e in numeri tre che fanno la differenza, la loro cultura e la loro esperienza concreta».
Il fatto che la riforma indichi il presidente eletto come garante della Costituzione è una contraddizione? Come fa chi presiede il consiglio dei ministri, su mandato di una maggioranza, ad essere superpartes?
«Questa è una contraddizione nella quale si trova anche il semipresidenzialismo francese: se ne è avuta dimostrazione dopo la seconda elezione di Macron, durante la campagna elettorale per l'elezione dei membri dell'Assemblea nazionale».
Come mai questa riforma non ha mai visto la luce, anche se dal 1995 viene riproposta dalle forze di centrodestra che hanno governato in varie fasi? Forse perché il Paese non accetta il rischio di un ritorno all'autoritarismo?
«I due fatti nuovi dell'ultimo ventennio sono l'introduzione di un sistema presidenziale a livello regionale e locale, che ha prodotto una asimmetria di poteri, in particolare tra regioni e governo centrale. In secondo luogo, il crescente ruolo del Consiglio europeo, nel quale i presidenti del Consiglio italiani, sempre transeunti, finiscono per perdere peso. Non c'è dubbio, però, che il "timore del tiranno", cioè la paura che un presidente eletto possa sommare troppi poteri ed esercitarli in senso non liberale (alla Orban, per intenderci), limitando libertà di espressione e diritti fondamentali, sia ancora vivo, e prevalga sul bisogno di un "governo che governi". Nel valutare le istituzioni, bisogna tener conto della cultura amministrativa diffusa, della capacità di lavorare con gli altri, della padronanza delle nuove tecnologie, della scolarizzazione della società, del personale politico e di quello amministrativo».
A proposito, le sono parse commisurate le parole di abiura del ventennio fascista da parte della Meloni?
«Le risponde una persona che ha cominciato a studiare il fascismo nel 1953, otto anni dopo la morte di Mussolini e che ha scritto sei anni fa un libro intitolato "Lo stato fascista", oltre a molte altre analisi dei danni fatti all'Italia dalla dittatura. Ma anche delle importanti novità che vennero introdotte, specialmente subito dopo la grande crisi economica del 1929–1933 da persone come Beneduce, Menichella e Bottai, per fare soltanto tre nomi».
E dunque?
«Non dò tanto importanza alle distanze prese da Fratelli d'Italia rispetto al fascismo, quanto a quello che proporrà e poi realizzerà sui temi importanti del nostro Paese, e il nostro futuro, a partire dal tasso di scolarizzazione della nostra società (siamo tra gli ultimi in Europa, con le conseguenze che può immaginare per i nostri giovani) e dalla produttività totale dei fattori, l'indicatore del grado di efficienza complessiva dell'economia, diminuita negli ultimi tempi di più del 6 per cento». 

domenica 30 gennaio 2022

Il fallimento di una certa politica



Massimo Giannini, La bancarotta della politica e i costruttori di democrazia, La Stampa, 
30 gennaio 2022

Le coalizioni si sfarinano. Il centrosinistra ha vinto giocando di rimessa, con un numero di

Gran
di Elettori non certo determinante. Per Letta, Mattarella è stato "il massimo" fin

dall'inizio. In subordine, c'era Draghi. Uno schema un po' statico, a tratti rinunciatario, ma

che alla fine ha dato i suoi frutti. Le correnti restano e pesano, ma almeno stavolta il

compromesso è stato virtuoso. Il centrodestra come l'abbiamo conosciuto finora, al

contrario, non esiste più. Ha dissipato un gigantesco capitale, prima prigioniero del

velleitarismo berlusconiano, poi vittima dell'avventurismo salviniano.

Le forze populiste e sovraniste che trionfarono nel 2018 hanno fallito la prova di maturità.

Sul fronte Lega, Capitan Salvini si è illuso di poter dare la spallata, senza avere né i nomi né

i numeri per farlo. In molti abbiamo pensato che ci fosse del metodo nella sua apparente

schizofrenia. Forse ci siamo sbagliati. Ora la sua leadership è in pericolo. Non voleva

Mattarella, voleva dare il benservito a Draghi, e alla fine se li ritrova tutti e due. La Lega

governista, da Giorgetti ai governatori regionali, gliene chiederà conto. Sul fronte grillino,

l'Avvocato Conte ha pagato l'eclissi pentastellata in atto da tempo. Ha ragione, a suo modo,

quando dice "non è vero che abbiamo cambiato posizione": per cambiare posizione, infatti,

bisogna averne una. E lui non ce l'ha avuta. Solo questa, ossessiva: mai Draghi sul Colle.

L'obiettivo l'ha raggiunto. Ma, per il resto, molto nulla raccontato con enfasi. Anche qui c'è

una leadership periclitante, e si sta per consumare la madre di tutte le battaglie con un'altra

ala governista, quella di Luigi Di Maio.

Nulla sarà più come prima, in questa Italia che scivola verso un regime presidenziale-

preterintenzionale. E qui si impone un'ultima riflessione, che riguarda proprio Mattarella. La

rielezione, piaccia o no, configura un altro passo nello stato di eccezione. E sono vent'anni,

ormai, che di eccezione in eccezione stiamo manomettendo senza accorgercene la

Costituzione formale e materiale. È ora di fermare i motori, e di fare un serio tagliando alla

macchina. Ripensare, in modo finalmente organico e coerente, la legge elettorale, i

regolamenti parlamentari, la forma di governo. Una spinta decisa a queste grandi riforme ce

l'aspettiamo anche dal "nuovo" Presidente. Mattarella non è Cossiga, per fortuna. Ma

qualche colpo di piccone, alle incrostazioni della nostra democrazia bloccata, qualcuno

dovrà pur cominciare a darla. E chi può aprire il cantiere, se non i "costruttori"?