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domenica 19 aprile 2026

Anna Frank, una vita

Mara Gergolet
La memoria nata da un diario
Corriere della Sera La Lettura, 19 aprile 2026

Si pensa di sapere tutto su Anne Frank.  «In realtà, finora non si sapeva come questo libro fosse diventato il più letto del mondo, o uno dei più letti del mondo». Ed è questo che ha spinto Thomas Sparr a scriverne la «biografia». 
Ci accoglie all’ultimo piano della casa editrice Suhrkamp, in un palazzo neobrutalista sulla Torstraße, a Berlino, dove scostando le tende si apre una (Einaudi) magnifica vista su Alexanderplatz in un cielo freddo senza nuvole. Solo uno come lui poteva scrivere Voglio continuare a vivere anche dopo la morte. La biografia del Diario di Anne Frank (Einaudi). Sparr è «editor at large» della Suhrkamp, la più grande publishing house europea (di cui è stato vicedirettore editoriale), un nome pesante nel mondo del libro tedesco. Per farlo, bisogna prima immaginare i libri come esseri viventi. «I libri — ci dice — hanno un destino, proprio come gli esseri umani. Possono riuscire, possono fallire, possono essere percepiti in ritardo o conoscere una grande diffusione, ma possono anche essere trascurati, restare non letti».

Il destino di Anne Frank, una ragazza di 13-15 anni che per due anni visse nascosta nel retro di una casa di Amsterdam con la famiglia, senza uscire mai, senza mai affacciarsi alle finestre, ha commosso il mondo intero. «Perché mostra in modo unico il destino degli ebrei e delle ebree uccisi nell’Olocausto». E questo è il secondo motivo per cui Sparr, gran conoscitore del mondo ebraico, ha voluto scriverlo. È tradotto in otto lingue, altre quattro seguiranno.

Ogni buon libro, e Sparr lo sa bene, ha bisogno di un eroe. Il suo è il padre di Anne, Otto Frank. Fu l’unico tra gli otto ebrei nascosti ad Amsterdam — la sua famiglia di quattro persone e gli altri quattro che erano con loro: la famiglia van Daan con il figlio Peter (di cui Anne si innamorerà) e il dentista Dussel — a sopravvivere. Considerò il Diario della figlia come il proprio lascito. «Si adoperò molto presto, subito dopo la guerra, affinché venisse pubblicato ed entrasse nel mondo. E in modo instancabile, Otto Frank se ne occupò fino alla fine della sua vita. Morì nel 1980, a 91 anni».

Sparr lo ritiene un eroe silenzioso, che ha subordinato la propria vita all’eredità della figlia. «Non ha toccato il denaro che i diritti d’autore avevano fruttato: sarebbe diventato più volte milionario. Creò invece un fondo, lo destinò a una fondazione che si occupasse di educazione e che lavorasse per la pace, qualcosa che oggi è più necessario che mai».

Otto Frank trovò il diario quando ritornò ad Amsterdam dal Lager nazista di Auschwitz. Glielo consegnò l’ex impiegata della sua ditta, Miep Gies, che salvò l’opera della «speciale signorina Anne» dal rifugio in cui la polizia fece irruzione il 4 agosto 1944, prima che la Gestapo disperdesse per sempre i suoi contenuti. Come è stato ampiamente documentato, il testo era composto da più parti: un album, due quaderni e oltre 300 fogli sparsi. Otto Frank lo batté a macchina. A complicare le cose, Anne stessa ci aveva lavorato, correggendolo e trascrivendolo: già a 13 anni voleva fare l’autrice. «Il Diario — spiega Sparr — non è un libro redatto in una volta sola. Ha avuto una prima versione, poi una versione B, rielaborata da lei stessa, e da queste si è poi costruita, per l’edizione, una versione C». Nella prima pubblicazione, il padre omise alcuni paragrafi. Quelli in cui si parlava dei difficili rapporti con la madre e dei primi turbamenti sessuali, pagine in seguito reinserite.

È da qui che deriva, gli chiediamo, l’accusa di falso che fu rivolta al Diario fin dall’inizio? «No, l’origine è presto detta». Appena il libro divenne famoso, si attribuì al padre un interesse economico, la ricerca del profitto. Ma è un’accusa facile da smontare, perché all’inizio la pubblicazione fu osteggiata, rifiutata. Divenne un successo mondiale solo dopo aver sfondato in America. «Inoltre, ha certamente a che fare con il fatto che il Diario rivela una maturità sorprendente per una ragazza di 15 anni, capace di esprimersi con sicurezza». Si faticava a crederlo. «Tutto questo ha fornito ai negazionisti della Shoah e agli agitatori di destra un pretesto per dire che si trattava di un falso. Ma negare l’esistenza del diario, o negarne la paternità, significa in fondo negare l’Olocausto. Per questo oggi nei Paesi Bassi è un reato, e giustamente punito con severità».

Dopo un primo successo nei Paesi Bassi, in Germania si faticò a suscitare interesse. «Sono in imbarazzo — fu una cortese lettera di rifiuto di un grande editore — ma il diario della ragazza tedesca ebrea che mi ha inviato non mi pare adatto alla Kiepenheuer, che ha sempre cercato di pubblicare solo testi di elevato livello letterario». La storia dell’editoria, commenta caustico Sparr, «è piena di rifiuti imbarazzanti; questo in modo particolare, perché si compiace dei propri elevati standard». Lo accolse quindi nel suo catalogo una piccola casa editrice di Heidelberg, la Lambert Schneider.

La svolta vera fu lo sbarco in America, o meglio a Broadway, quando il Diario venne riadattato come pièce teatrale. «Il successo travolgente si deve al palcoscenico. Non al libro in quanto tale, bensì alla messa in scena, inizialmente nel 1955 in un teatro di New York che fu preso d’assalto. Il pubblico era entusiasta. Lo spettacolo tornò in Europa, nel Regno Unito, in Germania Ovest, in quella dell’Est, in Francia. Fu ovunque lo stesso. E da lì il libro cominciò a vendere sempre di più. Non conosco nessun altro libro che sia diventato un successo mondiale attraverso il teatro».

Broadway come Hollywood, dunque, una formidabile macchina di promozione e di soldi? «Direi piuttosto una compensazione. Sa, quando gli ebrei venivano perseguitati in Europa orientale nei primi anni Quaranta, il cinema non se ne interessò. Le organizzazioni ebraiche telefonavano a Hollywood: mostrate che i nostri fratelli e sorelle vengono perseguitati, deportati. Si sapeva già cosa accadeva. Eppure Hollywood lo ignorò: nessun film, nulla, nada. Quindi nel caso di Anne Frank direi che si tratta di una riparazione tardiva».

Arrivarono anche le polemiche. La più importante fu animata dal giornalista e scrittore ebreo Meyer Levin, a cui lo spettacolo di Broadway non piacque. Lo accusò di indorare la pillola, di non parlare davvero dello sterminio degli ebrei e della guerra totale mossa loro da Joseph Goebbels. «Meyer Levin mosse accuse pesanti contro Otto Frank. Disse che aveva fatto propria una forma di universalismo che lasciava fuori il destino specificamente ebraico e che l’avrebbe fatto deliberatamente. Anche questo non corrisponde al vero. Tuttavia, la disputa tra i due portò nel mondo una domanda: a chi appartiene il Diario? Appartiene agli ebrei e alle ebree, oppure appartiene al mondo intero? E Otto Frank diede una risposta chiara: appartiene al mondo intero».

È un giudizio che Sparr condivide. Il mondo intero lo ha letto: in Sudafrica, in Groenlandia, in Australia, in Giappone. «Lì, in Giappone, fu un caso peculiare: venne percepito come documento storico ma colpì anche per la libertà con cui Anne Frank scrisse del risveglio della propria sessualità e del proprio corpo che cambiava. Una libertà radicale per l’epoca. In una cultura rigida e severa come quella nipponica, risuonò enormemente».

In Italia il libro uscì per Einaudi nel 1955 con una prefazione di Natalia Ginzburg: «Fondamentale e bellissima». È poco noto, ma se nel dopoguerra le prefazioni si diffusero come una moda, lo si deve a lei. «Un saggio profondamente riferito all’Italia: alla comunione d’armi tra Mussolini e Hitler, alla persecuzione degli ebrei in Italia».

Per Sparr il Diario è il libro che ha reso possibile la comprensione dell’Olocausto. «Allora non esisteva ancora nemmeno il termine. C’erano pochissime testimonianze tramandate. Pensi alla sorte di Primo Levi, a come sul finire degli anni Quaranta, e nei primi anni Cinquanta, non riuscì a essere pubblicato. Se questo è un uomo fu davvero percepito solo decenni dopo».

E aprì gli occhi a molti tedeschi. «Io li chiamo la generazione Anne Frank. Oggi sono anziani, hanno tra gli 80 anni avanzati e i 90, lo lessero da ragazzi. A costoro il destino di Anne Frank si presentò per la prima volta direttamente, senza mediazioni. Lo lessero in modo fortemente identificatorio, sentendosi legati a lei».

C’è una data che affascina Thomas Sparr: il 1929, l’anno di nascita di Anne Frank. «Tra i suoi coetanei, lei è una figura singolare. Jürgen Habermas era del 1929, così Hans Magnus Enzensberger e Peter Szondi; nessuno di loro, tra i contemporanei importanti, nemmeno Christa Wolf, ha menzionato questo Diario. L’unica è Dorothee Sölle, una teologa. Ed è molto interessante domandarsi: perché non l’hanno recepito? Perché il Diario di Anne Frank ha avuto un’importanza così grande per un pubblico ampio, ma gli intellettuali non hanno voluto leggerlo, o non l’hanno preso sul serio? Nella storiografia è diventato oggetto di riflessione solo molto tardi. Negli studi letterari quasi per niente». Sparr nota che il destino ebraico ci è stato tramandato attraverso diari. «Ma quello dei colpevoli, o dei figli e delle figlie dei colpevoli, no: di loro quasi non esistono diari. Perché no? Non ho una risposta. Però lo trovo una domanda interessante».

Philip Roth ad Anne Frank ha dedicato un romanzo, Lo scrittore fantasma. «Trovo che sia un’appropriazione straordinariamente originale. Roth fa sopravvivere Anne in America. Nell’ottobre del 1955 questa Anne Frank un po’ invecchiata va a teatro e vede la propria pièce, e non riesce a capacitarsi del successo che ha il suo destino. E pone la domanda decisiva: il mio diario avrebbe avuto tanto successo se io fossi ancora viva? Se la gente sapesse che lo sono?». E allora decide di restare nascosta. Più volte prova, o prende in considerazione, di riallacciare il rapporto con suo padre, ma poi desiste. «In questo senso Philip Roth, con grande libertà poetica, ha fatto continuare a vivere Anne Frank. Ma ci ha lanciato addosso la domanda decisiva: valgo qualcosa per voi solo da morta?».

Un’ultima domanda, Thomas Sparr. Cos’è per una persona come lei — che vive tra libri pubblicati e da pubblicare — questo Diario sfuggito a tutte le classificazioni? Un’opera letteraria? Un documento storico? «Un essere anfibio. Vive nell’acqua della poesia e sulla terraferma della ricerca e del documento storico contemporaneo. Credo sia entrambe le cose».

mercoledì 15 aprile 2026

Era una maga

Andrea Fabozzi
Un doppio fallimento

il manifesto, 15 aprile 2026

Avrà ripensato alla cerimonia del giuramento a Washington, lei unica leader europea, o alla visita a Mar a Lago, due trasvolate oceaniche in un giorno: «È venuta fin qui solo per vedere me», disse allora Trump della premier italiana. Giorgia Meloni è diventata di colpo «inaccettabile» per quel presidente Usa a cui voleva dare il Nobel per la pace e con il quale aveva scelto di stare nel pazzesco Board of peace, di nuovo unica in Europa con l’eccezione di Orbán – e sappiamo com’è finito Orbán.

Ecco perché Meloni ci ha messo tanto a criticare Trump e a difendere papa Leone: sapeva che non le sarebbe stato perdonato. Ed ecco perché tanto a lungo ha accompagnato la deriva trumpiana senza mai prenderne le distanze, limitandosi a qualche colpo di tosse fino all’insostenibile «non condivido e non condanno» per l’attacco all’Iran. Sapeva che l’alleanza con Trump è sudditanza o non è. Che basta alzare un sopracciglio per passare in un attimo da «grande leader» a «debole».

Confermata la regola per la quale i sovranisti partono a braccetto e finiscono a cazzotti, c’è dunque da chiedersi se Meloni questo sopracciglio lo abbia finalmente mosso per convenienza più che per improvviso coraggio, visto che l’amicizia di Trump (e Netanyahu) è ormai utile quanto una zavorra al collo in pieno oceano. E se in definitiva l’operazione le riuscirà, se potrà esistere un secondo tempo di Meloni, una riverniciata di autonomia in vista del voto. La nostra risposta è che probabilmente sì, la scelta è di convenienza, ma probabilmente no, non le basterà.

Non è un secondo tempo quello che resta da giocare da qui alle elezioni, ma al massimo un tempo supplementare e Meloni lo farà con il peso di un fallimento. La trumpiana numero uno in Europa, sponda continentale del tycoon come si è voluta raccontare, non ha tra i suoi talenti quello di sapersi reinventare. Piuttosto quello della fedeltà al passato, anche il peggiore. Tutti i suoi avversari e persino molti dei suoi alleati avrebbero più titoli di lei per interpretare una fase nuova. Assistiamo a una lite tra due capi entrambi in difficoltà, non solo Trump anche Meloni dopo il referendum è in discesa. Si era arrampicata molto in alto sulla torre Maga e la caduta le farà male.


La vera eleganza della forza
Carmelo Caruso
Il Meloni 0
Il Foglio, 15 aprile 2026
Il sindaco leghista di Treviso, Mario Conte, in visita alla Camera, la butta: “Non escludo che Meloni possa di nuovo pensare al voto". Si troverà una Schlein che da oggi, con il suo intervento, si merita pienamente la carica da sfidante. La generosità del rivale è la vera eleganza della forza. Trump ha rivelato al mondo un papa e alla sinistra consegnato una Papessa.


lunedì 31 marzo 2025

Il mito della saggezza perduta

 


L'Italia diventa sempre più, se non lo è già, un paese di vecchi. Gente che non ha la forza, le risorse e gli elementi per immaginare il futuro. Che cosa fa allora questa gente? Torna ossessivamente al passato, a un passato che non passa. Si comporta come quel giocatore che in Dante dopo aver perso una partita ripensa alle diverse mosse e si chiede dove ha sbagliato: 
Quando si parte il gioco de la zara,
colui che perde si riman dolente,
repetendo le volte, e tristo impara
Purgatorio, VI, 1-3
Quello che il giocatore cerca di ritrovare è il momento in cui è stato abbandonato dalla fortuna. La zara era un gioco d'azzardo. La storia, stando a Machiavelli, è solo per metà soggetta alla fortuna.
 La domanda che un eroe vero o presunto dovrebbe porsi riguardo a una vicenda umana passata non è "quando la fortuna mi ha abbandonato", dato che la fortuna non dipende da lui. La domanda più giusta sarebbe invece un'altra: dove, in quale momento, in quale fase della vicenda, ho sbagliato. 
Qui le cose si complicano, in quanto il vecchio che volge lo sguardo indietro mette volentieri tra parentesi il mutamento delle circostanze e torna con insistenza su ciò che a suo tempo aveva garantito il successo alla sua parte politica: l'importanza numerica crescente della classe operaia, che per di più aveva una compattezza derivante dal suo inquadramento assai esteso se non proprio prevalente nelle grandi fabbriche; l'esistenza di un ceto medio più o meno agiato che poteva guardare con fiducia al futuro; la divisione del mondo in due blocchi; l'organizzazione burocratica dei partiti; il ruolo rilevante svolto da figure sociali di riferimento, professionisti, intellettuali, conduttori televisivi. 
Tutto questo è venuto meno con il tempo. Non c'è quasi più la grande fabbrica. C'è una massa innumerevole di padroncini, lavoratori in proprio, autonomi. Il ceto medio è andato in pezzi, sono comparsi i nuovi poveri, aspiranti spesso a una sistemazione impiegatizia che non sempre giunge a compimento nella realtà. Ai partiti strutturati in modo stabile si sono sostituiti i più volatili partiti personali, e questo non è avvenuto per una scherzo del destino cinico e baro, sono cambiate le forme della convivenza, la televisione e poi i social hanno preso il posto della piazza. Una istruzione tanto mediocre quanto capillare nella sua distribuzione sul territorio ha condotto alla idea riassunta nello slogan dei Cinque stelle: uno vale uno. Che è poi, come ha di recente fatto osservare Giuliano Ferrara, il trionfo dell'uomo massa teorizzato da Ortega y Gasset: il signorino soddisfatto. 
I vecchi tuttavia non demordono. Se solo si guardasse di nuovo al lavoro come riferimento centrale! Eppure Aris Accornero aveva avvertito che ormai il lavoro è stato sostituito dai lavori. Inoltre per molti giovani la realizzazione personale conta ancora di più che l'ancoraggio al posto. Ma non importa. Quanto erano gloriosi i tempi in cui il lavoro dominava la scena della vita sociale! Perché quei tempi non ritornano? Alberto Asor Rosa che era stato un operaista scrisse nel 1977 un aureo libretto, Le due società. Puntava il dito sulla  divaricazione in atto tra garantiti e non garantiti. Aveva già scoperto gli sfigati che nel 2018 Luca Ricolfi avrebbe riproposto come categoria per spiegare il successo elettorale dei Cinque stelle. E la Dc, la gloriosa Dc, perché non ritorna? Farebbe tanto comodo ai vari Picierno, Ruffini, Boschi e altri sparsi frammenti del grande esercito svanito nel nulla. Ovvio: non ritorna perché non può tornare, non ci sono più le condizioni. Ma i vecchi non demordono, ed ecco le sedute spiritiche mascherate da convegni sull'esistenza del centro. Che ci sia ognun lo dice, dove sia nessun lo sa. 
Vecchietti di ogni età, ceto e orientamento, prima vi convincete e meglio sarà per tutti: il vostro tempo non è destinato a risorgere d'improvviso per un fortunato sortilegio. Il miracolo non si produrrà. Inutile perder tempo a inscenare danze della pioggia. Cercate di guardare avanti, se vi riesce. E soprattutto guardatevi intorno, c'è tutto un mondo che gira, continua a girare e che aspetta solo di essere da voi scoperto e valorizzato come merita.  







domenica 10 agosto 2014

Machiavelli, Quanto possa nelle cose umane la fortuna





Molti pensano che le cose del mondo siano governate dalla Fortuna, e da Dio, e che gli uomini non possano correggerle con le proprie facoltà, perciò non vi sarebbe rimedio alcuno ad esse. Machiavelli  è solo in parte propenso a questo giudizio. Esistendo anche il libero arbitrio dell’uomo, la Fortuna secondo lui è arbitra della metà delle nostre azioni, mentre l’altra metà la lascia a noi, alla nostra virtù. La Fortuna è come uno di quei fiumi sempre in piena che inondano le campagne modificando l’orografia del terreno. Anche se è un fenomeno potente, tuttavia gli uomini in tempo quieto possono prendere provvedimenti con ripari ed argini, in modo che, quando si verifichi la piena, l’acqua venga incanalata e non procuri gravi danni. Così è la Fortuna e volge il suo impeto dove la virtù non è preposta a resisterle. Considerando l’Italia la regina delle alluvioni si vedrà che è del tutto priva di argini e canali, ben diversamente da Germania, Francia e Spagna. Si vede un giorno un Principe avere successo e il giorno dopo rovinare senza aver mutato la sua condotta. Questo nasce dalle ragioni già esposte: cioè un Principe tutto appoggiato sulla sorte rovina come quella cambia. È felice chi si accorda coi tempi, è infelice chi non lo fa. Gli uomini pervengono 
variamente al fine che è loro innanzi. Perché si vede che due persone agendo diversamente l’una dall’altra pervengono al medesimo fine, e due, facendo le stesse cose, vedono l’uno arrivare e l’altro no? La qual cosa nasce dalla qualità dei tempi in accordo o no col loro procedere. Machiavelli pensa che sia meglio essere impetuosi che rispettosi, perché la fortuna è donna ed è necessario per tenerla a bada batterla ed urtarla. E come la donna la fortuna è usualmente amica dei giovani, perché sono meno rispettosi e più aggressivi.

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Il Principe
capitolo XXV


Quanto possa nelle umane cose la fortuna, e in che modo se gli possa ostare.

Non mi è incognito, come molti hanno avuto e hanno opinione, che le cose del mondo siano in modo governate dalla fortuna, e da Dio, che gli uomini con la prudenza loro non possino correggerle, anzi non vi abbino rimedio alcuno; e per questo potrebbono giudicare che non fusse da insudare molto nelle cose, ma lasciarsi governare dalla sorte. Questa opinione è suta più creduta ne’ nostri tempi per la variazione delle cose grandi che si sono viste, e veggonsi ogni dì fuori di ogni umana coniettura. A che pensando io qualche volta, sono in qualche parte inchinato nella opinione loro. Nondimanco, perchè il nostro libero arbitrio non sia spento, giudico potere esser vero, che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che ancora ella ne lasci governare l’altra metà, o poco meno, a noi. Ed assomiglio quella ad fiume rovinoso, che quando ei si adira, allaga i piani, rovina gli arbori e gli edifici, lieva da questa parte terreno, ponendolo a quell’altra; ciascuno gli fugge davanti, ognuno cede al suo furore, senza potervi ostare; e benchè sia così fatto, non resta però che gli uomini, quando sono tempi quieti, non vi possino fare provvedimenti e con ripari, e con argini, immodochè crescendo poi, o egli andrebbe per un canale, o l’impeto suo non sarebbe sì licenzioso, nè sì dannoso.
Similmente interviene della fortuna, la quale dimostra la sua potenzia dove non è ordinata virtù a resistere, e quivi volta i suoi impeti, dove la sa che non sono fatti gli argini, nè i ripari a tenerla. E se voi considererete l’Italia, che è la sede di queste variazioni, e quella che ha dato loro il moto, vedrete essere una campagna senza argini, e senza alcun riparo. Che se la fusse riparata da conveniente virtù, come è la Magna, la Spagna, e la Francia, questa inondazione non avrebbe fatto le variazioni grandi che l’ha, o la non ci sarebbe venuta. E questo voglio basti aver detto quanto all’opporsi alla fortuna in universale. Ma restringendomi più al particulare, dico, come si vede oggi questo Principe felicitare, e domani rovinare, senza vederli aver mutato natura o qualità alcuna. Il che credo nasca prima dalle cagioni che si sono lungamente per lo addietro trascorse; cioè, che quel Principe che si appoggia tutto in sulla fortuna, rovina come quella varia. Credo ancora, che sia felice quello, il modo del cui procedere suo si riscontra con la qualità de’ tempi, e similmente sia infelice quello, dal cui procedere si discordano i tempi. Perchè si vede gli uomini nelle cose che gl’inducono al fine, quale ciascuno ha innanzi, cioè gloria e ricchezze, procedervi variamente, l’uno con rispetti, l’altro con impeto; l’uno per violenza, l’altro per arte; l’uno con pazienza, l’altro col suo contrario; e ciascuno con questi diversi modi vi può pervenire. E vedesi ancora duoi respettivi, l’uno pervenire al suo disegno, l’altro no; e similmente duoi equalmente felicitare con due diversi studi, essendo l’uno respettivo, l’altro impetuoso; il che non nasce da altro, se non da qualità di tempi che si conformino o no col procedere loro. Di qui nasce quello ho detto che duoi, diversamente operando, sortiscano il medesimo effetto; e duoi equalmente operando, l’uno si conduce al suo fine, l’altro no. Da questo ancora dipende la variazione del bene; perchè se a uno, che si governa con rispetto e pazienza, i tempi e le cose girano in modo che il governo suo sia buono, esso viene felicitando; ma se li tempi e le cose si mutano, egli rovina, perchè non muta modo di procedere. Nè si trova uomo sì prudente, che si sappi accordare a questo, sì perchè non si può deviare da quello, a che la natura l’inclina; sì ancora perchè avendo sempre uno prosperato camminando per una via, non si può persuadere, che sia bene partirsi da quella; e però l’uomo rispettivo, quando gli è tempo di venire all’impeto non lo sa fare; donde egli rovina; che se si mutasse natura con li tempi e con le cose, non si muterebbe fortuna. Papa Iulio II procedette in ogni sua cosa impetuosamente, e trovò tanto i tempi e le cose conformi a quel suo modo di procedere, che sempre sortì felice fine. Considerate la prima impresa che fece di Bologna, vivendo ancora Messer Giovanni Bentivogli. I Viniziani non se ne contentavano, il Re di Spagna similmente con Francia aveva ragionamento di tale impresa; e lui nondimanco con la sua ferocità ed impeto si mosse personalmente a quella espedizione, la qual mossa fece star sospesi e fermi e Spagna, e i Viniziani; quelli per paura, quell’altro per il desiderio di ricuperare tutto il Regno di Napoli; e dall’altra parte si tirò dietro il Re di Francia, perchè vedutolo quel Re mosso, e desiderando farselo amico per abbassare i Viniziani, giudicò non poterli negare le sue genti senza ingiuriarlo manifestamente.
Condusse adunque Iulio con la sua mossa impetuosa quello che mai altro Pontefice con tutta l’umana prudenza non avria condutto; perchè se egli aspettava di partirsi da Roma con le conclusione ferme, e tutte le cose ordinate, come qualunque altro Pontefice arebbe fatto, mai non gli riusciva. Perchè il Re di Francia avria trovate mille scuse, e gli altri gli arebbero messo mille paure. Io voglio lasciare stare le altre sue azioni, che tutte sono state simili, e tutte gli sono successe bene, e la brevità della vita non gli ha lasciato sentire il contrario; perchè se fussero sopravvenuti tempi che fosse bisognato procedere con rispetti, ne seguiva la sua rovina; perchè mai non arebbe deviato da quelli modi, a’ quali la natura lo inchinava. Conchiudo adunque, che, variando la fortuna, e gli uomini stando nei loro modi ostinati, sono felici mentre concordano insieme, e come discordano sono infelici. Io giudico ben questo, che sia meglio essere impetuoso, che rispettivo, perchè la Fortuna è donna; ed è necessario, volendola tener sotto, batterla, ed urtarla; e si vede che la si lascia più vincere da questi che da quelli che freddamente procedono. E però sempre, come donna, è amica de’ giovani, perchè sono meno rispettivi, più feroci, e con più audacia la comandano.