venerdì 28 marzo 2025

La donna che rese famoso van Gogh



Vivien Bovard, Johanna Bonger, chi era la donna che rese famoso Vincent van Gogh, Harper's Bazaar, 23 aprile 2021

 Johanna Bonger ha diciassette anni quando scrive sul suo diario: “Mi sembra terribile pensare di dire al termine della mia vita ‘Non ho vissuto; non ho raggiunto nulla di grande o nobile’”. Non sa che pochi anni dopo, quando ne avrà ventidue, nel 1885, un incontro fortuito, quello con Theo van Gogh, la indirizzerà proprio verso i suoi nobili propositi. È, infatti, a lei che la storia, complice dell’ostracismo femminile, sta restituendo il merito di aver trasformato van Gogh – Vincent s’intende – in un’icona mondiale.

Jo – così chiamava sé stessa – nacque e crebbe all’interno di una modesta famiglia olandese. Una mortificante carriera da insegnante d’inglese che le si poneva di fronte. Theo, al contrario, stava cercando di fare successo come mercante d’arte: la Parigi della Belle Époque, anfiteatro di figure come Cézanne e Gauguin, era il suo milieu. Jo si rese per questo presto conto che ciò che gli offriva Theo non era soltanto una storia d’amore, ma un decumano verso la conquista dello Zeitgeist. Perciò, nel 1888, si trasferì con lui a Pigalle dove si aprì per lei un nuovo capitolo di vita. A farle compagnia erano i quadri del fratello di Theo, Vincent, che conservava a Parigi nella speranza di venderli – con poco successo. Alberi d’ulivo, campi di grano, feroci soli di Provenza e girasoli infuocati arredavano l’appartamento. Jo strinse immediatamente un legame indissolubile con queste tele: attraverso esse e gli struggenti racconti di Theo – testimone dell’infermità di Vincent – iniziò infatti il dialogo, indiretto, tra lei e una figura a cui sarà legata fino alla fine dei suoi giorni.

Nella primavera del 1890, Vincent giunse a Parigi. I due si conobbero, e ciò lasciò in Johanna una sensazione inaspettata. Credeva di trovarsi di fronte un uomo tramutato dal dolore. Scrisse, invece, sul suo diario: “Di fronte a me si poneva un uomo robusto, con le spalle larghe, un colorito roseo e un allegro sguardo negli occhi, molto risoluto in apparenza. ‘Sembra molto più forte di Theo’ fu il mio primo pensiero”. Le parole di Jo testimoniano un fascino indelebile e, soprattutto, uno sguardo acuto nei confronti di un personaggio labirintico come Vincent.

Ciò che venne dopo fu un susseguirsi di tragedie: prima la morte di Vincent e, pochi mesi dopo, quella di Theo, nel gennaio del 1891. Ventun mesi di matrimonio, trascorsi nella coreografia scintillante della Parigi di fine secolo, e ora soltanto la polvere e più di duecento tele di Vincent – ai tempi senza valore - con cui fare i conti. “È tutto un sogno – scrisse – tutto ciò che è passato, la mia breve felicità matrimoniale, anche questa non è altro che un sogno! Per un anno e mezzo sono stata la donna più felice della Terra”.

D’ora innanzi la sua vita si sarebbe basata su due responsabilità principali: crescere il figlio, Vincent Willem, nato pochi mesi dopo il matrimonio, e rendere l’opera del fratello di Theo un cimelio per l’intera umanità. Lasciò allora Parigi e raggiunse Bussum – villaggio poco distante da Amsterdam. La sua nuova casa si tappezzò di Van Gogh. Sotto l’egida dei dipinti, Jo lesse la corrispondenza tra Theo e Vincent. S’immerse nella sua disperazione e comprese che la sua opera non era completa senza quelle lettere. Sarà, infatti, questa intuizione ad assegnare a Vincent van Gogh la sua fama e a Jo il titolo di art dealer sagace.

L’odissea per il riconoscimento era calcolata e Johanna era determinata a raggiungere il suo obbiettivo. Cominciò a scansionare manuali di critica, lesse L’Art Moderne - testata belga che promuove l’arte come motore del progresso politico – e, soprattutto, si fece conoscere nella società intellettuale.

Si avvicinò, perciò, al critico d’arte Jan Veth, militante del De Nieuwe Gids, un gruppo di poeti e artisti antitradizionalisti. A discapito dello spirito progressista, Veth fu tranchant: i van Gogh per lui erano “volgari”, i paesaggi “senza profondità, senza atmosfera” e accusò l’artista di essere “bizzarro, infantile”. Per Jo, queste prese di posizione erano deludentemente convenzionali. Tuttavia, con spirito di rivalsa e memore delle sue precedenti intuizioni, fece stampare le lettere di Vincent e le mandò a Veth con un messaggio: “Ho letto e riletto [queste lettere] fino a quando l’intera essenza di Vincent non fosse stata chiara di fronte a me. Vorrei che potessi sentire l’influenza che Vincent ha avuto nella mia vita. Ho ritrovato la serenità”.

Con tempismo perfetto, il suo tentativo incontrò il favore dell’epoca. Lo storico Johan Huizinga constatò in quegli anni un cambiamento sintomatico all’interno della produzione artistica, polarizzato intorno a due nuclei: “quello del socialismo e quello del misticismo”. L’opera di Vincent camminava su entrambi i sentieri, verso la stessa direzione. Jan Veth se ne accorse e concesse a Johanna i primi apprezzamenti: “avendo concepito la sua bellezza, posso accettarne l’intera umanità”.

Anche Richard Roland-Horst, rinomato artista del tempo, dovette riformulare i suoi giudizi. Scrisse, inizialmente, di Johanna: “Quello che la signora Van Gogh vorrebbe fare è quanto di più enfatico e sentimentale […] lei dimentica che il suo dolore sta trasformando Vincent in un dio”. Poco tempo dopo, tuttavia, fu proprio il pennello di Roland-Horst a dipingere un’illustrazione per la prima mostra di van Gogh, ad Amsterdam.

Mentre Jo proseguiva la sua vita tra politica e matrimoni - sposandosi prima con il pittore Isaac Israël e poi con un altro pittore olandese, Johan Cohen Gosschalk – la fama di van Gogh aumentò a dismisura. Nel 1905, Johanna raggiunse il culmine della sua carriera con una mostra al Stedelijk Museum di Amsterdam. Orchestrò un’esibizione senza pari: 484 opere esposte. Giunsero critici da tutta Europa, consapevoli che non stavano più andando a scoprire un outsider, ma un ormai rinomato artista. Johanna passò gli ultimi anni della sua vita tra New York e Amsterdam, traducendo le lettere di Vincent in inglese, nella speranza che favorissero il gusto degli americani e della comunità internazionale.

Morì a 63 anni, nel 1925, quando richieste dei quadri provenivano d’ogni dove – Parigi, Londra, Francoforte, Detroit, Cleveland. La fama di van Gogh, oggi, rasenta il sacro: una religione sorta da ventun mesi di gioia, da Parigi, dal tentativo di rendere eterna una promessa di rivalsa, quella di Jo, che chiude l’arco della sua vita con il gesto nobile di aver restituito al futuro una figura di cui aveva bisogno.

https://www.enciclopediadelledonne.it/edd.nsf/biografie/johanna-bonger


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