Marco Imarisio
La Russia e la mossa della "forchetta": così si incastra Kiev
Corriere della Sera, 27 marzo 2025
All’inizio, la misteriosa comparsa di una forchetta nelle mani di alcuni sorridenti conduttori dei talk show politici del mattino risultava incomprensibile. Con il passare delle ore, il motivo dell’apparizione della simpatica posata è diventato più chiaro. Non era la celebrazione di chissà quale festa culinaria, ma una specie di commento al fatto del giorno, come conseguenza di un passaparola generale.
Negli scacchi, la mossa della forchetta è l’attacco simultaneo da parte di una pedina a due pezzi avversari. Il giocatore che la subisce, si troverà nell’impossibilità di sottrarli entrambi alla cattura. È un’immagine che viene usata da molti media per spiegare l’esito dei negoziati di Riad, di facile presa in un Paese dove gli scacchi sono quasi una religione alternativa. «La Russia ha fatto agli Usa la forchetta per mangiarsi Zelensky». Sotto al titolo, Dmitry Popov, il commentatore falco del Moskovskij Komsomolets, spiega come gli esperti inviati russi abbiano avuto buon gioco con i dirimpettai americani. Gli analisti di comprovata fede putiniana sottolineano quanto nel breve periodo sia importante screditare Zelensky davanti agli Usa. «Ora le sue richieste», scrive ad esempio Popov, «sono un problema esclusivo degli Usa. Come ha detto Lavrov, le garanzie per il cessate il fuoco possono essere esclusivamente il risultato di un ordine da Washington a Zelensky: fai così, e basta. È una forchetta, per la squadra di Trump. O imponete a Kiev di sottomettersi, o date prova della vostra debolezza, perché noi comunque ci eravamo accordati. Questa è una vittoria netta dei nostri diplomatici».
Nell’euforia generale appaiono quasi fuori luogo le caute parole del capo della delegazione russa. Alla stampa parlamentare, il navigatissimo Grigory Karasin ha detto che alla fine di una intera giornata di colloqui, «entrambe le parti si sono abituate l’una all’altra, e si sono messe a ragionare più direttamente, senza equivoci». Ma senza ottenere grandi risultati, è il sottinteso diplomatico. Come se Riad fosse stata la seconda puntata di una serie che si annuncia lunga, in linea con l’apparente auspicio di Mosca. Anche perché sembra che sia già cominciata la disfida dei comunicati stampa. Il Cremlino precisa che il «deal del grano» inizierà a funzionare solo quando saranno state abolite le sanzioni del settore agricolo, che però dipendono quasi per intero dall’europa, che ha fatto sapere di non avere intenzione di revocarle. Mentre Kiev fa notare che la lista ucraina delle infrastrutture energetiche sottoposte alla moratoria di trenta giorni degli attacchi è diversa da quella resa pubblica dalla Russia, dove non figurano gli impianti di produzione di petrolio e gas ucraini, i più colpiti negli ultimi mesi.
Mentre i media russi gongolano, nelle cancellerie europee si guarda con curiosità anche a quello che potrà essere l’esito finale di una tattica dilatoria abbastanza evidente. Dapprima il no a una tregua totale, poi l’eccezione sulle singole infrastrutture, e infine una richiesta della cessazione di sanzioni che non è nella disponibilità degli Usa. Adesso, Sergey Lavrov afferma che Russia e Usa stanno anche discutendo del riavvio dei gasdotti Nord Stream che fino al 2022 rifornivano la Germania. «Sarà interessante vedere se gli americani useranno la loro influenza sull’Europa e la costringeranno a non rifiutare più il nostro gas», ha detto il ministro degli Esteri. Ma al momento l’Ue è contraria, per tacere dei problemi legali che sorgerebbero con una eventuale intermediazione americana nella fornitura di energia russa. Altro tempo, per sciogliere altri nodi. Chissà fino a quando può durare. A Mosca non se lo sta chiedendo nessuno, almeno pubblicamente. Fin qui, i fatti danno ragione a quella che sembra la strategia del Cremlino. Ma con queste nuove forchette americane esiste anche il rischio di farsi infilzare.
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