lunedì 31 marzo 2025

Benedetta Craveri


Craveri, Benedetta. – Francesista, critica letteraria e scrittrice italiana (n. Roma 1942). Nipote di Benedetto Croce e allieva di Giovanni Macchia, è considerata una delle massime studiose italiane di Lingua e letteratura francese, materia che ha insegnato presso l’Università della Tuscia e attualmente insegna presso l' Università degli Studi Suor Orsola Benincasa. Nel 2007 ha collaborato come docente invitata con l’Università della Sorbona. Dal 1976 al 1986 ha condotto il programma radiofonico culturale Spazio Tre. Le sue ricerche sono state incentrate soprattutto sulla letteratura francese del XVII e XVIII secolo, con particolare attenzione alla conversazione e al ruolo che vi hanno esercitato le donne, i suoi scritti, le sue monografie e saggi hanno avuto un grande successo di critica e pubblico, tradotti in diverse lingue. Tra le principali pubblicazioni si ricordano: Madame du Deffand e il suo mondo (1982), La civiltà della conversazione (2001, che ha ricevuto diversi premi), Amanti e regine. Il potere delle donne (2005), Maria Antonietta e lo scandalo della collana (2006), Gli ultimi libertini (2016), La contessa (2021, Premio Bagutta 2022). È stata membro del Consiglio scientifico dell'Istituto della Enciclopedia Italiana e collabora alle pagine culturali de la Repubblica, a The New York Review of Books e alla Revue d'Histoire Littéraire de la France. (Treccani)

Filippo Maria Battaglia
Le lettere, i cioccolatini e De Nicola: vi racconto mio nonno Benedetto Croce 
La Stampa, 31 marzo 2025

... Di sua madre Elena, il germanista Cesare Cases disse che fu «l’ultima levatrice di intellettuali».

«Era rabdomantica, intuiva le attitudini inespresse dei suoi interlocutori e li aiutava a prenderne consapevolezza. Oltre che la generosità, a spingerla era l’imperativo paterno di rendersi utile difendendo il patrimonio storico-paesaggistico e sprovincializzando la cultura dopo gli anni del fascismo».

E in effetti il suo salotto, a Roma, fu un crocevia della cultura europea contemporanea.

«Ma mia madre avrebbe odiato la parola salotto: per lei, erano incontri tra persone che avevano qualcosa di interessante da dirsi».

Fu lì comunque che Roberto Calasso, prima di diventare l’editore di Adelphi, incontrò il filosofo tedesco Theodor W. Adorno.

«Alla fine di quella conversazione, mia madre chiese proprio ad Adorno cosa pensasse di Roberto, allora ventenne. “Molto intelligente - le rispose - ha letto tutti i miei libri, persino quelli che non ho scritto”».

A sua madre si deve, tra l’altro, la segnalazione del Gattopardo di Tomasi di Lampedusa.

«Lesse il manoscritto, lo trovò notevole e lo diede a un suo grande amico, Giorgio Bassani. Il quale, dopo averlo letto, le telefonava ogni mattina, ribadendo: “Elena, è un capolavoro”».

Sempre a Roma, lei conobbe il poeta e futuro Nobel Iosif Brodskij che le ha poi dedicato le sue Elegie romane.

«Era in Italia per la Biennale del dissenso del ‘77, lo portai a cena da degli amici intellettuali. Ma nessuno gli rivolse la parola, nonostante in quei giorni fosse su tutti i quotidiani: una classica cosa alla romana. Per farmi perdonare, lo portai in giro per una splendida Roma notturna sulla mia Cinquecento. Finimmo a bere una camomilla in via Veneto alle due del mattino e diventammo amici».

In quegli anni lei aveva già iniziato a scrivere?

«Avevo curato l’edizione di poesie di André Chénier, su cui mi ero laureata con Giovanni Macchia, ma non osavo continuare: mi sentivo, e a giusto titolo, troppo inadeguata agli standard familiari».

Chi la spinse al suo esordio da saggista?

«Roberto Calasso: senza di lui non avrei scritto un rigo. Alla fine degli anni Settanta, gli proposi una scelta di lettere di una delle grandi epistolografe della Francia del ’700, Madame du Deffand. E lui, per tutta risposta, mi ingiunse di farne una biografia».

Di lì in avanti lei avrebbe scritto di molte protagoniste dell’Ancien Régime.

«Il contributo di quelle donne alla civiltà letteraria francese classica è indiscutibile. Furono loro a partire dal Seicento a dettare legge in fatto di lingua, di stile, di gusto, oltre che di buone maniere. Non solo determinando il successo degli scrittori, ma scrivendo loro stesse dei capolavori».

Nacque così quella «civiltà della conversazione» a cui lei, peraltro, ha dedicato molti anni e molte pagine.

«Era un ideale di socievolezza sviluppatasi sotto il segno dell’eleganza e della cortesia, che contrapponeva alla regola del più forte un’arte di stare insieme basata sulla seduzione e sul piacere reciproco».

Sembrano tutte cose lontanissime da oggi.

«La conversazione si basa sull’ascolto reciproco, implica due giocatori che si rimandano la palla. Oggi la parola d’ordine è il monologo autocelebrativo e, dobbiamo pur dirlo, quello dell’ipertrofia dell’io è uno spettacolo piuttosto noioso».

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