mercoledì 26 marzo 2025

Una teologia capovolta



Massimo Recalcati
Trump, il presidente tiranno
la Repubblica, 26 marzo 2025 

Il nostro tempo genera dei mostri che sfidano anche le categorie più consolidate della politica tradizionale. Uno tra i più inquietanti è quello incarnato da Donald Trump. La sua leadership anti-democratica non assomiglia a quelle, già tristemente conosciute, del despota che impone l’ordine attraverso il terrore o del rivoluzionario spietato che elimina tutti i suoi avversari nel nome della causa.

Si tratta piuttosto di un ibrido inquietante che tiene insieme l’esercizio autoritario del controllo con l’allergia più radicale nei confronti delle regole istituzionali mescolando in un cocktail velenoso l’accentramento del potere con la retorica neoliberista della più assoluta deregulation. Un ibrido tra il tiranno e l’anarchico, tra il predicatore e il mercante.

Da un lato questa nuova leadership, incarnando il vecchio sovrano totalitario, pretenderebbe un’obbedienza assoluta, l’assenza di dissenso. Di qui l’attacco quotidiano ai media, l’erosione di ogni cultura istituzionale, il sogno protezionista, la politica cruenta dei dazi, la guerra commerciale, le mura e le deportazioni.

Dall’altro lato però essa si presenta come l’espressione di una ribellione populista che sfida il “sistema” rivelando la faccia impotente e melanconica della democrazia che ha trovato in Biden il suo ultimo patetico attore.

L’evaporazione della politica che si è consumata in questi ultimi decenni ha lasciato alle sue spalle un deserto culturale che viene così saturato dalla dimensione carismatica e iperattiva della nuova leadership la quale non si fonda su di un programma politico, ma sulla promessa nazionalista di restaurare la gloria perduta.

È questo il punto di massima convergenza con Putin. Ma Trump, diversamente dal dittatore russo, vuole incarnare questa promessa non come un uomo dell’apparato, ma presentandosi come il ribelle che sfida le élite, l’outsider che combatte orgogliosamente il sistema, l’imprenditore spregiudicato che agisce senza inibizioni e con efficacia immediata mentre la democrazia si arrovella nei suoi sterili pensieri.

Nondimeno, la sua “anarchia” è solo di facciata poiché ai suoi occhi l’unica legge che veramente conta resta quella del mercato e del denaro, l’avidità pulsionale di un capitalismo predatorio che si vorrebbe finalmente libero dal peso ingombrante della democrazia. Di qui la delegittimazione di tutti i contrappesi istituzionali, la demonizzazione della politica incapace e corrotta, la proclamazione retorica del “potere al popolo”.

La stampa viene discreditata e ridotta a un contenitore di fake news quando esercita il suo diritto di critica, i giudici sono inattendibili quando ostacolano le sue iniziative, il Congresso colpevole se autorizza indagini che ne minano la credibilità.

Il nuovo leader non chiede obbedienza, ma offre modelli identificatori anti-ideologici. Il miraggio della restaurazione è una promessa di riscatto che si rivolge ai ceti sociali più colpiti dalla crisi economica e, dunque, più fragili che la cultura democratica ha drammaticamente dimenticato.

È in questo contesto che rientra l’uso cinico della religione, la strumentalizzazione di Dio come uno schermo pubblicitario che serve per occultare il suo vuoto etico di fondo.

Make America Great Again” non è un programma politico, ma un mantra ipnotico che confonde nazionalismo e tele-evangelismo. Gli insistiti riferimenti a Dio che permeano la sua retorica populista non servono tanto a conservare valori della tradizione, ma a legittimare un potere che — come quello teologico — si vorrebbe emancipato dalla zavorra della democrazia.

Trump non invoca Dio come garante di un ordine morale, ma come un’arma contro i suoi nemici e come strumento di celebrazione del proprio ego megalomaniaco. La Bibbia tra le sue mani non è affatto un simbolo di fede ma, come è accaduto anche per il nostrano Salvini, un artificio propagandistico.

Il Dio di Trump è un Dio a sua immagine e somiglianza. Non è colui che accoglie gli ultimi e perdona, ma colui che premia i vincenti e punisce severamente i perdenti. È il fondamento teologico del suo neoliberismo che rovescia radicalmente i principi evangelici: un’economia della salvezza dove i ricchi sono gli eletti e i poveri sono i peccatori. In questa luce la sua evidente immoralità individuale non è un difetto che lo penalizza, ma un potente fattore di seduzione per l’elettorato.

È questo il punto di prossimità con il berlusconismo. Il Dio di Trump non chiede sacrifici, ma offre l’illusione dei privilegi. È un Dio che non ammonisce il potere dei suoi abusi, ma glorifica l’abuso individualista del self-made man, del vincitore che calpesta trionfalmente i più deboli. La sua è una teologia capovolta dove il bene coincide con il proprio interesse e il male con tutto ciò che lo ostacola.

In questo contesto il populismo digitale diventa il suo teatro perfetto. Il leader non ha più bisogno del cemento armato dell’ideologia ma della contraffazione sistematica della verità.

Nondimeno, non è per questa ragione che egli ha guadagnato il suo consenso. Al contrario, oltre a evidenziare spietatamente la debolezza melanconica di una cultura democratica incapace di rinnovarsi e di parlare al popolo, egli è stato scelto come presidente degli Stati Uniti d’America proprio per quello che rappresenta, ovvero per l’amplificazione del culto della libertà individuale e della sua spinta predatrice che se ne fotte apertamente delle leggi e dei vincoli sociali.

In questo senso, a suo modo, egli incarna il sogno americano. È il nocciolo perverso di ogni populismo che vede nella legge e nelle istituzioni della politica solo un limite e un freno ingiusto all’affermazione spontanea della vita, al diritto assoluto che essa ha di coltivare illimitatamente il proprio godimento.

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