martedì 19 maggio 2026

Non chiamatela follia

Giuseppe Lavenia
Non chiamatela follia

la Repubblica, 19 maggio 2025

Il caso di Modena ci sta mostrando la tendenza sempre più diffusa a trasformare automaticamente la salute mentale in violenza. È quello che sta accadendo in queste ore sui social, nei commenti, nei dibattiti improvvisati. Basta la parola “fragilità psichica” perché scattino paura, odio, inviti alla punizione, etichette disumane. E così la sofferenza mentale smette di essere compresa e diventa il nuovo mostro da dare in pasto all’opinione pubblica.

Una pericolosa scorciatoia

È una scorciatoia emotiva ed è pericolosissima. Perché la stragrande maggioranza delle persone che soffrono di un disturbo mentale non è violenta. Non aggredisce e non rappresenta un pericolo sociale. Molto più spesso quella sofferenza la vive nel silenzio, nell’isolamento, nella vergogna di chiedere aiuto, nella paura di essere giudicata.

Quando la cronaca incontra la rabbia collettiva

Ma tutto questo scompare nel momento in cui la cronaca incontra la rabbia collettiva. Sui social stiamo assistendo a qualcosa di inquietante. Commenti violenti, odio incontrollato, diagnosi fatte in pochi secondi, persone che invocano “matti da rinchiudere” come se la psichiatria dovesse diventare una discarica sociale dove nascondere tutto ciò che spaventa. Non c’è spazio per comprendere la complessità. C’è solo il bisogno di trovare un colpevole semplice a un problema complesso.

Aumentano le fragilità ma diminuiscono le risorse

Eppure i dati raccontano una realtà molto diversa da quella costruita dalla paura. Secondo il ministero della Salute e la Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica (SIEP), in Italia oltre 845 mila persone sono seguite dai servizi di salute mentale. Ma il nostro Paese investe nella salute mentale circa il 3% del Fondo Sanitario Nazionale, una delle percentuali più basse in Europa.

Tradotto: aumentano le fragilità, ma diminuiscono gli strumenti per accoglierle. Mancano psicologi, psicoterapeuti, psichiatri, educatori. Mancano servizi territoriali realmente presenti. Mancano interventi precoci. E quando una persona interrompe le cure, si isola o smette lentamente di esistere socialmente, troppo spesso ce ne accorgiamo soltanto quando il dolore esplode.

L’errore che facciamo

Non possiamo continuare a usare la salute mentale per spiegare automaticamente il male. Perché così facendo stiamo costruendo una società ancora più sola. Una società in cui chi soffre avrà sempre più paura di chiedere aiuto per non essere visto come pericoloso. Una società che parla continuamente di benessere psicologico, ma che davanti alla fragilità reale reagisce ancora con paura, giudizio e distanza.

Nel frattempo aumentano solitudine, ritiro sociale, disagio giovanile e dipendenze emotive. Secondo le ricerche della nostra associazione Di.Te., 7 adolescenti su 10 chiedono agli adulti più ascolto e meno giudizio. E sempre più ragazzi raccontano di sentirsi compresi più da un’intelligenza artificiale che da una persona reale. Questo dovrebbe interrogarci profondamente.

Il caso di Modena allora non può diventare soltanto l’ennesima discussione sulla sicurezza o sull’emergenza psichiatrica. Deve costringerci a guardare una società che si accorge della sofferenza solo quando diventa tragedia.

Proteggere la fragilità prima che il dolore diventi cronaca

Servono più professionisti nei servizi pubblici e nelle scuole. Serve continuità nelle cure, serve prevenzione. Ma soprattutto serve smettere di raccontare la salute mentale come una minaccia sociale.

Perché una società civile non si riconosce da quanto velocemente trova qualcuno da odiare. Si riconosce da quanto riesce a proteggere le fragilità prima che il dolore diventi cronaca.

Prigioniero in Algeria

Fabrizio Floris
Boualem Sansal e la sua detenzione

il manifesto, 18 maggio 2026

Al Salone Internazionale del Libro di Torino, l’incontro con Boualem Sansal non è stato semplicemente la presentazione di un libro o il racconto di una vicenda giudiziaria, ma il tentativo di trasformare un’esperienza carceraria in una riflessione radicale sulla libertà, sul potere e sul rapporto tra ideologia e paura. Sansal, 80 anni, tra le voci più note e controverse della letteratura franco-algerina, ha raccontato davanti al pubblico torinese il suo arresto del 16 novembre 2024 in Algeria. Un racconto duro, quasi asciutto nella forma, ma carico di dettagli che restituiscono il senso di un sistema repressivo che — secondo lo scrittore — non colpisce solo il dissenso politico, ma tenta di spezzare simbolicamente l’individuo. «Cinque anni di carcere in Algeria significano morire», ha detto. Poi ha ricostruito quei primi giorni: il sequestro, il cappuccio sulla testa, il trasferimento in un luogo sconosciuto, sei giorni senza cibo, acqua o spiegazioni. Solo al settimo giorno, ha raccontato, sarebbe comparso davanti a un giudice che in pochi minuti gli avrebbe comunicato l’accusa di terrorismo.

LA SUA TESTIMONIANZA si inserisce in un contesto internazionale che da mesi mobilita intellettuali, editori e governi europei per chiedere chiarimenti sulla sua detenzione e sulla libertà di espressione in Algeria. Secondo quanto riferito dal suo avvocato François Zimeray la detenzione di Sansal sarebbe stata accompagnata da gravi limitazioni procedurali e da forti pressioni politiche. Eppure, il passaggio più sorprendente del racconto riguarda proprio il carcere. «L’80% dei detenuti erano islamisti», ha spiegato. Era convinto di trovarsi di fronte a nemici irriducibili: per anni, infatti, aveva denunciato il fondamentalismo islamico come forma di totalitarismo contemporaneo. E invece, ha raccontato, proprio quei detenuti avrebbero iniziato a proteggerlo, a condividere il cibo, a portargli vestiti. «Dicevano: ‘la leggenda sta arrivando’». Da quell’espressione nasce il titolo del nuovo libro, La Légende, annunciato in uscita il 2 giugno presso Grasset. Il libro viene presentato dall’autore come una sorta di dossier politico e morale. Sansal lo ha paragonato esplicitamente a Arcipelago Gulag, evocando non tanto un parallelismo storico diretto quanto la volontà di testimoniare un sistema di paura e silenzio.

HA DICHIARATO di stare preparando anche un dossier contro il presidente algerino, sostenendo di voler portare il caso davanti a una corte internazionale. Nel suo intervento è emerso anche un forte dissenso verso una parte della sinistra francese, accusata di relativizzare o minimizzare la repressione algerina. Sansal ha parlato apertamente di una campagna ostile nei suoi confronti, citando in particolare La France Insoumise.

SANSAL NEL SUO INTERVENTO si è soffermato anche sulla trasformazione delle società contemporanee. Ha parlato delle «guerre economiche» come delle guerre più pericolose del presente e del potere crescente dei tecnocrati: «leggono soltanto statistiche e dati, non guardano più le persone». Una riflessione che richiama alcune delle sue opere più recenti e che entra in risonanza con il dibattito globale sull’automazione delle decisioni pubbliche, sul governo algoritmico e sulla crisi della rappresentanza. Colpisce il contrasto tra la radicalità delle sue accuse e il tono quasi disincantato con cui vengono pronunciate. Sansal non appare come un dissidente romantico, ma uno scrittore che considera inevitabile il conflitto con il potere e deve difendere un principio considerato non negoziabile: «la libertà e la libertà d’espressione non sono qualcosa che si possa trattare». Da qui la sua vicenda personale: lo scrittore trasformato in simbolo, poi in bersaglio e infine in «leggenda». In un tempo in cui molte repressioni diventano rapidamente materia di polarizzazione geopolitica o ideologica, Sansal ha cercato di riportare il discorso a un livello più essenziale: cosa significhi davvero perdere la libertà, e quanto fragile possa diventare la possibilità stessa di parlare, scrivere e dissentire.


Donald in retromarcia

Viviana Mazza
Dubbi, sondaggi a picco e "pressioni dal Golfo": Donald in retromarcia

Corriere della Sera, 19 maggio 2026

NEW YORK I negoziati sono in stallo da settimane e Trump ha ripetuto più volte che potrebbe ordinare un nuovo attacco a meno che l’Iran non faccia maggiori concessioni e ponga fine al suo programma nucleare. Ieri sembrava ancora una volta che un attacco americano fosse imminente, dopo una telefonata con Netanyahu domenica, voci di preparativi congiunti con Israele, e la spinta di «falchi» come il senatore repubblicano Lindsey Graham a riprendere le operazioni militari perché «il blocco dello Stretto ci danneggia tutti e rafforza l’iran».

Ma dopo le minacce, il presidente ha fatto marcia indietro ancora una volta, spiegando che i suoi alleati del Golfo — Qatar, Arabia Saudita, Emirati — gli hanno chiesto di rimandare gli attacchi pianificati per oggi perché i negoziati si stanno facendo «seri». Trump aggiunge che i suoi alleati sono convinti che sarà possibile «arrivare ad un accordo molto accettabile per gli Stati Uniti e i Paesi del Medio Oriente», un accordo che preveda che l’iran non abbia «armi nucleari». Gli alleati della regione preferiscono a questo punto una soluzione diplomatica, poiché temono di essere bersagliati dall’iran se salta il cessate il fuoco già fragile.

Gli americani vedono il fatto che l’Iran abbia fatto ieri una nuova proposta come un segnale che sono preoccupati da una possibile ripresa dei bombardamenti. Ma resta il fatto che la proposta non era sufficiente per Trump: l’Iran aggiungeva nuove parole nella sezione in cui si impegna a non cercare di costruire un’arma nucleare ma mancavano impegni precisi sulla sospensione dell’arricchimento dell’uranio e sulla consegna delle riserve di uranio arricchito al 60%. Teheran ha ripetutamente rifiutato di piegarsi alle richieste americane e non ci sono almeno in apparenza segnali che qualcosa sia cambiato.

Trump è sempre più frustrato dallo stallo nei negoziati: una frustrazione che ha espresso ai suoi consiglieri anche a proposito della chiusura dello Stretto, che ha portato all’aumento del prezzo del petrolio (in media 4,50 dollari al gallone negli Stati Uniti). Negli ultimi giorni il presidente avrebbe preso sul serio una effettiva ripresa della guerra, secondo i media americani. Il Pentagono gli ha presentato diversi possibili piani. Molti analisti però dicono che i bombardamenti da soli non costringeranno l’Iran ad accettare le richieste americane. Stati Uniti e Israele potrebbero lanciare un’operazione delle forze speciali per cercare di prendere le riserve di uranio arricchito al 60% che temono possa essere usato per costruire un’arma nucleare; ma una missione del genere metterebbe a rischio le vite di soldati americani.

Tutto questo accade nel contesto di sondaggi che continuano a mostrare che la guerra è impopolare. Quasi due terzi dei 1500 americani interpellati in un sondaggio New York Times/siena, affermano che iniziare questo conflitto è stato un errore e il 52% si dice contrario a riprendere gli attacchi anche nel caso in cui non si riuscisse ad arrivare ad un accordo. Ma resta una forte polarizzazione: il 70% dei repubblicani ritiene infatti che la guerra sia giusta e il 73% afferma che dovrebbe essere continuata fino ad accertarsi di aver eliminato il programma nucleare iraniano.

Il tasso di approvazione del presidente è al 37% (un record da 17 anni per un presidente nei sondaggi New York Times/siena): l’inflazione, il costo della benzina e i fattori economici sono fonte di preoccupazione crescente per gli elettori, anche repubblicani. La questione su cui il suo appoggio è rimasto pressoché invariato (al 41%) è l’immigrazione.

Etienne Davignon, un uomo dai molti segreti


Etienne Davignon, ex diplomatico belga implicato nell'assassinio di Patrice Lumumba in Congo, è morto all'età di 93 anni.
Le Monde e Agence France Presse, 18 maggio 2026

Etienne Davignon è stato una figura di spicco della politica e dell'economia belga per sessant'anni. Inizialmente diplomatico, seguendo le orme del suo mentore, il ministro Paul-Henri Spaak – considerato uno dei padri dell'Unione Europea – divenne poi il primo presidente dell'Agenzia Internazionale dell'Energia (IEA), creata dopo la crisi petrolifera del 1973. Nel 1977 entrò a far parte della Commissione Europea, di cui fu vicepresidente dal 1981 al 1985, con un ampio portafoglio dedicato all'industria e all'energia.

Il periodo fu segnato dal declino dell'industria siderurgica europea, alle prese con la sovrapproduzione, che portò a una serie di dolorose ristrutturazioni. Société Générale de Belgique, Fortis Bank, Brussels Airlines: il nome di Davignon è anche legato al destino di importanti aziende belghe, tutte finite in mani straniere. "Chi dice che ho venduto i gioielli della corona è uno sciocco!", replicò con veemenza questo stretto collaboratore della famiglia reale nel 2018, appena elevato al titolo di conte.

“Partecipazione a crimini di guerra”

A marzo, l'ex diplomatico è stato deferito alla giustizia belga con l'accusa di "partecipazione a crimini di guerra" per le decisioni che portarono all'assassinio del leader congolese Patrice Lumumba nel 1961. Etienne Davignon ha presentato ricorso contro tale deferimento.

All'epoca, Etienne Davignon, tirocinante diplomatico presso il Ministero degli Esteri belga, fu sospettato di essere coinvolto nella decisione di trasferire l'eroe dell'indipendenza congolese nella regione secessionista del Katanga, dove Patrice Lumumba fu assassinato il 17 gennaio 1961 da separatisti aiutati da mercenari belgi. Il corpo del leader congolese, disciolto nell'acido, non è mai stato ritrovato.

Non è mai stato organizzato un processo penale per accertare le responsabilità di questo assassinio, che costituisce uno dei capitoli più oscuri del rapporto tra la Repubblica Democratica del Congo, che ottenne l'indipendenza nel giugno del 1960, e la sua ex potenza coloniale, il Belgio.

https://www.lemonde.fr/afrique/article/2026/05/18/etienne-davignon-ancien-diplomate-belge-cite-dans-l-assassinat-de-patrice-lumumba-au-congo-est-mort-a-93-ans_6690960_3212.html?search-type=classic&ise_click_rank=1

Precaria nel vuoto


Sulla soglia dell'età adulta, Adriana Franco si ritrova senza punti di riferimento. Catapultata in una città in cui sente di essere un'ospite sgradita, è distante anni luce dal suo passato, dai suoi amici e da suo padre, con cui condivide il talento per la musica pur vivendolo in modo opposto al suo. Scrive per "Brush", rivista patinata che nasconde dietro dirompenti pezzi d'opinione marchette alle case discografiche e ai brand. Tutto le sembra falso, superficiale: anche quel lavoro apparentemente così "cool" e invidiabile le basta a malapena per una stanza in condivisione e la spesa all'Esselunga. Giorno dopo giorno, la ragazza cova una rabbia pronta a deflagrare. Fino a un gesto estremo. Perché quando niente intorno ha più senso, non resta che fare una cosa stupida. Il nuovo romanzo di Alice Valeria Oliveri è il diario di una disillusione, un racconto acuminato - come la voce della sua protagonista - sui compromessi di una generazione che è cresciuta con la pubblicità, nell'inganno di un futuro che per molti è rimasto solo dentro a uno schermo. (presentazione editoriale)

Giacomo Giossi
Dentro una generazione e nella ricerca della felicità

il manifesto, maggio 2026

In tempi in cui la superficie così come la leggerezza calviniane sono tirate in ballo più come giustificazione che come forma di possibilità e di spiegazione e in cui al romanzo si preferisce la formula di autofiction, ecco che Alice Valeria Olivero con Una cosa stupida (Mondadori, pp. 288, euro 19,50) dà corpo a un esordio privo di rimpianti verso il Novecento che fu, ma carico della consapevolezza che il nostro secolo è quello della scarsità al tempo dell’abbondanza. Scarsità di pensiero, di equilibrio, di valore a fronte di un’abbondanza che è tutta merce di scambio, superficie su cui scivolare in continuazione.

UN INFINITO STARE in posizione precaria che ha trasformato Fantozzi da dipendente a libero professionista, ma pur sempre in forma di Fantozzi, per cui perdente in condizione permanente. Olivero già autrice di Sabato champagne (Solferino) che pure le ha dato la vittoria del Viareggio come opera prima, si rivela pienamente ora in questo romanzo picaresco che ha per protagonista Adriana Franco, una giovane catanese a Milano al lavoro in quella che viene ridicolmente definita industria culturale, ma che si rivela ben presto un conglomerato labirintico cialtronesco e abborracciato. Un po’ Fantozzi e un po’ Luciano Bianciardi, Adriana si trova così a districarsi all’interno di un mondo votato alla vacuità in cui il giornalismo si confonde con il marketing e il marketing ancora non si è stati in grado di capirlo e di applicarlo. Milano non è solo lo sfondo di questo inciampo perenne, è anche l’inferno di un mondo così potentemente autoriferito da aver perso forse anche volutamente ogni riferimento.

IL MOVIMENTO IN ATTO è quello di cancellare ogni precedente profondità, ogni competenza appresa per poter sostituire il tutto con un bolo privo di forma, senso e capacità d’uso, ma utile a una lunga e perpetua masticazione. Non resta che dare evidenza a una leggerezza che ancora insiste nell’ammantarsi di profondità e offrire così plasticamente la forza d’urto e diretta di un gesto che sia semplicemente stupido. Il romanzo di Alice Valeria Oliveri è il ritratto non solo di una generazione, ma di un paese afflitto da una totale disonestà che sta prima che in ogni altro ambito nell’incapacità di riconoscersi, di vedere la propria sterile misura e insieme il proprio dramma.

Un libro ricchissimo che lascia in parte attoniti per la lucidità dell’autrice che evita ogni facile birignao così come quello sguardo pateticamente edulcorato che ha segnato l’ultimo scampolo del mainstream letterario anni Novanta. Un libro che contenendo un’indomabile ricerca della felicità, non lascia scampo a nessuno.

lunedì 18 maggio 2026

Il crimine razzista di Taranto

 


Valentina Petrini  Paolo Di Falco 
Bracciante ucciso dal branco, quei post d'amore per i killer di Taranto

La Stampa, 16 maggio 2026

Pubblica una sua foto su Instagram con occhiali da sole, vistosa collana d’oro e simboli inquietanti: due spade incrociate e un emoji divertito con la lingua di fuori. È uno dei minorenni arrestati. Condivide questa storia due giorni dopo aver ammazzato Bakari Sako con il resto del branco. Quando lo fa è ancora a piede libero. Non sembra preoccupato di un arresto imminente, che invece arriverà lunedì sera. Ma Instagram non è l’unico social per capire qual è la rete degli adolescenti che sabato scorso hanno spezzato per sempre una vita umana: omicidio in concorso aggravato dai futili motivi. È su TikTok che si trovano i contenuti più inquietanti: alcuni diventano virali proprio dopo i fermi e la conferenza stampa di magistrati e inquirenti.

È semplice imbattersi in post così: una foto dei quattro minori arrestati, facce visibili, cuoricini e al centro la scritta «una presta libertà fratelli miei vi amo». L’autore è un ragazzo, 1.114 condivisioni. Ora la foto è stata cancellata. Basta seguire la rete delle loro amicizie per approdare su altri profili analoghi e leggere commenti del tipo: «Sempre uniti uno la spalla dell’altra forza ragazzi». «O giusto o sbagliato io sarò sempre dalla vostra parte». «Fratelli miei dalla nascita vi amo tanto e vi aspetto». «Nonostante i mille ostacoli sempre la stessa bandiera». «Fratelli nostri sempre insieme mai staccati». Condividono simboli e linguaggio da gangster, frasi scritte subito dopo la diffusione della notizia degli arresti, che poco dopo però - diventano contenuti privati o non più disponibili. Alcuni account dei presunti amici del branco, infatti, ieri erano pubblici, adesso sono stati limitati.

Simboli da malavitosi

Usano quasi tutti lo stesso emoji: le catene, nel loro gergo probabilmente un rimando al carcere. C’è chi aggiunge anche il simbolo della goccia di sangue alla fine del commento. Si proclamano fratelli dei carnefici, qualsiasi cosa abbiano fatto. Tra i post diventati virali c’è quello di una ragazza che sembra la “fidanzatina” di uno degli arrestati. Lei fissa il suo “omaggio” al carnefice, la sua promessa di amore per sempre, in alto al profilo, come si fa solo con i contenuti importanti. Scrive: «Sei la mia vita» sotto una foto di loro due insieme. Il post raccoglie 19.825 visualizzazioni e 812 condivisioni. Anche qui sotto si trovano commenti di adesione: «Sempre con te anima mia… ci dobbiamo fare forza per loro». «Sorellina mia è sempre con te». «Vita mia ritornerete più forte di prima». «Più forti di prima vite mie».

Ve li proponiamo fedelmente, senza correzioni ortografiche e grammaticali. Tra i più visti e condivisi, 45 mila views, altri due post, anche questi poi cancellati: «Sempre forti nati nei guai e nati a non mollare mai. Una presta libertà fratelli miei» e «Siamo abituati al buoi però ricordatevi che il buoi non fa paura». Dove buoi sta per buio. Chissà se il buio a cui alludono è proprio il carcere. E come se i contenuti menzionati finora non fossero già abbastanza inquietanti, qualcuno aggiunge: «Orgoglio», con tanto di foto insieme ai minorenni arrestati. «Città vecchia vi aspetta» ha 669 condivisioni. E vai con altre foto di gruppo del branco sorridente. La gravità di tanta solidarietà assume contorni ancora più grandi se confrontata con i messaggi circolati tra sabato e domenica, appena si è diffusa la notizia dell’uccisione di Bakari Sako, quando ancora non lo chiamavamo per nome ed era per molti solo un immigrato, straniero, forse spacciatore. C’è chi ha scritto «meno uno», «se l’è cercata». Sono i toni dell’odio.

Taranto tra sabato e domenica è distratta dai festeggiamenti di San Cataldo e dal derby calcistico della squadra ionica in Eccellenza. Complice anche il silenzio di gran parte delle istituzioni. Per molti la dinamica è chiara anche senza evidenze: «Regolamento di conti», «avranno litigato per storie di droga». E neanche dopo che si siamo affrettati a sottolineare che Bakari aveva i documenti, era bracciante, pagava le tasse e l’affitto, si è fermata la banalità estrema di chi, davanti allo schermo di un computer, ha continuato a scrivere: «Hanno sbagliato però stessero a casa loro».

Su TikTok ci sono anche le mamme. Due di loro, dopo l’arresto dei figli, si sfogano: «Parlano solo sui social ma faccia a faccia non avranno mai il coraggio. I miei figli li ho cresciuti sola con tanti sacrifici e gli ho insegnato valori e dignità. Gli errori si possono fare, siamo tutti peccatori, ma noi gli errori li paghiamo sempre a testa alta». Un’altra condivide un video con le foto del figlio arrestato: 31 mila visualizzazioni. «Non ho mai provato dolore più grande vita della mamma. Ormai non vivo ma sopravvivo, ti amo».

Yvonne de Galais

Meaulnes, il grande Meaulnes, l'eroe del mio libro, è un uomo la cui infanzia fu troppo bella. Durante tutta la sua adolescenza se la trascina dietro. Di tanto in tanto pare che tutto quel paradiso immaginario che fu il mondo della sua infanzia, stia per sbocciare al culmine delle sue avventure... Ma sa già che questo paradiso non può esistere di nuovo»: così Alain-Fournier in una lettera del 1910 all’amico fraterno Jacques Rivière riassume il senso dell’opera che gli ha dato la fama. Delicata fiaba poetica, elegia simbolista, racconto d’avventura, romanzo di formazione: sono molte le interpretazioni proposte per questo libro di culto apparso nel 1913, nel quale Alain-Fournier ha trasfigurato la sua esperienza personale un anno prima di morire al fronte nella battaglia della Marna. Attorno al rimpianto per un amore impossibile divenuto l’ossessione della sua vita, trasformato in simbolo di un mitico paradiso perduto, prende forma un romanzo che è una raffinata parabola sul mistero dell’infanzia, sulla poesia dell’adolescenza con i suoi sentimenti puri e la sua ansia di evasione, sulla ricerca di una felicità irraggiungibile, aspirazione e condanna di ogni umana esistenza. (presentazione editoriale)


Alain-Fournier, pseudonimo di Henri Alban Fournier (1886 -1914), è autore di un solo straordinario romanzo, Il grande Meaulnes, nel quale catturò e trasfigurò l’impalpabile magia del suo primo amore per Yvonne Quiévrecourt (nel romanzo Yvonne de Galais).

L'incontro con Yvonne de Galais

[I]l entendit des pas grincer sur le sable. C’étaient deux femmes, l’une très vieille et courbée; l’autre, une jeune fille, blonde, élancée, dont le charmant costume, après tous les déguisements de la veille, parut d’abord à Meaulnes extraordinaire. Elles s’arrêtèrent un instant pour regarder le paysage, tandis que Meaulnes se disait, avec un étonnement qui lui parut plus tard bien grossier: – Voilà sans doute ce qu’on appelle une jeune fille excentrique – peut-être une actrice qu’on a mandée pour la fête. Cependant, les deux femmes passaient près de lui et Meaulnes, immobile, regarda la jeune fille. Souvent, plus tard, lorsqu’il s’endormait après avoir désespérément essayé de se rappeler le beau visage effacé, il voyait en rêve passer des rangées de jeunes femmes qui ressemblaient à celle-ci. L’une avait un chapeau comme elle et l’autre son air un peu penché; l’autre son regard si pur; l’autre encore sa taille fine, et l’autre avait aussi ses yeux bleus: mais aucune de ces femmes n’était jamais la grande jeune fille. Meaulnes eut le temps d’apercevoir, sous une lourde chevelure blonde, un visage aux traits un peu courts, mais dessinés avec une finesse presque douloureuse. Et comme déjà elle était passée devant lui, il regarda sa toilette qui était bien la plus simple et la plus sage des toilettes. Perplexe, il se demandait s’il allait les accompagner, lorsque la jeune fille, se tournant imperceptiblement vers lui, dit à sa compagne: – Le bateau ne va pas tarder, maintenant, je pense?... Et Meaulnes les suivit. La vieille dame, cassée, tremblante, ne cessait de causer gaiement et de rire. La jeune fille répondait doucement. Et lorsqu’elles descendirent sur l’embarcadère, elle eut ce même regard innocent et grave, qui semblait dire: – Qui êtes-vous? Que faites-vous ici? Je ne vous connais pas. Et pourtant il me semble que je vous connais. D’autres invités étaient maintenant épars entre les arbres, attendant. Et trois bateaux de plaisance accostaient, prêts à recevoir les promeneurs. Un à un, sur le passage des dames, qui paraissaient être la châtelaine et sa fille, les jeunes gens saluaient profondément, et les demoiselles s’inclinaient. Étrange matinée! Étrange partie de plaisir! Il faisait froid malgré le soleil d’hiver, et les femmes enroulaient autour de leur cou ces boas de plumes qui étaient alors à la mode... La vieille dame resta sur la rive, et, sans savoir comment, Meaulnes se trouva dans le même yacht que la jeune châtelaine. Il s’accouda sur le pont, tenant d’une main son chapeau battu par le grand vent, et il put regarder à l’aise la jeune fille, qui s’était assise à l’abri. Elle aussi le regardait. Elle répondait à ses compagnes, souriait, puis posait doucement ses yeux bleus sur lui, en tenant sa lèvre un peu mordue. Un grand silence régnait sur les berges prochaines. Le bateau filait avec un bruit calme de machine et d’eau. On eût pu se croire au cœur de l’été. On allait aborder, semblait-il, dans le beau jardin de quelque maison de campagne. La jeune fille s’y promènerait sous une ombrelle blanche. Jusqu’au soir on entendrait les tourterelles gémir... Mais soudain une rafale glacée venait rappeler décembre aux invités de cette étrange fête. On aborda devant un bois de sapins. Sur le débarcadère, les passagers durent attendre un instant, serrés les uns contre les autres, qu’un des bateliers eût ouvert le cadenas de la barrière... Avec quel émoi Meaulnes se rappelait dans la suite cette minute où, sur le bord de l’étang, il avait eu très près du sien le visage désormais perdu de la jeune fille! Il avait regardé ce profil si pur, de tous ses yeux, jusqu’à ce qu’ils fussent près de s’emplir de larmes. Et il se rappelait avoir vu, comme un secret délicat qu’elle lui eût confié, un peu de poudre restée sur sa joue... À terre, tout s’arrangea comme dans un rêve. Tandis que les enfants couraient avec des cris de joie, que des groupes se formaient et s’éparpillaient à travers bois, Meaulnes s’avança dans une allée, où, dix pas devant lui, marchait la jeune fille. Il se trouva près d’elle sans avoir eu le temps de réfléchir: – Vous êtes belle, dit-il simplement. Mais elle hâta le pas et, sans répondre, prit une allée transversale. D’autres promeneurs couraient, jouaient à travers les avenues, chacun errant à sa guise, conduit seulement par sa libre fantaisie. Le jeune homme se reprocha vivement ce qu’il appelait sa balourdise, sa grossièreté, sa sottise. Il errait au hasard, persuadé qu’il ne reverrait plus cette gracieuse créature, lorsqu’il l’aperçut soudain venant à sa rencontre et forcée de passer près de lui dans l’étroit sentier. Elle écartait de ses deux mains nues les plis de son grand manteau. Elle avait des souliers noirs très découverts. Ses chevilles étaient si fines qu’elles pliaient par instants et qu’on craignait de les voir se briser. Cette fois, le jeune homme salua, en disant très bas: – Voulez-vous me pardonner? – Je vous pardonne, dit-elle gravement. Mais il faut que je rejoigne les enfants, puisqu’ils sont les maîtres aujourd’hui. Adieu. Augustin la supplia de rester un instant encore. Il lui parlait avec gaucherie, mais d’un ton si troublé, si plein de désarroi, qu’elle marcha plus lentement et l’écouta. – Je ne sais même pas qui vous êtes, dit-elle enfin. Elle prononçait chaque mot d’un ton uniforme, en appuyant de la même façon sur chacun, mais en disant plus doucement le dernier... Ensuite elle reprenait son visage immobile, sa bouche un peu mordue, et ses yeux bleus regardaient fixement au loin. – Je ne sais pas non plus votre nom, répondit Meaulnes. Ils suivaient maintenant un chemin découvert, et l’on voyait à quelque distance les invités se presser autour d’une maison isolée dans la pleine campagne. – Voici la «maison de Frantz », dit la jeune fille; il faut que je vous quitte... Elle hésita, le regarda un instant en souriant et dit: – Mon nom?... Je suis Mlle Yvonne de Galais... Et elle s’échappa.
Alain-Fournier, Le Grand Meaulnes, Paris, Éditions Émile-Paul, 1913