mercoledì 6 novembre 2013

Il mandato imperativo. Sartori contro Grillo

Giovanni Sartori
Una violazione macroscopica
Corriere della Sera, 6 novembre 2013


Beppe Grillo è un formidabile attore e demagogo. Probabilmente anche Masaniello lo era nella Napoli del suo tempo, del 1600. Ma Masaniello non aveva l’elettricità (intendi: microfoni, televisioni, Internet e bambini derivati). Masaniello arrivava a Napoli, Grillo arriva a tutta l’Italia. Poteva essere fermato? Può ancora essere fermato?
L’Italia pullula di giuristi e anche di giuristi davvero insigni. Eppure a nessuno di loro è venuto in mente, a quanto pare, l’articolo 67 della nostra Costituzione, per il quale «ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato». Questa disattenzione è spiegabile? Forse sì, perché le nostre facoltà di Giurisprudenza si sono chiuse in un «formalismo» così introverso da ignorare una norma inserita in tutte le costituzioni delle liberal democrazie europee sin da quando fu stabilita dalla Rivoluzione Francese.
Nelle nostre facoltà di Legge si insegna storia del diritto italiano (come è giusto che sia) ma non si insegna storia del costituzionalismo. Incredibile ma vero. Il risultato è che ai nostri costituzionalisti sfugge che il divieto del mandato imperativo istituisce la rappresentanza politica dei moderni. Perché la rappresentanza esisteva anche nel Medioevo e nell’antichità, ma era appunto una rappresentanza assoggettata al vincolo del mandato imperativo, e quindi di delegati o ambasciatori che presentavano al Sovrano le richieste dei loro mandanti. Il divieto del mandato imperativo è dunque vitale per un sistema di democrazia rappresentativa. Se togli questo divieto la uccidi. E il grillismo costituisce di fatto una violazione macroscopica di questo principio.
Non c’è dubbio che il grillismo sia un movimento politico; e, secondo la dottrina, un movimento che riesce a fare eleggere suoi candidati al Parlamento, è un partito politico. Ma questi eletti hanno titolo per entrare e votare in Parlamento? Secondo l’articolo 67 della Costituzione, no. Perché gli eletti del Movimento 5 Stelle sono appunto vincolati da un mandato imperativo di agire, parlare e votare solo su istruzioni di Grillo e del suo guru; una sudditanza che li obbliga, senza istruzioni, al silenzio o alla inazione.
Come ne usciamo? L’articolo 67 sopracitato suggerisce - mi pare - che questi eletti non possono essere accolti in Parlamento senza prima sottoscrivere uno ad uno il loro ripudio del mandato imperativo. So immaginare gli strilli e i «vaffa» dei grillini e di chi li vota. Il che non toglie che i giuristi della Corte costituzionale non possano ignorare il problema e nemmeno lo dovrebbe ignorare, mi sembra, il presidente della Repubblica. Perché Scalfari ha davvero ragione quando, su la Repubblica di domenica scorsa, dice di temere, con il grillismo, il definitivo sfascio di un Paese già sfasciatissimo.
Verrò ricoperto di «vaffa», ma poco male sarebbe un male minore. Non posso invece dargli ragione sul rimedio del federalismo europeo. È comprensibile che questa tesi sia cara a Barbara Spinelli, figlia di un padre illustre che ne è stato grande animatore. Ma non si è mai visto un sistema federale senza una lingua comune. Nemmeno l’India fa eccezione, perché l’élite che la domina parla l’inglese. Ma vorrei vedere un povero votante italiano al quale vengono sottoposti, per l’elezione federale, candidati finlandesi (dei quali non saprebbe nemmeno pronunziare il nome); e così per una diecina e passa di altri Paesi che parlano per noi un linguaggio indecifrabile. Il federalismo di Bossi per fortuna è morto; e potremmo senza danno (lo sussurro e basta) sopprimere anche le Regioni.
Ma lo dico di sfuggita. Una scarica di «vaffa» alla volta .

domenica 3 novembre 2013

Camille Paglia, le provocazioni di una femminista dissidente

Alessandra Farkas
Ci salveranno i camionisti
intervista a Camille Paglia
Corriere della Sera, La Lettura, 3 novembre 2013

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Sta dicendo che la nostra arte è minacciata e che nessuno si sta organizzando per difenderla?
«L’Occidente molle e relativista si sta trasformando nella Roma imperiale e, come allora, rischia di essere sopraffatto dall’assalto di fanatici che lo vogliono distruggere. I fondamentalisti di Al Qaeda sono gli unni e i vandali che premono alla periferia dell’impero e non impiegheranno molto prima di paralizzare la sua rete elettrica, disintegrando la nostra cultura. Quando ciò accadrà non saranno i nostri politici laureati ad Harvard a difenderci ma gli uomini veri: camionisti, muratori e cacciatori, come i miei zii. Per fortuna, la maggioranza».
...
In effetti il suo modello di femminismo ha trovato molte seguaci.
«Rappresento un’ala del movimento perseguitata e messa a tacere per anni. Femministe come me e Susie Bright eravamo pro-sesso, pro-pornografia, pro-arte e pro-cultura popolare quando in America imperava la crociata di Andrea Dworkin e Catharine MacKinnon contro “Playboy” e “Penthouse” e a favore delle leggi antipornografiche. A salvarci è arrivata per fortuna la rivoluzione di Madonna».
Madonna Louise Ciccone?
«Sì. Quando nel 1990 scrissi un’editoriale sul “New York Times” in cui la descrivevo come il futuro del femminismo, le leader storiche mi risero dietro, ma nelle librerie il mio libro Sexual Personae cominciò ad andare a ruba. Il responsabile della pagina dovette litigare con il direttore per non cambiare il mio linguaggio slang, mai usato prima in un editoriale. Fui io a spianare la strada allo stile discorsivo di Maureen Dowd, con cui presto condividerò il palcoscenico».
Dove?
«Il prossimo 15 novembre alla Roy Thomson Hall di Toronto terremo un dibattito sulla presunta fine dell’uomo. A sostenere questa tesi saranno Hannah Rosin e la Dowd; con Caitlin Moran, io difenderò invece il testosterone, perché sono stanca di vederlo demonizzato come la fonte di ogni male. Anche se Rosin possiede l’orecchio della working class, il padre era tassista, il suo libro parla all’alta borghesia bianca. Donne ossessionate da diete e ginnastica, circondate da uomini addomesticati che hanno imparato a comportarsi secondo il canone femminista. Non è un caso se non ci sono mai stati tanti uomini gay come oggi».
Come lo spiega?
«Mancanza di interesse per l’avvocatessa o la dirigente bianca laureata a Yale e Harvard, che non ha più nulla di femminile e vive in totale controllo di tutto, ma senza gioia e piacere. E spesso anche senza uomini, perché molti di loro rifiutano di essere burattini. È un fenomeno globale che spiega il successo planetario di Sex and the City. Perché se è vero che alla nascita siamo tutti bisessuali, in questa cultura è molto meglio essere gay».

sabato 2 novembre 2013

Il doppio passo della socialdemocrazia

Colin Crouch
intervistato per l'Unità da Giuliano Battiston
2 novembre 2013

NEL SUO ULTIMO LIBRO, MAKING CAPITALISM FIT FOR SOCIETY, APPENA USCITO IN INGLESE PER POLITY PRESS E NON ANCORA TRADOTTO in italiano, il sociologo inglese Colin Crouch, professore emerito all’Università di Warwick, sottolinea con insistenza il bisogno che la socialdemocrazia diventi «assertiva», che si faccia più audace, che esca dalla postura difensiva degli ultimi anni, perché il suo compito rappresentare quanti nel sistema capitalistico hanno meno potere è un «compito permanente, oggi più attuale che mai».
Per farlo, sostiene l’autore di Postdemocrazia e de Il potere dei giganti (entrambi pubblicati da Laterza), la socialdemocrazia dovrebbe adottare un «doppio passo», riconoscendo la continuità con la sua tradizione storica ma allo stesso tempo rinnovandosi, così da rispondere alle esigenze e alle caratteristiche della società attuale, postindustriale. Stamane Colin Crouch parteciperà alla quinta edizione del Salone dell’editoria sociale per parlare de «La società dei diseguali. Welfare, politica ed economia dentro la grande crisi». Abbiamo approfittato della sua presenza a Roma per porgli alcune domande.
Professor Crouch, partiamo proprio dalla più difficile: che volto dovrebbe avere il nuovo progetto socialdemocratico?
«Sono tre le strade da seguire: in primo luogo, riconoscere sia i vantaggi del mercato, sia i suoi limiti. Accettarne apertamente i vantaggi rende più convincente la nostra insistenza sui seri problemi che provoca. La definizione di tali problemi è il secondo aspetto: l’ingresso del mercato in ogni ambito della nostra vita provoca delle vittime, danneggia degli interessi, che non possono essere né protetti né ricompensati dal mercato stesso. Per questo, servono interventi sia dello stato sia di altri soggetti. Il compito specifico della socialdemocrazia contemporanea è quello di distinguere tra questi interessi, individuando quelli che vanno sostenuti non tutti lo sono e unificando quelli che possono rendere la società più equa (come i problemi dell’ambiente e della precarietà sul mercato del lavoro). Infine, dobbiamo comprendere la natura dei nuovi ceti sociali dell’economia post-industriale, che ancora non hanno trovato un’autonoma espressione politica. Il blairismo della cosiddetta “Terza via” aveva ragione a pensare che il centrosinistra non potesse più essere espressione della classe operaia industriale, ma aveva torto nel dimenticare il radicamento in questi ceti sociali, la cui caratteristica è l’essere costituiti prevalentemente da donne. Questo vuol dire che, così come nella società industriale gli interessi di tutti venivano definiti secondo una prospettiva maschile, nel nuovo progetto della socialdemocrazia postindustriale tali interessi vanno definiti secondo una prospettiva femminile».
Uno dei problemi della socialdemocrazia rimane però la difficoltà a comprendere chi rappresentare e come farlo. Per evitare l’irrilevanza o l’ulteriore, progressivo ridimensionamento della propria base sociale, ai partiti di sinistra e ai sindacati lei suggerisce un rinnovamento nella forma organizzativa (meno centralizzata) e nell’identità politica (meno monolitica e ortodossa). Come rinnovarsi senza perdersi?
«Si tratta di una sfida difficile. Le nuove generazioni non accettano più i vecchi modelli organizzativi (un problema che riguarda anche le aziende). Cercano e inventano nuovi modelli, meno formali. Il movimento socialdemocratico si è sviluppato nel periodo del capitalismo e della politica delle grandi burocrazie, ma di fronte ai cambiamenti della società sarebbe uno sbaglio se mantenesse quelle caratteristiche. Inoltre, ai suoi esordi il movimento operaio si è sviluppato in una società dominata da forze antagoniste, di natura aristocratica, borghese, ecclesiale. E in molti Paesi ha cercato di costruire un vero e proprio mondo a sé, una diversa cultura. Si trattava di una risposta difensiva, di una reazione a una situazione ostile. Oggi una strategia isolazionistica sarebbe quasi impossibile, oltre che inutile. Le idee del welfare state, dei diritti universali, di un certo livello di uguaglianza della cittadinanza, sono molto diffuse nelle istituzioni, nei tribunali, nelle scuole, nelle università. In un certo senso sono i neoliberisti a dover contrastare queste idee dominanti, oggi. È un’occasione da non perdere. La perderemmo se il movimento socialdemocratico si richiudesse in se stesso».
Nei suoi libri «Il potere dei giganti» e «Making Capitalism Fit for Society», lei stesso però riconosce il grande paradosso del nostro tempo: il neoliberismo è all’origine della crisi, dell’insicurezza sociale ed economica di molti lavoratori, ma rimane l’ideologia politica dominante, mentre i socialdemocratici restano sulla difensiva. Perché?
«Il problema principale è il potere. L’attuale capitale globale può esercitare una potenza tremenda, in termini economici e politici. Come può essere contestata una simile concentrazione di potere da una forza politica che rappresenta la gente “normale”, senza grandi risorse e senza un’idea chiara della propria identità politica? In ogni caso, benché potente in termini economici e politici, il neoliberismo non è altrettanto forte quanto a consenso nei sentimenti popolari. I partiti politici più o meno “puramente” neoliberali sono minoritari come in Germania il Freie Democratische Partei, che dopo le ultime elezioni ha perso i suoi seggi nel Bundestag. Per questo il neoliberismo ha sempre bisogno di alleanze, sia con la democrazia cristiana sia con forze particolari come il Tea Party negli Stati Uniti».
Nonostante le forti critiche che rivolge alle politiche di austerità, lei continua ad attribuire all’Unione europea «il compito principale di costruire alternative praticabili al neoliberismo dentro una cornice capitalistica». Cosa possiamo realisticamente aspettarci dall’Unione europea? E come risponde a chi, anche a sinistra, è tentato dal ritorno al nazionalismo economico e al protezionismo, come risposta alla crisi?
«Affrontare i problemi di natura globale con un ritorno alle politiche nazionali sarebbe un progetto alla Don Chisciotte, oltre che un ritorno a un passato irrecuperabile. Uno dei problemi dei nostri giorni è che abbiamo forze economiche globali e democrazie nazionali. Si tratta di una lotta impossibile. In un contesto globale, i singoli stati europei perfino la Germania sono soggetti più piccoli e deboli dei grandi attori del futuro: gli Stati Uniti, la Cina, la Russia, gli altri Paesi Brics. Tra questi, nessun Paese vanta politiche sociali come quelle europee, le quali, benché minacciate, continuano a offrire sistemi di welfare-state avanzati e sindacati protagonisti della vita pubblica. Senza delle istituzioni europee forti e democratiche tutto questo andrà perso. So bene che l’attuale Unione europea è nemica dei miei valori politici e sociali, ma dobbiamo provare a cambiarla. Non vedo alternative. Di certo, non è un’alternativa né il nazionalismo economico né il protezionismo, che rimane una politica di destra, se non fascista, che protegge solo i grandi imprenditori. A farne le spese sono la maggioranza del popolo e le piccole imprese».

giovedì 31 ottobre 2013

Carlo Freccero su Renzi

 Carlo Freccero
Il pensiero unico del Gattopardo
il manifesto, 29 ottobre 2013
Per capire il fenomeno-Renzi, è utile seguire la comunicazione per slogan della sua campagna elettorale, l'uso accorto di alcune parole-chiave, la retorica della Leopolda. E la verità viene a galla.

Con Renzi finisce il berlusconismo?
Renzi l'ha sostenuto esplicitamente. Ma, più che di fronte ad una fine, sembra di essere di fronte ad una rottamazione, e cioè, nel linguaggio di Renzi, la sostituzione della vecchia classe politica con una nuova. C'è discontinuità nei testimonial, più che nei programmi e nei contenuti. Per questo Berlusconi teme Renzi. Come lui è un comunicatore senza contenuti. E proprio questa mancanza di definizione, allarga il potenziale bacino elettorale. Come per l'audience l'insieme più ampio è quello meno definito. Renzi è un comunicatore che, col linguaggio televisivo, potremmo definire generalista, per questo motivo è inclusivo, non esclusivo. Ha una buona parola per tutti.

Che tipo di comunicazione è quella di Renzi?L'ha detto lui stesso: una comunicazione semplice, basata sul contatto diretto e sull'ovvietà condivisa. Ma c'è un problema, la situazione in cui si trova oggi l'Italia, è la più complessa di sempre. C'è una crisi mondiale che coinvolge soprattutto il nostro paese. E le soluzioni sono tutt'altro che semplici. Tanto che non le ha ancora trovate nessuno. Una comunicazione semplice ed un programma "di consenso", non hanno la funzione di risolvere i problemi, ma piuttosto di allargare il potenziale elettorato, coagulare maggioranze di destra e di sinistra, vincere le elezioni. Con Renzi si fa evidente il ruolo limitato giocato oggi dalla politica, nei confronti dell'economia che è il livello in cui si prendono le decisioni vere, decisioni che spesso esautorano i singoli stati. Compito della politica non è più guidare l'economia, sulla base di scelte, di principi, di valori. Scopo della politica è creare maggioranze e vincere i vari tipi di elezioni; primarie, amministrative, politiche. Pensiamo al Pd. Rispetto alla sua storia Renzi è un corpo estraneo. Ma anche gli avversari interni al partito stanno lentamente convergendo su di lui, perché Renzi è capace di fare le cose che il Pd non è riuscito fino ad ora a fare: comunicare e coagulare maggioranze.

Renzi è ancora di sinistra?A questo proposito alla Leopolda è stato fatto un bellissimo ragionamento. Se la sinistra (che rappresenta il cambiamento) non cambia, diventa destra. Quindi la sinistra deve cambiare. Ma, aggiungo io, per cambiare, la sinistra non può che spostarsi a destra. Quindi il destino della sinistra è segnato. O rimane di destra, o cambia per diventare destra. Niente più di questo bellissimo paradosso illustra la natura di quello che Ignacio Ramonet ha battezzato al suo tempo "pensiero unico", "panseu unique". Nell'epoca del pensiero unico non ci sono alternative: o così, o così. Renzi non fa mistero di essere un ammiratore di Blair, di quella "terza via" a suo tempo impersonata dai Blair e dai Clinton, che sono, in definitiva, quelli che hanno portato a termine l'architettura dell'attuale sistema economico perfino finanziario.
Perché i suoi seguaci sono imprenditori di successo?
Vale per Renzi l'effetto Berlusconi delle origini. Come i vari Guerra, Farinetti, Baricco, Berlusconi era un imprenditore che si era fatto da sé come tale capace di Fare. Ed il Fare, al di fuori delle ideologie e delle riflessioni che non possono che frenare l'operatività, è il grande mito della politica di oggi, ed è, in particolare, lo slogan di Renzi. C'è crisi. Bisogna rimboccarsi le maniche. I suoi testimonial l'hanno fatto, nel concreto ed ognuno ha avuto successo nel suo campo. Ed arriviamo al nocciolo del problema. Per Renzi la politica non è tanto riflettere sui bisogni della collettività. Ma conferire agli imprenditori più capaci, la possibilità di esprimersi individualmente, senza limitazioni ed in piena libertà. Un vero programma liberista. Non a caso alla Leopolda si è parlato di ripristinare la giustizia sociale attraverso la meritocrazia*. Il concetto di meritocrazia non è di sinistra. Dirò di più. Il successo di pochi non si riverserà sul benessere di tutti. Faccio un esempio concreto: Berlusconi. Poiché era ricco, molti credevano che potesse arricchire il paese. In effetti ha moltiplicato il patrimonio personale, ma non mi sembra che abbia arricchito il paese.

Ma Renzi è la nuova Democrazia cristiana?Direi che è la normale evoluzione di quella "fusione fredda" che ha costituito il Pd. Ognuno voleva vederci quello in cui credeva. La sinistra una forma moderna di sinistra, l'ex Dc il lato operativo dei valori cristiani come carità e solidarietà. Renzi ha un padre democristiano. E ha ideato per Firenze (non so se è già operativo) un cimitero di feti. Oggi, dopo il vituperio del crollo della prima Repubblica, molti vorrebbero vedere rinascere una classe democristiana. Alla democrazia cristiana si riconosce di avere guidato per 50 anni il paese rendendolo economicamente prospero. Anche se il rovescio della medaglia erano i grandi misteri del paese. Apparentemente Renzi è per un'alternanza decisa tra partiti e chiede una legge elettorale uguale a quella per l'elezione a sindaco. Chi sbaglia va casa. Ma, ancora una volta, l'alternanza è tra persone e non tra programmi. Il sindaco è sempre più un'amministratore di condominio. Ed anche la politica si avvicina sempre di più ad una grande assemblea condominiale. Uno scenario in cui si invoca il cambiamento perché, come nel Gattopardo, niente deve cambiare.

Perché si è posta così la Leopolda?La Leopolda è un meeting all'americana che serve a ricompattare un partito o una corrente politica. Ne ha fatto uso Berlusconi per Forza Italia. E ne hanno fatto uso uomini di sinistra. Ma la Leopolda è più efficace perché è ormai un'istituzione che si ripete nel tempo, E nella psicologia sociale la ripetizione è fondamentale, per fissarsi nella memoria e conferire autorevolezza e credibilità. Renzi, con la Leopolda, riprende uno stile da "presidenziali americane". E questo si riverbera, positivamente sulla sua immagine. 
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* Questo è per lo meno discutibile. Se l'uguaglianza fa fuori la meritocrazia, il sistema tende a diventare inefficiente e improduttivo, con la prospettiva assai probabile di una miseria condivisa. Perfino Stalin aveva dovuto porre un freno all'uguagianza meccanica. (Giovanni Carpinelli)

martedì 29 ottobre 2013

La trappola della superiorità e della resistenza

Emanuele Trevi
Goodbye Berlinguer. L’illusione della purezza
Con una scrittura felice Francesco Piccolo dà voce ai sentimenti privati e politici di un uomo di sinistra


Corriere della Sera, 28 ottobre 2013

si parla di Francesco Piccolo, Il desiderio di essere come tutti (Einaudi)

Come tutti i desideri che si rispettino, e nonostante la sua ingannevole umiltà, anche Il desiderio di essere come tutti (Einaudi) di Francesco Piccolo è una proiezione di se stesso nell’impossibile, una tensione destinata a non trovare mai il suo punto di approdo e una sfida consapevole al principio di realtà. Se valutassimo questa aspirazione secondo il metro del buon senso, tanto varrebbe desiderare di essere migliori o più belli di tutti gli altri. Nel libro di Piccolo, poi, le cose si complicano notevolmente perché il significato di quei «tutti» non è per nulla generico, non se ne sta lì come un semplice bersaglio di cartone sul quale prendere la mira. Al contrario, si potrebbe dire che il vero argomento affrontato da Piccolo sia la ricerca di un significato possibile a questa parola, «Tutti», che campeggia a caratteri cubitali sulla prima pagina dell’«Unità», all’indomani degli immensi funerali di Enrico Berlinguer, celebrati il 13 giugno del 1984.
Quel giorno, il ventenne Piccolo se ne era rimasto a casa sua, a Caserta, chiuso nella stanza dei genitori a guardare i funerali in tv, piangendo e sollevando il pugno chiuso, seduto su una scomoda poltroncina, col timore dell’arrivo imprevisto di un genitore o di un fratello. Nessuno, per sua fortuna, violò la solitudine del momento e lo scrittore regala a noi l’imbarazzante privilegio di sorprenderlo in quell’assurda posizione, spiacevole ed enfatica al tempo stesso, dunque inevitabilmente comica.
Piccolo è diventato nel corso del tempo un maestro di questi rapidi autoritratti, che hanno il merito di rendere credibile il percorso di conoscenza in corso. È vita ed è nello stesso tempo esercizio intellettuale, senza che l’una ostacoli l’altro o viceversa, in una specie di pirandellismo a oltranza, specializzato nel cavare sorprendenti gocce di saggezza dal futile e dall’aleatorio. È un buon metodo, capace di produrre frutti memorabili; ma un bravo scrittore non si può accontentare di questo. Alle soglie dei cinquant’anni, Piccolo ha deciso di allargare decisamente l’orizzonte.
Il desiderio di essere come tutti è un’autobiografia politica o, meglio, la storia di un individuo che percepisce se stesso come appartenente a una comunità. Fatti di natura privata si intrecciano a un lunghissimo segmento della storia civile dell’Italia, quarant’anni suddivisi in due parti, la prima intitolata a Enrico Berlinguer, la seconda a Silvio Berlusconi. Come si sarà intuito dalla scena dei funerali di Berlinguer seguiti in televisione, il protagonista di questa storia è un ragazzo, poi un uomo di sinistra.
Come tanti della sua età e delle sue idee, anche Piccolo può affermare che la sorte, dal punto di vista politico, non gli ha riservato nulla di bello, nemmeno una di quelle stagioni esaltanti che ogni generazione aspira a vivere. Lui però, non scrive per lagnarsi. La mancanza di una cosa è un oggetto altrettanto interessante della cosa stessa. La cosa che manca, ed è sempre mancata, è una duratura vittoria della sinistra, assieme a tutte le possibilità storiche che questa avrebbe comportato.
Ma la sconfitta non è solo la mancanza di vittoria: essa infatti è capace di produrre un intero modo di vedere il mondo e in definitiva un modo di essere. Piccolo descrive un dramma collettivo di proporzioni gigantesche, tale da suggerire anche al suo stile perplesso e suadente certe inusuali punte di solennità o di stizza. Ci racconta una lunga e spaventosa metamorfosi, psicologica ancora prima che ideologica, che ha condotto la sinistra ad albergare in sé un sentimento di «purezza» morale capace di erigere un muro fra sé e l’avversario. E ci fa vedere come questa pretesa di superiorità, che confonde l’etica e la politica come in un gioco delle tre carte, non può che aver trasformato la sinistra in una grande forza conservatrice, custode di valori nobili ma immutabili nel tempo, indiscutibili, impermeabili al cambiamento.
Come tutti hanno potuto vedere con i propri occhi e come Piccolo racconta magistralmente, questa catastrofe intellettuale della superiorità ha trovato l’impulso finale con l’avvento di Berlusconi. Noto con piacere che Piccolo non manca di aggiungere alla lunga lista dei sintomi di questa specie di malattia mentale collettiva anche il verbo «resistere», svuotato di ogni credibilità da un uso davvero dissennato. Flannery O’Connor una volta ha scritto che c’è gente che vive «in un mondo che Dio non ha mai creato». Mi sembra una splendida definizione di questo carcere piranesiano della purezza e della conservazione descritto da Piccolo. Che invece non ce la fa a sentirsi superiore agli altri per un motivo del tutto opinabile e personale, ma proprio per questo decisivo: lui, in questi vent’anni, ha goduto di una vita felice. Nonostante il fatto che gli eventi della politica producano in lui notevoli riflessi interiori e nonostante il fatto che non ci sia giorno che non gli porti delle amarezze da quella parte, non può tacere questa verità. Se avesse avuto una malattia grave, se avesse perso una persona cara, se fosse finito nei guai con la giustizia, la sua felicità sarebbe stata sicuramente diminuita o estinta. Berlusconi invece non ce l’ha fatta.
Ne possiamo dedurre, con la certezza di un corollario matematico, che questa sfera d’esistenza rappresentata dalla lotta politica, che appassiona Piccolo così come ci si può appassionare al calcio o all’arte contemporanea, non possiede i requisiti necessari a determinare la soddisfazione, l’interesse, lo spavento, l’erotismo che le esperienze davvero decisive riescono a suscitare in noi. Per utilizzare la celebre distinzione di Jacques Lacan, non si può negare alla politica un grado, seppur minimo, di realtà, ma di sicuro essa non fa parte del «reale», inteso come ciò che ogni singolo individuo sperimenta come «insostenibile», sia nel dolore sia nella gioia. La più profonda verità morale che si possa cavare dagli ultimi venti anni è che Berlusconi è sostenibilissimo. Di certo, perlomeno, non fa parte del reale quella melassa di opinioni, buoni sentimenti e inani risentimenti prodotta da un ambiente intellettuale talmente separato dal mondo da essersi convinto, in buona fede, di vivere sotto il tallone di una dittatura, sempre dichiarando di voler vivere altrove e mai togliendosi effettivamente dai piedi.
Francamente, mi convince poco la strategia fin dal titolo messa in atto da Piccolo per evadere da questa palude. Sono d’accordo sul fatto che chi la pensa come noi non ha mai nulla di importante da insegnarci, ma non nutro una stima dell’umanità tale da pensare che in quei «tutti» che lo scrittore desidera raggiungere, dall’altra parte dell’inutile barricata, ci sia qualcosa di così prezioso. L’unica cosa davvero trasversale che esiste nelle nostre democrazie è la stupidità. Sarei più incline alla fuga solitaria, al rispondere solo di se stessi, al distacco totale dall’idra morbosa dell’opinione.
Ma non dimentico che quello che ho appena letto non è un saggio, ma un romanzo. La differenza tra un saggio e un romanzo non è nello stile e nel linguaggio, ma nel fatto che nel secondo si indica una strada che può valere solo, fino in fondo, per chi l’ha scritto. Quello che davvero vale per tutti, invece, è l’amore viscerale di Piccolo per il presente, il suo rimanere ben piantato nella vita che gli è toccata, quell’assoluta, purissima incapacità di stare altrove che ci ha raccontato fin dai suoi primi libri. È con un brivido di empatia e complicità che lo ritroviamo ancora qui, che in fondo è l’unico posto dove si possa stare con dignità e con spirito poetico, sempre a caccia dei suoi momenti di felicità.
I menagrami e i moralisti non ci crederanno mai, ma è un’attività che basta da sola a riempire un’esistenza.

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Guido Vitiello, post su facebook, 11 novembre 2013
Ho letto, senza troppo entusiasmo, il libro di Francesco Piccolo, "Il desiderio di essere come tutti". Vista da lontano (anagraficamente, culturalmente e ideologicamente) e con un po' di cinismo, l'autoanalisi del berlingueriano "puro e reazionario" che al termine di grandi tribolazioni finisce per sentirsi parte del Paese impuro in cui vive mi pare una formidabile riprova della Regola dei Vent'anni, ovvero: possibile che ci voglia tutto quel tempo (e tutte quelle pagine) per capire una cosa tanto ovvia?
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Reazioni al premio Strega 
La Stampa, 5 luglio 2014
 
Massimiliano Panarari


... né apocalittico, né integrato, in linea con la funzione dell'intellettuale (nel suo caso, sicuramente progressista) di distinguere senza farsi travolgere dallo spirito di fazione. E, invece, relativista, e in grado di vivere nel frullato postmoderno il cui manifesto, non a caso, è il seguitissimo programma 'Che tempo che fa' che lo annovera tra i suoi autori, e ha saputo inventarsi, come nessun altro prodotto culturale il nazionalpopolare "di sinistra" dei nostri giorni. 



Giovanni Orsina

... A leggere 'Il desiderio di essere come tutti' si ha l'impressione che una certa cultura di sinistra stia facendo i conti col ventennio berlusconiano (e di conseguenza sia diventata "oggettivamente" renziana) così come li ha fatti col comunismo dopo il 1989: restando ben chiusa nel proprio recinto, prendendosi meno responsabilità che sia possibile, facendo l'autocritica minima indispensabile. Rimodulando la propria identità in una maniera sempre più debole - dal comunismo all'antiberlusconismo apocalittico, a un progressismo acquoso. [...] E soprattutto replicando in una forma questa volta sottile e leggera, ma non meno ferma la convinzione che la sinistra resti "migliore". Tanto più che ora, arrivando infine a comprendere in sé anche la mancanza di purezza e la superficialità, è pure in grado di vincere le elezioni.


sabato 26 ottobre 2013

Lo sgretolamento della destra italiana

Roberto D'Alimonte è un politologo di grande valore. E' comunemente ritenuto il maggior esperto di sistemi elettorali che vi sia in Italia. Nell'articolo qui riprodotto dice due cose importanti, a mio parere. E le dice per tempo, perché il testo risale al 3 ottobre. La prima: Berlusconi non è veramente uscito di scena e non ha ancora perso del tutto la sua partita. La seconda: c'è poco da girare intorno al problema, la sua soluzione passa per una sconfitta elettorale sul campo. Una terza cosa, che viene, se non detta, suggerita è questa: la sinistra non ha la garanzia della vittoria. (gc)

Roberto D'Alimonte
Si sgretolano i moderati
Il Sole 24 ore, 3 ottobre 2013


Berlusconi ha fatto una scommessa. Una delle tante che segnano la sua carriera di imprenditore e di politico. Con la caduta del governo Letta pensava di poter tornare alle urne in tempi rapidi e in questo modo rimescolare le carte. Da molti punti di vista era una decisione azzardata. I rischi attesi erano superiori ai possibili guadagni. Ha sopravvalutato la probabilità di elezioni anticipate e ha sottovalutato le divisioni nel suo partito. E così ha perso. Ma nella sconfitta ha dimostrato una straordinaria lucidità. La decisione di votare la fiducia è stata un atto di razionalità politica. Persa la scommessa, restare fuori dal governo - e con le elezioni rinviate sine die - non solo avrebbe certificato platealmente la spaccatura del suo partito e un fatale indebolimento della sua leadership, ma si sarebbe anche privato della possibilità di influire sulle scelte politiche future. In primis, quella sulla riforma elettorale. Ma la sconfitta resta e segna un'altra tappa della lunga agonia del Cavaliere.
Il ventennio berlusconiano ha attraversato diverse fasi. Quella che stiamo vivendo ora forse è l'ultima. Ma forse no. Nonostante tutto Berlusconi potrebbe avere ancora delle carte da giocare. Dipende da lui e dipende dai suoi avversari. Quante volte è stato dato per finito salvo poi restare meravigliati dalla sua capacità di recupero? È successo nel 1994, nel 1996, nel 2001, a da ultimo nel 2013. In tutte queste occasioni sembrava che il ciclo berlusconiano fosse arrivato alla fine e invece in un modo o in un altro Berlusconi è sopravvissuto. È certo però che quello che sta avvenendo in queste ore non può essere sottovalutato. È una ulteriore manifestazione di un fenomeno che è iniziato nel 2008 e che da allora è andato avanti lentamente ma inesorabilmente: lo sgretolamento della destra italiana. Dopo aver interessato uno a uno gli alleati storici del Cavaliere adesso il fenomeno tocca direttamente il cuore stesso del blocco moderato. Non era mai successo prima che il partito di Berlusconi perdesse pezzi del suo nucleo originale, cioè pezzi di Forza Italia. Non si sa in questo momento se il dissenso manifestato nei confronti della scelta di aprire la crisi di governo si tradurrà in una vera e propria scissione. L'ipotesi che i dissidenti formino gruppi parlamentari autonomi alla Camera e al Senato è nell'aria ma non si è ancora tradotta in fatti concreti. Forse il Cavaliere riuscirà a ricucire ponendosi al centro tra i falchi e le colombe all'interno del suo partito. Ma è una partita difficile. La sua decisione di qualche giorno fa di schierarsi con i primi ne ha minato la credibilità come possibile mediatore, anche se la mossa a sorpresa di votare la fiducia lascia la porta aperta alla riappacificazione. In ogni caso sarebbe una operazione di corto respiro. Sono troppo profonde le lacerazioni che minano la coesione del Pdl e più in generale del fronte dei moderati. I nodi sono venuti al pettine.
L'unità della destra italiana è il pilastro su cui Berlusconi ha fondato la sua strategia politica e ha costruito il suo successo. Ma questa unità è cosa del passato. La destra di oggi è divisa in molti tronconi. Prima l'uscita di Casini, poi quella di Fini e ora la rivolta all'interno dello stesso Pdl hanno lasciato Berlusconi praticamente solo. Parallelamente allo sgretolamento della coalizione dei moderati si è assistito al declino dei consensi elettorali. Come si vede nel grafico in pagina il Pdl ha toccato il suo minimo storico in termini di voti proprio alle ultime elezioni. Ha meno voti di quanti ne aveva preso Forza Italia nel 1994 e in percentuale solo uno 0,6 in più. Rispetto alle elezioni del 2008 ha perso più di sei milioni di consensi. Lo stesso trend ha subito lo schieramento di destra nel suo complesso. Eppure lo abbiamo visto lo scorso febbraio, pur perdendo quasi otto milioni di voti, la coalizione di Berlusconi è riuscita a impedire alla sinistra di Bersani di vincere. Non è solo colpa del sistema elettorale del Senato. Bersani ha vinto il premio di maggioranza alla Camera per soli 125.000 voti.
Chi pensa che il voto di fiducia di ieri segni la fine politica del Cavaliere rischia di illudersi. Solo una decisiva sconfitta elettorale porrà fine al ciclo inaugurato da Berlusconi nell'ormai lontano 1994. Ma per questo occorre che la sinistra trovi i voti che le mancano.

martedì 22 ottobre 2013

Che cosa ha rappresentato Monti







Giulio Sapelli
, L’inverno di Monti. Il bisogno della politica, Guerini e Associati, Milano, 2012.

Recensione di Federico Magi, Lankelot, 27 marzo 2012


I said to my soul, be still, and let the dark come upon you. Which shall be the darkness of God. T.S. Elliot, East Coker

“Ora è il più freddo degli inverni, quando si può piangere di sadica crudeltà allontanandosi sempre di più dalla giustizia comunicativa”(p.72)
Che il governo Monti sia un’anomalia credo sia lampante anche agli occhi dei suoi più strenui sostenitori, non fosse altro per il modo in cui si è insediato che definire inusuale risulta certo un eufemismo. Però Monti serviva, serviva eccome, ci è stato detto da più parti: filosofi, scrittori, giornalisti più o meno illuminati e opinionisti di varia specie e natura hanno accolto Monti come il “salvatore dell’Italia”. E lui si è calato nella parte come un novello Batman, non c’è che dire. L’ordine nuovo ha fatto sì che, in una nuova gerarchia, prima venga Monti e poi la politica, i partiti. È stata un’urgenza, una necessità. Una medicina amara da buttar giù tutta d’un fiato per tornare a stare bene. E la politica come l’ha presa? La politica è attualmente prona e statica, prende fiato per reinventarsi o quanto meno riproporsi agli elettori, tra un annetto abbondante, sperando di essersi rifatta il trucco dopo anni di immobilismo e di connivenza con quei poteri (finanza, grandi banche) ai quali da tempo ha dovuto abdicare. Ma davvero Mario Monti era l’unica medicina possibile, per l’Italia? A questa domanda, facendo un po’ di storia recente, risponde con argomenti taglienti e uno sguardo lucido da economista che indaga profondamente i processi storico-politici, il professore ordinario di Storia economica all’università degli Studi di Milano, nonché editorialista del Corriere della Sera, Giulio Sapelli. Nel suo L’inverno di Monti, edito da Guerini e Associati, ci dice che l’inamidato professore bocconiano non solo non è la cura, ma è un passo ulteriore verso un baratro che vede l’Italia e l’Europa in posizione declinante rispetto a un oriente (Cina e India, ma non soltanto) in costante espansione economica che fatalmente diventerà l’interlocutore privilegiato della maggiore potenza occidentale: gli Stati Uniti.
Per spiegarci il perché di tutto ciò Sapelli analizza un po’ di storia economico-politica dell’Italia in rapporto all’Europa, e dell’Europa rispetto all’intero Occidente, toccando rapidamente i punti chiave a supporto della sua visione di fondo. Prima di tutto, la specificità dell’Italia rispetto all’egemonia tedesco-europea, la sua eterogeneità, l’intreccio tra nazione e internalizzazione operante sin dalla nascita come stato:  “Un intreccio che non è mai stato culturalmente condiviso e che si è rivelato predatorio sul piano del capitale fisso e intellettuale dall’Italia secolarmente accumulato”. Intreccio che diventa vizioso nella seconda metà del Novecento, evidenziato da alcuni fatti che, secondo Sapelli, vanno tutti nella stessa direzione come “la rapina della divisione elettronica dell’Olivetti da parte della Fiat e Mediobanca, l’assassinio di Mattei, la messa fuori gioco di Ippolito nel campo nucleare, sino alla recente spoliazione dell’industria nazionale per mano di privatizzazioni senza liberalizzazioni”. Da questo punto di vista, ci dice Sapelli, Prodi è stato molto più organico di Berlusconi rispetto ai poteri che ci tengono in scacco, ma tutte e due le grandi coalizioni elettorali che si sono succedute in questi ultimi vent’anni sono risultate inefficaci davanti al potere delle banche e dell’Europa germanocentrica. Eppure Berlusconi avrebbe potuto fare di più e meglio, secondo Sapelli, viste le interessanti scelte (il legame organico con Putin e con gli stati dell’Africa del nord) che rompevano quest’asse che ci vedeva costretti in un gioco politico-economico di sostanziale subalternità. Ciò non fu possibile per due motivi fondamentali: l’eterogeneità del governo di centro-destra e una evidente mancanza di realismo politico che lo ha portato a sottovalutare l’asse franco-tedesco pronto a far man bassa dell’Italia in svendita. Ed ecco che arriviamo al governo Monti, anzi sarebbe meglio dire Monti-Napolitano, voluto fortemente e ottenuto con abile gioco di mano dal Presidente della Repubblica proprio in ossequio alla realpolitik tanto invocata dall’Europa della Merkel e tanto carente nei governi del Cavaliere. E qui Sapelli ci va giù duro e spiega senza mezze misure l’inganno Monti e i pericoli che l’operazione ideata da Napolitano porta con sé: “Tutto è instabile, tutto rischia di rovinarci addosso. E proprio in questa situazione il Presidente della Repubblica Italiana pensa di  sortire da essa con una sorta di imitazione delle dittature romane. La prassi con cui si è proceduto alla nomina di Mario Monti prima senatore a vita, poi Primo Ministro, ricorda l’essenza del processo di nomina del dictator romano”.
Monti, per Sapelli, è la quintessenza della morte dell’ideologia, perché egli non è altro che ”l’esponente del blocco poliarchico italico organicamente europeo: grandi banche, grandi scuole internazionali di business, grandi società di consulenza”. È il garante di quell’establishment che al contrario dovremmo combattere per rialzare la testa e riaffermare la capacità di autodeterminarci sia economicamente che politicamente, in Italia come in Europa. Tra l’altro Monti rappresenta anche il potere oggi in crisi Italia: “le grandi banche e i loro legami col mondo produttivo, universitario, in definitiva sociale”. L’unico reale antidoto possibile, secondo Sapelli, contro il declino dell’Italia, ma in una più ampia analisi di tutto il Vecchio continente, è il ritorno alla politica, perché il diffuso populismo e la deflazione europea e mondiale ci dicono che il rischio di nuove dittature è tutt’altro che scongiurato. In Italia, ad esempio, la conseguenza di questo rifiuto della soluzione politica di cui si sono resi responsabili i principali partiti, è stata ”non soltanto l’aumento della sofferenza sociale, ma anche l’emergere di una crudeltà istituzionale sino ad oggi inusitata”. I professori, da questo punto di vista, non solo sono una anomalia che promuove rimedi basati sull’astrattezza delle tesi, ma hanno la colpa ancor più grave di “concepire i soggetti umani come cavie e non come persone”. Senza mezzi termini Sapelli ci dice che quello Monti (Napolitano) non solo non è il governo che ci salverà dalla crisi, ma è addirittura il peggior esecutivo possibile immaginabile visto i tempi e le urgenze politiche, economiche e sociali: ”Questi dictator dimidiati non fanno che aumentare la sofferenza, che diventa disperazione”. Sapelli conclude dicendo la sua sui possibili rimedi, peraltro non così impraticabili come qualcuno vorrebbe ancora farci credere: “Si riformino le banche, si esproprino i patrimoni delle Fondazioni Bancarie per trovare i denari per rifondare lo stato imprenditore e si riprenda la via dell’economia mista senza cedere al ricatto che così facendo si sprofonderà nella corruzione”. L’inverno di Monti è un’opera breve ma incisiva, consigliabile a chiunque si interessi di queste materie e a chiunque voglia guardare all’attualità politica senza schemi precostituiti e fuori dalla retorica e dalla subalternità al potere con cui è descritta dai media.