Gad Lerner
La stampa italiana alle grandi manovre. Verso destra
il manifesto, 19 luglio 2026
Era il 1921 quando Marc Bloch, reduce dalle trincee, pubblicò le sue Riflessioni di uno storico sulle false notizie di guerra. Vi descrisse l’effetto della censura militare che, gettando discredito sulla parola scritta, aveva favorito «un risveglio prodigioso della tradizione orale, madre antica delle leggende e dei miti». Quello stesso discredito si riversa, nel tempo contemporaneo di guerre e feudalesimo digitale, sulle aziende produttrici di informazione. E investe il fragile sistema editoriale italiano con movimenti tellurici accelerati. Quanto al risveglio prodigioso di leggende e miti, ci pensano i tecnocrati padroni degli algoritmi a spacciarne di sempre più violenti e reazionari.
In Italia, salvo eccezioni per cui bastano le dita di una mano, il crollo delle vendite dei giornali non trova compensazione né numerica né economica online. I giornali filogovernativi perdono copie ma non il cipiglio aggressivo. Da quelle parti, direbbe Marc Bloch, si riesumano tradizioni orali sui buoni che siamo noi e gli altri cattivi che meritano solo il peggio. Ma nel frattempo il riassetto complessivo delle proprietà editoriali sdrucciola rapidamente a destra inseguendo il più forte, il più ricco, il prossimo leader vincente.
Vi fu un tempo in cui il ricambio nella direzione dei giornali rappresentava un osservatorio significativo di fenomeni più vasti, e per questo suscitava interesse. L’Italia, del resto, prima ancora della formazione di una vera e propria opinione pubblica, nel secolo scorso fu la patria del giornalismo politico di massa, da Mussolini a Gramsci. I giornali furono strumento di formazione culturale, orientamento e mobilitazione. I giornalisti furono corporazione ma anche ceto intellettuale protagonista.
Oggi invece – consumato il divorzio con i lettori – i sommovimenti editoriali sembrano interessare solo le redazioni con l’ansia dell’esubero, l’attesa dei prepensionamenti e, per i rari nuovi ingressi, la proletarizzazione di un mestiere reso precario e mal pagato. Eppure andrebbero pur osservati nel loro insieme – sine ira et studio – i sorprendenti passaggi di proprietà che si accompagnano a veri e propri salti della quaglia praticati fra direttori e vicedirettori, definibili piuttosto funzionari che trasformisti. Non occorre far nomi, anzi, meglio evitare personalismi se si vuol tentare un’interpretazione della tendenza in atto.
Risale a ormai sei anni fa il fallimentare esperimento di un erede del capitalismo novecentesco, il quale pretendeva di rivoltare come un calzino quello che fu il principale quotidiano progressista del Paese, da lui giudicato obsoleto. Vi entrò con piglio padronale, gli impose una virata tecnocratica e atlantista che il boom dei nazionalismi ha travolto, per poi uscirne con la coda fra le gambe. Vorrà pur dir qualcosa se dopo cotanto insuccesso torna in auge il direttore che ne fu protagonista, sfiduciato dalla redazione e quindi rimosso, ma riesumato ora al vertice editoriale del fu giornale degli Agnelli. A lui si assegna la missione di aprire niente meno che un canale diretto con gli Usa, nel mentre l’ambito regionale piemontese è affidato a un veterano settantacinquenne. C’è un “modello occidentale” da difendere, alla faccia del rinnovamento e dei risultati di bilancio.
Del resto il passaggio multinazionale alla proprietà greca del giornale diretto per un ventennio da Eugenio Scalfari e per un altro ventennio da Ezio Mauro, necessita ora di un “interim”. Singolare emblema di provvisorietà, questo interim, resosi necessario dopo l’imprevisto passaggio alla concorrenza del timoniere che solo ieri aveva finito di celebrarne in gloria il cinquantenario (ma nel frattempo aveva già diretto tutto e il contrario di tutto). Orfeo ha trovato la sua Euridice in un giovane neoeditore pigliatutto, ricco assai e in procinto di venir insignito di laurea honoris causa; il quale, dopo che gli avevano respinta l’offerta d’acquisto che aveva pubblicamente avanzato per il medesimo quotidiano progressista, si è rifatto in pochi giorni comprando il 30% delle azioni di un Giornale assai di destra.
E, non pago, ha rilevato le tre testate di un gruppo editoriale radicato a Bologna, Firenze e Milano, anch’esse di taglio conservatore. Nell’editoria privata, dunque, tralasciando le vicende Rai, la stagione estiva ci ha riservato un bello sconquasso. Rimangono stabili i giornali di Roma e Napoli cui il proprietario chiede di sostenere appassionatamente il governo in carica. E il maggior editore italiano, abilissimo nel tenere una gamba di qua, con il giornale quotidiano, e una di là, con la televisione. Nell’attesa, chissà, che un giorno tocchi a lui riempire il vuoto politico.
Un nome, un nome solo, mi sia concesso – a suo onore – di scriverlo; perché trattasi dell’antesignano del fenomeno che stiamo descrivendo: Tommaso Cerno, sul quale pure avevano riposto grandi aspettative gli eredi De Benedetti all’epoca in cui facevano ancora gli editori, inserendolo nel vertice del settimanale prima e del quotidiano progressista poi, salvo ritrovarselo in men che non si dica parlamentare renziano e di lì fulmineamente trasbordato sulla sponda meloniana, dove primeggia collezionando incarichi nei giornali e nella tv pubblica. Pare che lo stia per raggiungere un altro fresco dimissionario dal quotidiano progressista.
Piuttosto che dilettarsi in considerazioni di natura morale sarà utile individuare quale sia il denominatore comune di questo sdrucciolare a destra della stampa, con i suoi padroni vecchi e nuovi. I nostalgici dei governi tecnici e gli ammiratori di Giorgia Meloni (forse increduli che lei possa ritrovarsi in partnership con Vannacci, ma pronti all’indulgenza) si ritrovano sintonizzati nella difesa del modello occidentale con le sue implicazioni scomode: la necessità del riarmo, anzitutto. Ma inoltre l’abituarsi alla necessità del lavoro servile. E l’estensione dell’apparato repressivo e carcerario fino agli adolescenti, ormai minoranza esigua in una società la cui età media rasenta i 50 anni.
Tanto ormai solo gli anziani leggono i giornali e guardano i talk show.
La buona notizia è che questo scivolamento a destra apre spazi inediti a un giornalismo alternativo che racconti le verità impellenti e le ingiustizie palesi.

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