se
la disperazione si trasforma in «disperanza»
Nuovi
sentimenti
Sara
Boffito
Il Sole 24ore, 19 luglio 2026
Ci sono sentimenti per cui tante volte non troviamo le parole. Sentimenti scivolosi, ambigui, scomodi, che in certi momenti si fanno urgenti. Non è un caso, forse, che la parola per il sentimento del nostro tempo arrivi da un poeta, Franco Marcoaldi, che attinge e trasforma il termine da un altro grande poeta, Giorgio Caproni. Si tratta di «disperanza», a cui Marcoaldi dedica un saggio profondissimo, urgente.
L’urgenza è data dal momento storico, di «Lunga emergenza», un allarme affannato e improduttivo, ma anche – mi sembra – dal bisogno interno di dare un nome a questo sentire. La prima reazione davanti al naufragio sarebbe la disperazione; però, sottolinea il poeta, questa soluzione sarebbe ingenua, sotto sotto anche comoda, alzare le mani e rassegnarsi dichiarando che quello che accade è troppo, troppo per reagire, per difendersi, per poter continuare a pensare. La retorica della disperazione diventa connivenza, vigliaccheria, mancanza di responsabilità. Hanna Segal, una grande psicoanalista inglese, nel 1987, aveva affermato qualcosa di simile sostenendo che il vero crimine è il silenzio, che l’avvento delle armi nucleari ha modificato radicalmente la condizione psichica e politica dell’umanità, dal momento che per la prima volta la distruttività umana può coincidere con l’annientamento reale del mondo. Il silenzio, allora, non è neutralità o rispetto, ma una forma di collusione con il diniego.
Come continuare a pensare nella catastrofe, senza cedere alle sirene della disperazione, e nemmeno a quelle dell’illusione? Questa sembra essere la domanda di Marcoaldi, che risponde facendo appello a una «rassegnazione attiva> che coincide con uno stato mentale aperto e potenzialmente creativo, che ha abbandonato tanto una speranza ingenua e credula, quanto una disperazione retorica e autocommiserante. Disperanza è una parola che suona come una condanna ma in fondo è un auspicio: uno stato mentale intimo che ha a che fare con una consapevolezza, che da amara si fa dolce, che quello che ci resta tra le mani non è che un resto, l’ombra dell’oggetto (da sempre perduto, avrebbe detto Freud), e che in fondo nulla ci appartiene davvero; consapevolezza che può produrre una nuova libertà di movimento, una spinta vitale – urgente appunto – alla creazione poetica del mondo. È una «passione del possibile», per dirla con Kierkegaard, che conduce alla possibilità di godere della fragile pienezza del qui e ora, un riposo dall’ambizione vanagloriosa, dalla speranza illusoria, anche dalla rabbia sprezzante e narcisistica. Una posizione vicina a quella che Montaigne – grande vera guida di Marcoaldi – avvicina alla salute: una ricerca di essenzialità e quiete interiore che permette di fantasticare e dubitare. Formula quest’ultima che ha un’assonanza fortissima con una considerazione che Freud pronuncia quasi a latere, in sordina, nel più dubitativo dei suoi scritti, Analisi terminabile e interminabile, in cui mette in dubbio l’efficacia stessa del suo metodo e si trova costretto a constatare l’impossibilità di arrivare a un punto; dice: «Non si può avanzare di un passo se non speculando, teorizzando, stavo per dire fantasticando».
Freud lo sapeva, ed è proprio passeggiando con Rilke e parlando di Caducità, che osserva nel giovane poeta la rassegnazione: Rilke è afflitto da un «doloroso tedio universale». Eppure, in quella rassegnazione c’è qualcosa di felicemente ambiguo, inesplorato e fecondo, per cui abbiamo bisogno di trovare le parole. È l’indicazione di Elvio Fachinelli che, rileggendo insieme Freud e Rilke, pensa a una «dolorosa identificazione con l’effimero» che presuppone l’accettazione di un ruolo, «un cuore», in grado di accogliere dentro di sé la tragicità dell’esistenza: «non di un lutto abbiamo bisogno, come pensava Freud, né anticipato né post rem. Ma di questo accoglimento, di questa capacità di immedesimazione in cui noi, feriti, diventeremmo madri di creature ferite. E in questo compito potrebbe trovarsi una gracile felicità>. La disperanza si colloca qui, tra poesia e teorizzazione, cavalcando il paradosso di un’inermità creativa.
Franco
Marcoaldi
La
disperanza. Un sentimento del nostro tempo
Einaudi,
pagg. 356, € 15

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