sabato 4 luglio 2026

Moravia intellettuale e artista

Massimo Raffaeli
Alberto Moravia, mettendo in gioco il proprio umanesimo

il manifesto, 30 giugno 2026

«Se è vero, come ci è stato insegnato, che un esplicito mandato sociale agli scrittori è via via venuto meno in Occidente all’indomani del secondo conflitto mondiale, è vero altrettanto che per tutta un’ulteriore stagione gli scrittori hanno mantenuto sia un profilo intellettuale di spiccato rilievo sia marcati interessi d’ordine storico-politico, spesso tali da segnarne le opere in senso militante e nei modi di un esplicito engagement.

Si è sottratto ad un coinvolgimento diretto (troppo spesso, specie nel dopoguerra, mutatosi in altri nel fiancheggiamento propagandistico) e però ha serbato costante attenzione ai fatti della Polis uno dei maggiori romanzieri del secolo scorso, Alberto Moravia (1907-1990), cui ora viene dedicato un profilo che mancava alla sua foltissima bibliografia, Secondo Moravia. Letteratura, politica, impegno (Paolo Loffredo, «Mosaic», pp. 232, euro 24,50): lo firma un giovane studioso di Roma Tor Vergata, Jody Gambino, e lo presenta un moraviano di lungo periodo, Raffaele Manica, che subito individua nell’autore de Gli indifferenti la costitutiva compresenza di critico e di romanziere precisando, comunque, che «quel critico non sarebbe lo stesso se non facesse tutt’uno col romanziere».

È MORAVIA STESSO a sentire da sempre quella che non è affatto una scissione bensì una precisa distinzione, la medesima che intercorre fra l’intellettuale e l’artista. A quest’ultimo da lui è classicamente riservata la funzione inventiva/espressiva e al primo, viceversa, quella cognitiva. Agli occhi dello scrittore (e ciò lo distingue da non pochi coetanei: qui basti pensare all’un tempo celeberrimo Vasco Pratolini) l’intellettuale è l’erede dei philosophe, il suo compito è interrogarsi senza pregiudizi sullo stato di cose presenti mentre all’artista spetta la nuda espressione della realtà e delle dinamiche che, interagendovi, la rendono viva.

Si potrebbe anche dire, ricorrendo a una formulazione molto spiccia, che nei sessant’anni in cui dispiega la sua opera imponente (dove trovano posto non soltanto i capolavori narrativi fra cui il romanzo d’esordio, Agostino, Racconti romani, La noia, La vita interiore, ma una quantità di saggi, reportage, testi teatrali e cinematografici), Moravia ad ogni passaggio di fase mantiene la coerenza dell’intellettuale illuminista e dello scrittore realista. Avvalendosi di una tradizione critica da tempo consolidata (si pensi ai lavori biografici di Renzo Paris, Oreste del Buono, Enzo Siciliano, Alain Elkann, e all’impegno editoriale di studiosi – per stare ai recenti e filologicamente più attrezzati – quali Simone Casini e Alessandra Grandelis che ne garantiscono a cadenza curatele e riproposte da Bompiani), Gambino scandisce il suo studio per cronologia a partire dal rapporto dello scrittore con il regime fascista cui rimase del tutto estraneo (alcune sue lettere a Mussolini e Ciano dove rivendicava – lui discriminato e braccato dalla polizia fascista – semplicemente il diritto a lavorare vennero a suo tempo strumentalizzate per montare un caso di svergognato «revisionismo») fino a doversi nascondere disperato e braccato insieme con sua moglie Elsa Morante, tra la promulgazione delle leggi razziste e l’occupazione tedesca, per avere salva la vita.

E si deve proprio a Moravia, antropologo della borghesia italiana, il primo romanzo che abbia interrogato nel profondo la radice insepolta del fascismo, Il conformista (’51) capolavoro non sempre come tale valutato che ebbe una smagliante versione cinematografica a firma di Bernardo Bertolucci. Peraltro, sotto il fascio prima che i cugini Rosselli suoi amici intimi furono grandi figure di intellettuali liberalsocialisti come Andrea Caffi e Nicola Chiaromonte e qui va ancora ribadito che Moravia non fu né un comunista né un fiancheggiatore dei comunisti ma, semmai, un loro costante interlocutore.

Si definiva apertis verbis marxista (e freudiano, ovviamente, perché Marx e Freud erano per lui i due massimi demistificatori), poteva sentire vicino l’amico Renato Guttuso ma era agli antipodi di un Maria Alicata, che fu un intelligente critico letterario e però uno stalinista mai redento. Non è un caso che il lavoro di Gambino si concentri sulla lunga stagione del dopoguerra a partire dal saggio celeberrimo e dal titolo kantiano, L’uomo come fine, dove lo scrittore focalizza la propria visione del mondo e gli strumenti del suo impegno intellettuale ricorrendo alla classica nozione di umanesimo. (E lo ribadirà fino alla fine come testimonia già nel titolo Impegno controvoglia. Saggi, articoli, interviste: trentacinque anni di scritti politici, a cura di Renzo Paris, Bompiani 1980).

SONO PERALTRO GLI ANNI della Guerra fredda, del maccartismo e della invasione sovietica dell’Ungheria, della messa all’Indice delle sue opere da parte della Chiesa cattolica, della fondazione con Alberto Carocci di una rivista che per l’apertura grandangolare e antidogmatica in tutto gli somiglia, «Nuovi Argomenti», dell’amicizia a vita con Pier Paolo Pasolini e insomma gli anni della sua piena maturità d’autore, quando scrive con amarezza: «L’umanesimo è il grande sconfitto di questa prima metà del secolo».

Ciò nonostante, se da un lato la sua narrativa continua a vibrare a presente (è del 1978, acme del decennio antagonista, l’uscita di un romanzo non ancora letto come meriterebbe, La vita interiore), Moravia mette in gioco il proprio umanesimo e si confronta apertamente sia con le lotte studentesche (pure se è fischiato alla Sapienza, non riesce a reprimere un moto di istintiva simpatia) sia, nel pieno degli anni settanta grazie anche alla compagna Dacia Maraini, con il movimento delle femministe. Non si riconosce nelle posizioni «corsare» dell’amico Pasolini, cui pure dedica una straordinaria orazione funebre, ma i suoi ultimi anni, quando nel 1984 viene eletto da indipendente del Pci al Parlamento europeo, sono allarmati dal pericolo incombente del disastro nucleare.

MESSO INSIEME dall’amico Renzo Paris, ne esce nel 1986 uno dei suoi libri più tesi e più belli, L’inverno nucleare (riproposto da Bompiani, nel 2022, a cura di Alessandra Grandelis) dove prende la parola nemmeno più da intellettuale umanista ma, nell’imminenza del pericolo rimosso dal senso comune, da semplice membro della specie umana. Qualcosa di leopardiano anima le le sue pagine estreme, vale a dire la necessità di dire tutto senza infingimenti e badando come sempre alla nuda verità, rigettando gli interessi dei potenti della terra così come i molti alibi di un pensiero incosciente e asservito.

È questo il testamento dove agisce per un’ultima volta ciò che Jody Gambino, in conclusione del suo studio, individua come eredità di Alberto Moravia: «La metodicità, l’illuministico sforzo interpretativo, l’urgenza di interrogarsi continuativamente, il pensiero libertario, il lavoro artistico per giungere a un’autentica comprensione della realtà».

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