Massimo Raffaeli
Marcinelle, voci di sopravvissuti
il manifesto, 23 luglio 2026
Esistono libri che non soltanto sono belli ma danno lustro a una cultura come segni di civiltà letteraria e uno di questi è senza dubbio La catastròfa. Marcinelle 8 agosto 1956 (Sellerio, «La memoria», pp. 318, euro 16.00) che torna dopo quindici anni, accresciuto di quattro capitoli, per il settantennale del disastro minerario. Nel redigerlo, l’autore Paolo Di Stefano ha tenuta presente la ricca bibliografia e documentaristica di cui oggi si dispone ma ha distinto, senza tuttavia separarle, la storia dalla memoria.
A QUEST’ULTIMA, attraverso la voce dei sopravvissuti e dei testimoni, egli è ricorso connettendone i lacerti con grande misura e rispetto in un libro che arriva al lettore con la tensione dei suoi vissuti irredenti e, insieme, con la violenza di una verità troppo a lungo avvilita, coartata in un puro contenzioso legale o nel più ipocrita oblìo da parte delle istituzioni chiamate a risponderne.
Sono noti oramai, se non altro all’ingrosso, gli esiti dell’incendio scoppiato all’alba dell’8 agosto del ’56 nel Bois du Cazier, una miniera di carbone nelle vicinanze di Charleroi: innescato da un errore umano e alimentato da un sistema di sicurezza anacronistico, chiusi in un pozzo a quasi un chilometro sottoterra vi perirono 262 minatori di 12 diverse nazionalità e fra costoro 136 italiani: «Sono facce italiane, ma tutto il resto è inequivocabilmente belga», grida una voce nel libro che ricorda dinamiche (flussi migratori, sfruttamento, razzismo) di stringente attualità. Dieci anni prima, nel ’46, il governo De Gasperi aveva firmato un protocollo che dava crisma ufficiale allo scambio fra carbone e manodopera, l’uno di provenienza belga l’altra ovviamente italiana e in ispecie meridionale. (Va aggiunto per inciso che i morti sul lavoro in miniera fra il ’46 e il ’63, anno apicale del nostro boom economico, furono qualcosa come 867, una carneficina).
NONOSTANTE si trovassero in Belgio grazie a un incentivo dello stato italiano, nessun rappresentante del governo e del parlamento presenziò ai funerali dei minatori e neanche, a vergogna imperitura, il presidente del Consiglio Antonio Segni e il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi. Non meno deludente, e anzi offensiva per la sfacciata protervia dei protagonisti, la vicenda giudiziaria che seguì il disastro perché vennero assolti la proprietà e i vertici aziendali mentre venne condannato a una pena mitissima, sei mesi di prigione, il solo direttore dei lavori, peraltro il più prossimo alle maestranze, l’ingegner Adolphe Calicis: si rese invece immediatamente irreperibile colui che per incuria aveva provocato l’incendio, Antonio Iannetta, fuggito in Canada forse grazie ai vertici stessi dell’azienda, il quale rilasciò ai giornali ben sette versioni diverse dell’accaduto prima di chiudersi in un silenzio sostanzialmente omertoso.
Di Stefano, nel raccordare le voci che si richiamano nel libro, sottolinea come i lavoratori, una volta calati nei pozzi, venissero identificati per numero e non per nome. Si tratta di una condizione concentrazionaria dove, per usare la cruda immagine di Jean-Paul Sartre, «qualcuno è sempre il negro di qualcun altro» e dunque il penultimo nella gerarchia sociale viene illuso o si illude di potersi rivalere sull’ultimo. Anche questo è un dispositivo biopolitico che si replica nel nostro presente e, in proposito, è lucidissimo il ricordo così come la coscienza di classe del siciliano Giuseppe, 82 anni: «Dal febbraio ’56 il governo d’Italia ha finito di mandare operai nella Belgìca e otomaticamente da marzo hanno arrivato i greci, poi spagnoli, marocchini e algerini. Nel ’62 gli ultimi arrivati sono i turchi, anche loro sempre per tre anni». Un’altra voce fa da eco a Giuseppe quando dice, in clausola: «Noi italiani eravamo questo, povertà e migrazione».
NEL CORO DELLE DONNE e degli uomini che abitano La catastròfa, voci in più di un caso deluse, non si sente rancore ma semmai un dolente rammarico con la necessità di salvare comunque una immagine del passato e magari un momento di felicità imprevista, una luce sprigionata all’improvviso dal ricordo, insomma la consapevolezza che, dopo tutto, non si è vissuti invano se non altro per la possibilità di rendere testimonianza, qui e ora.
Si è già detto che le voci nel libro si dispongono a corona, in un coro polifonico, e va aggiunto che Di Stefano entra preferibilmente in contatto con una folta comunità di migranti originari di Lettomanoppello e Manoppello, nel pescarese: ciò favorisce la tramatura interna de La catastròfa, fitta di intersezioni e di richiami anche parentali quasi si trattasse di una grande saga familiare. Sono persone tutte differenti per età, per indole, per contesto familiare, ma vivono un’identica dinamica sociale. In realtà, oltre il singolare dei caratteri, esse sono accomunate, a varia graduazione, per il rapporto ambivalente con la miniera che se da un lato è per loro un autentico voyage au bout de la nuit, tanto è nera e putrida, dall’altro è viceversa il luogo in cui la vita subalterna si manifesta per quello che è, senza alibi e infingimenti.
COLPISCE la generale attitudine a cogliere e serbare il senso dell’esistenza, la sua vicenda priva di remissioni, da parte di uomini e donne in genere scarsamente alfabetizzati e reclusi nell’universo familiare. Non hanno istruzione, il loro corpo assorbe anche quanto non saprebbe esprimere a parole ma in loro non si avverte mai l’ombra della falsa coscienza o di un altrove astratto, puramente ideologico. L’atteggiamento dello scrittore, nei loro riguardi, è lo stesso di chi ascolta e accoglie sulla pagina quote di vissuto che inducono un integrale senso di responsabilità in chi le riceve.
Qui Di Stefano (raffinato indagatore di universi familiari e basterebbe citare il suo romanzo Noi, Rizzoli 2020) si iscrive nella costellazione degli scrittori sociali che nel nostro paese ha dato esiti talvolta altissimi, da Nuto Revelli, Danilo Montaldi e Corrado Stajano a Domenico Rea, Goffredo Fofi e Alessandro Portelli senza dimenticare i maggiori della generazione successiva, tra i quali Angelo Ferracuti, Stefano Valenti e il compianto Alessandro Leogrande. Dello scrittore sociale Di Stefano, oltre la vocazione all’ascolto, ha la mancanza di sussiego e di ogni pregiudizio d’ordine ideologico. Il che vuol dire che non cerca nelle vite degli altri quanto già presume di sapere ma, al contrario, quello che non sa e necessariamente, spiazzandone sguardo e aspettative, arricchisce lui e il lettore.
SI AVVERTE che La catastròfa è un libro così aperto alla verità dell’esperienza, ai portati del ricordo, persino minerali nella loro durezza, che potrebbe continuare all’infinito. E una riprova ne sono i quattro capitoli aggiunti dove sorgono testimonianze ulteriori e parlano eredi senza che si diano, rispetto ai precedenti, sbalzi di temperatura espressiva. È un oceano di umanità, in effetti, quello mandato a morire negli ipogei del Bois du Cazier a Charleroi.
Sia reso dunque merito alla pietas di chi ha almeno dato un nome agli uomini-numeri di allora inabissati e in un attimo spenti.
La loro eredità è inesauribile e qualcuno oggi può dire, al solo pensarli: «Nomi nomi nomi, e vite nelle quali perdersi».

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