Giuliano Malatesta
Wimbledon è ancora di Sinner
il manifesto, 12 luglio 2026
Accade tutto in meno di cinque minuti, dopo essere stati oltre due ore con il fiato sospeso, ammirando la versione migliore di Zverev di sempre. Sul 3-3 del terzo set, in perfetto equilibrio, Sinner annulla una palla break con una smorzata, con il tedesco che scivola perdendo l’appoggio del piede destro. Si potrebbe già leggere come un indizio. Nel game successivo le parti si invertono. Ma Zverev, complice un diritto finito chissà dove, è costretto a cedere la battuta e probabilmente anche molto altro. Per reazione la racchetta viene scaraventata a metri di distanza. È probabile che in quel preciso istante si sia dimenticato dei versi della poesia If di Rudyard Kipling che campeggiano all’ingresso del Centre Court dell’All England Club: «Che tu possa incontrare il trionfo e il disastro e fronteggiare quei due impostori nello stesso modo». La finale di Wimbledon termina in quel momento. Anche se materialmente ci vorrà quasi un’altra ora di gioco prima che Jannik Sinner alzi le braccia al cielo, dopo un ultimo bellissimo game in cui Sasha ha provato una disperata remuntada.
Il numero uno al mondo batte Alexander Zverev per 6-7 7-6 6-3 6-4, vince il suo quinto titolo Slam e conquista il trofeo londinese per la seconda volta consecutiva. Qualcosa di impensabile solo pochi anni fa. «È una sensazione fantastica. Sono molto orgoglioso di me stesso. Dopo Parigi è stata dura, ho lavorato tanto e dovuto sacrificare molto del mio tempo, ma ne è valsa la pena», ha affermato un sorridente Sinner nella conferenza stampa post-partita. Soddisfazione poi postata sul suo profilo Instagram: «We did it again».
È stata una partita di grande intensità, assai diversa da quella che tutti pronosticavano alla vigilia. Per merito soprattutto di un Alexander Zverev davvero rigenerato dal primo successo Slam ottenuto a Parigi il mese scorso, grazie al quale si è levato di dosso il non simpatico appellativo di ex predestinato. Anche la mente vuole la sua parte. Sinner, da parte sua, ha dimostrato di essere un campione. Vincere, è scontato dirlo, non è mai facile, ma confermarsi è di gran lunga più difficile, soprattutto in uno sport ipercompetitivo come il tennis, dove un dettaglio infinitesimale può fare tutta la differenza del mondo. Oggi ha servito benissimo, come sempre in quest’ultimo periodo, ha tenuto nel momento migliore di Zverev, senza scomporsi, e non appena il tedesco è stato costretto a rifiatare — era impossibile giocare quattro ore a quel livello — ne ha approfittato per allungare il passo, senza più voltarsi indietro. Chirurgico, as usual. Un pregio che hanno solo i migliori.
La partita, dicevamo. È stata giocata su pochissimi punti e dominata dai servizi, al punto che sembrava essere tornati indietro ai vecchi match su erba novecenteschi. Zverev è apparso subito molto a suo agio sull’erba di Church Road e più propositivo e aggressivo del solito, con percentuali di servizio che nei primi due parziali sono sembrate irreali (85%). Nel tie-break del primo set è stato un bel diritto lungolinea del tedesco a rompere l’equilibrio, mentre nel secondo tie-break l’italiano ha trovato il modo di rispondere efficacemente allungando sin dal primo punto. Poi quei cinque minuti cruciali nel terzo hanno di fatto indirizzato la finale. Che il tradizionale ballo di Wimbledon, con Linda, abbia inizio.

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