Ernesto Galli della Loggia
Le ipocrisie sulla corsa al Colle
Corriere della Sera, 10 luglio 2026
Solo con un alto grado d’ipocrisia si spiega il tono scandalizzato, quasi offeso, con cui l’opposizione e una parte dell’opinione pubblica hanno accolto le parole di Giorgia Meloni a proposito dell’elezione del prossimo presidente della Repubblica. Per aver semplicemente detto di augurarsi che questi provenga dalle file del centro destra e non del centro sinistra com’ è sempre accaduto finora. Subito si è alzato un coro di indignazione, di «cosa ci tocca sentire», di «signora mia...».
«Hanno gettato la maschera: ecco ciò a cui mirano — ha puntato il dito Elly Schlein — alla presidenza della Repubblica!». Niente meno! Come se alla sinistra, del Quirinale e di chi lo occupa non importasse e non sia mai importato nulla!
In realtà il clima politico, il nostro discorso pubblico, la società italiana nel suo complesso avrebbero tutto da guadagnare se smettessimo di avere un certo ritegno, chiamiamolo così, a dire e a dirci la verità su certe cose riguardanti il nostro presente e la nostra storia. In modo particolare la storia del potere italiano. Se una buona volta le parole e i pensieri espressi in privato o dietro le quinte coincidessero — non dico in tutto, ma almeno per una buona parte — con le parole e i pensieri destinati al pubblico.
Per accostarci alla verità cominciamo allora con il dire, ad esempio, che storicamente non ha molto senso evocare, al fine di smentire quanto detto da Meloni, l’elezione di Segni e di Leone — avvenute entrambe grazie anche al voto della destra missina e addirittura monarchica nel primo caso —. In quel tempo ormai remoto della prima Repubblica, infatti, il capo dello Stato, per i poteri che esercitava e per il modo di esercitarli, era cosa ben diversa dalla realtà odierna. Come sa bene chi conosce queste cose, con la presidenza Pertini e ancora più con quella di Cossiga, infatti, è iniziata una dilatazione, un’incidenza e soprattutto una progressiva autonomizzazione della carica di Presidente
che rende assolutamente imparagonabile con l’oggi quanto accaduto oltre mezzo secolo fa. Quando bastava una decisione della segreteria democristiana, come accadde per l’appunto con Leone, per far dimettere il capo dello Stato.
Nel passaggio dalla prima alla seconda Repubblica anche il carattere super partes e di garanzia dell’azione del presidente della Repubblica, che ne giustifica l’«irresponsabilità politica» decretata dalla Costituzione, è stato messo a dura prova. In almeno due occasioni. La prima, nel marzo del 1993, allorché, di fronte alla sorprendente minaccia di dimissione in blocco da parte dei magistrati della procura della Repubblica di Milano qualora il Parlamento avesse osato approvare un decreto legge del governo mirante a derubricare penalmente il reato di finanziamento illecito ai partiti politici — e quindi porre fine in pratica alle inchieste di Mani Pulite —, il presidente Scalfaro rifiutò all’ultimo momento di firmare il decreto in questione invocando una sua presunta incostituzionalità. E la seconda volta, nel gennaio del 1994, quando lo stesso Scalfaro, nonostante numerosi dissensi, decise di sciogliere le Camere elette neppure due anni prima come gli si chiedeva a gran voce da sinistra. In entrambi i casi due decisioni comunque dal fortissimo significato politico.
Che in realtà corrispondono perfettamente al ruolo di vero e proprio dominus del sistema politico istituzionale che l’evoluzione storica ha finito per assegnare al ruolo del Presidente della Repubblica. Evoluzione peraltro favorita dalla rilevantissima ampiezza dei poteri conferitigli dalla Costituzione, poi di fatto oggettivamente accresciuti dalla «irresponsabilità» di cui sopra e — elemento non meno rilevante — dal carattere riservato, non pubblico e manifesto, di molti suoi interventi ricadenti nell’ambito della cosiddetta «moral suasion». Naturalmente si deve dare per scontato che chiunque eserciti una tale altissima carica, da qualunque parte provenga, si senta tenuto a farlo con dignità, onore e imparzialità. Ma sarebbe davvero assurdo, oltre che impossibile, chiedergli di rinunciare al proprio passato, alle proprie idee, alle proprie simpatie e antipatie.
È dunque perfettamente logico e comprensibile l’interesse di ogni parte politica a vedere un proprio esponente salire al Quirinale. Menarne scandalo, ovvero immaginare che chi assurge alla suprema carica della Repubblica divenga per ciò stesso una sorta di essere disincarnato sottratto ad ogni qualifica politica, immaginare che un politico di antica data appena eletto possa diventare improvvisamente né di destra né di sinistra, è un’ipocrisia che non fa bene alla nostra vita pubblica.
Serve solo ad alimentare il retroscenismo e le illazioni dietro le quinte, e sulla scena pubblica, invece, un’atmosfera di conformismo ossequioso indegno di una democrazia.

Nessun commento:
Posta un commento