martedì 14 luglio 2026

Democrazia senza popolo

Massimo Cacciari
Campi larghi o stretti ma il popolo resta lontano
La Stampa, 14 luglio 2026

Se le forze politiche eredi delle antiche tradizioni socialdemocratiche e cristiano-popolari stanno perdendo terreno in tutti i Paesi occidentali, non sarà, temo, spostando mobili da una stanza all’altra o ridipingendo le pareti della casa che usciranno da una crisi di storica portata. La questione non riguarda campi larghi o stretti, tantomeno procedure di selezione per occasionali leader, ma la possibilità stessa di conferire oggi contenuti e concretezza a quella idea di democrazia che sembrava essersi affermata dopo la seconda Grande Guerra. O invece la democrazia è destinata a divenire un insieme di nobili aspirazioni, un vago dover essere, buono a coprire prassi di governo del tutto opposte ai fini che qua e là si vanno ancora predicando? La democrazia è destinata a ridursi a un’impotente ideologia? Se così fosse, l’affermazione delle nuove strategie propagandate dagli ultimi alfieri delle varie Silicon Valley, esplicitamente sostenitrici della fine del ciclo democratico del secondo dopoguerra, sarebbe inevitabile.
Le “prestazioni” della democrazia non possono ridursi a garantire libertà di parola e di espressione, già in sé minacciata dagli oligopoli dei mezzi di informazione e comunicazione e dalla pervasività del “politicamente corretto”. La democrazia “funziona” quando si realizza nella produzione di un Diritto davvero uguale per tutti e quando crea le condizioni per cui le disuguaglianze originarie, “naturali” per così dire, contino progressivamente sempre meno nel determinare l’affermazione del merito individuale. Democrazia è Stato di Diritto strettamente connesso a mobilità sociale. Se norme, ordini, procedure che regolano l’azione globale delle grandi potenze economiche e finanziarie si separano da quelle dei diversi “territori” nazionali, il Diritto sarà diviso e la Legge non più uguale per tutti. Se il superamento delle “originarie” condizioni di disuguaglianza non costituisce più alcun problema, poiché ciò che conta è esclusivamente la “performance”, il risultato, il profitto, sia in termini economici che di potenza, un altro pilastro dell’idea concreta, non astratta di democrazia viene distrutto.

Vi è una via democratica a regimi totalitari. Amiamo dimenticarlo. Questa via consiste nel ridurre la democrazia a difesa di diritti individuali, a idee regolative prive di effettualità, a non comprenderne il nesso con le concrete aspettative di benessere, materiale e immateriale, che “il popolo” esprime e nella cui soddisfazione soltanto esso vede l’espressione della propria “sovranità”. Popolo significa qui qualcosa di essenzialmente diverso da ciò che i “populismi” intendono. Come ogni “ismo” il populismo astrae dai caratteri specifici che il suo oggetto presenta, per farne un idoletto addomesticabile e manipolabile a ogni fine. Popolo non è lo Stato né la Nazione tutta. Popolo è quella parte, nient’affatto “liquidabile” nell’intero, capace di esercitare una critica costante nei confronti di tutti i poteri in cui il regime democratico si articola. Una parte mai semplicemente “liquidabile” nelle forme della propria rappresentanza istituzionale. Mai risolta o “superata” nella maior pars e nella “volontà generale” che questa presumerebbe di esprimere.

Una parte che si costituisce autonomamente in propri organismi, in propri “corpi intermedi”, di cui rivendica la inviolabilità, e su di essi fonda il proprio effettivo potere nelle stesse sedi del Legislativo e dell’Esecutivo. Come questo Popolo sia l’unico soggetto in grado di garantire le libertà democratiche dovrebbe risultare evidente anche da questa sola considerazione: il Popolo che non è moltitudine, che si esprime come pluralità di partiti e sindacati, è intrinsecamente connesso alla pluralità dei poteri, mentre la moltitudine dei populisti è massa di impotenze individuali e tenderà per propria natura a invocare soluzioni autoritarie e regimi oligarchici. Disgregare ogni corpo intermedio, vederne la funzione critica come un mero ostacolo alla rapidità ed efficacia delle decisioni, è oggi il perno non di qualche nazionalismo o sovranismo spicciolo, ma della ideologia che regna all’interno delle grandi potenze economico-finanziarie globali. A questa dovrebbero reagire, con questa competere i sedicenti democratici. A Roma il Popolo competeva con i Padri-Senato. Senatus populusque – una diade, non un’astratta, totalitaria unità. Una contraddizione anche, ma costruttiva, garante di effettiva libertà. Il Popolo non è moltitudine; la moltitudine diviene Popolo soltanto quando decide di farsi parte e procede insieme per affermare, di contro ai Padri-Senato, i propri strategici interessi. I suoi tribuni li conoscono, e nascono dalla sua lotta per farli valere.

Una cultura opposta a questa visione autenticamente popolare è prevalsa nel corso delle ultime generazioni delle sedicenti forze democratiche. Invece di cogliere le nuove disuguaglianze, le nuove forme di dominio e di sfruttamento, l’ideologia della “società liquida” ha fatto inseguire, attraverso compromessi e mediazioni, l’idea di una “rappresentanza generale”. Del tutto coerente con questa, ecco una strategia che privilegia la leadership carismatica, o pseudo tale, sull’organizzazione e sulla formazione di classe dirigente. Il momento prettamente elettorale, col suo contorno di perenne riforma delle procedure, diviene, in questo quadro, a sua volta, l’interesse pressoché esclusivo.

Ciò che conta, infatti, sarà solo la rappresentanza istituzionale, non il proprio essere protagonisti nella formazione dei corpi intermedi di cui il Popolo è concretamente costituito. Stabilità e governabilità finiscono inesorabilmente con l’essere i soli “valori” dell’agire politico. Ma a essi la destra populista non si adegua, poiché sono i suoi. Sono i sedicenti democratici a morire quando vi si adattano, quando credono di parlare al Popolo discettando con dovizia di tecnicismi su campi larghi e primarie, mentre balbettano su crisi fiscale dello Stato, pace e guerra, fine del Diritto.

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