Nello Trocchia
Sulla bomba a Ranucci la procura tira dritto. Lavitola rischia grosso
Domani, 22 luglio 2026
Gli sviluppi dell’inchiesta sulla bomba contro il conduttore di Report Sigfrido Ranucci camminano di pari passo con la frettolosa ricerca dei vertici Rai, Giampaloso Rossi e Paolo Corsini in testa, di un sostituto per la conduzione. La vittima dell’ordigno resta il popolare volto della trasmissione televisiva, ma la destra che governa il servizio pubblico approfitta dell’amicizia fraterna con il presunto mandante dell’agguato, Valter Lavitola, “scatola nera” di alcuni degli intrighi politici della storia recente del paese. Le telefonate si rincorrono così come le proposte e le audizioni riservate dei possibili candidati per la sostituzione. Colloqui lontani dai corridoi della Rai tra caffè e aperitivi in sale rinfrescate, protette dall’afa romana.
Anche a sinistra fanno spallucce, poche le prese di posizione in questi giorni, c’è chi chiama e si informa per capire il destino del programma restando in attesa degli sviluppi giudiziari.
Certezze e non
Quello che sembra ormai definitivamente chiaro nella ricostruzione della procura è la regia dell’ordigno che il 16 ottobre 2025 ha colpito le due auto e il cancello antistante l’abitazione di Ranucci a Torvaianica.
Gli esecutori sono un commando di criminali di basso lignaggio, il mediatore è il tuttofare Clesio Tavares Gomes, confinato in Camerun per evitare ulteriori guai, e il burattinaio è il massone in sonno, il pluripregiudicato Lavitola. Il cerchio si è chiuso e si attendono gli sviluppi investigativi. L’ex faccendiere, vestito da oracolo, ha profetizzato: «Per questa storia finirò in carcere al cento per cento».
E la ragione, il movente, potrebbe ruotare attorno a quel sondaggio politico, il sogno mal celato di Lavitola di diventare il consigliere di un Ranucci nei panni di leader del centrosinistra. E quell’ordigno doveva fungere da volano, un trampolino di lancio nel piano diabolico e folle dell’amico fraterno. Un piano ordito all’insaputa del giornalista che ora rischia di diventare vittima due volte, dell’attentato e del legame con il vivandiere di crudi e pesce con un passato oscuro.
Il sondaggio che Lavitola aveva commissionato a una società del settore era stato sottoposto anche all’ex direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli, che ignorava potesse riguardare Ranucci, così come all’allora vicedirettore di Repubblica Stefano Cappellini per ragguagli e suggerimenti. Come rivelato da Domani è stato l’ex leghista Michelino Davico a inoltrare il sondaggio sulla scalata politica del conduttore di Report a Izi, la società che si occupa di indagini statistiche e di opinione. Quello che conta, però, sono le date. Perché questo è avvenuto negli ultimi mesi, ma il progetto di Lavitola di lanciare l’amico Ranucci nell’agone politico sarebbe iniziato prima dell’attentato. L’ex faccendiere ha mandato messaggi obliqui nelle ultime settimane parlando di un altro movente, di altri mandanti e di piste altre. «Difficile che quando in una storia leggi il nome di Lavitola ci siano altri a muovere i fili, forse chi ne beneficia sono in tanti, ma è complicato immaginare altri pupari», sussurra chi questa storia la conosce bene. In fondo lo stesso Lavitola si mostra contrito, giura che non dirà più una parola mentre spera che questa storia non pregiudichi il destino professionale dell’amico vittima.
Gli sviluppi
I prossimi giorni sono decisivi in un incrocio di scadenze tra piazzale Clodio, sede del tribunale capitolino, viale Mazzini e Monteverde dove Lavitola serve spaghetti con le vongole e mangia sconsolato insalate di mare. Gli esecutori, difesi dai legali Generoso Pagliarulo e Antonio Falconieri, sperano nel tribunale del Riesame che dovrebbe decidere nelle prossime ore. La richiesta dei legali è quella di far cadere l’aggravante del metodo mafioso e trasformare le misure cautelari in disposizioni meno afflittive. Si sarebbe trattato di una bomba d’amore, piazzata con «attenzione», senza l’intenzione di far male o generare timore di un possibile gruppo organizzato o paramilitare come mandante. Gli inquirenti, intanto, hanno analizzato e trascritto conversazioni, colloqui telefonici ricostruendo ogni fase di questa storia. Resta quella parolina che fa paura, per l’esito giudiziaria possibile e il regime detentivo previsto: strage. Il cerchio si stringe attorno alla storia più strana dell’estate.



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