Sara Gentile
Sinistra divisa, centro pallido: la Francia in balìa di Le Pen
Domani, 9 luglio 2026
La destra estrema di Le Pen ha il vento in poppa, sale nei sondaggi, inasprisce la politica antimmigrazione: un piano di restaurazione all’insegna dell’identità nazionale che pare contagiare l’Europa. Tramontata la stella macroniana, le altre forze politiche per ora non sembrano in grado di contrastare l’onda
Un fatto importante ha segnato la politica francese in questi giorni: la corte d’appello di Parigi ieri ha emesso la sentenza contro Marine Le Pen, imputata per uso di fondi pubblici del parlamento europeo. Le Pen è stata condannata a tre anni di cui due con condizionale , ad una multa di 100mila euro e a portare per un anno il braccialetto elettronico. Ma, incredibilmente, non viene privata della eleggibilità, poiché la corte afferma di «avere messo in conto la libertà di scelta dell’elettore, cosa propria di un sistema democratico». Gongolante, Le Pen ha subito dichiarato la sua candidatura alle presidenziali, ribadendo il suo programma identitario e xenofobo, agevolata da una giustizia che usa il diritto in maniera formale anche nella patria dei diritti universali.
La Francia vive un momento particolare, la temperatura è alta. Fra meno di un anno vi sono la fine del mandato di Macron e le conseguenti elezioni presidenziali. Momento cruciale per comprendere quale sarà il destino della V Repubblica. Macron vive in solitudine questo finale di presidenza, lontano dall’effervescenza degli inizi che lo consacrò re, lui, un personaggio inatteso che riuscì in pochi mesi a creare un movimento di passo svelto, En Marche, spazzando via gli scandali e la sonnolenza della politica tradizionale, una sorta di novello console per una nuova Francia. Di quella marcia a suon di trombe, poco dopo non rimase nulla, il movimento divenne partito, e molte delle “stelle morte” della vecchia politica entrarono nel suo governo.
Ora due suoi ex premier, Edouard Philippe e Gabriel Attal mirano all’Eliseo ma hanno rotto i ponti con lui criticandone le scelte politiche alla ricerca di una verginità che li possa favorire. Attal presiede ancora il partito di Macron, Renaissance, ma il suo giro di valzer volge a destra. Philippe, capo del gruppo Horizon, è chiaramente di destra moderata. Entrambi, pur dichiarando di distanziarsi da Macron, ripropongono su alcuni temi le scelte politiche del decennio macroniano. Il loro vero problema è come essere credibili dopo dieci anni di potere sotto le ali del presidente uscente. Macron vuole ribadire con forza la tradizione di libertà che la Francia ha sempre espresso, utilizzando simboli e cerimonie pubbliche e puntando ad un ruolo in Europa che possa garantirgli un destino politico fuori dal paese.
Insomma, la situazione è incerta per il futuro sia economico che politico, alla ricerca di un leader che riproponga gli antichi splendori. La sinistra è tornata alle vecchie divisioni, lontana è l’eco del Nouveau Front Populaire che aveva permesso la sua vittoria alle legislative del 2024; il Ps non riesce ad aggregare il consenso delle altre forze di sinistra, Mélenchon, capo de La France Insoumise, ha posizioni estreme, comprime la democrazia interna nel suo partito, strizza l’occhio a Putin, ha sostenuto l’uscita dalla Nato e si configura come un sovranista di sinistra. Non a caso Le Pen ha fatto intendere in questi mesi che in un eventuale ballottaggio preferirebbe come antagonista proprio Mélenchon.
In questo scenario di divisioni il Ps è anche diviso al suo interno. Il suo leader, Olivier Faure, criticato per l’appoggio dato al governo Lecornu, è in difficoltà sul tema delle primarie per designare il candidato alle presidenziali, che rischia di distogliere i progressisti dal vero obiettivo, cioè costruire un programma alternativo che riconcili in parte i cittadini con le istituzioni.
La destra estrema di Le Pen ha invece il vento in poppa, sale nei sondaggi, inasprisce la politica anti immigrazione, favorita dalle restrizioni previste dal ministro della giustizia Darmanin (sospensione di tre anni dell’immigrazione legale e fine del raggruppamento familiare per l’immigrazione da lavoro). Insomma un piano di restaurazione all’insegna dell’identità nazionale che torna ciclicamente.
Quali antidoti trovare allora in una fase così difficile per la Francia, per le nostre democrazie? Forse occorre tornare alla tradizione dei Lumi e trasformare l’universalismo delle origini, quello che sconfisse gli assolutismi, in idee e pratiche concrete. La filosofia dei Lumi è stata una filosofia della crisi, scardinante, in una fase storica di sconvolgimenti che hanno condotto alla nostra modernità.
Ciò che dobbiamo riprendere da essa è lo scettro della ragione, in un mondo della non-ragione, mettere al centro l’uomo nella sua complicata umanità cercando un equilibrio nello stretto passaggio fra scetticismo e dogmatismo con due obiettivi: lottare contro lo scetticismo per coltivare una ragionevole speranza e contro il dogmatismo per sfuggire alla trappola di una fede che stravolge i fini iniziali. Soltanto così si potrà avere una strategia di un “socialismo morale” nel quale siano presenti i diritti (lavoro, istruzione di qualità, sanità), il cosmopolitismo, una cittadinanza completa e la volontà di concepire gli individui come fini e non come dei semplici mezzi per il potere e le avidità di pochi.



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