giovedì 2 luglio 2026

I Puritani al Covent Garden

 


Recensione de I Puritani: Oropesa incanta nell'avvincente messa in scena di Bellini firmata da Jones.

Royal Opera House, Londra.
La storia di Bellini sui Roundheads contro i Cavalieri richiede una ginnastica vocale di livello olimpico. Lisette Oropesa affronta la sfida con disinvoltura nella nuova e dettagliata produzione di Richard Jones.

Dimenticate Puccini e Nessun dorma: il compositore d'opera giusto per un Mondiale non può che essere Bellini. Le note altissime, l'agilità, la resistenza richieste ai cantanti che intrecciano melodie infinite prima di scagliare virtuosismi vocali come ginnasti che volteggiano alle parallele: è quanto di più vicino ci sia all'opera come sport. Riunire gli artisti giusti a questo livello non è facile, ed è sicuramente uno dei motivi per cui sono passati quasi 35 anni dall'ultima rappresentazione dell'ultima opera di Bellini, I Puritani, al Covent Garden.

Nella nuova produzione della Royal Opera ci sono abbastanza interpretazioni vocali fantastiche da soddisfare chiunque consideri i cantanti lirici come atleti d'élite. Ma c'è di più, anche grazie al direttore d'orchestra Riccardo Frizza, al suo debutto al teatro. L'opera di Bellini del 1835 sarà pure un capolavoro per i cantanti, ma è il dettaglio orchestrale a far brillare davvero questa partitura, e Frizza lo mette in scena in modo superbo, creando leggerezza senza mai forzare le voci e un vorticoso slancio viscerale dagli accompagnamenti pulsanti di Bellini.

Ildebrando D'Arcangelo (Sir Giorgio Valton), Lisette Oropesa (Elvira) e Andrzej Filończyk (Sir Riccardo Forth) ne I Puritani alla Royal Opera House. Fotografia: Tristram Kenton/The Guardian

Anche la produzione di Richard Jones riesce a trasmettere un'immediatezza coinvolgente, sebbene non risulti altrettanto coerente. La storia originale vede contrapposti i Roundhead e i Cavalier nella Plymouth del XVII secolo. Nell'interpretazione di Jones, ci troviamo certamente nel mezzo di una guerra civile, ma non è chiaro quale delle due fazioni sia coinvolta, grazie alla natura allusiva delle scenografie di Hyemi Shin e dei costumi di Nicky Gillibrand: inglese? americana? I Cavalier indossano bandoliere e sembrano cowboy dai capelli arruffati; i Roundhead sono un branco vestito in modo trasandato che si prepara alla battaglia con elmi di ferro e qualcosa che ricorda i moderni giubbotti antiproiettile. Lastre di granito con finestre ad arco ogivale attraversano il palcoscenico per rappresentare la camera da letto di Elvira o, quasi indistinguibilmente, la cella di prigione, e un tocco di classe è dato dal modo in cui le parole delle importantissime lettere emergono dalla pagina in nastri eleganti, a volte giocosi, grazie alle proiezioni video di Sasha Balmazi-Owen.

Non sorprende che Jones non ci offra il lieto fine originario dell'opera: l'idea che Elvira, che trascorre gran parte dell'opera in uno stato di psicosi indotta dal fidanzato, possa essere riportata alla perfetta salute mentale dal vero amore in tempo per il coro finale, è praticamente irrealizzabile. Ciò che alla fine stona, però, è la misura in cui il suo pretendente indesiderato Riccardo, il generale dei Roundhead, viene qui rappresentato come un uomo profondamente disonorevole.

Ciononostante, il baritono Andrzej Filończyk interpreta il ruolo in modo eccellente, avvolgendo una caratterizzazione brutale in linee vocali sostenute e vellutate. Nei panni del nostro eroe Arturo, Francesco Demuro sfoggia un tenore acuto meno vellutato ma estremamente preciso, anche se il suo tentativo di raggiungere la nota acuta facoltativa nella scena finale non risulta del tutto convincente. La vera protagonista, però, è Lisette Oropesa. Elvira sta rapidamente diventando un ruolo simbolo per lei, e la sua interpretazione, cantata in modo abbagliante e costantemente coinvolgente dal punto di vista drammatico, è la ragione migliore per riproporre quest'opera complessa e affascinante.

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