domenica 12 luglio 2026

Milan Kundera

Matteo Marchesini
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E’ morto Milan Kundera. Un narratore, un saggista e un intellettuale molto più grande degli americani da cui in Italia sembrano tutti ipnotizzati; grande perfino quando, come vide con severità Raboni, ha versato molta acqua francese nel suo vino ceco. Il suo primo romanzo, “Lo scherzo”, rimane forse il suo capolavoro. Nella Cecoslovacchia socialista del secondo dopoguerra, uno studente provoca una ragazza che lo trascura per i corsi di partito. “L'ottimismo è l'oppio dei popoli! Lo spirito sano puzza di imbecillità! Viva Trockij!” scrive Ludvík a Markéta. La sua cartolina non ha alcun significato politico: è un messaggio privato, la battuta pretestuosa in una scaramuccia d’amore. Ma nel nuovo regime non c’è posto per questo registro, e lo studente cade in disgrazia. Viene espulso dal partito e dall’università, sconta il servizio militare in un villaggio minerario, conosce il carcere. La sua esistenza è rovinata da un gesto frivolo, sentimentale e umoristico, compiuto in un paese che non sa più stare allo scherzo. Molti anni dopo, contro i propri persecutori, Ludvík progetterà una vendetta che passa specularmente per una sorta di machiavellismo erotico. Ma come ha notato Alain Finkielkraut in un ottimo commento al romanzo, la vita “trae un piacere maligno dal confondere coloro che si vantano di poterne plasmare il senso”. Quando ci si mette a fare i demiurghi, non importa se nei panni degli ingegneri dell’anima o in quelli di Edmond Dantès, ci si imbatte comunque in conseguenze impreviste. Il vendicatore scopre una verità infinitamente più beffarda del suo biglietto: nessuna giustizia regge al tempo. Gli individui che vorrebbe colpire sono ormai solo suoi fantasmi mentali. Fuori appaiono irriconoscibili. La metamorfosi e l’oblio hanno cancellato i torti e le ragioni. E’ una verità tremenda; ma più tremenda sarebbe forse la realizzazione dei progetti di chi vuole sradicare il Male, e così finisce per moltiplicarlo. Nell’opera di Kundera, il mondo è una sequenza di beffe più o meno sinistre, nelle quali il Commendatore e Don Giovanni si scambiano ininterrottamente le parti. Appena un pensiero totalitario prova a ridurre questo mondo ai suoi dogmi, ottiene risultati mostruosi, specie dove ha a che fare col chiaroscuro dei sentimenti, del linguaggio e dell’arte. I funzionari dello Stato etico pretendono di certificare ciò che non sopporta certificazioni, come l’indefesso studioso del primo racconto di “Amori ridicoli”; e d’altra parte gli artisti, come il poeta adolescente di “La vita è altrove”, tradiscono spesso la loro ispirazione trasformandosi in carnefici. Ne risulta una messinscena politico-culturale insieme sanguinosa e kitsch. Kundera, che l’ha osservata da vicino e ne è stato espulso, la fa emergere con naturalezza dalle relazioni intime, e mostra il carattere velleitario delle sue rimozioni. Anche il dominio più spietato, e l’io lirico più chiuso in sé, non possono infatti abolire la realtà, cioè l’incontro quotidiano con il caso, con l’imponderabile, con la varietà dell’esistenza. E l’arte del romanzo si riassume appunto nella rappresentazione di questo incontro. La sua forma mobile e aperta nasce dall’“assenza del Giudice supremo”, dalla moderna “saggezza dell’incertezza”. Con il suo costitutivo umorismo, che impedisce a una tesi di prevalere sulle altre, il romanzo insegna a sopportare la “sostanziale relatività delle cose umane”. Nella declinazione che ne ha dato Kundera, la relatività si manifesta in una pluralità di voci e di temi che s’intrecciano come motivi musicali, e in una oscillazione perenne tra situazioni angosciose e sviluppi da vaudeville. L’esperimento riesce, di solito, grazie all’intelligenza elegantemente semplificatrice dell’autore, che per amalgamare la sua materia mescola il saggismo di Musil e Broch con le rarefatte impalcature a vista del conte philosophique. Oggi che l’Occidente è preda di un’infantilizzazione fondamentalista inconsapevole di essere tale, della lezione kunderiana abbiamo più che mai bisogno. Abbiamo più che mai bisogno, soprattutto, di ricordare con lui che il kitsch e le derive totalitarie dipendono dalla rimozione della “merda” – ovvero degli aspetti sgradevoli, e tra loro inconciliabili, della vita umana.

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