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| Irene Papas |
Michele Silenzi
L'eterna ossessione per l'Odissea
Il Foglio, 8 luglio 2026
Tra poche settimane avremo, al cinema, un’ennesima declinazione del racconto dell’Odissea omerica. Christopher Nolan si è preso questa incombenza, l’unico in grado di tentare una simile impresa senza essere tacciato di hybris, la superbia umana tanto invisa agli dèi. Insegue il maestro dei maestri dell’immagine cinematografica, Kubrick, che aveva spostato la sua odissea avanti nel tempo e nello spazio, l’infinito ed oltre. Perché questa ossessione per l’Odissea? Forse, semplicemente, perché è il più grande racconto mai concepito dall’uomo, quello con cui tutti coloro che sono venuti dopo si sono dovuti confrontare, in modo più o meno consapevole. Ovviamente, però, c’è molto altro. Tra le moltissime cose, l’Odissea è indiscutibilmente il racconto del ritorno, del nostos, della difficoltà assoluta del ritorno a casa, delle infinite peripezie per riguadagnare il letto di casa, da cui si è lontani ormai da venti anni. Come sarà diventata la mia sposa? Cosa sarà del mio palazzo? Cosa di mio figlio? La madre, invece, è già stata incontrata nell’ade. Ombra tra le ombre, immagine più pallida che mai di ciò che in vita era stata la sorgente della vita stessa.
Eppure, nonostante la smania del ritorno, sappiamo che la mattina dopo avere ritrovato conforto nel suo letto insieme a Penelope, Ulisse sente che dovrà ripartire. Omero, o chiunque egli sia, poco importa, ce lo dice con chiarezza. Ulisse riprenderà il mare! La disperata volontà di tornare a casa, però, è anche un’affermazione di identità, un tentativo di affermare che si è esattamente quel luogo da cui si proviene e che solo tornando lì si potrà riguadagnare se stessi. Si potrà ritrovare chi si è effettivamente. Altrimenti siamo perduti, come Ulisse nelle sue infinite peregrinazioni maledette da Poseidone. Nel viaggio non si è a casa, si è fuori asse rispetto a se stessi. Solo nel letto nuziale scavato in un ulivo centenario, immagine della stabilità se mai ce n’è stata una, Ulisse pensa di potere ritrovare se stesso. Eppure non è del tutto così, perché sa che dovrà ripartire. L’identità, è ovvio, è un viaggio. Un percorso interminabile per cui bisogna sempre prendere di nuovo il largo.
In una intervista di qualche anno fa, nelle rare occasioni in cui ha parlato con un minimo di sincerità, Bob Dylan, altro ossessionato dal vagabondare, ha detto, come tutti sappiamo, che lui era nato a Duluth, Minnesota. Ma che alla prima occasione se n’era andato via perché doveva tornare a casa, che non era lì dove era nato. E Dylan è là fuori, ancora oggi, a ottantacinque anni, quasi tutte le sere, a portare in giro la sua meravigliosa follia in sperdute cittadine americane, nonostante sia il mito di se stesso. Ancora in giro, con il suo Neverending Tour, a peregrinare come un Ulisse, sempre sulla strada del ritorno verso casa. Derek Walcott, in una celeberrima poesia di qualche decennio fa, “Love after Love”, declinava in modo splendidamente minimalista questo tentativo di ritornare “a casa”, di ritrovare una propria identità, attraverso gli occhi di un uomo che apre la porta a se stesso, alla straniera immagine speculare di colui che era stato, e che arriva, torna, a bussare alla sua stessa porta. Questi due medesimi opposti, ritrovandosi, si daranno il benvenuto, condivideranno il pane e il vino. Le disperazioni così come i grandi amori saranno ormai cose passate. E tutto sarà ricomposto.
In queste tre diversissime declinazioni, identità e ritorno appaiono come una contraddizione necessaria e insolubile. L’identità è un ritorno, un approdo a qualcosa che forse era all’inizio ma che è andato perduto nel percorso che è la vita stessa. Eppure, allo stesso tempo, ed ecco il paradosso, l’identità si forma solo in quel percorso in cui perdiamo quell’inizio che speriamo di ritrovare alla fine. Allora, forse, l’identità non è un qualcosa di dato, ma il risultato di un processo che non ha fine se non nella fine stessa. Tuttavia, paradosso nel paradosso, essa è anche qualcosa di vero e di reale in ogni momento di quel percorso.

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