domenica 12 luglio 2026

Peppino Di Capri


Forse nessuno ha illustrato a dovere il cammino che porta da Roberto Murolo a Renato Carosone e a Pino Daniele. Davvero la canzone napoletana ha assimilato la lezione del jazz in un modo meno superficiale e mimetico rispetto a quella nazionale italiana. Peppino Di Capri apparteneva a questo filone con piena cittadinanza e grande dignità. Il ricordo di Renzo Arbore, foggiano rifatto a Napoli in salsa americana, può solo dare un'idea. 

Renato Franco
Quelle memorabili serate al night con Carosone

Corriere della Sera, 12  luglio 2026

«L’ultima volta che gli avevo telefonatolo avevo sentito con la voce affaticata. La perdita della moglie, di Giuliana, era stata molto toccante per lui, perché Peppino si appoggiava molto alla vita coniugale, anche con gli amici». Le emozioni di Peppino di Capri e Renzo Arbore negli ultimi 70 anni si sono incrociate a più riprese.

«Il suo debutto a Primo Applauso, un programma tv in bianco e nero, una sorta di talent show, dove approdò giovanissimo. Credo che non si chiamasse ancora Peppino di Capri».

«Alcuni amici musicisti di Napoli mi dissero che c’era uno molto bravo a Ischia, cantava Malatia, una canzone di Armando Romeo. Era lui. E aveva già preso il suo nome d’arte. Io scherzavo. Ma come, Peppino di Capri canta a Ischia? Sì, l’hanno lanciato proprio lì».

«Abbiamo suonato e riso tante volte. Con Luciano De Crescenzo andavamo spesso anche nel night club che aveva aperto proprio a Capri. Ricordo anche tante serate meravigliose a Roma con lui e Carosone, ancora con Luciano e Marisa Laurito. Erano sempre incontri divertentissimi. Come quelli a casa di Roberto Murolo, nostro amico comune: passavamo serate a cantare canzoni napoletane».

«Però Peppino era già un idolo per noi. Suonavamo le sue canzoni nei locali: i dancing erano le sale da ballo estive, i night club quelle invernali. E noi agli inizi suonavamo le canzoni di Peppino di Capri perché erano obbligatorie, erano diventate super popolari».

La sua carriera non è stata solo «Champagne».

«Rimangono anche capolavori sottovalutati del suo repertorio come Nun è peccato che è una bellissima canzone. Luna caprese è un altro must e la cantava d’incanto. Su Champagne abbiamo naturalmente sempre sorriso tanto perché era la canzone che non si poteva non suonare».

«La generazione di Peppino di Capri non era amata dai vecchi cantanti napoletani: la chiamavano nouvelle vague perché erano considerati rivoluzionari, moderni, quindi non degni di rappresentare la canzone napoletana. Ma per tutti noi Peppino era un idolo, aveva pure imitatori come Tonino d’ischia e Rino da Positano».

«Il night club era il luogo dove nasceva una musica diversa, nuova, quella da ballare. Renato Carosone era il re incontrastato dei night, ma non si trovava mai perché stava sempre in Africa. E poi naturalmente c’erano anche Fred Buscaglione, Bruno Martino, Fred Bongusto».

«Si suonava fino a tardissimo, senza sosta. Cominciavamo alle 11 di sera e finivamo alle tre di notte, una gavetta straordinaria: dovevamo cantare 200 canzoni, conoscere tutto il repertorio a memoria, sia la musica sia le parole. Cantavamo pure canzoni messicane e cubane. Non finivamo mai».

Nessun commento:

Posta un commento