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giovedì 30 aprile 2026

La Chiesa d' Inghilterra

Matteo Liut
Chi è Sarah Mullally, prima donna alla guida degli anglicani

Avvenire, 27 aprile 2026

Sarah Mullally, 63 anni, è entrata nella storia il 25 marzo scorso, quando è stata intronizzata nella cattedrale di Canterbury come 106ª arcivescovo di Canterbury, prima donna a ricoprire il ruolo di primate della Chiesa d’Inghilterra e punto di riferimento della Comunione anglicana mondiale, che riunisce oltre 85 milioni di fedeli in più di 160 Paesi. Questa mattina Mullally è ricevuta in udienza privata da papa Leone XIV in Vaticano, nel momento più significativo della sua prima visita all’estero dopo l’insediamento. È un incontro dal forte valore simbolico ed ecumenico: per la prima volta una donna alla guida dell’anglicanesimo mondiale entra nel Palazzo apostolico come interlocutrice diretta del Pontefice.

Dalla sanità pubblica all’episcopato

Nata a Woking nel 1962, Sarah Mullally ha alle spalle un percorso atipico rispetto ai tradizionali profili episcopali. Per oltre trent’anni ha lavorato nel Servizio sanitario nazionale britannico, specializzandosi come infermiera oncologica e arrivando a essere, a soli 37 anni, Chief Nursing Officer for England, la più giovane a ricoprire questo incarico. La vocazione al ministero ordinato è maturata in età adulta: ordinata sacerdote nel 2001, è diventata vescovo nel 2015 e nel 2018 è stata nominata vescovo di Londra, una delle diocesi più complesse e influenti della Chiesa d’Inghilterra. Nell’ottobre 2025 è arrivata la nomina ad arcivescovo di Canterbury, confermata ufficialmente nel gennaio successivo.

L’insediamento del 25 marzo

La cerimonia di intronizzazione si è svolta il 25 marzo 2026, solennità dell’Annunciazione, nella cattedrale di Canterbury, davanti a oltre duemila invitati e con la presenza del principe William e della principessa Kate, del primo ministro Keir Starmer e di numerose delegazioni ecumeniche e interreligiose. Nel suo primo sermone da primate, Mullally ha legato la figura di Maria alla chiamata della Chiesa oggi: una Chiesa chiamata a rispondere con fiducia, ma anche con verità e responsabilità, soprattutto verso le vittime di abusi, tema che segna profondamente l’inizio del suo mandato.

I nodi irrisolti dell’anglicanesimo

Mullally eredita una Chiesa attraversata da forti tensioni interne. Il suo predecessore Justin Welby si è dimesso nel novembre 2024 dopo la pubblicazione di un rapporto indipendente che ha documentato gravi fallimenti nella gestione di abusi sessuali all’interno della Chiesa d’Inghilterra. Accanto alla questione degli abusi, restano aperte le fratture sulla benedizione delle coppie dello stesso sesso, sull’ordinazione femminile e sull’assetto stesso della Comunione anglicana, sempre più segnata da sensibilità teologiche e culturali divergenti.
È in questo contesto che si colloca anche la distanza crescente tra Canterbury e molte Chiese anglicane di altri continenti, soprattutto dell'Africa, ormai uno dei dossier più delicati del suo ministero. Diversi primati del continente africano – in particolare in Nigeria, Uganda, Kenya e Ruanda – contestano apertamente le scelte dottrinali e pastorali della Chiesa d’Inghilterra su matrimonio, sessualità e ruolo delle donne, accusando Londra di essersi allontanata dall’interpretazione tradizionale della Scrittura. Il processo che ha portato alla benedizione delle coppie dello stesso sesso ha accelerato un progressivo disallineamento ecclesiale, con alcune province che hanno ridotto o congelato la comunione con l’arcivescovo di Canterbury come “strumento di unità”. Anche l’elezione di una donna alla guida dell’anglicanesimo, pur accolta con rispetto formale, è vissuta in alcune aree come un ulteriore elemento di distanza culturale e teologica.

Oggi l’incontro con il Papa

L’udienza odierna con papa Leone XIV si inserisce nel solco del dialogo inaugurato nel 1966 da Paolo VI e l’arcivescovo Michael Ramsey. Durante la visita romana, Mullally pregherà con il Papa e visiterà le tombe degli apostoli Pietro e Paolo, sottolineando il carattere di pellegrinaggio più che di semplice visita diplomatica. La distanza dottrinale su temi come il sacerdozio femminile resta evidente, ma il clima resta di rispetto e collaborazione, soprattutto sui grandi temi globali: pace, migrazioni, povertà e custodia del creato.

lunedì 1 dicembre 2025

L'erotismo al femminile


Juliette Deborde
Alla fiera della letteratura erotica: "C'è stato un prima e un dopo nella mia sessualità"
Libération, 30 novembre 2025

Laetitia si è avvicinata alla letteratura erotica sette anni fa, dopo aver scoperto Cinquanta sfumature di grigio . A pensarci bene, la trentenne non lo ammette del tutto. Ma leggere il bestseller ha avuto il merito di aprirle le porte a questo genere letterario fino a quel momento sconosciuto, di cui ora è una devota fan. Tanto che domenica 30 novembre è partita dagli Alti Pirenei per partecipare alla nona edizione della fiera della letteratura erotica. "La letteratura erotica permette di scoprire tantissime cose. C'è stato davvero un prima e un dopo nella mia sessualità", spiega la giovane donna nel trambusto della fiera, che si tiene a La Bellevilloise a Parigi. Questa passione, a cui ha persino convertito alcuni colleghi, è qualcosa di cui Laetitia dice di parlare "in tutta libertà", "senza vergogna".

Tra i suoi libri preferiti ci sono la trilogia SM di Emma Cavalier , "The Manor ", che ha suscitato in lei "un'enorme rivelazione" , e le opere di Chloé Saffy. Questi autori erano presenti in gran numero questa domenica e ora sono alla guida di questo genere letterario un tempo molto maschile. "Prima, la letteratura erotica era scritta da uomini per uomini. Negli ultimi anni, la situazione si è completamente invertita", osserva Anne Hautecoeur, direttrice di La Musardine, casa editrice e libreria partner della fiera del libro. Dei quindici titoli pubblicati dalla sua casa editrice nel 2025, undici sono scritti da donne .

Questo cambiamento è evidente anche tra le lettrici, numerose tra le corsie di La Bellevilloise. Da La Musardine, le clienti sono spesso donne. Donne "che non trovano necessariamente quello che cercano nella pornografia", spiega Anne Hautecoeur, e che si identificano maggiormente con le visioni trasmesse da una nuova generazione di autrici, che tengono conto "dell'affermazione del desiderio" e delle fantasie femminili. E del rispetto del consenso, che dopo #MeToo , "si è affermato dove prima la questione non veniva realmente sollevata", sottolinea Flore Cherry, fondatrice e organizzatrice della fiera del libro, che ritiene che il movimento abbia aperto "spazi in cui le donne possono esprimersi".

Sguardo femminile

Dietro il suo stand, l'autrice Rose Brunel accoglie con favore l'emergere di questo "sguardo femminile" nella letteratura erotica, anche se "il dominio patriarcale prevale ancora", anche nella scrittura femminile. Tuttavia, si rifiuta di puntare il dito contro le giovani fan del dark romance , accusate di normalizzare la violenza, il che, secondo lei, equivarrebbe a "fare la predica alle donne su ciò che leggono". Il suo ultimo romanzo, Rouge humide (Rosso bagnato), racconta la storia della scoperta della sessualità da parte di un'adolescente nell'era post-#MeToo. L'autrice ha tratto ispirazione, in particolare, dalle domande sollevate durante i gruppi di discussione sulla sessualità che conduce con i padri e i loro figli. L'autrice, che ha iniziato a scrivere perché non riusciva a trovare ciò che cercava nella letteratura erotica troppo intrisa di cultura dello stupro , afferma di prestare particolare "attenzione al consenso" e agli stereotipi di genere, ad esempio invertendo i ruoli femminili e maschili in uno dei suoi racconti: "Questi sono vincoli che mi impongo, senza censurarmi".

Sebbene il movimento #MeToo e le sue conseguenze influenzino inevitabilmente la sua scrittura, Chloé Saffy non si tira indietro. Il suo ultimo libro, La Vocation (La Vocazione), pubblicato da Cherche Midi questo autunno, racconta la storia della sottomissione volontaria di una giovane donna a una coppia benestante. "Anche se ci sono eccessi, la comunità BDSM riflette molto sul consenso", sottolinea l'autrice 44enne tra una sessione di autografi e l'altra. Secondo lei, gli scrittori erotici stanno cambiando la percezione, soprattutto non trascurando "ciò che accade nella mente". "Quando scrivo una scena di sesso, mi assicuro di includere molti dettagli nella narrazione: la sudorazione, il momento in cui si indossa il preservativo, andare in bagno dopo... Ciò che amo è l'erotismo della vita quotidiana!". Un modo per i lettori di identificarsi maggiormente con i personaggi: "Questo permette loro di dire a se stessi : 'Potrei provare anche io questa esperienza !'"

"Sviluppare la propria immaginazione"

In Carnes, il suo primo romanzo pubblicato all'inizio del 2025 da Pauvert , Esther Teillard voleva includere scene di sesso "piuttosto fredde", quasi cliniche e prive di qualsiasi abbellimento estetico. Perché "le prime esperienze sessuali sono spesso catastrofiche" e alcuni di questi "fallimenti possono essere esilaranti", afferma la ventiquattrenne autrice marsigliese, che voleva anche rappresentare la realtà delle "zone grigie del consenso". Se il suo libro può aver "eccitato vecchi lascivi, anche le giovani donne si sono identificate con esso", aggiunge con soddisfazione.

Al piano superiore, presso lo stand ben fornito della libreria Musardine, sono esposti saggi femministi, romanzi BDSM, raccolte di racconti, graphic novel, classici della letteratura erotica e cruciverba erotici. "Tutti i generi letterari sono rappresentati", insiste Anne Hautecoeur. Tuttavia, i librai generalisti, esitanti ad abbracciare il genere, faticano a promuoverlo, considerandolo ancora una nicchia. Anche se "ha un potenziale reale e attrae un vasto pubblico", osserva l'editore. E questi libri possono avere uno scopo educativo e un potere liberatorio.

A La Musardine, aggiunge Anne Hautecoeur, alcune giovani donne vengono addirittura "su consiglio del loro sessuologo, per sviluppare la loro immaginazione". Capucine, cliente della libreria nell'XI arrondissement di Parigi, disgustata dai circoli "perversi" che frequentava in passato e dalle app di incontri, trova nella letteratura uno spazio più sicuro, "un modo di vedere la sessualità in modo diverso, senza che sia squallida". Anche se la liberazione è "un viaggio", è ancora lontana dall'averlo completato.

mercoledì 24 febbraio 2016

Ida Magli e il femminismo



Alessandra Pigliaru
L’antropologa scomoda
Ritratti. È morta a 91 anni Ida Magli. Scrisse testi fondamentali sul matriarcato, la sessualità, l'iconografia della Madonna e la storia laica delle donne religiose. Negli ultimi anni, aveva radicalizzato il suo pensiero, abbracciando posizioni reazionarie

il manifesto, 23 febbraio 2016

... In realtà, la storia tra Ida Magli e il femminismo è stata piuttosto intermittente, e questo nonostante abbia avuto da sempre il chiaro desiderio di seguirne il passo a giudicare dai passaggi che le sono stati cari.
Basti pensare a volumi come Matriarcato e potere delle donne (1978), in cui compaiono alcuni passi sulle società matriarcali e una inedita traduzione del poderoso testo Das Mutterrecht di Bachofen. Solo due anni prima, aveva fondato la storica rivista dwf.
È del 1982 La femmina dell’uomo e poi c’è lo studio in cui si concentra su Santa Teresa di Lisieux. Una romantica ragazza dell’Ottocento (1994), quello su La Madonna (1987), fino a un’interessante edizione aggiornata, dieci anni dopo, La Madonna, dalla Donna alla Statua; cruciale è stato La sessualità maschile (1989) e il suo studio sulla Storia laica delle donne religiose (1995).
Insieme ai testi forse più conosciuti vi è stato l’impegno costante verso l’antropologia che ha percorso sempre con disinvoltura e originalità di posizioni. È suo il più generale manuale di Introduzione all’antropologia culturale (1983) così come si deve a lei la fondazione e direzione (dal 1989 al 1992) della rivista Antropologia culturale.
Il nodo sessualità-religione è stato per Magli uno dei più frequentati, là dove entrambi i punti sono stati sempre interpretati con una certa ritrosia anche nella discussione politica pubblica.
Ida Magli in realtà, come ricorda Lea Melandri, che abbiamo raggiunto per telefono, è stata precorritrice lucidissima di alcuni snodi fondamentali: «Certo, non si può leggere solo parzialmente, bisogna guardarla nel suo intero e in quanto è stata capace di offrirci alla lettura. È rimasta sempre abbastanza in disparte, ma il femminismo l’ha intersecato; forse non è stata così riconosciuta come avrebbe meritato, e molto ci possono raccontare ancora i suoi libri; vi sono per esempio frammenti folgoranti, coraggiosi che mettono in chiaro alcuni aspetti forti: sessualità, immaginario e fantasie maschili sui corpi delle donne e il grande nodo religioso». Melandri prosegue citando alcuni passaggi cruciali, per esempio quelli che attengono il corpo delle donne, la sessualità e il potere che disciplina i corpi fino a diventare violenza.
Su quest’ultimo punto, infatti, anche la stessa attenzione di Melandri si è soffermata. «Ho letto e riletto alcuni suoi frammenti perché penso ci siano preziosi. Non sono stati mai scontati e andrebbero ascoltati. Ma penso anche alla lezione sulla storia laica delle religiose, un lavoro straordinario che andrebbe accolto con maggiore generosità».

sabato 31 gennaio 2015

Philip Roth intervista Primo Levi





ROTH: Nel Sistema periodico, il tuo libro sul sapore forte e amaro della tua esperienza di chimico, tu parli di una collega, Giulia, che spiega la tua mania di lavorare con il fatto che tu, poco più che ventenne, eri timido con le donne e non avevi una ragazza. Ma credo che sbagliasse. La tua effettiva mania di lavorare ha un'origine più profonda. Il lavoro sembra un tema ossessivo per te, persino nel tuo libro sulla detenzione ad Auschwitz. "Arbeit Macht Frei," il “Lavoro rende liberi”:sono le parole incise dai nazisti all'ingresso di Auschwitz. Ma il lavoro ad Auschwitz è un'orrenda parodia del lavoro, senza scopo e senza senso; è fatica come punizione, che porta a una morte tormentosa. Si può considerare la tua intera fatica letteraria come tesa a restituire al lavoro il suo senso umano, redimendo la parola Arbeit dall'irridente cinismo con il quale i tuoi datori di lavoro di Auschwitz l'avevano sfregiata. Faussone ti dice: "Ogni lavoro che incomincio è come un primo amore". Gli piace parlare del suo lavoro quasi quanto gli piace lavorare. Faussone è l'Uomo Lavoratore, reso realmente libero dalla sua fatica.

LEVI: Non credo che Giulia avesse torto nell'attribuire la mia mania di lavorare alla mia timidezza di allora con le ragazze. Questa timidezza, o inibizione, era un dato di fatto, concreto, doloroso e pesante. A quel tempo, era molto più importante per me che non la passione per il lavoro: del resto, il lavoro nella fabbrica di Milano che ho descritto nel capitolo Fosforo del Sistema periodico era un falso lavoro, in cui io non credevo; la catastrofe dell'armistizio italiano era già nell'aria, e non avrebbe avuto molto senso ignorarla per immergersi in un lavoro fittizio e scientificamente insensato. Non ho mai cercato seriamente di analizzare la mia timidezza sessuale di allora, ma è certo che essa era in buona parte condizionata dalle leggi razziali; anche altri miei amici ebrei ne soffrivano, alcuni nostri compagni di scuola << ariani >> ci deridevano, dicevano che la circoncisione non era altro, in sostanza, che una castrazione, e noi, almeno a livello inconscio, tendevamo a crederci (aiutati in questo dal puritanesimo che dominava nelle nostre famiglie). Di conseguenza, credo che a quel tempo il lavoro fosse effettivamente per me un equivalente sessuale piuttosto che una passione. Tuttavia, per quanto mi riguarda, sono ben consapevole che dopo il Lager il lavoro, anzi, i miei due lavori (la chimica e lo scrivere) hanno avuto, e tuttora hanno, un'importanza fondamentale nella mia vita. Sono convinto che l'uomo normale è biologicamente costruito per un'attività diretta a un fine, e che l'ozio, o il lavoro senza scopo (come l'Arbeit di Auschwitz) provoca sofferenza e atrofia. Nel mio caso, e in quello del mio alter ego Faussone, il lavoro si identifica con il “problem solving,” il risolvere problemi. Ma ad Auschwitz ho notato spesso un fenomeno curioso: il bisogno del “lavoro ben fatto” è talmente radicato da spingere a far bene anche il lavoro imposto, schiavistico. Il muratore italiano che mi ha salvato la vita, portandomi cibo di nascosto per sei mesi, detestava i tedeschi, il loro cibo, la loro lingua, la loro guerra; ma quando lo mettevano a tirar su muri, li faceva dritti e solidi, non per obbedienza ma per dignità professionale.
ROTH: Se questo è un uomo si conclude con un capitolo in titolato Storia di dieci giorni, nel quale tu descrivi, in forma di diario, come hai resistito dal 18 al 27 gennaio del 1945 tra un piccolo manipolo di malati e moribondi nell'infermeria improvvisata del campo, dopo la fuga dei nazisti verso Ovest con circa ventimila prigionieri sani. Quel racconto mi suona come la storia di Robinson Crusoe all'inferno, con te, Primo Levi, nei panni di un Crusoe che strappa ciò che gli serve per vivere ai magmatici avanzi di un'isola irriducibilmente spietata . Ciò che mi ha colpito in quel capitolo, come in tutto il libro, è quanto il pensare abbia contribuito a farti sopravvivere, il pensare di una mente pratica, umana, scientifica. La tua non mi pare una sopravvivenza determinata da una animalesca resistenza biologica o da una straordinaria fortuna, ma radicata semmai nel tuo mestiere, nel tuo lavoro, nella tua condizione professionale, nell'uomo della precisione, nell'uomo che verifica esperimenti e cerca il principio dell'ordine, posto di fronte al perverso capovolgimento di tutto ciò che per lui era un valore. Sì il pezzo numerato di una macchina infernale, ma un pezzo numerato con un'intelligenza metodica che deve sempre capire. Ad Auschwitz dici a te stesso: “penso troppo per resistere sono troppo civilizzato.” Ma secondo me l'uomo civilizzato che pensa troppo è inscindibile dal sopravvissuto. Lo scienziato e il superstite sono una cosa sola.
LEVI: Benissimo! Hai colpito nel segno. È proprio vero che, in quei memorabili dieci giorni del gennaio 1945, io mi sono sentito come Robinson Crusoe, ma con una importante differenza. Robinson si era messo al lavoro per la sua individuale sopravvivenza; io ed i miei due compagni francesi eravamo consci, e felici, di lavorare finalmente per uno scopo giusto e umano, quello di salvare le vite dei nostri compagni ammalati. Quanto al perché della sopravvivenza, è una questione che mi sono posto più volte, e che molti mi hanno posto. Insisto: regole generali non ce n'erano, salvo quelle fondamentali di entrare in Lager in buona salute e di capire il tedesco. A parte questo, ho visto sopravvivere persone astute e stupide, coraggiose e vili, pensatori e folli (ad esempio, quell'Elias che ho descritto in Se questo è un uomo). Nel mio caso personale, la fortuna ha avuto un ruolo essenziale in almeno due occasioni: nell'avere incontrato il muratore italiano a cui ho accennato prima, e nell'essermi ammalato una volta sola, ma al momento giusto. Tuttavia, quello che tu dici, e cioè che per me il pensare, l'osservare, è stato un fattore di sopravvivenza, è vero, anche se a mio parere ha prevalso il cieco caso. Ricordo di aver vissuto il mio anno di Auschwitz in una condizione di spirito eccezionalmente viva. Non so se questo dipenda dalla mia formazione professionale, o da una mia insospettata vitalità, o da un istinto salutare: di fatto, non ho mai smesso di registrare il mondo e gli uomini intorno a me, tanto da serbarne ancora oggi un'immagine incredibilmente dettagliata. Avevo un desiderio intenso di capire, ero costantemente invaso da una curiosità che ad alcuni è parsa addirittura cinica, quella del naturalista che si trova trasportato in un ambiente mostruoso ma nuovo, mostruosamente nuovo.

ROTH: In Se questo è un uomo la descrizione e l’analisi del tuo atroce ricordo del gigantesco esperimento biologico e sociale fatto dai tedeschi sono controllate con grande puntualità da un interesse quantitativo per i modi in cui un uomo può venire trasformato o disgregato e può perdere le sue proprietà caratteristiche come una sostanza che si decompone per una reazione chimica. Se questo è un uomo equivale alle memorie di un teorico della biochimica morale che sia stato precettato come organismo campione per essere sottoposto alla più bieca sperimentazione di laboratorio. La persona prigioniera nel laboratorio dello scienziato folle riassume in sullo scienziato razionale. Nella Chiave a stella - che si sarebbe potuta benissimo intitolare Questo è un uomo - tu dici a Faussone tuo Shahrazad operaio che essendo agli occhi del mondo un chimico e sentendomi... il sangue dello scrittore nelle vene come risultato tu hai <due anime in corpo che sono troppe. Direi che c'è un anima sola capace e senza saldature. Che non sono inscindibili soltanto il sopravvissuto e lo scienziato ma anche lo scrittore e lo scienziato

LEVI: Più che una domanda, questa è una diagnosi, che accetto e di cui ti ringrazio. Ho vissuto il Lager nel modo più razionale che potevo, e ho scritto Se questo è un uomo sforzandomi di spiegare agli altri, e a me stesso, i fatti in cui ero stato coinvolto, ma senza precisi intenti letterari. Il mio modello, o se preferisci il mio stile, era quello del weekly report, del rapportino settimanale che si usa fare nelle fabbriche: deve essere conciso, preciso, e scritto in un linguaggio accessibile a tutti i livelli della gerarchia aziendale. Non certo in linguaggio scientifico: del resto, scienziato avrei voluto diventare, ma la guerra e il Lager me lo hanno impedito, e ho dovuto accontentarmi di essere un tecnologo durante tutta la mia vita professionale. Sono d'accordo con te sul fatto che ho <una sola anima senza saldature>, e ancora una volta ti ringrazio. La mia affermazione che <due anime sono troppe> è per metà uno scherzo, ma per l'altra metà allude a cose molto serie. Ho vissuto in fabbrica per quasi trent'anni, e devo ammettere che non c'è contraddizione fra l'essere un chimico e l'essere uno scrittore: c'è anzi un reciproco rinforzo. Ma stare in fabbrica, anzi, dirigere una fabbrica, significa molte altre cose diverse e lontane dalla chimica: assumere e licenziare personale; litigare col padrone, con clienti e con fornitori; far fronte a incidenti, ed essere chiamati al telefono, magari di notte o durante una cena da amici; occuparsi di noiose faccende burocratiche; e tanti altri “soul destroying tasks”, compiti che distruggono l'anima. Tutti questi affari sono brutalmente incompatibili con lo scrivere, che esige una certa pace dell'anima; perciò mi sono sentito veramente nato una seconda volta quando ho raggiunto l'età della pensione e ho potuto dare le mie dimissioni, rinunciando così alla mia anima numero uno.

ROTH: Il seguito di Se questo è un uomo è La tregua. Il tema è il tuo viaggio di ritorno da Auschwitz in Italia. C'è davvero una dimensione mitica in questo tormentato viaggio, specialmente nella storia del tuo lungo periodo di gestazione in Unione Sovietica, in attesa di essere rimpatriato. Ciò che sorprende ne La tregua - che avrebbe potuto, e comprensibilmente, essere stata improntata al lutto, a un inconsolabile disperazione - è l'esuberanza. La tua riconciliazione con la vita si compie in un mondo che a tratti pareva simile al caos primordiale. Eppure tu vi appari straordinariamente interessato a tutto, pronto a ricavare da tutto divertimento e cultura al punto che mi sono domandato se nonostante la fame, il freddo e le ansie, persino nonostante i ricordi, davvero tu abbia mai vissuto mesi migliori di quelli che definisci una parentesi di disponibilità illimitata, un provvidenziale ma irripetibile regalo del destino. Tu sembri una persona la cui esigenza più profonda è innanzi tutto di aver radici - nella professione, nella razza, nel luogo, nella lingua, eppure, quando ti sei trovato più solo e sradicato di quanto si possa essere hai considerato quella condizione un regalo.

LEVI: Un amico, ottimo medico (era fratello di Natalia Ginzburg. conosci i suoi libri ? È una Levi anche lei, ma non mia parente), mi ha detto molti anni fa: “I tuoi ricordi di prima e di dopo sono in bianco e nero; quelli di Auschwitz e del viaggio di ritorno sono in technicolor”. Aveva ragione. La famiglia, la casa e la fabbrica sono cose buone in sé, ma mi hanno privato di qualcosa di cui ancora oggi sento la mancanza, cioè dell’avventura. Il mio destino ha voluto che io trovassi avventura proprio in mezzo al disordine dell'Europa devastata dalla guerra. Tu sei del mestiere, e sai come vanno queste cose. La tregua è stato scritto quattordici anni dopo Se questo è un uomo; è un libro più consapevole, più letterario, e molto più profondamente elaborato, anche come linguaggio. Racconta cose vere, ma filtrate. E stato preceduto da innumerevoli versioni verbali: intendo dire, ogni avventura era stata da me raccontata molte volte a persone di cultura diversa (spesso a ragazzi delle scuole medie), e aggiustata a poco a poco in modo da provocare le reazioni più favorevoli. Quando Se questo è un uomo ha cominciato ad avere successo, e io ho cominciato a intravedere per me un futuro come scrittore, mi sono accinto alla stesura. Volevo divertirmi scrivendo, e divertire i miei futuri lettori; perciò ho dato enfasi agli episodi più strani, più esotici, più allegri: soprattutto, ai russi visti da vicino. Ho relegato all'inizio e alla fine del libro i tratti, come tu dici, di lutto e di disperazione inconsolabile. A proposito del radicamento, della “rootedness”: è vero che io ho radici profonde, e che ho avuto la fortuna di non esserne stato privato: la mia famiglia è stata in buona parte risparmiata dalla strage, e oggi io continuo ad abitare addirittura nell'alloggio dove sono nato. La scrivania su cui scrivo sta esattamente nel luogo in cui, secondo la leggenda, sono stato partorito. Perciò, quando mi sono trovato sradicato quanto più non si potrebbe, ho certo provato sofferenza; ma questa è stata compensata dal fascino dell'avventura, dagli incontri umani, dalla dolcezza della “convalescenza” dal morbo di Auschwitz. La mia “tregua” russa, nella sua realtà storica, ha cominciato ad apparirmi come un dono solo molti anni dopo, quando l'ho depurata rivivendola e scrivendola.

ROTH: Se non ora, quando? è diverso da tutto ciò che ho letto di tuo. Pur essendo puntualmente tratto da reali eventi storici, il libro è presentato come un puro racconto picaresco delle avventure di un piccolo gruppo di partigiani ebrei di origine russa e polacca, che tendono imboscate ai tedeschi dietro le loro linee sul fronte orientale. Gli altri tuoi libri hanno forse trame meno <fantasiose, ma mi hanno colpito per una maggiore fantasia sul piano tecnico. L'impulso creativo che sta alle spalle di Se non ora, quando? dà l'impressione di essere più limitato, più parziale - e quindi meno liberatorio per lo scrittore - di quelli che hanno dato vita alle opere autobiografiche. Mi domando se tu concordi su questo: se scrivendo dell'audacia degli ebrei che si ribellarono, tu abbia sentito di fare un qualcosa che bisognava fare, se ti sentissi responsabile di una rivendicazione politica e morale che non poteva comparire altrove, anche quando il tema è il tuo destino, inconfondibilmente ebraico.

LEVI: Se non ora, quando? è un libro che ha avuto un destino imprevisto. I motivi che mi hanno spinto a scriverlo sono diversi: li enumero qui per ordine di importanza. Avevo fatto una specie di scommessa con me stesso: dopo tanta autobiografia aperta o mascherata, sei o non sei uno scrittore a pieno titolo, capace di costruire un romanzo, di creare personaggi, di descrivere ambienti in cui non sei stato ? Mettiti alla prova ! Volevo divertirmi a scrivere un “western” ambientato in uno scenario poco comune; volevo divertire i miei lettori raccontando loro una storia sostanzialmente ottimistica, piena di speranza, a tratti allegra, anche se sullo sfondo della strage. Volevo rompere un luogo comune ancora prevalente in Italia: un ebreo è un mite, uno studioso (pio o laico), una persona ribelle, umiliata che ha subìto secoli di persecuzioni senza mai ribellarsi. Mi sembrava doveroso rendere omaggio a quegli ebrei che in condizioni disperate avevano trovato la forza e l'intelligenza di resistere ai nazisti. Nutrivo anche l'ambizione di essere il primo scrittore italiano a descrivere il mondo yiddish; volevo insomma “utilizzare” la mia popolarità in Italia per far giungere fra le mani di molti lettori un libro che avesse come soggetto la cultura, la lingua, la mentalità e la storia, dell'ebraismo ashkenazita, che in Italia è virtualmente sconosciuta. Questi motivi sono stati riconosciuti come validi in misura diversa nei diversi paesi in cui il libro è stato pubblicato. In Italia esso ha avuto pieno successo, sotto tutti i suoi aspetti. Lo stesso si può dire per l'Inghilterra e la Germania, almeno a giudicare dalle prime reazioni del pubblico e della critica. In Francia è passato sostanzialmente inosservato. Negli Stati Uniti, come sai, ha avuto un successo moderato: la sua Yiddishkeit è stata giudicata risaputa; un soggetto insomma troppo noto perché ancora se ne parli. Inoltre, il lettore americano si è accorto di un fatto vero, che cioè si tratta di un libro “yid” scritto da un autore che “yid” non è, ma che ha cercato di diventarlo studiando testi e ascoltando racconti. Personalmente io sono soddisfatto di questo libro, soprattutto perché mi sono divertito molto nel progettarlo e nello scriverlo. Per la prima e unica volta nella mia carriera di scrittore, ho avuto l'impressione (quasi un'allucinazione) che i miei personaggi fossero vivi, mi stessero intorno, e mi suggerissero loro stessi le loro avventure e i loro dialoghi. L'anno che ho impiegato a scriverlo è stato un anno felice; perciò, indipendentemente dal risultato, per me questo libro è stato liberatorio.

ROTH: Parliamo ora della fabbrica di vernici. Oggigiorno molti scrittori hanno fatto gli insegnanti, altri i giornalisti, e la maggior parte degli scrittori sopra i 50 anni hanno prestato servizio militare; per questo o quel paese. C'è un elenco impressionante di scrittori che hanno esercitato la medicina e contemporaneamente fatto libri, e altri che sono stati uomini di chiesa. T. S. Eliot era editore, e, come noto, Wallace Stevens e Franz Kafka lavoravano per grandi società assicurative. Che io sappia, solo due scrittori di rango sono stati dirigenti di una fabbrica di vernici: tu a Torino, in Italia, e Sherwood Anderson a Elyria, nell'Ohio. Anderson dovette abbandonare la fabbrica di vernici (e la famiglia) per diventare scrittore; sembra invece che tu sia diventato lo scrittore che sei oggi rimanendovi, e continuandovi la tua carriera. Mi domando se ti consideri addirittura più fortunato - e magari più agguerrito per scrivere - di quanti tra noi non hanno alle spalle una fabbrica di vernici e tutto quanto comporta quel tipo di contesto.

LEVI: Sono approdato all'industria delle vernici per puro caso. Mi sono occupato piuttosto poco di vernici propriamente dette: la nostra fabbrica, fin dai primi anni, si è specializzata nella produzione di smalti isolanti per conduttori elettrici di rame. A quel tempo contavo fra i trenta o quaranta specialisti del mondo in questo ramo: di filo smaltato sono fatti gli animali che hai visto nel mio studio. Onestamente non conoscevo il nome di S. Anderson. Ho letto ieri una sua breve biografia: no, a me non sarebbe mai venuto in mente di abbandonare la famiglia e la fabbrica per mettermi a fare lo scrittore a tempo pieno come ha fatto lui; avrei avuto paura del salto nel buio, ed oltre tutto avrei perso il diritto alla pensione. Al tuo breve elenco di scrittori verniciai devo però aggiungere un terzo nome, quello di Italo Svevo (1861 1928), ebreo triestino convertito al cattolicesimo: Svevo fu direttore commerciale di una fabbrica di vernici di Trieste, la Società Veneziani, che apparteneva a suo suocero e che si è sciolta pochi anni fa. Fino al 1918 Trieste apparteneva all'Austria, e questa Società era famosa perché forniva alla Marina austriaca una eccellente vernice antivegetativa per le carene delle navi da guerra; dopo il 1918 Trieste divenne italiana, e la vernice venne fornita alla Marina italiana e a quella inglese. Per trattare con la British Admiralty Svevo prese lezioni d'inglese da James Joyce, che a quel tempo insegnava a Trieste; Joyce divenne amico di Svevo, e lo aiutò nella pubblicazione delle sue opere. La vernice accennata si chiamava Moravia. La coincidenza con lo pseudonimo del noto scrittore italiano non è casuale: sia l'industriale triestino, sia lo scrittore romano ricavarono questo nome dal cognome di una loro comune parente dal lato di madre. Scusami per questo pettegolezzo che forse è poco pertinente. Sì, come accennavo prima, non ho rimpianti. Non credo di aver sprecato il mio tempo dirigendo una fabbrica (di vernici o di qualsiasi altra roba): ho acquistato altre esperienze preziose, che si sono addizionate e combinate con quelle di “Auschwitz.” 

  New York Times Book Review. October 12 (1986):1,40,41.

mercoledì 15 ottobre 2014

Henry Miller, la fantasmagoria letteraria e il resto



Aldo Grasso

Henry Miller non fu mai rispettabile
Corriere della Sera, 15 ottobre 2014


Quando Lawrence Durrell chiede ad un membro della giuria del premio Nobel se Stoccolma abbia mai preso in considerazione la candidatura di Henry Miller (1891-1980), questi risponde: «Stiamo aspettando che diventi rispettabile». Cosa impossibile per Henry, un uomo così lontano dall’idea di «rispettabilità» di allora. Bastava seguire la cronaca della sua vita, anche se sinteticamente.
Ma ecco che, adesso, una nuova biografia, Henry Miller di Arthur Hoyle (Odoya, pagine 370) — la quarta, a distanza di vent’anni dalla precedente — ne indaga la parabola umana e letteraria, con un metodo investigativo (tipo giornalismo d’inchiesta) che tiene conto delle molte rivelazioni contenute nelle lettere inedite dello scrittore, nei brani sconosciuti dei diari di Anaïs Nin e nelle interviste ad amici e conoscenti dello scrittore americano, soprattutto in quella con la terza moglie, Lepska Warren. Forse in nessuno scrittore esiste un’osmosi così profonda fra vita ed arte.
C’è di più: per la sua indagine, Hoyle costeggia Freud e — anche se questo metodo ne appesantisce un po’ la lettura — dà un’immagine dettagliata, autentica, della vicenda (ricchissima di contraddizioni) di uno dei più interessanti autori del XX secolo, che aveva scelto come punto di riferimento Walt Whitman, morto l’anno successivo alla sua nascita.
Henry Miller nasce a New York, nel quartiere di Manhattan, da due immigrati tedeschi. Carattere insofferente delle regole e ossessionato dal sesso, a 19 anni va via in giro per gli States con una divorziata di 37 anni. Si mantiene con lavori saltuari. Rientrato a New York, si sposa, ha la prima figlia e inizia a scrivere. Nel 1923 conosce la ballerina June Mansfield, divorzia e si risposa. June lavora nei locali notturni, dove concede, a pagamento, le sue grazie a ricchi clienti. Ciò le permette di mantenere Henry e di fargli pubblicare il primo libro di prose (Mezzetinte) a proprie spese.
Dal 1928 al 1929, i due vanno a Parigi. Poi Miller ci ritorna, da solo, nel 1930. Collabora all’edizione francese del «Chicago Tribune» ed abita a Villa Seurat, in casa dell’amico inglese Michael Fraenkel, dove entra in contatto con scrittori ed artisti (egli stesso si dedica al disegno). Fra questi, Anaïs Nin, di 12 anni più giovane, nata a Neuilly-sur-Seine, poi trasferitasi in Usa. Figlia di un pianista e di una cantante cubani, Anaïs aveva sposato, a New York, il bancario e cineasta Hugh Parker Guiler e, dopo una serie di vicissitudini, era rientrata in Francia.
L’incontro con Miller e la relazione che segue sconvolgono la vita di entrambi, come ricorda la donna nei suoi Diari . Nel 1931 Miller comincia la scrittura di Tropico del cancro (che esce nel 1934 da Obelisk Press). Quando l’editore Jack Khatane legge il manoscritto, portatogli da William Bradley, agente letterario degli scrittori americani che vivono a Parigi (fra cui Gertrude Stein, Ernest Hemingway e Francis Scott Fitzgerald), scrive a Miller: «Ho molto atteso che un libro come il suo mi cadesse tra le mani. È turpe, stimolante e c’è quello che ha scritto lei: il libro più tremendo, più sordido, più veritiero che abbia mai letto. Al suo confronto, l’ Ulisse di Joyce sa di limonata». Il linguaggio rude attrae Anaïs e influenza non solo la sua scrittura, ma anche il suo modo di vivere, la sua sessualità. «La sua prima opera edita — nota Hoyle nella biografia — stabilì la sua voce e il suo stile distintivi, marchiandolo all’instante come scrittore fuorilegge».
Vietato in Gran Bretagna e negli Usa, il libro uscirà a New York solo nel 1961. Ed è proprio su questo binario che vanno le ricerche di Arthur Hoyle. Per vedere sino a che punto l’America è diventata, per Miller, un «incubo ad aria condizionata».




Guido Almansi
Henry Miller, sesso di carta
la Repubblica, 31 dicembre 1991



Quest’anno cade il centenario della nascita di Henry Miller ma l’ avvenimento non ha avuto eco qui in Italia dove pure, venti o trent’ anni fa, l’ interesse per la sua opera era molto vivo. Certo, gli ultimi anni non sono stati molto favorevoli alla sua reputazione. La paura dell’ Aids non ha spento l’ impulso sessuale ma ha almeno soffocato lo spirito di esuberanza, di eccesso, di indiscriminato entusiasmo per le attività sessuali di cui Miller è stato il campione (la frase più tipica dello scrittore è “the fugitive piece of tail”, l’ effimero passaggio di un sesso femminile che deve essere colto al volo). Inoltre la pubblicazione dello stupidissimo Opus Pistorum ha certamente danneggiato la sua fama di scrittore: io sono di quelli che ritengono l’ opera un apocrifo, ma anche se fosse stato scritto da lui non vorrebbe dire niente perché quelle pagine non sono significative. La fama di Miller deve basarsi su libri ben più forti e rappresentativi.
Nei paesi di lingua inglese il 1991 ha visto la pubblicazione di almeno due grosse biografie: Robert Ferguson,
Henry Miller, A Life (Hutchinson, sterline 18.99) e Mary V. Dearborn, The Happiest Man Alive. A biography of Henry Miller (Harper Collins, sterline 18.50). Già dal titolo (che riprende quello di una precedente biografia dello scrittore, Always Merry and Bright, diciamo “Sempre allegro e in gamba”, di Jay Martin) si può capire la fatuità della ricostruzione della Dearborn; ma Ferguson, che è andato a controllare, ovunque possibile, tutti i dati biografici deformati dalla mitomania dello scrittore e ha consultato montagne di documenti, è abbastanza interessante circa le contraddizioni fra la verità fattuale e la verità fittiva. Quasi tutto quello che si supponeva circa l’ uomo Henry Miller come Don Giovanni irresistibile, grande scopatore, consumatore insaziabile di donne, seduttore di prostitute che “gliela davano” gratis, esploratore spericolato delle più acrobatiche varianti sessuali, bohèmien anarchico che spargeva terrore intorno a sé con l’ arroganza e la brutalità della sua violenza iconoclastica e della sua satiriasi, è falso. La realtà è molto più ordinaria, anche se le pagine migliori della sua opera non vengono minimamente scalfite da queste rivelazioni del biografo.
Miller era un ragazzotto borghese, un po’ timido, un po’ impacciato, che arrossiva quando si trovava fuori dalla sua cerchia di amici, con una lunga storia di ambizioni fallite, di velleità e di insuccessi dietro di sé. A trentasei anni andava ancora a mangiare dai genitori la domenica, e a volte ritornava a vivere con loro quando mancavano i fondi. La sua
bohème era fasulla perché, quando a Parigi o in uno dei suoi viaggi i soldi finivano, bastava un telegramma alla mammina o al paparino, e questi spedivano un assegno. Miller ebbe varie mogli, è vero, e le abbandonò una dopo l’ altra (con o senza prole) in modo cinico; ma la storia dei suoi successi erotici extraconiugali pare fosse molto modesta. Lui stesso riconosce: “Io nuoto in un oceano di sesso ma le escursioni reali sono molto rare” (in una lettera a Anaïs Nin). Era ossessionato dalla paura delle malattie veneree, e allo stesso tempo ha sempre avuto una passione travolgente per gli amori mercenari; ma anche queste scappatelle erano molto caute e non frequenti. Waldo Bald, il giornalista americano che è stato il modello per Van Norden, il personaggio “cuntstruck” (ossessionato dal sesso femminile; peccato che in italiano manchiamo di una parola così specifica e così utile) in Tropico del Cancro, dichiarò in un’intervista molti anni dopo che tutte quelle vanterie sessuali erano pura invenzione: lui le raccontava a Miller solo per prendere in giro questo borghesuccio che aveva appena scoperto a Parigi il mondo del sesso con la stessa ingenuità con cui Colombo aveva scoperto l’America. Miller si è sempre vantato di una potenza sessuale sovrumana, da stallone supremamente dotato; basta pensare all’episodio iniziale di Tropico del Cancro, con le promesse fatte a Tania di un congresso sessuale degno di Giove Olimpico. Cito il brano nella felice traduzione di Luciano Bianciardi:
C’ è l’osso, nei miei venti centimetri di cazzo. Ti stiro tutte le grinze della fica, Tania, gonfia di seme. Ti rimando a casa, dal tuo Sylvester, col mal di pancia e l’ utero rovesciato. Il tuo Sylvester! Sì, lui sa accendere il fuoco, ma io so infiammare una fica. Ti sparo in corpo frecce roventi, Tania, ti faccio le ovaie incandescenti.
Accidenti, viene da dire. Nella realtà, invece, tutto quello che sappiamo è che qualche volta riusciva a venire due volte di fila. “Perché non vieni un’altra volta?”, pare chiedesse Anaïs Nin al marito Hugh Guiler, e nel suo diario aggiunge “come fa Henry”. Beh, non è abbastanza per acquistare una reputazione da toro da monta, se l’exploit non è sostenuto da un’esuberanza mitomaniaca che si traduce in grande e ornata scrittura barocca. A mio avviso, il documento più importante della biografia immaginaria che Miller ha aureolato intorno alla sua persona è il suo libro su Rimbaud, Il tempo degli assassini (pubblicato in Italia da Sugarco nella traduzione di Giacomo De Benedetti). In un articolo su Repubblica del 1986 avevo già suggerito l’importanza di questo studio per capire la deformazione psicopatologica di Henry Miller, e le recenti biografie sembrano confermare la mia intuizione. Miller non amava la poesia; aveva lasciato un corso universitario perché gli imponevano di leggere il poeta rinascimentale inglese Spenser; era insensibile alla musica del verso. Pure si entusiasmò per Rimbaud l’uomo pur ignorando quasi totalmente Rimbaud il poeta. Il punto chiave è la coincidenza tra la data di morte di Rimbaud (10 novembre 1891) e la data di nascita di Miller (26 dicembre 1891, trattenuto nell’utero materno un giorno di troppo, mancando così la coincidenza decisiva); un caso di metempsicosi? D’altra parte Rimbaud stesso è stato visto dai suoi fedeli come “le Divin Enfant”, come il Salvatore, come Gesù Cristo redivivo, come Dio (si veda Le mythe de Rimbaud di Etiemble). Le metempsicosi potrebbero essere due, non una. L’ anima di Rimbaud si è trasferita nel corpo di Henry Miller, ma Rimbaud stesso aveva ricevuto una visita da un personaggio alieno (ricordiamo la sua frase, “Je est un autre”); niente meno che Gesù Cristo. Miller è uno dei tanti folli che hanno creduto che Rimbaud fosse Gesù Cristo reincarnato, o almeno il fratello gemello del Salvatore. Poche citazioni dal Tempo degli assassini basteranno. “Secondo me, non c’ è contrasto tra la sua visione del mondo e della vita eterna, e quella dei grandi innovatori religiosi”. “Nell’ apparizione di Rimbaud su questa terra non c’ è qualcosa di altrettanto miracoloso del risvegliarsi di Gotamo, o di Cristo che accetta la Croce, o dell’ incredibile missione liberatrice di Giovanna d’ Arco?”. “Quanto ebbi ragione di rinviare la scoperta di Rimbaud! Se sul suo apparire e sulle sue manifestazioni in terra, io traggo conclusioni del tutto diverse da altri poeti, col medesimo spirito i santi trassero conclusioni straordinarie sull’ avvento di Cristo”. “A me pare che egli stesse preparando il suo Calvario”. La conclusione, nella mente alterata del biografo (che è anche autobiografo) è ovvia. A un certo punto l’ anima di Gesù Cristo è emigrata nel delicato corpo del miracoloso ragazzo francese, e poi alla sua morte si è trasferita un’ altra volta nel corpo robusto del ragazzo di Brooklyn. Rimbaud è stato solo un intermediario. Questa interpretazione, come una poesia di Rimbaud, deve essere presa “littéralement et dans tous les sens”. Ma non ignoriamo il senso letterale di questa doppia metempsicosi, come viene confermato da numerosi passi di Tropico del Capricorno: “Tutto quello che mi succedeva era troppo tardi per significare qualcosa. Fu così anche la mia nascita. Fissato per Natale, venni al mondo con mezz’ ora di ritardo”. “Per levare la mia vita individuale una frazione di centimetro sopra questo mare di morte, devo aver fede più grande di Cristo, saggezza più profonda del più grande veggente”. “La mia casa non è di questo mondo, né dell’ altro”. “Se mi toccasse la sorte d’ essere Iddio la rifiuterei”. “Tutti i miei calvari sono stati crocifissioni in rosa”. Sembra che tutta la storia della lutulenta produzione letteraria di Henry Miller sia marcata da questa analogia costante fra il narratore e una figura divina che il narratore rappresenta o incarna. Rimbaud è un possibile trait d’ union tra la divinità e il narratore come erede spirituale di questa divinità. “Le dérèglement de tous les sens” di Rimbaud diventa il gigantismo erotico di Henry Miller, o le piroette delle sue acrobazie sessuali.

lunedì 13 ottobre 2014

Amore e sesso in Mozart

Anna Cognetta (pianoforte), Bianca Barsanti (soprano), Le Donne di Mozart:
immaginario femminile attraverso le sue opere
, Pisa, 23 settembre 2013


Natalia Aspesi
Donne e amore così fa Mozart
Don Giovanni chi? Ecco le vere libertine
Leonetta Bentivoglio e Lidia Bramani ribaltano i falsi miti sul compositore e rileggono in chiave femminile i suoi capolavori
Le autrici mandano in rovina la favola bacchettona del Grande seduttore Fiordiligi e Dorabella infrangono un tabù il tradimento non è più per soli uomini.

la Repubblica, 13 ottobre 2014



QUANTI Mozart esistono, quello delle tante biografie e della storia del suo tempo, l’ultimo ‘700, Leonetta Bentivoglio, giornalista culturale di Repubblica e autrice tra l’altro di Il mio Verdi, e Lidia Bramani, musicologa che ha scritto anche il saggio Mozart massone e rivoluzionario, sono precipitate per anni, ognuna per conto suo, nel suono e nelle parole di Le nozze di Figaro, Don Giovanni, Così fan tutte, per poi trovarsi e discutere le loro ricerche e i loro punti di vista, femminili e femministi, riunendoli in E Susanna non vien. Amore e sesso in Mozart [ Feltrinelli 2014]: «scoprendo nella trilogia un’avveniristica e coerente teoria degli affetti» assolutamente moderna e ricca di ogni avvincente sfumatura amorosa, e riservando la ricchezza puntigliosa delle loro ricerche, necessarie soprattutto agli studiosi, nelle note alla fine di ognuna delle quattro parti. Le donne di Mozart-Da Ponte sono tanto più simili a noi di quanto lo siano le Violette e le Mimi dell’’800, plasmate sull’immaginario maschile della donna dipendente e comunque destinata a morire tossicchiando. Le nozze di Figaro, ispirato alla commedia di Beaumarchais Il barbiere di Siviglia o la precauzione inutile, racconta con Mozart la novità della sorellanza tra donne, la Contessa e la sua domestica Susanna, malgrado la differenza di classe e l’intrusione tra loro degli uomini. L’anno dopo, nel 1787, la fantastica coppia musicista-librettista, affronta nel Don Giovanni una Donna Anna assetata di vendetta contro chi ha tentato di violentarla e ha ucciso il Commendatore suo padre, e una Donna Elvira abbandonata, che “ama troppo”, come le donne del saggio (1989) di Robin Norwood. E in Così fan tutte , opera considerata misogina sino a quando l’hanno riletta Bentivoglio e Bramani, Fiordiligi e Dorabella dimostrano come anche le donne possano non essere monogamiche, ma tradire l’amato senza smettere di amarlo pur attratte da un altro.
L’opera va in scena per la prima volta a Vienna nel gennaio 1790. Meno di due anni dopo, nel dicembre 1791, Mozart morirà di malattia, a 35 anni. In tutta la sua breve vita ha sempre amato le donne e rispettato il loro bisogno di libertà, come racconta nelle sue lettere: le sue amiche erano donne colte, poetesse, scrittrici, cantanti, protofemministe, ed era stato lui a spingere la sorella Nannerl a studiare e comporre. Amò moltissimo la moglie Constanze spesso vilipesa e incompresa dagli studiosi, come del resto Mozart, nel cui teatro per esempio Henri Ghéon rilevò «la paura per l’amore, il disprezzo per l’amore e la sofferenza per l’amore». Il che non appare nelle lettere a sua moglie, a cui scrive ciò che sogna di fare «con l’amabile culetto degno di baci» e le suggerisce di preparare «il nido bello e caro» per accogliere degnamente «il pargolino».
Don Giovanni, e mandare in rovina la favola dell’eroe positivo «che ha incantato l’Ottocento, imbonito il Novecento» e ci ha manipolato nel 2000, «suscitando l’ammirazione di bacchettoni e sovversivi».
Mozart non ama il dongiovannismo, che spesso critica nelle sue lettere e neppure Don Giovanni, a cui nell’opera riserva una sola aria, essendo per le altre due travestito da Leporello. Mentre per il fedele don Ottavio, meraviglioso monogamo, Mozart riserva pagine di bellezza indimenticabile. «Quel che le incresce Morte mi dà», canta Ottavio e scrivono le esperte autrici che tutto sanno della musica, e riescono a farcela sentire, «la tonalità si scurisce, flauto e fagotto raddoppiano i violini, mimando i sospiri dell’amante. Gli archi tremolati esprimono la rabbia di Ottavio, mentre il disegno discendente dell’oboe, ripetuto per moto ascendente del fagotto, suggerisce il tormento».
Mozart, studiato oggi da due donne, rivela la sua sapienza di ogni forma d’amore, forse vissuta, forse solo intravista negli altri, e accolta con curiosità e spregiudicatezza. Per esempio, la disparità generazionale, nelle Nozze di Figaro , l’adolescente Cherubino circuito dalla giovanissima Barbarina a sua volta circuita dal maturo Conte, mentre la Contessa è attirata da Cherubino, e l’anziana Marcellina vuole sposare il gagliardo Figaro, innamorato della coetanea Susanna che lo ricambia ma è corteggiata dal Conte; fino a quando si scoprirà che Figaro è il figlio di Marcellina e tutto andrà a posto. La signora anziana e vogliosa viene quasi sempre attaccata dagli studiosi del teatro mozartiano, come “un errore”, mentre è a lei che viene affidato il compito di un manifesto antimisogino. «Sol noi povere femmine Che tanto amiamo questi uomini, Trattate siam dai perfidi Ognor con crudeltà». Le idee libertarie di Mozart vengono collegate a romanzi e film degli ultimi anni, e per esempio per il diritto alla sessualità delle donne anziane si citano Mario Vargas Llosa (Elogio della matrigna), Abraham Yehoshua (Ritorno dall’India ) e il celebre film di Hal Ashby Harold e Maude.
Il nuovo Mozart di cui Leonetta Bentivoglio e Lidia Bramani sono vistosamente innamorate, fa dimenticare soprattutto quel bambinone ridanciano dell’Amadeus di Milos Forman (1984). Il suo ‘700 non è quello della Rivoluzione Francese, ma piuttosto quello della cultura massonica, di cui fanno parte anche i suoi importanti amici come il protosocialista Ziegenhagen e (probabilmente) anche il medico gesuita Mesmer inventore del magnetismo animale. Mozart era feroce con i privilegi degli aristocratici, ma era contrario alla spiccia loro eliminazione come in Francia, e pensava che la nobiltà aveva il dovere di mantenere i suoi patrimoni per metterli al servizio della società. Era colto, amava la scienza, la letteratura, il teatro, la nascente psicologia, la filosofia e gli studi giuridici, era cattolico, anticlericale, pacifista, animalista, molto tollerante. Era quindi, come ci racconta E Susanna non vien, un uomo del futuro, il meglio dell’oggi.
Le due autrici sembrano non voler mai abbandonare le partiture e i versi della trilogia, «una miniera sterminata e ipnotica». Eccole scandagliare quello dei romanzi, dei film e della fiction, quello dei musicologi e dei letterati, quello dei direttori d’orchestra, dei registi, dei costumisti, quello che i suoi milioni di appassionati si immaginano ogni volta che ascoltano una sua composizione o assistono a una sua opera. Adesso due signore di grande sapienza non solo musicale e di piacevole scrittura, ribaltano le idee più diffuse sulla personalità e la genialità del grande compositore, ma anche il senso dei suoi personaggi, che sono raccontati attraverso la lettura senza fine della sua trilogia italiana, scritta assieme al poeta e librettista Lorenzo Da Ponte, e arricchita dallo studio della sua corrispondenza, della sua biblioteca, di quanto hanno scritto i suoi e i nostri contemporanei.

domenica 3 novembre 2013

Camille Paglia, le provocazioni di una femminista dissidente

Alessandra Farkas
Ci salveranno i camionisti
intervista a Camille Paglia
Corriere della Sera, La Lettura, 3 novembre 2013

...
Sta dicendo che la nostra arte è minacciata e che nessuno si sta organizzando per difenderla?
«L’Occidente molle e relativista si sta trasformando nella Roma imperiale e, come allora, rischia di essere sopraffatto dall’assalto di fanatici che lo vogliono distruggere. I fondamentalisti di Al Qaeda sono gli unni e i vandali che premono alla periferia dell’impero e non impiegheranno molto prima di paralizzare la sua rete elettrica, disintegrando la nostra cultura. Quando ciò accadrà non saranno i nostri politici laureati ad Harvard a difenderci ma gli uomini veri: camionisti, muratori e cacciatori, come i miei zii. Per fortuna, la maggioranza».
...
In effetti il suo modello di femminismo ha trovato molte seguaci.
«Rappresento un’ala del movimento perseguitata e messa a tacere per anni. Femministe come me e Susie Bright eravamo pro-sesso, pro-pornografia, pro-arte e pro-cultura popolare quando in America imperava la crociata di Andrea Dworkin e Catharine MacKinnon contro “Playboy” e “Penthouse” e a favore delle leggi antipornografiche. A salvarci è arrivata per fortuna la rivoluzione di Madonna».
Madonna Louise Ciccone?
«Sì. Quando nel 1990 scrissi un’editoriale sul “New York Times” in cui la descrivevo come il futuro del femminismo, le leader storiche mi risero dietro, ma nelle librerie il mio libro Sexual Personae cominciò ad andare a ruba. Il responsabile della pagina dovette litigare con il direttore per non cambiare il mio linguaggio slang, mai usato prima in un editoriale. Fui io a spianare la strada allo stile discorsivo di Maureen Dowd, con cui presto condividerò il palcoscenico».
Dove?
«Il prossimo 15 novembre alla Roy Thomson Hall di Toronto terremo un dibattito sulla presunta fine dell’uomo. A sostenere questa tesi saranno Hannah Rosin e la Dowd; con Caitlin Moran, io difenderò invece il testosterone, perché sono stanca di vederlo demonizzato come la fonte di ogni male. Anche se Rosin possiede l’orecchio della working class, il padre era tassista, il suo libro parla all’alta borghesia bianca. Donne ossessionate da diete e ginnastica, circondate da uomini addomesticati che hanno imparato a comportarsi secondo il canone femminista. Non è un caso se non ci sono mai stati tanti uomini gay come oggi».
Come lo spiega?
«Mancanza di interesse per l’avvocatessa o la dirigente bianca laureata a Yale e Harvard, che non ha più nulla di femminile e vive in totale controllo di tutto, ma senza gioia e piacere. E spesso anche senza uomini, perché molti di loro rifiutano di essere burattini. È un fenomeno globale che spiega il successo planetario di Sex and the City. Perché se è vero che alla nascita siamo tutti bisessuali, in questa cultura è molto meglio essere gay».

giovedì 4 luglio 2013

Il nevrotico sesso postmoderno

Marco Belpoliti
Il sesso postmoderno: tanta fatica per non fare l'amore
La Stampa, 3 luglio 2013

Tutto sarebbe cominciato con Linda Lovelace che pratica la fellatio nella scena madre di Deep Throat, Gola profonda. Era il 1972. Negli Stati Uniti il film fu subito processato, e contemporaneamente dilagò la polemica sul porno tra chi si schierava contro ogni censura in nome della libertà d’espressione.

E chi invece condannava il film per il legame che suggeriva tra pornografia e violenza sessuale. Come ricorda Bruno Di Marino all’inizio di Hard media. La pornografia nelle arti visive, nel cinema e nel web (Johan & Levi), lo stesso fronte femminista si divise tra chi chiedeva la fine della censura e chi accusava il film d’istigare i maschi all’aggressività verso le donne.

A quarant’anni di distanza il porno è dilagato diventando, grazie al web, uno dei prodotti visivi più consumati anche dal pubblico femminile, senza che sia più soggetto a persecuzioni giudiziarie, rifiuti morali o sensi di colpa personali. Un terzo di coloro che vedono abitualmente siti porno, scrive Di Marino, sono infatti donne. Il libro descrive il dilagante fenomeno del Pop Porn, e si domanda se questo tipo di filmati appartengano o no a un vero e proprio genere, di cui cerca di descrivere forme e confini.

Dal canto suo, Zygmunt Bauman in un saggio, Sugli usi postmoderni del sesso, pubblicato nel 1999 in inglese, ora in un volumetto con prefazione di Maurizio Ferraris (il Mulino), spiega come la versione attuale della attività sessuale si concentri esclusivamente sul suo effetto orgasmico: il sesso postmoderno è l’orgasmo. La questione è trattata anche da Byung-Chul Han, docente di filosofia e teoria dei Media in Germania, nel recente Eros in agonia (Nottetempo). «L’amore, scrive, si è positivizzato nella sessualità», che è sottomessa al diktat della prestazione; così l’erotismo non sarebbe altro che «un capitale che si deve accrescere».

Un esempio eclatante di questa trasformazione la si trova nei volumi di E. L. James, a partire da Cinquanta sfumature di grigio; il partner della protagonista le presenta la relazione alla stregua di una «proposta di lavoro», con tanto di orari, prestazioni previste e punizioni severe; e per ottenere il massimo bisognerà che nel fare sesso ci si attenga a un preciso programma salutista.

Bauman ha tracciato nel suo saggio una vera e propria mappa del sesso contemporaneo. Il punto di partenza è una distinzione delineata da Octavio Paz, poeta e premio Nobel, in un libro, La duplice fiamma. Amore ed erotismo (Garzanti 1994). Nella fiamma primordiale del sesso, acceso dalla natura ben prima della apparizione dell’uomo, s’innalza la fiamma rossa dell’erotismo, e al di sopra di questa guizza quella azzurrina dell’amore. Sesso, erotismo e amore sono collegati, eppure separati, dice Paz; il sesso, poi, è il meno umano dei tre, non essendo un prodotto culturale come gli altri due. Con una battuta fulminante, presa da Theodore Zeldin, autore di Storia intima dell’umanità (Donzelli), Bauman ricorda che nella cucina ci sono stati più progressi che nel sesso.

Tutta la storia del sessualità umana è infatti la storia della sua manipolazione culturale, che ha inizio nel momento in cui si distingue tra esperienza sessuale, ovvero piacere, e riproduzione della specie. La tesi di Bauman è che nella età postmoderna l’erotismo si è svincolato sia dalla funzione della riproduzione, come dall’amore, sin qui cardine dell’esperienza umana. La ricerca del piacere sessuale è assurta a norma culturale come un tempo accadeva per l’amore, dai provenzali ai romantici. L’effetto è che oggi l’erotismo ha acquistato uno spessore che non aveva in precedenza, ma al tempo stesso possiede un’inedita leggerezza e volatilità propria dei nostri tempi. La lettura del sociologo di origine polacca non è inficiata da alcun moralismo; guarda piuttosto con lucidità cosa è divenuta la sessualità nel nostro mondo contemporaneo, pornografia compresa.

Come aveva incominciato a dirci Michel Foucault nel primo volume della sua Storia della sessualità, La volontà di sapere, uscito a metà degli anni Settanta, la rivoluzione erotica di quel decennio «è stata depositata davanti all’uscio delle forze di mercato» (Bauman). La premessa fondamentale per cui l’erotismo si possa trasformare in un fattore economico, di cui la pornografia è il prodotto più a buon mercato, sta nella sua elaborazione culturale: prima deve assumere una forma adatta a qualcosa che somiglia a una «merce». L’erotismo, inoltre, si è liberato dai legami che lo univano alla produzione dell’immortalità, sia sul piano fisico (la riproduzione della specie) che su quello spirituale (l’amore stesso come vertice); l’equivalente sul piano sociale è il passaggio dalla fama durevole, l’immortalità, alla notorietà: il quarto d’ora di celebrità pronosticato da Warhol per ciascuno.

Bauman e Byung-Chul Han individuano nella forma fisica la chiave di volta della nuova sessualità, che ha eliminato tutto ciò che c’era di trasgressivo, torbido, ambivalente, e dunque anche di doloroso, nella pratica sessuale volta al piacere. Sade non è più di moda; e non si parla più neppure di amore e morte, fratelli gemelli, poiché la morte è stata espulsa dal sesso, sebbene poi rientro dalla finestra dell’efficienza salutista. L’ansia di cui soffre una gran parte della popolazione occidentale, con punte di depressione endemica, è uno degli effetti di questo efficientismo, che ha proprio nell’universo Pop Porn il suo culmine, come mostra Di Marino rileggendo arte contemporanea e cinema.

Il vero problema che l’erotismo postmoderno induce è quello della totale mancanza di una «norma», non nel senso moralistico del termine, quanto piuttosto dei comportamenti adatti, individualmente e socialmente accettati. Il porno sdoganato del web spinge a consumare l’erotismo in modo sfrenato (il piacere è ovunque anche nel consumo degli oggetti sempre più erotizzati dalla pubblicità), e nel contempo le regole del politicamente corretto vietano di trattare l’altro – uomo, donna o trans – come un puro oggetto del piacere.

Il mondo contemporaneo sembra diviso tra queste due istanze contrapposte, quando, come ci ricorda Bauman, in ogni incontro erotico, come ogni persona che ama sa bene, si è al tempo stesso oggetti e soggetti del desiderio dell’altro. Anzi, non è neppure concepibile senza che «i partner assumano entrambi i ruoli o meglio si fondano in uno solo». Il destino, cui ci affida il sesso postmoderno, è quello della nevrosi psichica, con vantaggi inevitabili per tutti gli addetti alla nostra psiche, che oramai sono tanti.