Goffredo Buccini
Un Caligola alla Casa Bianca
Corriere della Sera, 16 luglio 2026
Chi diavolo gli aveva spostato i mobili della stanza? Perché mai camerieri e facchini dell’albergo fingevano di non conoscere l’inglese? Nella primavera parigina del 1919, all’hotel du Prince Murat di rue de Monceau, qualcosa di definitivo avvenne nella testa di Woodrow Wilson, ventottesimo presidente degli Stati Uniti: i postumi dell’influenza spagnola ne squarciarono l’equilibrio, consegnandolo alle allucinazioni. L’idea di essere circondato di spie francesi pesò, e molto, sul Trattato di Pace di Versailles. Un ictus, successivamente nascosto al Congresso e all’opinione pubblica americana dalla moglie Edith e dal medico di fiducia Grayson, consegnò poi per un anno Washington al cosiddetto «governo della sottoveste». Con esiti gravi sull’assenza Usa nella nascente Società delle Nazioni.
E con una traiettoria di occultamento che ricorda, in tempi a noi assai prossimi, l’operazione di copertura del decadimento mentale di Joe Biden, messa in atto per almeno un anno e mezzo dalla moglie Jill, dal figlio Hunter e, naturalmente, dal medico fidatissimo, Kevin O’Connor: mentre Biden inciampava e biascicava, confondeva Zelensky con Putin, Mitterrand con Macron, sosteneva di avere parlato nel 2021 con Kohl (morto quattro anni prima) e discusso dei guai di Gaza con «il presidente del Messico Al Sisi» (che è egiziano), il buon dottore ne certificava (ancora a febbraio 2024) la piena abilità «ad adempiere ai suoi doveri». Se il 47esimo presidente degli Stati Uniti è oggi Donald Trump, una quota non piccola di responsabilità nella storia grava su O’Connor.
Quanto conta, dunque, in America, l’equilibrio del Potus (il President of The United States?). Molto, moltissimo, assai più che dalle nostre parti quello di qualsiasi premier o capo di Stato. La sua salute dovrebbe essere tema pubblico, riguarda tutti. Perché il presidente è, di fatto, un imperatore pro-tempore (Arthur Schlesinger jr. coniò negli anni Settanta l’espressione di «presidenza imperiale», riferendosi all’espansione del potere esecutivo iniziata con Richard Nixon: un meccanismo che trova nell’era Maga una sua estrinsecazione così forte da sfiorare l’eversione). È quindi del tutto logico che l’ombra di Caligola o di Eliogabalo, insomma, lo spettro dell’imperatore lunare o dispotico, malinconico, crudele o stravagante, si aggiri periodicamente nelle stanze della Casa Bianca. Persino in termini di pericolo non attuale ma solo possibile. Lo scrutinio sul presidente può coinvolgere infatti anche gli aspiranti alla carica.
Lo scoprì sulla sua pelle Barry Goldwater, impallinato nel 1964 da un questionario della rivista Fact al quale 1.189 psichiatri (su 12.356 interpellati) risposero che il candidato dell’estrema destra contro Lyndon Johnson era «instabile», «immaturo», «codardo», «psicotico», «assassino di massa», «immorale» e anche un po’ nazista, poiché si sussurrava di una visita a Berchtesgaden, la residenza montana di Hitler. Il problema è che nessuno di costoro aveva mai visitato Goldwater. Le diagnosi si basavano sui suoi interventi pubblici, erano opinioni politiche. Goldwater vinse una causa per diffamazione, perse la Casa Bianca. L’associazione degli Psichiatri Americani ne ricavò la «Goldwater Rule», tuttora in vigore, che vieta diagnosi pubbliche su figure politiche non visitate di persona. Una norma che, a tutta evidenza, ha esplicitato i suoi effetti proteggendo ieri Biden e, oggi, Trump, le cui bizzarrie hanno varcato da tempo la soglia d’attenzione.
L’alone buio d’un male oscuro non ha risparmiato grandi della storia recente. Nixon riconosceva di essere «un paranoico», stilava liste di nemici tra giornalisti e anchorman, ancor prima del Watergate intercettava le linee telefoniche di membri dello staff per scovare la fonte di fughe di notizie sui bombardamenti in Cambogia. Era anche un marito violento? Il Pulitzer Seymour Hersh narrò di avere saputo che la moglie Pat era finita al pronto soccorso dopo un pestaggio nell’agosto 1974 e ammise di avere taciuto la notizia. Non esistono conferme, la famiglia ha sempre negato.
Ronald Reagan pendeva invece dalle labbra della sua Nancy. Talvolta troppo. Nell’84, a una domanda sul controllo degli armamenti, rispose farfugliando, finché lei intervenne, «stiamo facendo del nostro meglio», formula che l’anziano presidente ripeté alla lettera. Quell’autunno, il dibattito per le presidenziali contro Walter Mondale fu una montagna da scalare. Reagan ce la fece con una battuta che passò alla leggenda: «Non intendo fare dell’età un problema in questa campagna. Non ho intenzione di sfruttare, per fini politici, la giovinezza e l’inesperienza del mio avversario». L’alzheimer, che forse già gli scavava dentro, gli fu diagnosticato solo molti anni dopo.
Naturalmente, questa lunga storia americana diventa quasi una premessa al nostro presente caotico, dove il Presidente-joker, l’imprevedibile Distruttore di alleanze, equilibri e decenza politica ha già generato interrogativi enormi sulla sua sanità mentale. La questione è argomento di tendenza su Internet sin dal primo mandato. Opinionisti e comici del Saturday Night Live hanno consultato a lungo il «Manuale statistico e diagnostico dei disturbi mentali», concludendo che Trump soffre di un disturbo narcisistico della personalità. Non serviva un manuale, direte voi. Allen Frances, professore emerito alla Duke University, ammonisce tuttavia i 50 mila colleghi che all’alba del trumpismo di governo chiesero con una petizione di superare la Goldwater Rule per un «maggiore interesse nazionale» invocando l’articolo 4 del XXV Emendamento, quello che consente la rimozione dall’incarico di un presidente fuori di sé. «Essere un narcisista di prima categoria non fa di Trump un malato mentale», spiega Frances in L’America di Trump all’esame di uno psichiatra: «Trump è una minaccia per gli Stati Uniti, e per il mondo, non perché clinicamente pazzo, ma perché davvero pessimo», è un problema politico, non materiale da psicanalizzare. Di certo, è materiale pericoloso.
Nel 2017, Gary Cohn e Rob Porter, i suoi più stretti collaboratori del tempo, facevano a gara nel sottrargli gli ordini esecutivi più sconsiderati dalla scrivania: volatile come sempre, in pochi minuti lui li dimenticava, e Gary a fine giornata era solito dire: «Non conta ciò che abbiamo fatto per il Paese ma ciò che abbiamo impedito a Trump di fare». Poi si invecchia, si peggiora. E nel secondo mandato si scelgono solo yes man fedelissimi, nessun argine… La domanda, oggi più che mai, è attualissima dopo fiumi di meme demenziali diffusi nottetempo via Truth da un vegliardo insonne e rabbioso, rovesciamenti di posizione da un minuto all’altro, insulti dissennati, manie di persecuzione, dazi e ripicche. Mary, la nipote del Potus, sostiene che suo zio è un uomo amorale e dallo stato mentale compromesso. Ma magari sono ruggini di famiglia. Certo, un brivido ha attraversato la schiena dell’umanità quando a gennaio Trump ha scritto al primo ministro norvegese, ringhiando: «Considerato che il tuo Paese ha deciso di non assegnarmi il premio Nobel per la Pace per aver fermato otto guerre in più, non mi sento più in dovere di pensare esclusivamente alla pace». Chi siede al Resolute Desk?

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