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politica e cultura

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martedì 17 marzo 2026

Elogio di Repubblica


Una storia di futuro
editoriale non firmato

la Repubblica, 14 gennaio 2026 

Oggi per una volta parliamo di noi. Di una storia straordinaria e irripetibile. Repubblica compie 50 anni e il compleanno di un giornale è già di per sé una buona notizia per la democrazia, soprattutto in un mondo governato da sovranisti e populisti nemici delle libertà. E lo è ancora di più per il merito che ha avuto il fondatore Eugenio Scalfari — insieme con l’editore Carlo Caracciolo — nel dare una voce, una casa, una identità a un pezzo di società che nel 1976 in Italia esisteva ma non veniva riconosciuta. Una comunità di lettori che si è formata spontaneamente intorno a nuove idee e che ci ha accompagnato in questo mezzo secolo. Perché solo l’esistenza di una opinione pubblica informata qualifica una democrazia e ne rende possibile il domani.

Da Scalfari abbiamo ricevuto in eredità una felice condanna alla innovazione, alla modernità, che ci ha guidato nel passaggio dal quotidiano tradizionale a un sistema integrato di comunicazione più ampia, tecnologicamente avanzato, dove hanno trovato posto l’uno dopo l’altro, l’uno accanto all’altro, la carta, il digitale, i podcast, le newsletter. Sulla spinta mai attenuata delle origini, dell’intuizione scalfariana di dare spazio e tribuna alle forze del cambiamento, di proporre un orizzonte comune a chi la pensava in un certo modo e non aveva legittimità. Di segnalare le novità, le trasformazioni nei diversi ambiti e settori della società, dalla politica all’economia (con la battaglia alla “razza padrona” cominciata già prima di Repubblica) fino alla cultura e al costume. In una cornice invariata di valori — etica pubblica, sostegno ai ceti emergenti, a donne e giovani in particolare, rivendicazione dei diritti — che ha consentito nei tempi più recenti di affrontare e superare anche i passaggi più difficili del mercato dopo i record di vendita e i sorpassi storici.

Non siamo stati un giornale partito, come per pigrizia o per calcolo qualcuno ci ha definito nel corso di questi 50 anni, ma siamo sempre stati — questo sì — al centro delle grandi questioni politiche e culturali. Affiancando e spronando la sinistra in ogni stagione a liberarsi dai suoi demoni, a emanciparsi, a scegliere tra i due corni — massimalismo e riformismo — imboccando la strada di quest’ultimo per diventare forza europea, pronta a governare parlando a tutto il Paese. Continuiamo a farlo con la stessa determinazione davanti al ritorno delle destre al potere in Italia (Meloni) e nel resto del pianeta (Trump e i suoi simili): per una sinistra all’altezza della sfida contro le disuguaglianze, che sappia fronteggiare l’immane dimensione privata dell’economia tecnocapitalistica ridando potere costituente all’idea di Europa e alle sue istituzioni. Quella nuova inclusiva idea di cittadinanza con la quale nel marzo scorso abbiamo riempito piazza del Popolo a Roma.

Dalla tradizione dell’Espresso, di cui Scalfari era stato direttore, e ancora prima del Mondo di Pannunzio, di cui invece fu giovane collaboratore, nasce la simbiosi tra politica e cultura, con lo spostamento anche fisico della cosiddetta terza pagina che con Repubblica diventa doppia e si colloca al centro del giornale. Ma non è naturalmente solo forma: tutte le questioni di fondo hanno radici culturali. Un pensiero progressista, una coerenza di visione che nessun altro giornale fino ad allora aveva sperimentato, un altro tassello di una riforma che ha certamente cambiato il corso dell’editoria italiana. Come le grandi inchieste e le grandi domande tipiche dell’informazione di qualità: le grandi inchieste sono utili se sono scomode, se pongono davanti alla classe dirigente e all’opinione pubblica le verità scomode. Anche su questo viene segnata una rottura rispetto al conformismo e alla vicinanza con il potere della concorrenza. Non a caso gli album di famiglia ci ricordano che in quel 14 gennaio del 1976 il fondatore aveva accanto a sé alcuni nomi già noti del giornalismo, che con il suo stesso coraggio avevano lasciato il porto sicuro dei rispettivi quotidiani per salire sulla scialuppa incerta di Repubblica, ma anche donne e uomini alla prima avventura professionale. Uniti dalla medesima voglia di cambiamento. Per tantissimi Repubblica è stata una scuola, in questi dieci lustri lo è stata per tre o forse ormai quattro generazioni, e lo è stata anche grazie a Ezio Mauro che ha raccolto il testimone della direzione da Scalfari tenendo ben saldo il comando per vent’anni, proprio come lui, in una staffetta inedita quanto riuscita.

“Questa non è una rivista, questo è un movimento e da un movimento non si esce”: ho pensato che questa frase fosse perfetta per Repubblica mentre la sentivo pronunciare dal direttore del New Yorker nel film documentario per i 100 anni del settimanale americano. Perché il seme del giornalismo di Repubblica ha germogliato nelle lunghe riunioni scalfariane, le messe cantate, nella cura delle pagine del quotidiano, nelle copertine dei magazine e degli inserti, nella ricchezza e nella velocità del sito, nell’organizzazione degli eventi speciali ma soprattutto tra la gente alle edicole (quelle di una volta e quelle che restano), sul web, nei video, sulle diverse piattaforme, nelle piazze affollate di “Repubblica delle Idee” o nei teatri delle grandi città di “Repubblica Insieme”, dove le edizioni locali sono insostituibili sentinelle del territorio. Certo, abbiamo avuto i nostri difetti. E qualche innamoramento sbagliato. Abbiamo fatto sicuramente degli errori. Mai però quello di assecondare gli istinti peggiori o le derive autoritarie. O di confondere aggressore e aggredito, la lotta al terrorismo con la violenza cieca contro i civili inermi. La storia di questi primi 50 anni è la storia di una comunità dove il lavoro della redazione con orgoglio, onestà e trasparenza ha avuto sempre l’identica missione: informare con spirito critico e senso di responsabilità, cercando di meritare ogni giorno la fiducia dei lettori. Questa storia di libertà è oggi la migliore garanzia per i futuri compleanni. Auguri a Repubblica, viva Repubblica.

Pubblicato da Giovanni Carpinelli alle 13:59 Nessun commento:
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Etichette: cittadinanza, diritti, editoria, progresso, stampa

lunedì 1 dicembre 2025

La natura antipolitica della violenza


Francesca Mannocchi
La violenza che rende vuoto il dissenso
La Stampa, 1 dicembre 2025

Il dissenso, se vuole restare democratico, ha bisogno di luoghi dove possa essere raccontato e riconosciuto. Una redazione è uno di quei luoghi e assaltarla significa decidere che il dissenso non deve essere esercitato dentro la democrazia, ma contro di essa. Un gesto di violenza come l’assalto alla sede de La Stampa rivela con chiarezza una deriva pericolosa, in cui il dissenso viene sostituito dalla coercizione: chi irrompe in una redazione non sta dicendo soltanto “non sono d’accordo”, sta pretendendo di decidere unilateralmente cosa sia legittimo dire e cosa no, chi possa raccontare e chi debba tacere, affermando con la forza che la propria voce valga più delle altre. Un simile gesto non esprime una critica al potere: manifesta la volontà di esercitarlo, di esercitarlo con violenza.

Chi lavora in una redazione non chiede immunità dalle critiche. Le redazioni possono sbagliare: talvolta si chiudono in sé stesse, altre volte mancano di ascolto, e le piazze - quando sono vive - possono ricordare al giornalismo ciò che rischia di non vedere, le fratture sociali, le biografie che restano ai margini del discorso pubblico. Quel confronto è necessario e, quando serve, deve essere anche duro. Ma esiste un limite che, se superato, svuota la critica del suo senso: quando il confronto degenera in violenza, non si pretende più di migliorare il lavoro dell’informazione, si mette in discussione la sua stessa ragion d’essere, quella di costituire uno spazio pubblico in cui una comunità può riconoscersi, interrogarsi, trasformarsi, perché in un momento storico in cui la realtà rischia di frantumarsi in narrazioni isolate, la stampa difende la possibilità che il reale non sia soltanto percezione individuale, ma una dimensione comune su cui misurarsi da costruire insieme. Non su posizioni, ma su contraddizioni.

La delegittimazione della stampa è il segnale di una società che da tempo ha cominciato a smontare i propri strumenti critici, ma forse dovremmo tenere a mente un po’ di più che la relazione tra un giornale e i suoi lettori non è una dinamica unidirezionale: è una forma di collaborazione alla costruzione del reale. I lettori non sono consumatori di notizie, ma co-autori del senso che alle notizie viene attribuito. Ogni articolo è un invito alla discussione, non una sentenza chiusa. Una società resta viva finché chi racconta e chi ascolta riconoscono di essere parte della stessa ricerca di verità: un processo sempre aperto, sempre esposto al rischio del conflitto, sempre perfettibile. La violenza, invece, interrompe questo processo: trasforma la parola in possesso, la verità in proprietà privata, e l’informazione in campo di battaglia. Non rappresenta un eccesso di radicalità politica: è la sua cancellazione. Perché rinuncia alla costruzione condivisa di senso e sceglie l’imposizione, sostituendo la responsabilità del confronto con la pretesa di avere l’ultima parola. Cioè il verbo.

Quando una redazione viene colpita, il bersaglio non è il giornalista che scrive: il bersaglio è il lettore, perché la libertà di informare è inseparabile dalla libertà di essere informati. Chi attacca la prima sta minacciando la seconda, e quindi la capacità stessa della società di comprendere ciò che accade e di formare un giudizio, e in una democrazia, l’informazione non è un privilegio di categoria: è un bene comune che si alimenta proprio del confronto più critico e serrato con i suoi destinatari.

Essere giornalisti non significa sottrarsi alle contestazioni - significa accoglierle, farne carburante per migliorare il proprio sguardo, correggere errori, includere ciò che rischia di essere escluso. La critica è parte del metabolismo della stampa, senza di essa il giornalismo si spegne nel compiacimento o nel dogma. Ma proprio perché la critica è imprescindibile, la violenza la tradisce: la svuota, la rende cieca e regressiva. Quando si tenta di intimidire o zittire una redazione, non si sta chiedendo più voce: si sta negando lo spazio in cui tutte le voci dovrebbero poter risuonare. La violenza sottrae l’informazione al pubblico dibattito, la strappa al lettore e la riduce a terreno di conquista. Ogni forma di censura - compresa quella che passa per il terrore - non colpisce chi scrive perché ha scritto, ma chi legge perché deve poter leggere.

La libertà di essere informati è la forma contemporanea della sovranità popolare: senza di essa, la partecipazione politica si riduce a scenografia, per questo attaccare una redazione significa colpire al cuore la possibilità che una comunità possa riconoscersi nei fatti e nelle parole che la riguardano, e possa criticarle per trasformarle. Difendere la stampa, dunque, non significa proteggerla dalle critiche, ma salvarne la condizione che rende possibile criticarla ancora. Per questo oggi dobbiamo ribadire che la parola non è un ornamento della politica, ma il suo cuore: è la parola che rende il conflitto pensabile prima che sia praticato, discutibile prima che sia agito, trasformabile prima che degeneri.

Ogni attacco a una redazione mira dunque a sottrarre alla comunità uno dei suoi strumenti essenziali di mediazione: se viene meno il luogo in cui le differenze si esprimono e si riconoscono reciprocamente, ciò che rimane non è un dissenso più radicale, ma l’impossibilità stessa del dissenso. È qui che il gesto violento rivela la sua natura profondamente antipolitica: ogni volta che un giornale viene attaccato non sta accadendo “troppa” politica: ne sta accadendo troppo poca. Perché la politica - quella degna di questo nome - è ciò che riconosce la parola dell’altro come condizione della propria. La vera radicalità, oggi, non è sfondare una porta: è rimanere nel conflitto delle idee senza cercare di abolire chi le oppone. È assumersi la responsabilità di stare dentro la democrazia, persino quando la democrazia ci frustra, ci delude, ci contraddice.

La violenza è il ritiro dal campo della politica.

La parola è il suo presidio più esigente.

Pubblicato da Giovanni Carpinelli alle 10:07 Nessun commento:
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Etichette: libertà, parola, stampa

martedì 26 agosto 2025

Il testamento di Mariam





La strage di giornalisti. Il testamento di Mariam: figlio mio, non dimenticarmi
Luca Foschi, Ramallah lunedì 25 agosto 2025
Avvenire

Due cannonate in chirurgica, sconvolgente successione. Il primo sull’ospedale Nasser, il secondo sui soccorritori: è ancora una volta strage di operatori sanitari e giornalisti a Gaza. Questa mattina i carri armati israeliani hanno preso di mira il quarto piano dell’ultima struttura funzionante nel governatorato meridionale di Khan Yunis. La seconda esplosione ha travolto coloro che si stavano arrampicando sulle scale esterne dell’edificio per portare i primi aiuti e diffondere la notizia dell’attacco. Fra questi Mariam Dagga, che collaborava con l’Associated Press, e Moaz Abu Taha, freelance. Una foto scattata dall’alto li ritrae intorno al sacco bianco di un cadavere tenuto fra la selva di corpi e mani, nella concitazione dell’intervento. Pochi istanti dopo lo schianto, un’enorme nuvola di fumo, una pioggia di detriti.
«Eravamo all’interno dell’ospedale, impegnati in mezzo alla grave carenza di attrezzature e farmaci. Gli spazi intorno alla sala operatoria, soprattutto al mattino, sono pieni di pazienti, medici, infermieri, studenti di medicina. I giornalisti erano lì per riferire sulla difficile situazione sanitaria. Facevamo tutti il nostro lavoro quando è arrivato l’attacco», ha raccontato Saber al-Asmar, medico del Nasser. Come se fosse la cura di anime e corpi a entrare nelle coordinate di tiro, nel centro dei mirini: «Mariam si recava regolarmente in ospedale per raccontare in immagini le storie dei bambini affamati, siamo rattristati e scioccati», si legge in un comunicato dell’Associated Press. Su Facebook si legge una lettera testamento scritta dalla giornalista al figlio dodicenne, che è stato evacuato durante questi mesi di guerra: «Ghaith, sei il cuore e l'anima di tua madre. Voglio che tu preghi per me, non che tu pianga per me, affinché io possa rimanere felice. Voglio che tu non mi dimentichi. Facevo di tutto per renderti felice e a tuo agio, facevo di tutto per te. E quando sarai grande, ti sposerai e avrai una figlia, chiamala Maryam come me». Mariam nei mesi scorsi aveva donato un rene all'anziano padre.
«Siamo sconvolti nell’apprendere della morte di Hossam al-Masri, e del ferimento di Hatem Khaled, nostri collaboratori», ha dichiarato Reuters in un messaggio diffuso sul suo sito web. Insieme a Mariam, Moaz e Hossam, hanno perso la vita anche il reporter del giornale al-Quds Ahmed Abu Aziz e Moahmmed Salama di al-Jazeera. In serata i giornalisti uccisi a Khan Yunis sono diventati sei. Hassan Douhan, reporter di al-Hayat al Jadid, è stato vittima di un bombardamento nel campo per sfollati di al-Mawasi. Secondo il ministero della Salute di Gaza 20 persone sono rimaste uccise nell’attacco all’ospedale Nasser. Quattro i morti fra medici e infermieri.
«Israele è profondamente dispiaciuto per il tragico incidente verificatosi all’ospedale Nasser», ha succintamente commentato il premier Netanyahu nella tarda serata. Una a dir poco lacunosa spiegazione dell’inconcepibile massacro era arrivata nel pomeriggio con un comunicato dell’esercito, che ha spiegato come il quarto piano del Nasser sia stato colpito nel tentativo di distruggere una telecamera che la squadra di carristi sospettava appartenere ad Hamas. Il secondo proiettile sarebbe stato esploso per assicurare lo smantellamento del dispositivo. Una inchiesta verrà avviata “il prima possibile”.
L’area intorno al Nasser, hanno tuttavia fatto notare diversi ufficiali dell’esercito intervistati dal quotidiano Haaretz, è piena di telecamere. Impossibile capire perché sia stato bombardato proprio il quarto piano dell’ospedale. «Un attacco si sarebbe dovuto condurre in tutt’altra maniera. Non è chiaro chi abbia dato l’ordine», hanno dichiarato le fonti al giornale. Il direttore della struttura sanitaria, Atef al-Hout, non ha dubbi: «Hanno preso di mira il centro chirurgico. Stavamo operando quando tutto è successo».
Continuano intanto le operazioni di “Gideon’s chariots 2”, il piano di assedio di Gaza City attanagliata dalla carestia. 58 i morti e 308 i feriti in tutta la Striscia secondo il ministero della Sanità controllato da Hamas.
«Restiamo allibiti di fronte a quello che sta succedendo a Gaza nonostante la condanna del mondo intero», ha dichiarato il segretario di Stato vaticano cardinale Pietro Parolin, a Napoli durante l’apertura della settimana liturgica nazionale.
«Non sono contento dell’attacco all’ospedale. Dobbiamo mettere fine a questo incubo», ha detto in serata il presidente americano Trump.
L’orrore di Gaza è il cuore di una guerra più vasta, che proietta Israele in Yemen, Siria e Libano. «Credo che l’intera regione stia imparando la forza di Israele», ha affermato Netanyahu dopo il bombardamento dall’aviazione su Sana’a, centro del regime degli Houthi che venerdì aveva lanciato un missile sul territorio di Israele. Dieci i morti e 92 i feriti causati dalla risposta di Tel Aviv, arrivata domenica. Il governo di Damasco ieri ha duramente condannato un’incursione dell’Idf nelle campagne sud-occidentali della capitale. Il segretario generale di Hezbollah, Naim Qassem, ha in serata replicato a Netanyahu, che si era dichiarato pronto a intervenire in appoggio al governo Libanese nell’operazione di disarmo delle milizie operanti nel paese dei cedri. «Israele può occupare il nostro territorio, ma noi lo affronteremo per impedirgli di raggiungere i suoi scopi», ha minacciato Qassem.


Louis Aragon
Il manifesto rosso / L'affiche rouge 
Strofe per ricordare 
(1959)

Non avete richiesto né la gloria né le lagrime \ né il suono dell’organo, né la preghiera degli afflitti \ come son passati veloci già 11 anni \ v’eravate semplicemente serviti delle vostre armi \ La morte non offusca gli occhi dei partigiani I vostri ritratti erano sui muri delle nostre città \ barba nera, minacciosi e irsuti, nottetempo \ il manifesto che pareva una macchia di sangue \ perché i vostri nomi eran difficili da pronunciare \ cercava proprio di far paura ai passanti Pare proprio nessuno volesse vedervi come francesi \ la gente passava senza neanche guardarvi, di giorno \ ma all’ora del coprifuoco delle dita erranti \ avevano scritto sotto le vostre foto: MORTI PER LA FRANCIA. Ed i mattini tetri ne risultavano cambiati \ tutto aveva il colore uniforme della brina \ a fine febbraio, per i vostri ultimi momenti \ ed è allora che uno di voi disse, calmo \ Buone cose a tutti, Buone cose a quelli che sopravviveranno \ muoio senza provare odio per il popolo tedesco Addio al piacere, alla pena, alle rose \ addio alla vita, addio alla luce ed al vento \ Sposati, sii felice, pensa spesso a me \ tu potrai vivere nella bellezza delle cose \ quando tutto sarà finito, un giorno, a Erevan* Un gran sole d’inverno illumina la collina \ Com’è bella la natura, come mi spacca il cuore\ ma verrà la giustizia, sui nostri passi trionfanti \ Melina** amore mio, orfana mia / ti dico: vivi, fa’ un bambino!/ erano 23 quando fiorirono i fucili \ 23 col loro cuore in anticipo sui tempi\ 23 stranieri, eppure fratelli nostri\ 23 innamorati da morire della vita \ 23 che cadendo inneggiarono alla Francia *[capitale dell’Armenia, terra d’origine di Manuscian] **[la compagna di Manouscian] LA STORIA DI MISSAK MANOUCHIAN E DEL MANIFESTO ROSSO

Missak Manouchian (in armeno: Միսաք Մանուշյան) ha 19 anni quando giunge in Francia, nel 1925. È nato il 1° settembre 1906 in una famiglia di contadini armeni del paesino di Adyaman, in Turchia. Ha otto anni quando suo padre viene ucciso da alcuni militari turchi durante un massacro; sua madre morirà di malattia, aggravata dalla carestia che aveva colpito la popolazione armena. Le atrocità del genocidio segnarono Missak Manouchian per tutta la vita. Di carattere introverso, diverrà ancora più taciturno e questo lo porterà, verso i dodici o tredici anni, a esprimere il suo stato d'animo in versi:
« Un bel bambino
Ha sognato per una notte intera
Di fare all'alba porpora e dolce
Dei mazzi di rose ».
Essendo orfano, è accolto prima da una famiglia curda, e in seguito da un'istituzione cristiana. Al suo arrivo in Francia impara il mestiere di falegname, ma accetta tutti i lavori che gli vengono offerti. Contemporaneamente fonda due riviste letterarie in lingua armena, Čank (« Lo sforzo ») e Makhaguyt (« Cultura »). Missak Manouchian frequenta le università operaie create dalla CGT e, nel 1934, aderisce al Partito Comunista e si unisce alla sezione armena della MOI (Manodopera Immigrata). Nel 1937 sarà al tempo stesso presidente del Comitato di Soccorso per l'Armenia e redattore del suo giornale Zangu (nome di un fiume armeno).
Dopo la disfatta del 1940, ridiventa operaio e, in seguito, responsabile della sezione armena della MOI clandestina. Nel 1943 entra ne Franchi Tiratori Partigiani (FTP) della MOI parigina, di cui diviene direttore delle operazioni militari sotto il comando di Joseph Epstein. Missak Manouchian dirige una rete formata da 22 uomini e da una donna.
A partire dalla fine del 1942, questi uomini conducono a Parigi un'incessante guerriglia contro i tedeschi: in media portano a termine un'operazione armata ogni due giorni, fra attentati, sabotaggi, deragliamenti di treni e collocamento di bombe. Il loro colpo più riuscito risale al 28 settembre 1943, quando abbattono Julius Ritter, responsabile del Servizio di Lavoro Obbligatorio in Francia e generale delle SS.

Il 16 novembre 1943 Missak Manouchian deve incontrare Joseph Epstein sugli argini della senna, a Evry. Non sa che veniva seguito fin dalla sua casa parigina; i due sono arrestati sulla riva sinistra da dei poliziotti francesi in borghese. Con questo, tutte le unità di combattimento della MOI parigina vengono smantellate il giorno stesso o nei giorni successivi. Si trattò di un'operazione di polizia ben condotta o di una denuncia? Alcuni storici ritengono che le circostanze in cui ebbe luogo l'arresto del gruppo Manouchian restano oscure e fanno certamente pensare ad una spiata. Il gruppo sarebbe stato utilizzato per operazioni troppo pericolose per i suoi mezzi, e non sarebbe stato convenientemente avvertito dalla direzione della Resistenza comunista sui rischi che correva.
I tedeschi danno un'insolita pubblicità al loro processo. La stampa è invitata: una trentina di giornali francesi e stranieri sono presenti. I servizi di propaganda tedeschi mandano una troupe cinematografica. Si ha così un processo-spettacolo per tre giorni: il fine è evidente e il presidente della Corte Marziale lo specifica immediatamente: occorre « far sapere all'opinione pubblica francese fino a che punto la patria è in pericolo ». Gli imputati sono tutti stranieri, figurarsi quindi l'occasione propizia.
Il gruppo è infatti formato principalmente da stranieri: otto polacchi, cinque italiani, tre ungheresi, due armeni, uno spagnolo, una rumena e soltanto tre francesi. Tra di essi, inoltre, vi sono nove ebrei (a partire da Epstein) e tutti sono comunisti o vicini al PC. Il loro capo è l'armeno Missak Manouchian.

Contemporaneamente, su tutti i muri di Francia viene affisso un manifesto che li presenta come criminali: il Manifesto Rosso. La propaganda tedesca intende mostrare che questi uomini non sono dei liberatori, bensì dei criminali, dei terroristi, dei delinquenti comuni. Gli autori del manifesto cercano di realizzare una composizione che sappia impressionare:
1 / La scelta del colore: il rosso, colore del sangue, ovvero il sangue scorso negli omicidi perpetrati dall' « esercito del crimine »;
2 / Il titolo del manifesto: « Liberatori? » Più in basso, la risposta: No, sono criminali. Tra la domanda e la risposta, le prove (armi nascoste, sabotaggi, morti e feriti);
3 / Sotto la parola « liberatore », presentata come leggenda, i dieci volti mal rasati degli imputati sono inseriti in medaglioni dal bordo nero, disposti simmetricamente. Sotto ciascuna immagine c'è un nome dal suono straniero, ebreo per sette di essi. Beninteso non vi figura nessun francese. Missak Manouchian è qualificato come « capobanda ». Non è un resistente, non è un liberatore, ma un delinquente comune.
I dieci medaglioni formano come una freccia di cui Manouchian è il vertice, e che punta direttamente sulla parola « crimine ».
Il manifesto viene diffuso anche in forma di volantino, con il presente testo sul verso:
« Anche se dei francesi rubano, sabotano e uccidono, sono sempre comandati da stranieri; sono sempre disoccupati e criminali di professione quelli che eseguono; sono sempre degli Ebrei che li ispirano. »

I tedeschi e il governo di Vichy intesero trasformare questo processo in propaganda contro la Resistenza. Vollero mostrare che la Resistenza era soltanto banditismo e un complotto straniero contro la Francia e i francesi. Si servirono della xenofobia, dell'antisemitismo e del presunto anticomunismo dell'opinione pubblica. La radio e i giornali di Vichy ripresero il tema del « giudeo-bolscevismo, agente del banditismo ». Si trattava di destabilizzare la Resistenza in un momento in cui si era organizzata e causava problemi sempre più gravi alle forze della repressione.

Missak Manouchian fu fucilato al Mont-Valérien assieme a ventuno dei suoi compagni, il 19 febbraio 1944. La donna rumena fu decapitata a Stoccarda. Joseph Epstein e ventotto altri partigiani francesi furono fucilati l'11 aprile 1944.

Il Panthéon accoglie Missak e Mélinée Manouchian

Francia Oggi le spoglie dell'operaio, poeta, capo militare dei Ftp-Moi e di sua moglie saranno trasferiti nel tempio laico della storia francese. E accanto ai due feretri ci sarà una targa con i nomi dei 23 condannati a morte al processo cosiddetto dell’Affiche Rouge, 22 fucilati 80 anni fa, il 21 febbraio 1944, dai nazisti.
Anna Maria Merlo, il manifesto, 21 febbraio 2024













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