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martedì 8 aprile 2025

Trump come piace a me




Claudio Cerasa
La scorciatoia del trumpismo percepito per non parlare del Trump reale
Il Foglio, 8 aprile 2025

La percezione è accettabile, la realtà no. Nel variegato e scombinato mondo dei follower trumpiani, vi sono alcune categorie particolarmente gustose che vale la pena mettere a fuoco per provare a capire qualcosa di più rispetto a quelli che sono i satelliti che ruotano attorno all’orbita trumpiana. Tra le cinquanta sfumature di trumpismo, oggi, si trovano i trumpiani più realisti del re, modello Laura Loomer, consigliera del presidente, complottista a tal punto da far sembrare Donald Trump un sincero moderato. Si trovano i trumpiani che provano a dare un senso alle strategie del re, come Scott Bessent, il segretario al Tesoro, che ogni giorno cerca un modo, senza riuscirci, per dare una dignità di mercato alle politiche anti mercato del presidente. Si trovano i trumpiani che provano a borbottare nelle orecchie del presidente, come i valenti editorialisti del Wall Street Journal, imbufaliti con Trump per le sue scelte sui dazi, e come alcuni miliardari che lo hanno finanziato in campagna elettorale, come Bill Ackman, secondo cui “imponendo dazi massicci e sproporzionati su amici e nemici e promuovendo una guerra economica contro il mondo stiamo distruggendo la fiducia nel nostro paese come partner commerciale, come luogo in cui fare affari e come mercato in cui investire”. Tra le cinquanta sfumature di trumpismo, poi, si potrebbero aggiungere anche le sfumature modello Musk (sfascisti per Marte) o le sfumature modello Bannon (xenofobi per il mercato). Ma tra le sfumature più interessanti, e da valorizzare, ci sono certamente quelle emerse negli ultimi mesi in un paese speciale per il presidente americano, come l’Italia, dove si sta facendo strada con forza un’altra forma di trumpismo: quello percepito. Il trumpismo italiano, da questo punto di vista, è un esercizio stilistico di una certa raffinatezza perché punta a normalizzare il trumpismo negando l’essenza reale del trumpismo e descrivendo l’azione dell’amico Trump non per quella che è, per come si presenta di fronte ai nostri occhi, ma per quella che potrebbe essere, se solo volessimo vedere Trump senza fermarci alle apparenze. E dunque Trump, quando dice che vorrebbe prendersi la Groenlandia, non fa sul serio, figuriamoci, è un modo di dire, perché quelle di Trump “non sono intenzioni reali di annessione, ma sono messaggi rivolti ad altre grandi potenze globali, in particolare alla Cina” (Giorgia Meloni, 9 gennaio 2025). Nel corso dei mesi, poi, il trumpismo percepito ha raggiunto vette di una qualche rilevanza sul fronte geopolitico, sul fronte politico, sul fronte economico. Sul fronte geopolitico, in Italia, il trumpismo percepito è emerso con chiarezza in tutte le occasioni in cui la linea del nostro paese, in politica estera, si è andata manifestare sulla base non del Trump reale ma del Trump possibile. Esempio: Trump minaccia di lasciare l’Ucraina al suo destino, minaccia di allontanare l’America dalla difesa dell’ucraina, minaccia di costruire una pace in Ucraina che somiglia a una resa, e piuttosto che prendere sul serio le parole del presidente americano il trumpismo fondato sulla percezione e non sulla realtà sceglie di muoversi sullo scacchiere geopolitico non sulla base di ciò che Trump ha detto che farà (niente America in Ucraina) ma sulla base di quello che potrebbe fare (sì America in Ucraina).
E dunque: da una parte vi sono i volenterosi in Europa che cercano di avere un piano alternativo nel caso in cui il piano A di Trump (disimpegno americano) dovesse concretizzarsi. E dall’altra parte vi sono i meno volenterosi in Europa che si rifiutano di avere un piano alternativo perché convinti che il piano annunciato da Trump sia solo chiacchiere e nulla di più. Sul piano politico, stessa storia, e quando Trump dice che l’Europa è fatta di “parassiti”, quando J. D. Vance dice che la minaccia più grave per l’Europa “non è la Russia ma è la stessa Ue”, quando Musk dice che in Europa si augura che trionfino partiti neonazisti come l’Afd, la reazione del partito del trumpismo percepito è più o meno sempre la stessa: ma no, non voleva dire quello che ha detto, voleva solo dire che l'Europa deve essere più aperta al mercato e più incline a trattare con gli americani. Sul piano economico, infine, stessa storia. Trump, da mesi, promette di infliggere duri dazi all'Europa, e dunque anche anche all'Italia, e mentre gli avversari di Trump, in questi mesi, hanno cercato un modo di poter arrivare al più presto a questo appuntamento inevitabile, gli amici di Trump, nello stesso arco temporale, hanno sempre sostenuto che alla fine i dazi non si sarebbero fatti, che le minacce di Trump altro non sono che tentativi di negoziare con l'Europa e che alla fine se pure Trump avesse scelto di mettere in campo i dazi, avrebbe risparmiato l'Italia, al pari degli altri paesi dell'Unione europea. Cosa che ovviamente non è avvenuta considerato il fatto che l'Italia è stata colpita da tariffe del 20 per cento – e in fondo anche Elon Musk, quando sostiene di considerare non impossibile un mondo all’interno del quale America e Europa hanno dazi pari a zero, sceglie di iscriversi al partito del trumpismo percepito, diverso da quello reale e infinitamente lontano dal modello di difesa di libero mercato contenuto nelle parole di Milton Friedman postate ieri su X dal miliardario americano. Il trumpismo percepito non è solo una scorciatoia comunicativa e cognitiva attraverso la quale i follower del trumpismo tendono ad approcciarsi al trumpismo in modo retorico descrivendo un Trump razionale, gestibile, che esiste solo nella propria immaginazione. E’ qualcosa di più. E’ la spia di una difficoltà strutturale e oggettiva a gestire le conseguenze del trumpismo nella consapevolezza in fondo genuina che l’unica forma di trumpismo digeribile per l’Europa e per il mondo non è il trumpismo che si presenta di fronte a noi in modo crudo, quello reale, ma è il trumpismo che ciascun trumpiano, con molte sfumature, sogna di poter gestire: quello costruito sulla base della propria sensibilità, dei propri desideri, dei propri sogni. Un trumpismo percepito, e dunque irreale. A dimostrazione del fatto che a vivere in un universo parallelo non è solo il presidente americano, ma anche i suoi follower che riescono a considerare Trump un alleato costruttivo non per quello che fa, e promette di fare
, ma per quello che potrebbe fare, e che disgraziatamente non fa e chissà se davvero farà.

giovedì 26 dicembre 2024

Al lavoro e alla lotta

 






Franca Chiaromonte  Fulvia Bandoli, Al lavoro e alla lotta. Le parole del PCI
  Harpo editore, 2017 

Nato come un gioco a chi se ne ricordava di più tra due persone che hanno in comune esperienze e passioni politiche, Al lavoro e alla lotta è un particolare glossarietto sul lessico dei comunisti italiani, sul senso delle parole chiave e sul loro uso nella pratica quotidiana di quel partito. Quando il "discorso politico" non si poteva postare in un tweet. Mentre il linguaggio della politica si fa sempre più scarnificato e freddo qui si cerca il senso di parole che ancora potrebbero camminare nel mondo e di altre che al contrario non hanno più la forza per farlo. Spiegando il senso di duecento parole - da apparato a vigilanza, passando per frazionismo, gatto selvaggio, legge truffa, rivoluzionario di professione - le autrici provano a rendere l'idea, anche attraverso ricordi personali ed esperienze dirette, di ciò che è stato, nel bene e nel male, il partito comunista "più bello" dell'Europa Occidentale. Accompagnano il glossario dieci interviste a donne e uomini che hanno vissuto quella storia politica, tra cui Luciana Castellina, Gianni Cuperlo, Achille Occhetto, Emanuele Macaluso, Marisa Rodano.

Pci raccontato in 180 parole, da abatino a mosca cocchiera - Corriere.it

sabato 2 agosto 2014

Stefano Bartezzaghi, Manca



Questo testo è stato letto da Stefano Bartezzaghi a Livorno, la mattina del 13 luglio 2014, nel corso del PolitiCamp "È possibile" convocato da Giuseppe Civati.


Introduzione

Vi dico il titolo del mio intervento, che è il mio primo, e plausibilmente ultimo, intervento in una manifestazione politica: «Manca». Non nel senso che il titolo non c'è, ma nel senso che il titolo è proprio quello: «Manca». Quando diciamo «a destra e a manca», manca significa «sinistra», da cui l'aggettivo «mancino». Deriva dal latino «mancus», una strana parola formata dalla radice di «manus», mano, e dal suffisso «-cus» che in latino denotava difetti fisici. La sinistra è la mano che, «normalmente», è la più debole.

Fuori dalla politica essere destri è una buona cosa, essere sinistri no; come aggettivo «sinistro» è un sinonimo di torvo, bieco, pauroso; come sostantivo è sinonimo di incidente, disgrazia. Sono doppi sensi, di quelli che servono solo in enigmistica. C'è un altro doppio senso, ancora più casuale, e abbina la mano «manca» all'omonima voce del verbo «mancare», un verbo molto comune ma anche un termine tecnico della psicoanalisi dove la mancanza è contemporaneamente assenza e desiderio, «the black want» di una poesia di Samuel Beckett intitolata «Cascando».

«Manca» è la parola che mi è immediatamente risuonata in testa quando ho ricevuto l'invito di venire qui a dire quel che penso del linguaggio della sinistra. La sinistra manca a sé stessa e al Paese perché manca di parola. Può apparire paradossale, è leggendaria la nostra capacità di effusione verbale: i documenti interminabili, le discussioni, le mozioni senza emozione, quindi mozioni non d'affetto. Quando poi il tempo stringe e si dice: «giungiamo a una sintesi», la sintesi è magari un documento di venti pagine. Questo accade da sempre, è un tratto importante del nostro genoma.

La bad company

Quello che invece è accaduto soltanto nello scorso ventennio è stata una distrazione generale: chi è stato distratto dall'infinito entertainment incominciato alla fine degli anni Settanta; chi invece si è incantato davanti al mondo che cambiava e ha pensato che si potesse andare avanti con le modalità di prima, fatte appunto di parole, convinzione di essere migliori, cinghie di trasmissione e così via. Nella semiosfera in cui si sono saldate le due distrazioni è successo che il senso comune, specialmente quello dei cittadini più giovani, non è stato più di sinistra, come lo era stato prima, quasi naturalmente e spontaneamente.

Sul piano linguistico e della comunicazione, che è quello che mi compete di più, è sorto ed è divenuto dominante, per esempio, un senso comune impaziente nei confronti del «linguaggio politicamente corretto». Mentre già i talkshow si riempivano di insulti sessisti e spensierati, «vaffanculo» e «non hai le palle», è passata l'idea che vigesse, piuttosto, l'egemonia del politicamente corretto. Il vocabolario davvero dominante era invece quello della destra, accettato e anzi assunto senza capacità critica dalla maggioranza dei massmedia.

Da «fannulloni» a «froci», passando però anche per termini compassionevoli come «poveri» o apparentemente neutri come «gente» e «popolo». È questa una lingua che non si dà preoccupazioni di precisione e tassonomia, ma divide la società secondo grossolane linee di forza e fronti di scontro fra un «noi» sempre mutevole (noi gente di buon senso, noi contribuenti tartassati, noi maschi, noi mariti, noi che lavoriamo) e un «loro» sempre generico. «Quegli altri»: la sinistra diventata la bad company dell'Italia. Il gioco ha funzionato benissimo.


Trasparenza e doppiezze

Per interromperlo si è pensato che occorresse opporre due pratiche virtuose: «parlare chiaro» e «trasparenza». Un tic verbale molto diffuso, specialmente a sinistra, è costituito da certe formule preliminari o incidentali: voglio essere molto chiaro, lo dico con sincerità, facciamo chiarezza. La politica non è filosofia, non può assumerne nel suo discorso tutte le articolazioni ma deve arrivare a una sintesi vera e assertiva, al punto in cui il sì è un sì e il no è un no, e il resto è del demonio. Ma dire «parlo chiaro» non è una pratica di chiarezza, di per sé. La chiarezza è poi sempre la semplificazione di quell'articolazione di discorso, quindi ha al fondo almeno un sospetto di insincerità. La trasparenza, a questo proposito, rischia di rendere evidente la presenza di un doppio fondo, di un «ma anche» di quei giochi di tacco-e-punta a cui fanno presto ad attaccarsi gli autori di satira.

Una tipica pratica di trasparenza: lo streaming. Io parlo a voi, che avete un certo grado di competenza e appartenenza a un partito o a un area o anche meglio a un campo – chiamiamolo così – ma nello stesso tempo lo streaming mi fa parlare anche ad altri: possono essere cittadini, elettori di sinistra o di destra, giornalisti, osservatori, più o meno benevoli, appunto autori di satira.

Le pratiche di trasparenza ci obbligano a riflettere sul fenomeno della doppia platea, che è poi il double coding su cui la massmediologia ha incominciato a lavorare negli anni Settanta. Teniamo d'occhio questa parola: doppio, double. È la classica accusa che si faceva al Pci dai tempi di Togliatti e al movimento comunista internazionale almeno dai tempi di Orwell. Una frase famosa di Pierluigi Bersani, dell'anno scorso: «Siamo arrivati primi ma non abbiamo vinto».

È fattualmente vera, ma ha lo stesso significato se ascoltata da un funzionario del Pd o da un cittadino, elettore democratico o no che sia? Un'altra frase, molto più recente, di Gianni Cuperlo: «Abbiamo perso il congresso ma anche no». Anche qui, non discuto il merito della frase. Ai democratici della minoranza che lo stavano ad ascoltare in sala diceva qualcosa. Fuori dalla riunione, alla seconda platea, diceva altro.

A pensarci bene quella della doppia platea è la versione ipermoderna del vecchio paradosso nenniano: piazze piene, urne vuote. Dobbiamo sapere che la platea è sempre doppia, parliamo sempre a chi è già d'accordo e anche a tutti gli altri. Ma se, come conseguenza, facciamo un discorso a due facce (una rivolta ai nostri, una rivolta agli altri) diventiamo doppi noi stessi. Chi governa bene e con istinto felice la fenomenologia della doppia platea – i nomi sono superflui – si rivolge sempre, invariabilmente, alla platea più ampia. Impiega quella stretta e prossima come cornice al suo discorso ma non dice neanche una frase abbia significati diversi per le due platee.

Poi la potremo chiamare trasparenza anche se la parabola degli streaming grillini dimostra con chiarezza che le pratiche di trasparenza hanno sempre lo stesso effetto. Non fanno che spostare altrove la necessaria comunicazione riservata fra addetti e, contemporaneamente, incrementano la foia dei retroscenisti e le occasioni e i dispositivi semiotici e tecnologici con cui si esercita. Fuorionda, candid camera, intercettazioni lecite e illecite, teppismi telefonici, microspie, interviste a bruciapelo e a inconscio aperto, labioletture, biglietti fotografati a Montecitorio con teleobiettivi... Tutti altrettanti buchi della serratura: si vede che la porta non è poi tanto trasparente.



La depurazione del linguaggio

Un'altra cosa che si sente sempre dire è che occorre restituire alle parole il loro senso. È un'affermazione che suona bene, ma andrei cauto anche qui. Innanzitutto, a quali parole?
Ci sono le parole-carezza, come esuberi, esodati, ristrutturazione, tagli agli sprechi, scivoli, contrazioni, sacrifici.... Sono tutti eufemismi, e richiedono una certa manutenzione, perché col tempo l'eufemismo perde i suoi poteri carezzevoli e finisce per irritare la pelle. «Casino» negli anni Sessanta e Settanta era una parolaccia e le mamme allungavano sberle.

Ma negli anni Cinquanta era un garbato eufemismo per evitare termini osceni come «bordello» e «lupanare». Anche «vu cumprà» era nato come nomignolo ironico e affettuoso, negli anni Ottanta, quando i primi venditori africani venivano chiamati tutti «marocchini», con intenzioni spregiative: e c'erano «marocchini» del Senegal, «marocchini» del Ghana e persino marocchini del Marocco. Oggi abbiamo anche gli «esuberi» per intendere i licenziandi e si vede come la parola tenda alla mitologia di Roland Barthes: tenda cioè a dare una connotazione tipicamente ideologica e borghese di «dato di fatto naturale» a ciò che è tutt'altro che naturale. Sei finito oltre al limite massimo, non ci si può fare niente: anche perché ce lo chiede l'Europa, certo.

Ci sono poi le parole-bandiera. Quando vengono sventolate noi sentiamo suonare l'inno e i nostri piedi che vogliono mettersi a marciare: «stabilità», «crescita», «governabilità», «rappresentanza»; ma anche «libertà», «famiglia», «sicurezza», persino «giustizia» e «democrazia». Parole spesso semplici, e apparentemente chiare, disponibili per la totalità della platea larga: come suoni. Come senso, sono spesso non così astratte e generiche, e sono ancora meno rassicuranti.

Ci sono le parole-nebbia: riforme, senza dire quali, cambiamento, senza dire in che direzione, tutti i tecnicismi bocconiani della parentesi-Monti. E infine ci sono le parole-ringhio, le parole-sputo, le parole-sfregio. Il turpiloquio, il nomignolo satirico da «Mattarellum» a «psiconano», ma anche ieri «rottamazione» e oggi «frenatori». Connotano disinvoltura nell'uso della lingua e rottura di tabù e possono avere l'effetto di far perdere il controllo all'avversario, per esempio in un talkshow, o di metterlo in cattiva luce, suscitando una risata nella platea.

È un discorso che si potrebbe fare a lungo, e analiticamente. Ma io ho il sospetto che non sia troppo chiaro a dove porti e qui mi pare più urgente puntualizzarlo nel metodo.
Criticare, decostruire e demistificare gli usi lessicali altrui ed evitare di commettere in proprio le medesime scorrettezze è una questione di igiene. Io penso che averla sollevata non abbia mai portato un voto, così come nessuno ci ritiene eleganti se ci laviamo le mani prima di mangiare. La correttezza linguistica e politica non può essere che un presupposto e non un merito, qualcosa che fa parte della formazione del personale politico, ma anche del cittadino, come accade a scuola (o dovrebbe accadere) con ortografia e sintassi.



Le parole sono importanti?

C'è un film famoso, Palombella Rossa, in cui Nanni Moretti impersona un dirigente comunista e pallanuotista che ha perso la memoria dopo un incidente stradale. È un film di 25 anni fa, è uscito nel 1989. In questo film c'è una giornalista che ripete parole come «trend» e non ricordo quali altre, lui la schiaffeggia urlando «Ma come parla? Le parole sono importanti! Chi parla male pensa male!». Aggiungerei alla catena sillogistica una seconda premessa andreottiana: «chi pensa male fa peccato ma ci indovina».

Detto questo, personalmente non mi sento in grado di giudicare né quanto i miei simili parlino male, né tantomeno quanto male pensino. La denuncia di Moretti aveva nobili intenzioni che non mi sfuggono ma ha contribuito a caratterizzare la sinistra, e proprio quella che si ritiene più «critica», in due modi che la svantaggiano parecchio. Come tribunale autoeletto dei migliori e come agenzia per la produzione e la distribuzione di tabu.

Noi siamo quelli che non dicono «trend», noi siamo quelli che non vedono la televisione commerciale, noi siamo quelli che non. A sinistra sono state usate molte volte espressioni altrui come cartine di tornasole, infrazioni a una catechesi senza dei. Aha, hai detto inciucio? Aha, hai scritto centrosinistra con il trattino? Fare così non è stato solo un errore tattico, peraltro grosso: impaccia il discorso e non ci fa comunicare con le persone lontane dalla politica, che nel migliore dei casi si intimoriscono e con noi hanno paura di «sbagliare a parlare».

È stato però, e soprattutto, un errore di fondo, un grave errore di posizionamento e di filosofia politica, perché non esiste né può esistere il partito politico, la parte politica o il campo politico di quelli che «pensano bene» e infatti «parlano bene», segno sicuro del fatto che «pensano bene». Si chiamerebbero «benpensanti», questi, e dovremmo conoscerli bene. Conoscerli, per tenerci alla larga da loro.

Noi però sappiamo che questa idea di sinistra come ricerca intransigente della purezza non è presente solo nella caricatura che di noi fanno i nostri avversari. Noi sappiamo che il politicamente corretto come negazione e come generazione di tabu è parte del nostro patrimonio genetico. Noi sappiamo che si è partiti contro l'oppressione e a volte si è finiti a favore dello snobismo. Con uno di quegli scambi di consonanti che sono la forma più tipica dei lapsus verbali la centralità è passata dai lavori ai valori. Valori che non nomino, proprio perché mi sono molto cari e penso che a nominarli si consumino. Occorre trasmetterli, sì: nella pratica.

Io allora propongo un'operazione radicale di ingegneria genetica: l'istantanea abrogazione dei nostri tabu linguistici. Non significa dire pane al pane e negro al negro. Quello che mi interessa è che ognuno curi la propria igiene verbale per sé e che non pensi che le parole siano di per sé sostanze. Formano e convogliano una visione del mondo, ma o quella appare chiara e convincente per quel che le parole dicono o è vano stare poi a parlare delle parole anziché delle cose.
Le parole sono importanti? Sì, d'accordo, Moretti: ma sino a un certo punto.



Quel che (ch'è) manca

Ma dato che non voglio diventare io quello che procede solo per obiezioni e negazioni, voglio concludere dicendo «cosa è che manca», ovvero «cosa è che è manca», cosa è la sinistra, per come la vedo io e nel campo che mi compete.

Manca un senso maturo della libertà espressiva di ognuno e di quanto sia proficua la diversità dei codici. Il politicamente corretto è criticabile anche perché pensa a Babele come una iattura, e rimpiange un linguaggio adamitico, edenico, uguale per tutti che non è mai – dico mai – esistito fuori dell'Antico Testamento e della Torah. C'è una sinistra che pare alla ricerca della lingua perfetta, magari quella degli angeli. Sono compagni che sbagliano, qui sono proprio sicuro di me. In un mondo in cui se c'è un obbligo sociale è quello di trasgredire, o almeno fingere di farlo, lavorare alla costruzione di nuovi tabu è saggio e proficuo quanto aprire una bottega di maniscalco in un autogrill.

Manca una considerazione adeguata dei valori. Non è bello e non è di alcun vantaggio esibirli. Si fa bling bling, e possono sembrare anche ricchezza indebitamente accumulata, quei valori indossati. Ognuno, immagino, cerca di essere quello che in modo melenso si definisce «una bella persona». Ma pensare di esserlo già e dirlo è un comportamento da damerini e la politica è lavoro, non è salotto e passerella. Quindi occorre lavorare perché i «valori» non siano solo le parole che li nominano, ma siano la tensione a raggiungerli e a costruirli nel reale.

Manca la pienezza delle parole, le abbiamo svuotate anche noi e anche per troppo affetto o per affetto troppo maldestro. Affezioniamoci di meno alle nostre parole, viaggeranno più leggere e sicure nel mondo.

Manca produrre senso comune, che non è luogo comune. Il senso comune è consenso. Che non sia tollerabile che nei nostri mari affondino barconi carichi di persone mi pare stia diventando senso comune, dopo gli anni delle più ipocrite e criminali politiche di immigrazione. Questo per fare un esempio positivo. Un altro esempio potrebbe riguardare i diritti civili, in tema di famiglie o in tema di morte assistita.

Mi illudo che, con il permesso del Vaticano, qualcosa stia già capitando e proprio in termini di coscienza nazionale: la politica arriverà anche qui, e anche qui buona ultima. Che la crisi economica sia lontana dalla soluzione, che abbia spesso fondamenti strutturali e non contingenti, pure questo mi sembra senso comune, un vero sapere diffuso che può anche generare disperazione sociale. Non di senso comune mi pare invece il legame fra il tasso italiano di disoccupazione giovanile e la riforma costituzionale del Senato, e anzi vorrei che qualcuno, se lo vede, lo mostrasse a me.

L'espressione «senso comune» fa paura? Le esigenze della propaganda richiedono sorpresa e stupore. Ma le esigenze della politica tengono conto anche della banalità del vivere, delle cose che sanno tutti, dei sentimenti diffusi: con maggiore pazienza e minore visibilità devono cercare di farli crescere nella direzione che pare la migliore. Questo è il consenso. Con la cultura, per esempio, è vero che non si mangia: la politica mangia pochissimo con la cultura, non è come con gli appalti e la spesa sanitaria. Ma senza cultura, senza formazione, senza capacità di approfondimento, di critica e persino di espressione fra poco a non mangiare sarà la Nazione. Su questo il consenso non c'è, ed è urgente che se ne crei il sentimento.

Manca, infine, e spero per poco, la costruzione di un'identità politica collettiva che possa generare messaggi politici nuovi, nuovi nel senso di aggiornati e adeguati al nostro tempo, e che non sia invece essa stessa generata da messaggi di propaganda, come quelle formazioni politiche che vengono chiamate sintomaticamente «cartelli».

L'ultimo desiderio

La campagna elettorale è il sintomo nevrotico e compulsivo della politica italiana. Si dice che siamo sempre in campagna elettorale e non è tanto esagerato. Il desiderio è un'altra cosa. Quando il cielo era coperto gli astrologi non potevano vedere le stelle, in latino sidera. Allora de/sideravano, distoglievano lo sguardo da ciò che a loro mancava. La parola desiderio viene proprio da lì.

C'è e ci sarà sempre qualcosa che manca, c'è ci sarà sempre qualcosa che è manca, che è sinistra.
Fra cieli stellati sopra e leggi morali tenute ben dentro possiamo trovare sia le parole per dirlo, il famoso qualcosa, sia i modi per costruirlo e farlo esistere.