Introduzione
Vi dico il titolo del mio intervento, che è il mio primo, e
plausibilmente ultimo, intervento in una manifestazione politica:
«Manca». Non nel senso che il titolo non c'è, ma nel senso che il titolo
è proprio quello: «Manca». Quando diciamo «a destra e a manca»,
manca significa
«sinistra», da cui l'aggettivo «mancino». Deriva dal latino «mancus»,
una strana parola formata dalla radice di «manus», mano, e dal suffisso
«-cus» che in latino denotava difetti fisici. La sinistra è la mano che,
«normalmente», è la più debole.
Fuori dalla politica essere destri è una buona cosa, essere sinistri
no; come aggettivo «sinistro» è un sinonimo di torvo, bieco, pauroso;
come sostantivo è sinonimo di incidente, disgrazia. Sono doppi sensi, di
quelli che servono solo in enigmistica. C'è un altro doppio senso,
ancora più casuale, e abbina la mano «manca» all'omonima voce del verbo
«mancare», un verbo molto comune ma anche un termine tecnico della
psicoanalisi dove la mancanza è contemporaneamente assenza e desiderio,
«the black want» di una poesia di Samuel Beckett intitolata «Cascando».
«Manca» è la parola che mi è immediatamente risuonata in testa quando
ho ricevuto l'invito di venire qui a dire quel che penso del linguaggio
della sinistra. La sinistra manca a sé stessa e al Paese perché manca
di parola. Può apparire paradossale, è leggendaria la nostra capacità di
effusione verbale: i documenti interminabili, le discussioni, le
mozioni senza emozione, quindi mozioni non d'affetto. Quando poi il
tempo stringe e si dice: «giungiamo a una sintesi», la sintesi è magari
un documento di venti pagine. Questo accade da sempre, è un tratto
importante del nostro genoma.
La bad company
Quello che invece è accaduto soltanto nello scorso ventennio è stata
una distrazione generale: chi è stato distratto dall'infinito
entertainment incominciato alla fine degli anni Settanta; chi invece si è
incantato davanti al mondo che cambiava e ha pensato che si potesse
andare avanti con le modalità di prima, fatte appunto di parole,
convinzione di essere migliori, cinghie di trasmissione e così via.
Nella semiosfera in cui si sono saldate le due distrazioni è successo
che il senso comune, specialmente quello dei cittadini più giovani, non è
stato più di sinistra, come lo era stato prima, quasi naturalmente e
spontaneamente.
Sul piano linguistico e della comunicazione, che è quello che mi
compete di più, è sorto ed è divenuto dominante, per esempio, un senso
comune impaziente nei confronti del «linguaggio politicamente corretto».
Mentre già i talkshow si riempivano di insulti sessisti e spensierati,
«vaffanculo» e «non hai le palle», è passata l'idea che vigesse,
piuttosto, l'egemonia del politicamente corretto. Il vocabolario davvero
dominante era invece quello della destra, accettato e anzi assunto
senza capacità critica dalla maggioranza dei massmedia.
Da «fannulloni» a «froci», passando però anche per termini
compassionevoli come «poveri» o apparentemente neutri come «gente» e
«popolo». È questa una lingua che non si dà preoccupazioni di precisione
e tassonomia, ma divide la società secondo grossolane linee di forza e
fronti di scontro fra un «noi» sempre mutevole (noi gente di buon senso,
noi contribuenti tartassati, noi maschi, noi mariti, noi che lavoriamo)
e un «loro» sempre generico. «Quegli altri»: la sinistra diventata la
bad company dell'Italia. Il gioco ha funzionato benissimo.
Trasparenza e doppiezze
Per interromperlo si è pensato che occorresse opporre due pratiche
virtuose: «parlare chiaro» e «trasparenza». Un tic verbale molto
diffuso, specialmente a sinistra, è costituito da certe formule
preliminari o incidentali: voglio essere molto chiaro, lo dico con
sincerità, facciamo chiarezza. La politica non è filosofia, non può
assumerne nel suo discorso tutte le articolazioni ma deve arrivare a una
sintesi vera e assertiva, al punto in cui il sì è un sì e il no è un
no, e il resto è del demonio. Ma dire «parlo chiaro» non è una pratica
di chiarezza, di per sé. La chiarezza è poi sempre la semplificazione di
quell'articolazione di discorso, quindi ha al fondo almeno un sospetto
di insincerità. La trasparenza, a questo proposito, rischia di rendere
evidente la presenza di un doppio fondo, di un «ma anche» di quei giochi
di tacco-e-punta a cui fanno presto ad attaccarsi gli autori di satira.
Una tipica pratica di trasparenza: lo streaming. Io parlo a voi, che
avete un certo grado di competenza e appartenenza a un partito o a un
area o anche meglio a un campo – chiamiamolo così – ma nello stesso
tempo lo streaming mi fa parlare anche ad altri: possono essere
cittadini, elettori di sinistra o di destra, giornalisti, osservatori,
più o meno benevoli, appunto autori di satira.
Le pratiche di trasparenza ci obbligano a riflettere sul fenomeno
della doppia platea, che è poi il double coding su cui la massmediologia
ha incominciato a lavorare negli anni Settanta. Teniamo d'occhio questa
parola: doppio, double. È la classica accusa che si faceva al Pci dai
tempi di Togliatti e al movimento comunista internazionale almeno dai
tempi di Orwell. Una frase famosa di Pierluigi Bersani, dell'anno
scorso: «Siamo arrivati primi ma non abbiamo vinto».
È fattualmente vera, ma ha lo stesso significato se ascoltata da un
funzionario del Pd o da un cittadino, elettore democratico o no che sia?
Un'altra frase, molto più recente, di Gianni Cuperlo: «Abbiamo perso il
congresso ma anche no». Anche qui, non discuto il merito della frase.
Ai democratici della minoranza che lo stavano ad ascoltare in sala
diceva qualcosa. Fuori dalla riunione, alla seconda platea, diceva
altro.
A pensarci bene quella della doppia platea è la versione ipermoderna
del vecchio paradosso nenniano: piazze piene, urne vuote. Dobbiamo
sapere che la platea è sempre doppia, parliamo sempre a chi è già
d'accordo e anche a tutti gli altri. Ma se, come conseguenza, facciamo
un discorso a due facce (una rivolta ai nostri, una rivolta agli altri)
diventiamo doppi noi stessi. Chi governa bene e con istinto felice la
fenomenologia della doppia platea – i nomi sono superflui – si rivolge
sempre, invariabilmente, alla platea più ampia. Impiega quella stretta e
prossima come cornice al suo discorso ma non dice neanche una frase
abbia significati diversi per le due platee.
Poi la potremo chiamare trasparenza anche se la parabola degli
streaming grillini dimostra con chiarezza che le pratiche di trasparenza
hanno sempre lo stesso effetto. Non fanno che spostare altrove la
necessaria comunicazione riservata fra addetti e, contemporaneamente,
incrementano la foia dei retroscenisti e le occasioni e i dispositivi
semiotici e tecnologici con cui si esercita. Fuorionda, candid camera,
intercettazioni lecite e illecite, teppismi telefonici, microspie,
interviste a bruciapelo e a inconscio aperto, labioletture, biglietti
fotografati a Montecitorio con teleobiettivi... Tutti altrettanti buchi
della serratura: si vede che la porta non è poi tanto trasparente.
La depurazione del linguaggio
Un'altra cosa che si sente sempre dire è che occorre restituire alle
parole il loro senso. È un'affermazione che suona bene, ma andrei cauto
anche qui. Innanzitutto, a quali parole?
Ci sono le parole-carezza, come esuberi, esodati, ristrutturazione,
tagli agli sprechi, scivoli, contrazioni, sacrifici.... Sono tutti
eufemismi, e richiedono una certa manutenzione, perché col tempo
l'eufemismo perde i suoi poteri carezzevoli e finisce per irritare la
pelle. «Casino» negli anni Sessanta e Settanta era una parolaccia e le
mamme allungavano sberle.
Ma negli anni Cinquanta era un garbato eufemismo per evitare termini
osceni come «bordello» e «lupanare». Anche «vu cumprà» era nato come
nomignolo ironico e affettuoso, negli anni Ottanta, quando i primi
venditori africani venivano chiamati tutti «marocchini», con intenzioni
spregiative: e c'erano «marocchini» del Senegal, «marocchini» del Ghana e
persino marocchini del Marocco. Oggi abbiamo anche gli «esuberi» per
intendere i licenziandi e si vede come la parola tenda alla mitologia di
Roland Barthes: tenda cioè a dare una connotazione tipicamente
ideologica e borghese di «dato di fatto naturale» a ciò che è tutt'altro
che naturale. Sei finito oltre al limite massimo, non ci si può fare
niente: anche perché ce lo chiede l'Europa, certo.
Ci sono poi le parole-bandiera. Quando vengono sventolate noi
sentiamo suonare l'inno e i nostri piedi che vogliono mettersi a
marciare: «stabilità», «crescita», «governabilità», «rappresentanza»; ma
anche «libertà», «famiglia», «sicurezza», persino «giustizia» e
«democrazia». Parole spesso semplici, e apparentemente chiare,
disponibili per la totalità della platea larga: come suoni. Come senso,
sono spesso non così astratte e generiche, e sono ancora meno
rassicuranti.
Ci sono le parole-nebbia: riforme, senza dire quali, cambiamento,
senza dire in che direzione, tutti i tecnicismi bocconiani della
parentesi-Monti. E infine ci sono le parole-ringhio, le parole-sputo, le
parole-sfregio. Il turpiloquio, il nomignolo satirico da «Mattarellum» a
«psiconano», ma anche ieri «rottamazione» e oggi «frenatori». Connotano
disinvoltura nell'uso della lingua e rottura di tabù e possono avere
l'effetto di far perdere il controllo all'avversario, per esempio in un
talkshow, o di metterlo in cattiva luce, suscitando una risata nella
platea.
È un discorso che si potrebbe fare a lungo, e analiticamente. Ma io
ho il sospetto che non sia troppo chiaro a dove porti e qui mi pare più
urgente puntualizzarlo nel metodo.
Criticare, decostruire e demistificare gli usi lessicali altrui ed
evitare di commettere in proprio le medesime scorrettezze è una
questione di igiene. Io penso che averla sollevata non abbia mai portato
un voto, così come nessuno ci ritiene eleganti se ci laviamo le mani
prima di mangiare. La correttezza linguistica e politica non può essere
che un presupposto e non un merito, qualcosa che fa parte della
formazione del personale politico, ma anche del cittadino, come accade a
scuola (o dovrebbe accadere) con ortografia e sintassi.
Le parole sono importanti?
C'è un film famoso,
Palombella Rossa, in cui Nanni Moretti
impersona un dirigente comunista e pallanuotista che ha perso la memoria
dopo un incidente stradale. È un film di 25 anni fa, è uscito nel 1989.
In questo film c'è una giornalista che ripete parole come «trend» e non
ricordo quali altre, lui la schiaffeggia urlando «Ma come parla? Le
parole sono importanti! Chi parla male pensa male!». Aggiungerei alla
catena sillogistica una seconda premessa andreottiana: «chi pensa male
fa peccato ma ci indovina».
Detto questo, personalmente non mi sento in grado di giudicare né
quanto i miei simili parlino male, né tantomeno quanto male pensino. La
denuncia di Moretti aveva nobili intenzioni che non mi sfuggono ma ha
contribuito a caratterizzare la sinistra, e proprio quella che si
ritiene più «critica», in due modi che la svantaggiano parecchio. Come
tribunale autoeletto dei migliori e come agenzia per la produzione e la
distribuzione di tabu.
Noi siamo quelli che non dicono «trend», noi siamo quelli che non
vedono la televisione commerciale, noi siamo quelli che non. A sinistra
sono state usate molte volte espressioni altrui come cartine di
tornasole, infrazioni a una catechesi senza dei. Aha, hai detto
inciucio? Aha, hai scritto centrosinistra con il trattino? Fare così non
è stato solo un errore tattico, peraltro grosso: impaccia il discorso e
non ci fa comunicare con le persone lontane dalla politica, che nel
migliore dei casi si intimoriscono e con noi hanno paura di «sbagliare a
parlare».
È stato però, e soprattutto, un errore di fondo, un grave errore di
posizionamento e di filosofia politica, perché non esiste né può
esistere il partito politico, la parte politica o il campo politico di
quelli che «pensano bene» e infatti «parlano bene», segno sicuro del
fatto che «pensano bene». Si chiamerebbero «benpensanti», questi, e
dovremmo conoscerli bene. Conoscerli, per tenerci alla larga da loro.
Noi però sappiamo che questa idea di sinistra come ricerca
intransigente della purezza non è presente solo nella caricatura che di
noi fanno i nostri avversari. Noi sappiamo che il politicamente corretto
come negazione e come generazione di tabu è parte del nostro patrimonio
genetico. Noi sappiamo che si è partiti contro l'oppressione e a volte
si è finiti a favore dello snobismo. Con uno di quegli scambi di
consonanti che sono la forma più tipica dei lapsus verbali la centralità
è passata dai lavori ai valori. Valori che non nomino, proprio perché
mi sono molto cari e penso che a nominarli si consumino. Occorre
trasmetterli, sì: nella pratica.
Io allora propongo un'operazione radicale di ingegneria genetica:
l'istantanea abrogazione dei nostri tabu linguistici. Non significa dire
pane al pane e negro al negro. Quello che mi interessa è che ognuno
curi la propria igiene verbale per sé e che non pensi che le parole
siano di per sé sostanze. Formano e convogliano una visione del mondo,
ma o quella appare chiara e convincente per quel che le parole dicono o è
vano stare poi a parlare delle parole anziché delle cose.
Le parole sono importanti? Sì, d'accordo, Moretti: ma sino a un certo punto.
Quel che (ch'è) manca
Ma dato che non voglio diventare io quello che procede solo per
obiezioni e negazioni, voglio concludere dicendo «cosa è che manca»,
ovvero «cosa è che è manca», cosa è la sinistra, per come la vedo io e
nel campo che mi compete.
Manca un senso maturo della libertà espressiva di ognuno e di quanto
sia proficua la diversità dei codici. Il politicamente corretto è
criticabile anche perché pensa a Babele come una iattura, e rimpiange un
linguaggio adamitico, edenico, uguale per tutti che non è mai – dico
mai – esistito fuori dell'Antico Testamento e della Torah. C'è una
sinistra che pare alla ricerca della lingua perfetta, magari quella
degli angeli. Sono compagni che sbagliano, qui sono proprio sicuro di
me. In un mondo in cui se c'è un obbligo sociale è quello di
trasgredire, o almeno fingere di farlo, lavorare alla costruzione di
nuovi tabu è saggio e proficuo quanto aprire una bottega di maniscalco
in un autogrill.
Manca una considerazione adeguata dei valori. Non è bello e non è di
alcun vantaggio esibirli. Si fa bling bling, e possono sembrare anche
ricchezza indebitamente accumulata, quei valori indossati. Ognuno,
immagino, cerca di essere quello che in modo melenso si definisce «una
bella persona». Ma pensare di esserlo già e dirlo è un comportamento da
damerini e la politica è lavoro, non è salotto e passerella. Quindi
occorre lavorare perché i «valori» non siano solo le parole che li
nominano, ma siano la tensione a raggiungerli e a costruirli nel reale.
Manca la pienezza delle parole, le abbiamo svuotate anche noi e anche
per troppo affetto o per affetto troppo maldestro. Affezioniamoci di
meno alle nostre parole, viaggeranno più leggere e sicure nel mondo.
Manca produrre senso comune, che non è luogo comune. Il senso comune è
consenso. Che non sia tollerabile che nei nostri mari affondino barconi
carichi di persone mi pare stia diventando senso comune, dopo gli anni
delle più ipocrite e criminali politiche di immigrazione. Questo per
fare un esempio positivo. Un altro esempio potrebbe riguardare i diritti
civili, in tema di famiglie o in tema di morte assistita.
Mi illudo che, con il permesso del Vaticano, qualcosa stia già
capitando e proprio in termini di coscienza nazionale: la politica
arriverà anche qui, e anche qui buona ultima. Che la crisi economica sia
lontana dalla soluzione, che abbia spesso fondamenti strutturali e non
contingenti, pure questo mi sembra senso comune, un vero sapere diffuso
che può anche generare disperazione sociale. Non di senso comune mi pare
invece il legame fra il tasso italiano di disoccupazione giovanile e la
riforma costituzionale del Senato, e anzi vorrei che qualcuno, se lo
vede, lo mostrasse a me.
L'espressione «senso comune» fa paura? Le esigenze della propaganda
richiedono sorpresa e stupore. Ma le esigenze della politica tengono
conto anche della banalità del vivere, delle cose che sanno tutti, dei
sentimenti diffusi: con maggiore pazienza e minore visibilità devono
cercare di farli crescere nella direzione che pare la migliore. Questo è
il consenso. Con la cultura, per esempio, è vero che non si mangia: la
politica mangia pochissimo con la cultura, non è come con gli appalti e
la spesa sanitaria. Ma senza cultura, senza formazione, senza capacità
di approfondimento, di critica e persino di espressione fra poco a non
mangiare sarà la Nazione. Su questo il consenso non c'è, ed è urgente
che se ne crei il sentimento.
Manca, infine, e spero per poco, la costruzione di un'identità
politica collettiva che possa generare messaggi politici nuovi, nuovi
nel senso di aggiornati e adeguati al nostro tempo, e che non sia invece
essa stessa generata da messaggi di propaganda, come quelle formazioni
politiche che vengono chiamate sintomaticamente «cartelli».
L'ultimo desiderio
La campagna elettorale è il sintomo nevrotico e compulsivo della
politica italiana. Si dice che siamo sempre in campagna elettorale e non
è tanto esagerato. Il desiderio è un'altra cosa. Quando il cielo era
coperto gli astrologi non potevano vedere le stelle, in latino sidera.
Allora de/sideravano, distoglievano lo sguardo da ciò che a loro
mancava. La parola
desiderio viene proprio da lì.
C'è e ci sarà sempre qualcosa che manca, c'è ci sarà sempre qualcosa che è manca, che è sinistra.
Fra cieli stellati sopra e leggi morali tenute ben dentro possiamo
trovare sia le parole per dirlo, il famoso qualcosa, sia i modi per
costruirlo e farlo esistere.