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mercoledì 13 maggio 2026
Carissimo dottor Jung
Caterina Bonvicini
Carissimo dottor Jung, il libro che racconta la casa del mago
L'Espresso, 25 marzo 2026
Quando chiudi “Carissimo dottor Jung” di Sandra Petrignani (Neri Pozza) una domanda si fa ineludibile: perché ti ha così emozionato? Perché, durante la lettura, i tuoi sogni si sono sbizzarriti? Perché dovevi fermarti alla fine di un capitolo per lasciare posare una nostalgia? Perché alcuni fantasmi si sono presentati? Lo spiega Egle, alter ego di Sandra, nelle ultime pagine. Confessa di essere stata innamorata di Jung quanto le protagoniste della storia che ha raccontato e soprattutto che lui «è diventato per tutta la durata della scrittura il suo personale psicoanalista». Il lettore, di conseguenza, non ne esce indenne: per proprietà transitiva finisce sotto la luce di «quell’incantatore straordinario».
«The Magician», così lo chiamava Christiana Morgan, a sua volta soprannominata Lady Morgana. Nel romanzo Christiana, paziente di Jung negli anni Venti poi sua seguace a Harvard, torna a trovare il suo maestro trent’anni dopo, nel 1961, nella sua casa di Küsnacht, sul lago di Zurigo. Non è una Toni Wolff o una Sabina Spielrein, è il «grande amore mancato» di Carl Gustav e va da lui per chiedergli «come si fa a prendere in mano l’esistenza».
Sandra Petrignani immagina uno struggente confronto, finale per entrambi (lui sta morendo e lei si suiciderà pochi anni dopo), eppure pieno di vita. Il loro dialogo è il pretesto per un bellissimo doppio ritratto: quello di un Jung ormai vecchio, vicino alla saggezza e all’interezza che ha sempre cercato, e quello di una donna moderna, inquieta fino all’ultimo, tragicamente irrisolta.
«Gli piacevano i romanzi polizieschi, barava al gioco anche con sé stesso quando faceva i solitari, amava stare in mezzo agli altri e che la gente lo cercasse, salvo annoiarsi improvvisamente e liquidare tutti per restare solo», così lo descrive Petrignani. «Era burbero, ma capace di infinita dolcezza. Ed era sempre stato bello, alto e con una corporatura possente, persino da vecchio riusciva a essere affascinante, curato nel vestire ed elegante, con la pipa o il sigaro e il suo bastone. Eppure aveva anche qualcosa del contadino, un che di diretto e di semplice». Ci porta a conoscere Jung attraverso il suo mondo, passando per i suoi cani, la sua barca, la Iolla dalle vele rosse («Mi piace la vela perché sono in dialogo col vento», diceva), il suo amore per i laghi, deciso da piccolo quando aveva capito che vivere lontano dall’acqua non aveva senso, il suo legame con le case, soprattutto con quella di Bollingen, costruita da lui con due torri. Oppure attraverso il suo legame con gli oggetti («Sempre aveva avuto un intimo rapporto sentimentale con le cose, soprattutto nella casa di Bollingen. Gli rivolgevano le loro richieste gli oggetti a lui cari, e lui doveva rispondere, usarli, coccolarli, parlarci. Come con gli animali. Come con i suoi fogli»).
Naturalmente per sapere chi è CG, Carl Gustav, bisogna conoscere le sue donne (e le sue «tendenze triangolari»): la moglie Emma, generosa e materna, l’amante Toni, «capace di incarnare la sua Anima, la sua parte più inconscia e femminile», l’amica Ruth, che si occupa di lui quando resta vedovo. Ci sono gli amici, la rottura con Freud, gli allievi, gli adoratori.
Poi c’è lei, Lady Morgana, «dai capelli disordinati e gli occhi distanti», così elegante nei suoi vestiti di seta colorati e con i suoi gioielli indiani, «intelligentissima, ma eccessivamente razionale», come dice Jung, che fa devastanti «incubi di morte per acqua» (morirà affogata) e resta per tutta la vita impigliata in un amore tossico con lo sposatissimo Henry Murray, pioniere dello junghismo in America, insieme al quale fonda la clinica psicologica di Harvard. Prigioniera di una dipendenza sessuale e sentimentale, Christiana ha immolato a quell’uomo la sua intelligenza e la sua creatività.
E mentre Egle, emersa da poco «da una vedovanza che l’aveva lasciata sbigottita dopo un fortunato matrimonio tardivo durato una ventina d’anni», scrive del Mago e di Lady Morgana, guardando il Tevere per niente biondo, passeggiando con la sua vicina di casa, l’ottantenne Lorenza, o giocando con lei a burraco, il pensiero di Jung lavora dentro di lei e l’aiuta a vivere una nuova stagione della vita.
Fare mito della morte. Essere nel presente. Guardare avanti, costruire il futuro, non restare invischiati nel passato. Conoscere il passato per farne qualcosa e superarlo, come con l’inconscio. Non sfuggire al proprio demone. Pensare che il tempo non è un impedimento, ma un mezzo per realizzare il possibile. La verità non è eterna, è un programma. Quel che conta è la capacità di trasformarsi. Dove c’è la tua paura, c’è il tuo compito. Diventa ciò che sei.
Il viaggio interiore di Egle culmina in un “pellegrinaggio” a Zurigo, insieme all’amica, per vedere la casa di Küsnacht. Siamo nel cuore della “petrignanità”: quando si entra in una casa, dove ha sede l’anima di qualcuno. Jung abita qui. Egle-Sandra arriva così a «qualcosa di meravigliosamente pacificato fra le tante sé stesse che ha l’impressione di essere e di essere stata», Jung è venuto a chiudere un cerchio o ad aprirlo. In ogni caso alla fine ha aiutato proprio lei a prendere in mano l’esistenza e a capire nel profondo che «il senso della vita è la vita stessa».
Freud, Jung e dintorni
Doppiozero, 13 maggio 2026
Film, docufilm, progetti di serie televisive, biografie e storie di vita romanzate, ricostruzioni storiche sempre più approfondite parlano di passioni e avversioni, complicità e rivalità, ambizioni sfrenate e colossali delusioni: il romanzo famigliare della psicoanalisi continua a raccontarsi. Le figure delle origini, che hanno attraversato la prima metà del Novecento, sono personalità a volte stravaganti, sempre inquiete, all’avanguardia. Lo sviluppo delle diverse teorie si fonde e si confonde con le esperienze private, quello che oggi ci coinvolge è che dicono di un’epoca che ricorda tremendamente la nostra.
Outsider Freud, il documentario del regista israeliano Yair Qedar (2025), è un montaggio accattivante e ben riuscito di filmati d’archivio, brani di animazione digitale che contribuiscono all’atmosfera onirica, e interviste – da Adam Phillips a terapeuti di diverse parti del mondo. Lo studio di Berggasse 19 – fotografato da Edmund Engelmann il giorno prima che la famiglia abbandoni Vienna mentre i nazisti sono già nel palazzo –, ricostruito e movimentato con la grafica computer, è il nucleo dal quale fuoriescono le diverse personalità di Freud. Il collezionista, il professionista, il conquistatore che affronta l’autoanalisi, il clinico che svela la sessualità e l’importanza del sogno. Il filmato sottolinea l’identità ebraica di Freud, la sua appartenenza a una minoranza è letta anche con lo sguardo attuale, di chi è abituato a occuparsi del minority stress della comunità LGBT. Nonostante nella società viennese l’antisemitismo fosse diffuso, nell’intellighenzia gli ebrei erano la maggioranza e, da ebreo assimilato, Freud preferiva considerare questo aspetto un fatto privato. Anche in opposizione a una storia che, invece, proprio in nome di questo stigma, avrebbe segnato la sua vita. Leitmotiv del filmato è un treno rosso – per Freud amato mezzo di trasporto, ma anche metafora dai numerosi significati. Ci guida nel suo viaggio, compone i suoi sogni, ripercorre i suoi lutti, le sofferenze del cancro, l’esilio. Per il regista Yair Qedar è anche “un simbolo fallico e un ricordo dell’Olocausto”.
Intorno alla persecuzione nazista si sviluppa il testo di David Meghnagi, S. Freud, C.G. Jung, Sabina Spielrein e la “faccenda nazionale ebraica” (Bollati Boringhieri, 2025). L’autore dichiara fin da subito la sua impostazione interpretativa. “Eppure la frattura del movimento psicoanalitico, che coinvolse ai suoi inizi qualche decina di persone, pur nella sua specificità può essere considerata un prisma in cui poter riflettere e approfondire la più immane tragedia del nostro tempo”. E le fratture, “le gelosie e le incomprensioni finirono per assumere i connotati di uno scontro religioso”. Ricostruire la dimensione umana, storica e teorica insieme, degli inizi del movimento psicoanalitico è l’obiettivo di un lavoro eruditissimo, accompagnato da centinaia di note, da una bibliografia immensa e aggiornatissima, che non riesce però a risultare del tutto convincente. Forse perché, pur volendo contestualizzare storicamente l’incontro tra Freud e Jung, lo fa con il senno del poi, come se la rottura tra l’ebreo viennese e lo psichiatra ariano del 1913 annunciasse il 1933. Meghnagi ama Freud e non sopporta Jung. Il suo tipo psicologico gli risulta antipatico, gli appare seduttivo, funzionale, calcolatore, mendace. Sempre in malafede. L’attrazione tra i due, la loro collaborazione, l’entusiasmo reciproco per essere riusciti a uscire dal comune, seppure diverso, isolamento, finiscono in secondo piano. E tra i motivi della rottura, personali e teorici, la questione razziale pare assumere il ruolo determinante. Anche la relazione con Sabina Spielrein è collocata in questo contesto, lontana dai sentimenti e dall’elaborazione che produsse in entrambi: le “componenti poligame” che Jung ammette appaiono la pura autodifesa di una violazione deontologica. Il gruppo che si era raccolto intorno a Freud, grande “cacciatore di uomini”, aveva discendenze e formazioni lontane dalla psichiatria zurighese e dall’esperienza di Jung. Mondi mentali e riferimenti culturali che avevano cercato di avvicinare nelle lunghe ore dei loro incontri, attraverso lo scambio di testi e lettere, erano sfociati in una lotta per il reciproco riconoscimento e, certo, per il ruolo da assumere nel movimento.

Una parte significativa del testo è dedicata alla ricostruzione, in parte nota e in parte meno nota, dell’antisemitismo di Jung – Meghnagi riporta le considerazioni fortemente critiche di un analista junghiano come Andrew Samuels. Le sue iniziali incertezze nei confronti del nazismo, l’opportunismo di scelte e posizioni, il suo essere un conservatore svizzero, atteggiamenti che oggi definiremmo coloniali lo rendono uomo della sua epoca, ma comunque offre protezione a molti colleghi ebrei, compresa la sua biografa, Aniela Jaffé, che pure lo critica. Illuminante è lo scambio di lettere con Neumann, di cui era stato analista didatta, che nel 1934 si trasferisce a Tel Aviv. L’allievo lo difende dalle accuse di antisemitismo, ma non ha paura di ridicolizzare il maestro quando afferma che “l’inconscio ariano dispone di un potenziale più elevato di quello ebraico” e gli ricorda quanto poco conosce le questioni ebraiche. Jung accetterà le critiche, inviterà Neumann ad approfondire lui le questioni della psicologia ebraica. Lo scambio di lettere tra Zurigo e la Palestina, un documento umano e storico, si lascia alle spalle idealizzazioni e demonizzazioni.
“Da piccolo gli piaceva il gioco delle costruzioni, con quei pezzi di legno che erano frammenti di muri, campanili, finestre, tetti. Gli piaceva soprattutto costruire torri. Un pezzo sopra l’altro finché non crollava tutto. Quando era in vena dava forma a intere città, con la scuola, la chiesa, le casette, un ponte sul fiume realizzato con la carta d’argento”. In Carissimo Dottor Jung (Neri Pozza, 2025) di Sandra Petrignani ecco un Jung privato, ripreso nella sua casa e nel suo istituto sul lago di Zurigo a Küsnacht, rievocato con un grande lavoro sulle fonti, ma ogni tanto romanzescamente inventato dall’autrice che affida alla sua alter ego, la scrittrice Egle Corsani, che rimasta vedova si è trasferita in un nuovo appartamento al quinto piano con vista sul Tevere, l’idea di un romanzo sul fondatore della psicologia analitica. Le pagine più intense del libro lo raccontano anziano e malato, circondato nella quotidianità dalla factotum Ruth Bailey, dall’analista inglese Barbara Hannah, da Marie-Louise von Franz che passava molto tempo insieme a lui a Bollingen. Figure femminili che cercano di lenire il lutto per le due donne che avevano segnato la sua vita in un complicato ménage a trois: la moglie Emma, morta nel 1955, e la compagna Toni Wolff, morta nel 1953.
In questo ambiente domestico, dove non mancano altri amici e visitatori, la scrittrice inserisce un’altra donna, Christiana Morgan, (1897- 1967), una bostoniana che verrà a trovarlo nel 1926. Una donna bellissima e anticonformista, dalla vita tormentata – cfr. Claire Douglas, Interpretare l’ignoto. La vita di Christiana Morgan, un talento rimasto in ombra (Edizioni Magi, 2006) –, che stava vivendo anche lei un ménage a trois sul quale Jung, un po’ superficiale e un po’ maschilista, diremmo oggi, proietta la sua esperienza. Per il suo seminario Visioni userà le immagini che Christiana Morgan aveva realizzato durante la sua analisi e solo quando lei lo scoprirà renderà pubblico il suo nome – oggi è emozionante poter toccare con mano, anzi con i guanti, le immagini custodite dal Bildarchiv dello Jung Institut. Sandra Petrignani aggiunge alla (reale) frequentazione del passato un ulteriore e ultimo incontro: la sua ex paziente e amante lo vuole rivedere ancora una volta.
Il lettore studioso, ma anche quello semplicemente curioso, un po’ si orienta e un po’ si disorienta. Si chiede quali siano le sue proiezioni. Freud padre geniale, Jung maestro saggio, Sabina Spielrein e Toni Wolff, donne che sanno amare. Poi, a partire anche dalla propria esperienza di vita, decide. Se rimanere attaccato al dato, anche quello più minuto, oppure inseguire la forma della fiction che offre possibilità fantastiche infinite.
giovedì 7 maggio 2026
Per una filosofia dell'amore
André Comte-Sponville
L'amore
«Amare è gioire». Aristotele
L'amore è l'argomento più interessante. Prima di tutto in se stesso, per la felicità
che promette o sembra promettere – perfino per quella, talvolta, che minaccia o
fa perdere. Quale argomento, tra amici, più piacevole, più intimo, più forte?
Quale discorso, tra amanti, più segreto, più dolce, più conturbante? E cosa c'è di
più appassionante, tra sé e sé, della passione?
Si obietterà che ci sono altre passioni oltre a quelle amorose, altri amori oltre a
quelli passionali... Questo, che è verissimo, conferma la mia tesi: l'amore è
l'argomento più interessante, non solo in se stesso – per la felicità che promette
o compromette – ma anche indirettamente: perché ogni interesse lo presuppone.
Ti interessi particolarmente allo sport? Significa che ami lo sport. Al cinema?
Significa che ami il cinema. Al denaro? Significa che ami il denaro, o ciò che esso
ti permette di acquistare. Alla politica? Significa che ami la politica, o il potere, o
la giustizia, o la libertà... Al tuo lavoro? Significa che lo ami, o che ami perlomeno
ciò che esso ti porta o ti porterà... Alla tua felicità? Significa che ami te stesso,
come tutti, e che la felicità non è altro, magari, che l'amore di ciò che si è, di ciò
che si ha, di ciò che si fa... Ti interessi di filosofia? Essa porta l'amore nel suo
nome (philosophia, in greco, è l'amore della saggezza) e nel suo oggetto (quale
altra saggezza se non quella d'amare?). Socrate, da tutti i filosofi onorato, non ha
mai aspirato ad altro. Ti interessi, ancora, al fascismo, allo stalinismo, alla morte,
alla guerra? Significa che li ami, o che ami, più verosimilmente, più giustamente,
ciò che resiste loro: la democrazia, i diritti dell'uomo, la pace, la fraternità, il
coraggio...
Tanti amori diversi quanti i diversi interessi. Ma nessun interesse
senza amore, e questo mi riporta al punto di partenza: l'amore è l'argomento più
interessante, e nessun altro ha interesse se non in proporzione all'amore che vi
mettiamo o vi troviamo.
Bisogna dunque amare l'amore o non amare niente – bisogna amare l'amore o
morire; per questo l'amore, non il suicidio, è il solo problema filosofico davvero
serio.
Sto pensando, come si è capito, a ciò che scriveva Albert Camus, all'inizio del
Mito di Sisifo: «Non c'è che un problema filosofico davvero serio: è il suicidio.
Giudicare se la vita vale o non vale la pena di essere vissuta, significa rispondere
alla domanda fondamentale della filosofia». Sottoscriverei volentieri la seconda
di queste frasi; ed è ciò che mi impedisce nel modo più assoluto di acconsentire
alla prima. La vita vale la pena di essere vissuta? Il suicidio sopprime il
problema, più che risolverlo; solo l'amore, che non lo sopprime (poiché la
domanda si pone di nuovo tutte le mattine e tutte le sere), lo risolve più o meno,
fintanto che siamo vivi, e ci mantiene in vita.
Che la vita valga o no la pena di
essere vissuta, anzi che essa valga o no la pena e il piacere di essere vissuta,
dipende per prima cosa dalla quantità d'amore di cui si è capaci. E ciò che aveva
capito Spinoza: «Tutta la nostra felicità e tutta la nostra miseria non risiedono
che in un solo punto: a quale sorta di oggetto siamo attaccati dall'amore?». La
felicità è un amore felice, o molti; l'infelicità, un amore infelice o mancanza del
tutto di amore. La psicosi depressiva o melancolica, dirà Freud, si caratterizza in
primo luogo per «la perdita della capacità di amare», compresa quella di amare
se stessi. Non c'è da stupirsi se essa è così spesso suicida.
È l'amore che fa vivere,
poiché è esso a rendere la vita amabile. È l'amore che salva; si tratta dunque di
salvare l'amore.
Ma quale amore? E per quale oggetto?
L'amore, infatti, è indubbiamente molteplice, come innumerevoli sono i suoi
oggetti. Si può amare il denaro o il potere, ho detto, ma anche i propri amici,
quell'uomo o quella donna di cui si è innamorati, i propri figli, i genitori, perfino
uno sconosciuto: colui che è qui, semplicemente, ed è ciò che chiamiamo il
prossimo.
Si può anche amare Dio, se ci si crede. E credere in sé, se ci si ama almeno un po'.
L'unicità della parola, per tanti amori diversi, è fonte di confusioni, perfino –
perché il desiderio inevitabilmente vi si intromette – di illusioni. Sappiamo di
cosa parliamo, quando parliamo d'amore? Non approfittiamo molto spesso
dell'equivoco della parola per nascondere o abbellire degli amori equivoci,
intendo dire egoistici o narcisistici, per raccontarci delle storie, per fingere di
amare qualcosa di diverso da noi stessi, per mascherare – più che per correggere
– i nostri errori o i nostri malvezzi?
L'amore piace a tutti. Questo, che è fin
troppo comprensibile, dovrebbe indurci alla vigilanza. L'amore della verità deve
accompagnare l'amore dell'amore, illuminarlo, guidarlo, a rischio di smorzarne,
forse, l'entusiasmo. Che si debba amare se stessi, per esempio, è evidente: come
potrebbe venirci chiesto, sennò, di amare il nostro prossimo come noi stessi? Ma
che si ami spesso solo se stessi, o per se stessi, è un dato di fatto ed è un pericolo.
Perché ci verrebbe chiesto, altrimenti, di amare anche il nostro prossimo?
Sarebbero necessarie parole diverse per amori diversi. Non mancano certo le
parole: amicizia, tenerezza, passione, affetto, attaccamento, inclinazione,
simpatia, tendenza, diletto, adorazione, carità, concupiscenza... Non si ha che
l'imbarazzo della scelta e questo, in effetti, è molto imbarazzante.
I Greci, forse
più lucidi di noi, o più sintetici, si servivano principalmente di tre parole, per
designare tre amori differenti. Sono i tre nomi greci dell'amore, e i più
illuminanti, che io sappia, in tutte le lingue: eros, philía, agape. Ne ho parlato a
lungo nel mio Piccolo trattato delle grandi virtù. Qui posso solo indicare
brevemente qualche traccia.
Che cos'è l'eros? È la mancanza ed è la passione amorosa. È l'amore secondo
Platone: «Ciò che non si ha, ciò che non si è, ciò di cui si è privi, ecco gli oggetti
del desiderio e dell'amore». È l'amore che prende, che vuole possedere e tenere.
Ti amo: ti voglio. E il più facile. È il più violento. Come non amare ciò che manca?
Come amare ciò che non manca? È il segreto della passione (che non dura se non
nella mancanza, nell'infelicità, nella frustrazione); è il segreto della religione
(Dio è ciò che manca in senso assoluto). Come potrebbe un tale amore esser
felice senza la fede? È necessario che esso ami ciò che non ha e quindi soffra, o
che abbia ciò che non ama più (poiché non ama che ciò di cui è privo) e quindi si
annoi... Sofferenza della passione, tristezza delle coppie: non c'è amore (eros)
felice.
Ma come si può essere felici senza amore? E come, amando, non esserlo mai? Il
fatto è che Platone non ha ragione su tutto, né sempre.
Il fatto è che la mancanza
non è l'essenziale dell'amore: ci capita anche, talvolta, di amare ciò che non ci
manca – di amare ciò che abbiamo, ciò che facciamo, ciò che è – e di gioirne
gioiosamente, sì, di gioirne e di rallegrarcene! Questo è ciò che i Greci chiamano
philía, diciamo che è l'amore secondo Aristotele («Amare è gioire») e il segreto
della felicità. Noi amiamo allora ciò che non ci manca, ciò di cui gioiamo, e questo
ci rallegra, anzi il nostro amore è questa gioia stessa. Piacere del coito e
dell'azione (l'amore che si fa), felicità delle coppie e degli amici (l'amore che si
condivide): non c'è amore (philía) infelice.
L'amicizia? È così che si traduce abitualmente philía, riducendone alquanto il
campo o la portata. Perché questa amicizia non è esclusiva né del desiderio (che
allora non è più mancanza ma potenza), né della passione (eros e philía possono
mescolarsi e si mescolano spesso), né della famiglia (Aristotele designa con
philía tanto l'amore tra genitori e figli quanto l'amore tra coniugi: un po' come
Montaigne, più tardi, parlerà dell'amicizia maritale), né dell'intimità, così
conturbante e preziosa, degli amanti... Non è più, o non è più soltanto, ciò che san
Tommaso chiamava l'amore di concupiscenza (amare l'altro per il proprio
bene); è l'amore di benevolenza (amare l'altro per il suo bene) e il segreto delle
coppie felici. Perché si sospetta che questa benevolenza non escluda la
concupiscenza: tra amanti, al contrario, essa se ne nutre e la illumina. Come non
rallegrarsi del piacere che si dà o che si riceve? Come non voler bene a colui o
colei che ci vuole bene?
Questa benevolenza gioiosa, questa gioia benevola, che i Greci chiamavano
philía, è, dicevo, l'amore secondo Aristotele: amare è gioire e volere il bene di
colui che si ama. Ma è anche l'amore secondo Spinoza: «una gioia – si legge
nell'Etica – che accompagna l'idea di una causa esterna». Amare è gioire di. Per
questo non c'è altra gioia che d'amare; per questo non c'è altro amore, per
principio, oltre quello gioioso. La mancanza? Non è l'essenza dell'amore; è un
suo accidente, quando il reale ci manca, quando il lutto ci ferisce o ci strazia. Ma
non ci ferirebbe se non fosse già lì la felicità, quand'anche in sogno. Il desiderio
non è mancanza; l'amore non è mancanza: il desiderio è potenza (potenza di
gioire, godimento in potenza), l'amore è gioia. Tutti gli amanti lo sanno, quando
sono felici, e tutti gli amici. Ti amo: sono felice che tu esista.
Agape? Ancora una parola greca, ma molto tarda. Di una tale parola, né Platone,
né Aristotele, né Epicuro poterono mai fare uso. A loro bastavano eros e philía:
non conoscevano che la passione o l'amicizia, la sofferenza della mancanza o la
gioia della condivisione. Ma si dà il caso che un piccolo ebreo, molto dopo la
morte di quei tre, si sia messo a un tratto, in una lontana colonia romana, in un
improbabile dialetto semitico, a dire delle cose sorprendenti: «Dio è amore...
Amate il vostro prossimo... Amate i vostri nemici...». Queste frasi, senz'altro
insolite in tutte le lingue, sembravano quasi intraducibili in greco. Di quale
amore poteva trattarsi? Eros? Philía? Questo ci condannerebbe all'assurdo. Come
potrebbe Dio mancare di qualsiasi cosa? Essere amico di chicchessia? «C'è
qualcosa di ridicolo – diceva già Aristotele – nel dirsi amici di Dio». Di fatto, non
si vede come la nostra esistenza, così misera, così insignificante, potrebbe
accrescere l'eterna e perfetta gioia divina... E chi potrebbe ragionevolmente
chiederci di innamorarci del nostro prossimo (vale a dire di tutti e di chiunque!)
o di essere amici, per assurdo, dei nostri nemici? Tuttavia era necessario
tradurre questo insegnamento in greco, come lo si farebbe oggi in inglese,
affinché fosse compreso dalla gente... I primi discepoli di Gesù, perché è
ovviamente di lui che si tratta, dovettero per questo inventare o divulgare un
neologismo, coniato a partire da un verbo (agapao: amare) che non aveva un
sostantivo usuale: ciò portò ad agape, che i Latini avrebbero tradotto con caritas,
e noi, più spesso, con carità... Di che cosa si tratta? Dell'amore del prossimo, per
quanto ne siamo capaci: dell'amore per colui che non ci manca né ci fa del bene
(di cui non siamo né innamorati né amici), ma che è lì, semplicemente lì, e che
bisogna amare senza alcun profitto, per niente, anzi per lui, chiunque sia,
indipendentemente da quanto valga, da ciò che faccia, anche se fosse nostro
nemico... È l'amore secondo Gesù Cristo, è l'amore secondo Simone Weil o
Jankélévitch, e il segreto, se essa è possibile, della santità. Non si confonderà
questa gentile e amorosa carità con l'elemosina o la condiscendenza: si
tratterebbe piuttosto di una amicizia universale, perché liberata dall'ego (che
non è il caso dell'amicizia semplice: «perché era lui, perché ero io» dirà
Montaigne a proposito della sua amicizia per La Boétie), liberata dall'egoismo,
liberata da tutto, e per questo liberatrice. Sarebbe l'amore di Dio, se esiste («Ho
Theós agápe éstin» si legge nella prima epistola di san Giovanni: Dio è amore), e
ciò che vi si avvicina di più, nei nostri cuori o nei nostri sogni, se Dio non esiste.
Eros, agape: l'amore che manca o che prende; l'amore che si rallegra e condivide;
l'amore che accoglie e dona... Che non ci si affretti troppo a voler scegliere fra i
tre! Quale gioia senza mancanza? Quale dono senza condivisione? Se occorre
distinguere, almeno intellettualmente, questi tre amori, o questi tre tipi d'amore,
o gradi dell'amore, è soprattutto per capire che sono tutti e tre necessari, tutti e
tre legati, e per illuminare il processo che conduce dall'uno all'altro. Non sono
tre essenze, che si escludono reciprocamente; sono piuttosto tre poli di uno
stesso campo, il campo dell'amare, o tre momenti di uno stesso processo, quello
del vivere.
Eros viene sempre primo, come ci ricorda Freud, dopo Platone e
Schopenhauer; agape è la meta (verso la quale possiamo almeno tendere), che i
Vangeli non smettono di indicarci; infine philia è il cammino: ciò che trasforma la
mancanza in capacità, e la povertà in ricchezza.
Guardate il bambino che prende il latte al seno. E guardate la madre che glielo
offre. Di certo è stata prima una bambina: cominciamo tutti col prendere, ed è
già un modo di amare. Poi impariamo a dare, almeno un po', almeno qualche
volta, ed è il solo modo di essere fedeli fino in fondo all'amore ricevuto,
all'amore umano, mai troppo umano, all'amore così debole, così inquieto, così
limitato, e che tuttavia è come un'immagine dell'infinito, all'amore di cui siamo
stati oggetto e che ci ha resi soggetti, all'amore immeritato che ci precede come
una grazia, che ci ha generati e non creati, all'amore che ci ha cullati, lavati,
nutriti, protetti, consolati, all'amore che ci accompagna, definitivamente, e che ci
manca, e che ci rallegra, e che ci sconvolge, e che ci illumina... Se non ci fossero le
madri, cosa sapremmo dell'amore?
Se non ci fosse l'amore, cosa sapremmo di
Dio?
Una dichiarazione d'amore filosofica? Potrebbe essere, per esempio, questa:
C'è l'amore secondo Platone: «Ti amo, mi manchi, ti voglio». C'è l'amore secondo
Aristotele o Spinoza: «Ti amo: sei la causa della mia gioia, e questo mi rallegra».
C'è l'amore secondo Simone Weil o Jankélévitch: «Ti amo come me stesso, che
non sono niente, o quasi niente, ti amo come Dio ci ama, se esiste, ti amo come
chiunque: metto la mia forza al servizio della tua debolezza, la mia poca forza al
servizio della tua immensa debolezza...».
Eros, agape: l'amore che prende, che non può che gioire o soffrire, possedere o
perdere; l'amore che si rallegra e condivide, che vuole bene a colui che ci fa del
bene; insomma, l'amore che accetta e protegge, che dona e si abbandona, che
non ha neanche più bisogno di essere amato...
Ti amo in tutti questi modi: ti prendo avidamente, condivido gioiosamente la tua
vita, il tuo letto, il tuo amore, mi dono e mi abbandono dolcemente...
Grazie di essere ciò che sei: grazie di esistere e di aiutarmi a esistere!
(Da: Discorsi brevi sui grandi temi della filosofia, Angelo Colla editore 2010, pp. 35-42)
Amore e morte per gioco
Adelia Pantano
Uccise l'amante in un gioco erotico: ora dovrà risarcire 450mila euro a moglie e figlie
La Stampa, 6 maggio 2025
Circa 450 mila euro di risarcimento, oltre agli interessi e alle spese legali, da versare alla moglie e alle tre figlie di Riccardo Sansebastiano. Lo ha stabilito nei giorni scorsi il Tribunale civile di Alessandria, chiamato a quantificare il danno dopo la condanna definitiva di Gianna Damonte per omicidio colposo nella vicenda della morte del dirigente Atc novese, morto per asfissia l’11 luglio 2016 durante un gioco erotico.
La sentenza civile arriva dopo il pronunciamento della Corte d’Assise d’Appello di Torino che nel 2022 aveva confermato per la donna la condanna a un anno di reclusione per omicidio colposo, riconoscendo però il concorso di colpa della stessa vittima. Anche il giudice civile del Tribunale di Alessandria Matteo Martorino Venturini ha mantenuto quella valutazione, stabilendo che Sansebastiano abbia contribuito al 60% al proprio decesso. Di conseguenza il danno complessivo è stato liquidato nella misura del 40%.
La sentenza
A promuovere il procedimento civile è stato l’avvocato Massimo Grattarola, legale dei familiari della vittima. La donna era invece difesa dall’avvocata Anna Clorinda Ronfani. «La sentenza è equilibrata – commenta Grattarola –, anche se forse poteva essere aumentato per quanto riguarda il danno subito dalla vittima: Sansebastiano ha sofferto mezz’ora, tempo in cui ha agonizzato e ha capito che stava arrivando la morte. Per tutto il resto va bene così: la famiglia non vuole andare oltre, se non saranno costretti da un eventuale appello».
La vicenda
La vicenda risale all’estate del 2016. Sansebastiano, allora 61enne e dirigente Atc di Alessandria, si trovava in una mansarda di via Maggioli, al quartiere Cristo, insieme alla donna con cui aveva una relazione extraconiugale da diversi anni. I due praticavano da tempo giochi erotici di bondage. Quel pomeriggio qualcosa è andato storto.
Secondo quanto ricostruito nel processo, l’uomo è stato legato a un palo all’interno dell’appartamento, dove la temperatura aveva superato i 35 gradi. La donna si è allontanata per alcune ore, come concordato tra i due, ma al ritorno ha trovato Sansebastiano agonizzante. Inutili i tentativi di rianimazione del 118: l’uomo è morto dopo una lunga agonia, soffocato anche a causa delle legature e del caldo.
Morto per un gioco erotico: “Voleva essere legato e lasciato solo”
L’imputata, accusata in Corte d’Assise di omicidio preterintenzionale per la morte dell’amante, racconta il tragico giorno dell’11 luglio 2016. L’esperto di bondage: “Un errore abbandonarlo”
silvana mossano

ALESSANDRIA. Ho conosciuto Riccardo Sansebastiano nel 1978, per motivi professionali. La nostra relazione? È iniziata tra il ’96 e il ’97. Quella pratica sessuale? Da almeno una decina d’anni». Gianna Damonte, imputata in Corte d’Assise per omicidio preterintenzionale, racconta come se vedesse un film, anzi come se lo rivedesse per l’ennesima volta fotogramma per fotogramma, il giorno tragico dell’11 luglio 2016 quando il suo amante morì asfissiato per impiccamento nel contesto di un gioco erotico finito male. «Mi aveva mandato un sms mentre ero in ufficio (lei architetto all’Atc, lui ingegnere ne era stato direttore): mi aspettava».
L’alloggio con mansarda, in una palazzina di Maggioli, era il loro rifugio d’amore «da almeno una decina d’anni».
La testimonianza
Intorno all’una lei arriva: «Mi ha aperto la porta, aveva già le unghie laccate di rosso e indossava una calzamaglia a rete. Abbiamo preso un drink, poi siamo saliti in mansarda». Un rituale già sperimentato, quindi senza il sospetto di insidie. Era una giornata molto calda. I consulenti, della procura e della difesa, dissentono anche vivacemente sull’effettiva temperatura e sul suo grado di tollerabilità. «Un calore normale come in una casa d’estate, non era la prima volta» dice semplicemente Giovanna Damonte. «Sansebastiano (si riferisce a lui per cognome, ndr) si è seduto per terra e ha appoggiato la schiena al palo». Era uno degli strumenti utilizzati per il «bondage, una pratica sessuale teorizzata negli anni ’50, ’60, ora in aumento» spiega Davide La Greca, consulente del pm.
L’esperto
L’esperto tiene corsi e conferenze sulla materia, ha scritto un paio di libri. «È un’attività consensuale tra adulti – ha spiegato – in cui c’è un “dominante” e un “sottomesso”». Uno che lega e l’altro che chiede di essere legato, «ma bisogna garantire la massima sicurezza possibile». È comunque fondamentale che «il consenso (a farsi legare, ndr) possa sempre essere revocabile; pertanto, la situazione deve essere costantemente monitorata dal “dominante”». Addirittura, «è sconsigliabile allontanarsi di soli 5 o 6 metri – ha detto l’esperto –. Se ci si deve allontanare si deve individuare un “baby sitter”, cioè qualcuno che tenga sotto controllo». Che cosa è venuto a mancare nel caso di Sansebastiano-Damonte? «Il patto di sicurezza è stato rotto dall’assenza dell’altro».
Gianna Damonte ha legato l’uomo «come voleva lui: io non amavo molto questa prassi – ha spiegato –, ma lui voleva essere legato». E lei lo assecondava. Quel giorno, in particolare, «mi ha chiesto di mettergli le manette ai polsi, una catena (la chiama “collana”, ndr) al collo e una fascia al petto entrambe avvolte attorno al palo». Poi la donna è tornata in ufficio, lasciandolo solo «come voleva lui», perché anche questo «abbandono» fa parte del gioco. «È prevista nel bondage l’assenza mascherata – ha precisato l’esperto –, cioè far finta di allontanarsi, ma l’assenza totale non deve avvenire nemmeno per un tempo minimo». Damonte è uscita intorno alle 14,15 ed è tornata poco dopo le 17. «Sono salita in mansarda, Sansebastiano era rantolante, l’ho liberato, gli ho dato dell’acqua, ho tentato un massaggio cardiaco e ho chiamato il 118». Troppo tardi.
Il processo è avviato a conclusione. Il 13 gennaio è fissata la discussione: requisitoria del pm Alessandria, e arringhe del legale di parte civile Massimo Grattarola e del difensore Stefano Savi. Poi la Corte, presieduta da Maria Teresa Guaschino, deciderà il verdetto, in pieno inverno che manco si riesce a ricordare quanto faceva caldo in quel tragico e raggelato giorno d’estate.
martedì 5 maggio 2026
Il leader narcisista
Consumismo, spinte competitive, individualismo sono esempi di come la cultura dei nostri giorni ha rinforzato la glorificazione di sé che spinge al narcisismo. Benché lo spirito competitivo faccia parte della natura umana, in alcuni può tradursi in un tratto totalizzante del carattere. Costoro vedono il mondo quasi esclusivamente in termini di “vincenti” e “perdenti”, e perdere è inaccettabile. Muovendo da una approfondita analisi del mito di Narciso, Manfred F.R. Kets de Vries, studioso della leadership di fama mondiale, evidenzia le varie forme in cui si esprime il narcisismo. Successivamente, esplora differenti strategie per la gestione delle persone narcisistiche. Vengono introdotti concetti come l’alleanza di lavoro, l’altalena emotiva, la tattica del sandwich e il bisogno di essere empatici. Inoltre, riferendosi al cambiamento in un contesto di gruppo, viene presentata l’importanza delle dinamiche psicologiche del gruppo nel suo insieme. Il testo di de Vries offre un metodo unico e originale per esplorare le ramificazioni della leadership narcisistica. (presentazione editoriale)
Massimiliano
Panarari
Il
leader ha sempre ragione
La Stampa, 13 luglio 2019
Da
sempre la figura del «N. 1» conta tanto, in politica e in economia.
Ma mai come nella nostra postmodernità la leadership è diventata
oggetto di attenzione collettiva, e viene considerata un attributo
indispensabile per governare processi e organizzazioni. E, così,
assistiamo all’irrompere, e al rapido consumarsi, di leadership
«intermittenti», che durano magari soltanto «lo spazio di un
mattino». Leadership conquistate, sempre più spesso, sui social e a
colpi di like, anziché sul campo. E vediamo il dilagare, dopo il
marketing politico, dello storytelling, al punto che il successo di
queste leadership «liquide» si gioca molto sulla costruzione di
narrazioni seduttive (come mostra Sofia Ventura nel suo ultimo
libro, I
leader e le loro storie,
il Mulino, pp. 312 €26, presentato in anteprima a febbraio su La
Stampa). E per abbagliare e inebriare, in questa fase storica, paga
sempre di più la postura populista e anti-establishment, quella dei
tanti leader – da Marine Le Pen a Nigel Farage, fino a Matteo
Salvini – raccontati dal giornalista e studioso Carlo Muzzi
in Euroscettici (Le
Monnier, pp. 178 €14).
E la leadership è anche, naturalmente,
tematica di studio per la psicologia, che l’ha affrontata in modo
copioso in questi anni specialmente sul versante aziendale. Ecco
perché si rivela una lettura opportuna il volume di un’autentica
autorità in materia, Manfred F. R. Kets de Vries, psicanalista e
docente di Gestione delle risorse umane all’Insead di Fontainebleau
(una delle principali business school del mondo). In Leader,
giullari e impostori (Raffaello
Cortina, pp. 269 €16), sulla scorta di Sigmund Freud, l’autore si
dedica a smontare la visione della razionalità manageriale applicata
alla leadership.
Un assunto che de Vries ritiene valido per
qualunque tipo di impresa, tanto economica che politica, e che
sviluppa, da psicoterapeuta, in chiave clinica, sottolineando quanto
le motivazioni inconsce e la realtà intrapsichica giochino un ruolo
decisivo anche nella testa di chi prende decisioni. Insomma, non
siamo dalle parti delle «sorti magnifiche e progressive» della
«leadership trasformazionale» sviluppata nel 1985 dallo studioso di
modelli organizzativi Bernard Bass (1925-2007), quella basata su
un’alleanza autentica tra leader e follower, dove la fiducia viene
costantemente rinnovata e coincide, per citare (e parafrasare) Ernest
Renan, con una sorta di «plebiscito di tutti i giorni». No, lo
psicanalista – che fa iniziare gli studi sulla questione con
la Repubblica di
Platone – preferisce esporre il dark side della problematica per
mettere in guardia i lettori (e i cittadini), documentando quanto si
riveli faticosa, se non impervia, la strada che conduce
all’affermazione di una leadership equilibrata e positiva. Ancor
più in questi nostri giorni di trionfo della disintermediazione,
dove la propensione biologica al comportamento gregario si sposa con
l’imperialismo della comunicazione.
Ecco perché l’autore
punta, invece, ad «andare ai fondamentali», e alle radici
psicologiche della leadership. Freudianamente, de Vries interpreta la
relazione tra il leader e il gregario nei termini di un «transfert
idealizzante», una proiezione per cui il secondo, per sentirsi più
protetto (analogamente a quello che fa il figlio con il padre),
sovraccarica il primo di talenti, qualità e poteri. Questa
identificazione, fondata su una forma di rispecchiamento personale,
la si ritrova oggi abbondantemente in politica, ed è alla base della
creazione di universi fittizi e aspettative illusorie che permangono,
nonostante attraverso il dato di realtà si manifesti il contrario di
quanto affermato dal leader.
Un’altra patologia, in questo
caso interamente del leader, viene da un’infanzia e un’età
evolutiva in cui il futuro capo abbia avvertito una difformità tra
il suo bisogno di protezione e il livello delle cure parentali: ne
deriveranno una fame inesauribile di potere e una serie di «fantasie
consolatorie di onnipotenza».
La tipologia è quella del leader
narcisistico, agli antipodi di un altro personaggio molto
problematico quando arriva al potere, che l’urbanista William H.
Whyte descrisse già nel 1956 nel libro L’uomo
dell’organizzazione.
Ossia il dirigente grigio e noioso, indispensabile al funzionamento
organizzativo, ma affetto da alessitimia come indica de Vries,
l’«incapacità di esprimere sentimenti». E, quindi, vocato a
soffocare la creatività altrui per evitare il benché minimo rischio
di conflitto, e a convertire qualunque cosa in procedura e
routine.
Poi ci sono la «legge del taglione», che viene
applicata dal leader sulla via del ritiro, e il «complesso
dell’edificio» di chi, sul viale del tramonto, rimane attaccato al
potere il più a lungo possibile. E le distorsioni non finiscono qui.
Con un solo antidoto all’arroganza del potere: l’umorismo.
Servono, sostiene de Vries, delle figure di «giullari
organizzativi», anche se oggi non hanno vita facile.
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