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giovedì 27 novembre 2025

Cambiare le regole del gioco

Andrea Carugati
Premierato e legge elettorale: l'assalto di FdI

il manifesto, 27 novembre 2025

Attacco a due punte di Fdi su legge elettorale e premierato. La premier, dopo il brusco risveglio delle regionali e le proiezioni che la vedono ballare nei collegi uninominali, ha deciso di vendere cara la pelle. Di piegare le regole del gioco con l’obiettivo di restare al potere. E così ieri prima il presidente del Senato la Russa, poi il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, hanno rilanciato le due riforme care a Meloni, che si tengono tra loro: legge elettorale e elezione diretta del premier.

«C’è il rischio di un pareggio, con una situazione di stallo che comporta un danno per i cittadini che non vedrebbero un governo deciso da loro ma un governo tecnico», ha detto ieri La Russa alla presentazione del nuovo libro di Bruino Vespa. «Per questo va esaminata la legge elettorale, con una riforma pensata non per avvantaggiare qualcuno ma per evitare lo stallo. Questo è l’appello che rivolgo alle forze politiche: serve una riforma bipartisan, la migliore sembra essere quella regionale, la Tatarella». Legge che prevede l’elezione diretta dei presidenti di regione con un premio di maggioranza alla coalizione più votata.

NELLE STESSE ORE il governo chiede alla capigruppo di Montecitorio di portare in aula a gennaio la riforma costituzionale del premierato che giace alla Camera dopo il primo sì del Senato a giugno 2024. Una riforma incanalata su un binario morto, che la premier vuole invece riesumare. «Se la maggioranza decide di utilizzare il tempo che resta per completare il premierato i tempi ci sono, il problema è la scelta politica», dice La Russa.

E POCO DOPO ARRIVA l ’annuncio di Fazzolari: «Completeremo la riforma del premierato nel corso della legislatura, e poi verrà sottoposto al giudizio degli italiani», dice alla festa per i 25 anni di Libero. «Avevamo detto che avremmo fatto una serie di riforme, la giustizia l’abbiamo fatta, le mettiamo a disposizione degli italiani». Fazzolari entra con entrambi i piedi anche nella legge elettorale: «Noi vorremmo immaginare una legge già adatta al premierato. Il referendum con ogni probabilità si terrà nella prossima legislatura, a quel punto sarebbe già bene avere una legge elettorale che rispecchia quella che dovrà essere adottata». «Credo che il sistema che vige per sindaci o regioni, dove tendenzialmente l’elettore sa chi sarà a guidare il governo, è il modello che andrebbe seguito: un proporzionale con premio di maggioranza e indicazione del presidente del Consiglio».

Anche il sottosegretario finge di tendere la mano alle opposizioni: «È importante il dialogo. Ci auguriamo che anche loro vogliono immaginare una legge che rimanga nel tempo e vada scelta a prescindere da chi forse oggi potrebbe trarne vantaggio».

IL DISEGNO È CHIARO: approvare il premierato in modo solo simbolico, sulla carta, e attuarlo de facto con la nuova legge elettorale, fatta perché Meloni sa di non poter vincere con i collegi dell’attuale Rosatellum, visto che da Roma in giù la destra rischia una batosta. Prima di tutto la premier dovrà trovare l’intesa nella maggioranza. «Il modello dei collegi uninominali per noi è quello migliore, perché è quello dove un partito come il nostro può esprimere un valore aggiunto e quindi avere una rappresentanza maggiore», dice il capogruppo della Lega alla Camera Riccardo Molinari. «Per questo non è prioritario per la Lega cambiare la legge elettorale». E Tajani aggiunge: «Non metterei il nome del premier sulla scheda, non so quanto sia compatibile con la nostra Costituzione».

LE OPPOSIZIONI SONO pronte alle barricate. Ancor più dopo che Fdi ha legato in modo indissolubile la riforma elettorale e l’elezione diretta del premier. «Per noi è il premierato è una riforma inaccettabile che mette in pericolo l’equilibrio tra poteri dello stato e faremo opposizione durissima, tutto questo con lo sfondo della legge elettorale», dice la capigruppo Pd Chiara Braga. «È chiaro il motivo per cui vogliono cambiarla: hanno paura di perdere». «Vogliono far vincere la destra a tavolino», attacca Andrea Orlando.

E il segretario di + Europa Riccardo Magi: «Il combinato disposto tra premierato e legge elettorale Meloncellum, cioè un Porcellum in salsa meloniana, è l’anticamera dei pieni poteri che tanto vorrebbe Giorgia Meloni. Serve una opposizione durissima». Fdi ha invitato Schlein ad Atreju, la festa di partito che si terà a Roma dal 6 al 14 dicembre. La leader Pd ha detto che andrà solo se ci sarà un faccia a faccia con la premier. In cui, certamente, le riforme istituzionali sarebbero uno dei temi principali.

martedì 3 giugno 2025

Dove sta la maggioranza

 

Contro l’eutanasia democratica

Strappi autoritari Tre sono i modi per instaurare un regime autoritario. Uno è il colpo di stato militare. Un secondo modo sono i colpi di stato compiuti da milizie private. Il terzo modo è l’eutanasia democratica

Alfio Mastropaolo 
il manifesto, 3 giugno 2025


 Tre sono i modi per instaurare un regime autoritario. Uno è il colpo di stato militare. In Europa gli esempi sono il franchismo e i colonnelli greci. Un secondo modo sono i colpi di stato compiuti da milizie private. Come nel caso del fascismo e del nazismo, peraltro instaurati entrambi con la complicità di autorità legittime. Il terzo modo è l’eutanasia democratica, compiuta da governi instaurati nel rispetto delle procedure democratiche.

E la tecnica oggidì preferita: l’autoritarismo interviene in un momento successivo. Vinte le elezioni, si riscrive legalmente il perimetro della legalità democratica. Due esempi prossimi sono il regime di Orbàn in Ungheria e in Turchia quello di Erdogan. La tradizione di pluralismo democratico di quei paesi era fragile e l’eutanasia democratica ha suscitato scandalo, ma non allarme. Ne suscita invece il ritorno di Trump e il suo operato. Vi sono ottime ragioni per temere che l’Italia a guida Meloni se ne senta incoraggiata e voglia insistere nel suo progetto di eutanasia, del resto già ampiamente avviato.

I fattori che hanno predisposto la democrazia italiana a questo rischio sono tanti e di lunga lena. Da ultimo le tattiche elettorali dei partiti democratici. Il rifiuto nel 2023 anche solo di un’intesa tecnica tra le formazioni “non di destra” ha consegnato il governo a una destra reazionaria che solo qualche studioso o miope, o simpatetico, può considerare democratica. Basta osservarne le matrici culturali (merita la lettura il bel libro di S. Forti, Estrema destra 2.0, Castelvecchi, 2025).

E evidente che le componenti sedicenti liberali stanno lì solo quali garanti presso il Partito popolare europeo che pure di suo è molto accomodante. L’errore tattico è stato così clamoroso da alimentare il sospetto che qualcuno abbia preferito il successo della destra ai compromessi minimali richiesti da un’intesa tecnica.
Tra patetiche esibizioni di nazionalservilismo prono agli amici americani – come la dissociazione dalla timida condanna di gran parte dei paesi Ue del genocidio di Gaza – gli strappi autoritari si susseguono.

Dal respingimento dei migranti alla provocatoria gestione dell’ordine pubblico, alla guerra ai poveri e al lavoro dipendente a colpi di tagli al welfare e condoni fiscali. Vi rientra la devastazione, anzitutto culturale, cui il ministro Valditara sottopone il sistema d’istruzione. Le nuove norme sulla sicurezza si sommano al tentativo di sottomettere il potere giudiziario, alla progettata neutralizzazione della Corte dei conti, alla sistemazione di figure compiacenti in tutte le istituzioni, anche tecniche. Per coronare il progetto è aperto il cantiere del premierato e della riforma delle leggi elettorali, nazionali e locali.

Inutile girarci intorno. I partiti d’opposizione per primi dovrebbero intendere l’urgenza di vanificare questo disegno, trovando la forza, anzitutto morale, di mettere in via provvisoria a tacere i loro fisiologici contrasti e di coalizzarsi a difesa del regime democratico. La loro in parlamento è una posizione di minoranza e di grave debolezza. Ma la politica non si riduce all’azione parlamentare.

Sarebbe sacrosanta una dichiarazione congiunta che da subito annunci che, ove fosse unilateralmente modificata la legislazione elettorale e si adottasse il premierato, le opposizioni costituirebbero uno schieramento unitario. Sarebbe un modo per costringere la maggioranza a desistere, o a negoziare, o comunque per ostacolare una vittoria elettorale altrimenti inevitabile. La destra non era maggioranza tra i votanti nel 2023. Non lo è neanche adesso e tutte le sue possibilità di successo si fondano sulle divisioni delle opposizioni.

Sarebbe anche un modo per rendere il paese più consapevole dell’emergenza in cui versa il regime democratico. L’azione delle forze politiche d’opposizione, magari affiancate dai sindacati, non sarà tuttavia sufficiente. Servirà l’azione dei cittadini, che, in linea di principio, dovrebbero essere loro i protagonisti dell’autodifesa democratica. Oltre a votare – se possibile, ai prossimi referendum – possono far altro. La democrazia deve essere pacifica, ma va costantemente difesa con armi pacifiche.

Molte delle nuove norme sulla sicurezza sono intese ad alzare il costo della protesta o a impedirla. Bisogna trovare nuovi modi per condurla. Senza violenze e senza provocazioni superflue. A parte offrire il destro alla brutalità delle forze dell’ordine e intasare i tribunali, ogni spintone e ogni bandiera bruciata sono un regalo alla destra. L’elettorato invecchia, per varie ragioni gli anziani sono più assidui alle urne dei giovani e tra loro l’allarmismo sicuritario della destra trova terreno fertile.

Ma non c’è solo la piazza. Sono tecniche di resistenza pacifica – da studiare con cura – la disobbedienza civile, la controinformazione, il cielo sa se ce n’è bisogno, i boicottaggi, i flash mob, lo sciopero dei consumi. Anche i lenzuoli ai balconi possono restare appesi anche per lungo tempo.

lunedì 27 gennaio 2025

Il porcellum rivisitato





Kaspar Hauser, La mossa di Meloni: puntare sul porcellum rivisitato
il manifesto, 27 gennaio 2025

Una legge elettorale applicabile con il premierato ma, soprattutto, anche senza premierato. E da subito. Perché un simile sistema metterebbe nelle mani della premier Meloni le chiavi della legislatura, compresa l’arma delle elezioni anticipate. È a questo che da oltre due settimane si ragiona a Palazzo Chigi e di cui si è parlato nel vertice di maggioranza di mercoledì scorso, dopo alcuni scambi informali tra gli sherpa dei partiti.

PER GLI ASPETTI TECNICI della formula elettorale, più che al cosiddetto Tatarellum (il sistema delle elezioni regionali a turno unico) si dovrebbe pensare al buon vecchio Porcellum ma «costituzionalizzato», vale a dire corretto secondo le indicazioni della Corte costituzionale che con la sentenza 1 del 2014 lo mandò in soffitta. Una correzione di quella formula che riprende una vecchia idea di Ignazio La Russa. L’aspetto politico è comprensibile facendo due passi indietro. Il primo ci riporta alla conferenza stampa di inizio anno della premier Meloni del 9 gennaio. A una domanda sulle riforme rispose che l’approvazione del premierato potrebbe slittare a fine legislatura, con il referendum confermativo che si terrebbe quindi dopo le elezioni politiche. In tal caso, disse Meloni, «a fine legislatura ragioneremo sulla legge elettorale». Un altro passo indietro ci permette di intuire il colpo di genio che ha spinto Palazzo Chigi a pensare a una legge elettorale compatibile con l’attuale sistema e il premierato.

AL MINISTERO delle Riforme hanno fatto osservare a Meloni che vanno cambiati i collegi dell’attuale legge, il Rosatellum. Infatti esso prevede che siano assegnati i seggi alle diverse regioni e circoscrizioni elettorali in base alla popolazione, così come certificata dall’ultimo censimento generale. Ebbene, i dati del censimento del 2021 sono disponibili da diversi mesi ed è quindi un atto dovuto del governo ridisegnare i collegi per consentire in qualsiasi momento al Quirinale di sciogliere le Camere e votare. Nella nuova mappa – come già calcolato dall’ufficio studi della Camera – le circoscrizioni della Camera di Calabria, Puglia, Sardegna, Abruzzo e Campania 2 perdono un deputato ciascuno, mentre ne guadagna due Milano (Lombardia 1), e uno ciascuno Lombardia 3, Roma (Lazio 1), Lazio 2. E analogamente accade per il Senato. Orbene, perché anziché limitarsi a un ritocco dei collegi, non pensare a una legge elettorale che vada bene sia con il premierato che senza?

IL VANTAGGIO POLITICO sarebbe evidente per la premier Meloni: la possibilità di minacciare le dimissioni, con conseguenti urne anticipate. Il che le consegnerebbe le chiavi della legislatura. E veniamo alla formula a cui si è ragionato. Durante la discussione in Senato sul premierato, il relatore Alberto Balboni ha detto che si punta a un sistema a turno unico con premio di maggioranza. Il sistema delle regioni, fu detto, appunto il Tatarellum. Non esattamente. Si pensi piuttosto vecchio Porcellum, la legge Calderoli: era una sistema proporzionale, ma con premio di maggioranza alla coalizione vincente e liste bloccate.

LA CONSULTA, nella sentenza 1 del 2014, ne bocciò due elementi: mancava una soglia minima per l’attribuzione del premio di maggioranza; non andavano bene le liste bloccate perché non consentivano all’elettore di conoscere i candidati e quelli che avrebbe mandato in Parlamento con il voto. Ebbene, con una soglia del 40% il primo problema è risolto. Per quanto riguarda il secondo ecco rispuntare una vecchia idea di Ignazio La Russa: capolista bloccato in ciascuna delle 28 circoscrizioni della Camera e in ciascuna regione per il Senato, preferenze per gli altri.

LE SEGRETARIE o i segretari dei partiti maggiori avrebbero la sicurezza di un nucleo di fedelissimi eletti come capilista bloccati, mentre con le preferenze si lascerebbe sfogo alle correnti interne (Schlein ne ha tratto vantaggio alle europee, visto che il pieno dei voti dei candidati della minoranza ha alzato lo score del suo Pd); i leader dei partiti medi (Fi, Lega, M5s e Avs) avrebbero tutti i propri «corazzieri» eletti. Ad arrancare sarebbero i partiti molto piccoli, che rischiano di non superare una soglia attorno al 3%, oggi garantiti dai collegi uninominali (es Noi Moderati, +Europa). Partiti tuttavia necessari alle coalizioni che grazie a un 2% ottengono il premio di maggioranza. Quando venerdì Dario Franceschini ha detto che non serve una coalizione formale di centrosinistra, e che occorre «valorizzare la parte proporzionale», forse aveva mangiato la foglia.

venerdì 12 luglio 2024

Insegnamenti del voto francese

 

 


Antonio Polito
, La forza dei sistemi elettorali, Corriere della sera, 12 luglio 2024

... Verrebbe perciò da dire a proposito della riforma Casellati: non conveniva forse partire da una buona legge elettorale per rafforzare l’esecutivo, invece che dalla previsione di un’elezione diretta che non si sa ancora come avverrà? E poi magari fare quei pochi, mirati interventi sulla Costituzione per dare più poteri al premier? Il centrodestra deve infatti capire che un sistema elettorale democratico può certo favorire la formazione di una maggioranza assoluta in Parlamento, ma non può garantirla con certezza neanche a un premier eletto direttamente; e infatti perfino nei modelli presidenziali non è affatto detto che l’eletto dal popolo goda anche di una maggioranza parlamentare (oggi non ce l’ha né Macron, né Biden alla Camera dei Rappresentanti).

Ma c’è un altro insegnamento per Giorgia Meloni che viene dalla Francia: se il voto diventa un referendum la destra rischia grosso, perché la coalizione di tutti gli avversari può vincere agitando l’«allarme democratico» e alzando il «cordone sanitario». È il destino che insegue ormai da decenni i Le Pen, ma almeno loro combattevano per conquistare o l’Eliseo o Palazzo Matignon. In Italia la premier rischia di far nascere la stessa Santa Alleanza contro di lei nel referendum sulla riforma costituzionale, se non è capace di modificarla per condividerla con almeno un pezzo dell’opposizione. Ne vale la pena?

Qualcosa da apprendere nel voto inglese e francese c’è ovviamente anche per la sinistra, e soprattutto per quella sorta di Tribuno Collettivo che agisce sui social e nei media, e che spinge i partiti di opposizione a non accettare nessuna formula politica che rafforzi il potere dell’esecutivo. Questa sindrome ancestrale di paura dell’«uomo forte», o della «donna forte», sottovaluta il fatto che oggi in Occidente per gli elettori democrazia è soprattutto capacità di governare e rapidità di decisioni, e rende la sinistra di Schlein e Conte geneticamente conservatrice sul piano delle riforme del sistema politico (al punto da rinnegare, nel caso del Pd, anche il suo passato ben altrimenti riformista).

Eppure i capi dell’opposizione dovrebbero riflettere sul fatto che sono stati gli ampi poteri di un Presidente eletto direttamente come Macron, libero di sciogliere il Parlamento quando e come vuole, anche solo per motivi di convenienza politica, a permettere la nascita di un fronte repubblicano capace di bloccare l’ascesa di Le Pen. E che i poteri del laburista appena eletto a Downing Street fanno impallidire quelli che la riforma Meloni vorrebbe attribuire al premier in Italia, mentre da noi vengono presentati come l’anticamera di un nuovo fascismo.

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Bruno Gravagnuolo, commento apparso su Facebook nello stesso giorno 

Polito critica la volontà di Meloni di insistere su elezione diretta che coalizzerebbe tutti contro il bau bau fascista. E usa tra l'altro un argomento erroneo: neanche l'elezione diretta potrebbe garantire maggioranza assoluta al premier. E invece no. Perché l'unicum del Melonato è proprio questo. Eleggere premier e maggioranza blindandoli. Salvo pasticci su staffette e secondo premier in panchina una tantum. Perciò certo poteri del premier di revoca e nomina, sfiducia costruttiva, tutte cose che l'opposizione propone e accetta. Ma Polito fa confusione e sbraita a vuoto di conservatorismo dell'opposizione. Disinforma. E l'opposizione fa benissimo a far muro e unità propositiva contro una controriforma autoritaria che Polito cerchio botte vuol sdrammatizzare ma che tale resta.

sabato 2 ottobre 2021

Il premierato assoluto

Marco Revelli, Il partito unico dei padroni e il premierato assoluto di Mario Draghi Volere la luna, 30 settembre 1921 "Se ci fosse il partito di Draghi, questo sarebbe il suo congresso fondativo e questi 1200 industriali in grisaglia, che si spellano le mani a ogni suo passaggio, i suoi delegati. Il partito del Pil". Non è un grido d’allarme. Al contrario la frase è stata scritta con soddisfatto compiacimento in apertura dell’ articolo di commento all’Assemblea di Confindustria sul portale del quotidiano italiano che più si è distinto nell’apologetica draghiana. E purtroppo corrisponde a verità. In effetti il 23 settembre, al Palazzetto dello sport di Roma, è nato il “partito unico dei padroni” intorno al suo leader massimo e indiscutibile, l’ex banchiere di Stato Mario Draghi. E nello stesso momento, con la proclamazione del medesimo a suo capo carismatico e titolare naturale di un Esecutivo sintetizzato nella sua persona, è stata annunciata la nuova forma di governo definibile come “Premierato Assoluto” (nulla di più lontano dal dettato costituzionale). L’evento è stato accolto dal coro bulgaro dei media (tutti quelli mainstream, TG di stato in testa, a far gara nell’abbinare le Ola dei confindustriali con gli abbracci degli atleti con tanto di dono della bicicletta, come dire denaro e muscoli uniti nell’applauso) ormai senza pudore nell’ostentare un culto della personalità degno di altri tempi. E accanto a loro la politica, anche qui senza quasi eccezioni, a invocare lunga vita al premierato dorato, se fosse possibile vita eterna, come nelle monarchie d’altri tempi… Se valessero ancora le “regole auree” fissate dalla politologia novecentesca – mica quella marxista o socialdemocratica, ma la politologia liberaldemocratica, di orientamento comportamentista, egemone nell’area anglosassone – si dovrebbe dire che siamo fuori dal quadro democratico. In quel paradigma, infatti, la cifra di una democrazia sana, o comunque accettabile, stava nella netta separazione (in una effettiva “divisione del lavoro”, si diceva) tra i sottosistemi fondamentali: quello Politico, quello Economico e quello Culturale (ovvero Parlamento e Governo, Imprese e Banche, Informazione e Media). Quando uno di questi travalica la propria sfera e prende il controllo degli altri, si esce dai limiti dalla forma democratica: se la Politica pretende di annettersi Economia e Cultura si ha il “totalitarismo”, se l’Economia si compra Politica e Media si ha una abnorme variante di quello che Max Weber chiamò “patrimonialismo”, se la Cultura domina sugli altri due si ha una “teocrazia”. Il 23 settembre abbiamo avuto l’immagine plastica di questo cortocircuito malsano, che stava nell’aria, si percepiva da tempo, ma che mai era stato così materialmente visibile ed evidente. Draghi Non stupiscono in questo i 1200 imprenditori che facevano la Ola nel parterre del Palazzetto dello Sport (anche il genius loci qui conta): erano lì a incassare le cedole del loro investimento, fatto già nel 2018, immediatamente dopo i risultati delle elezioni politiche in teoria più destabilizzanti del secolo (nuovo), quando appunto la bandiera di Mario Draghi fu alzata contro l’esito delle urne, e continuò a essere agitata ad ogni tornante di questa tormentata legislatura, fino alla liquidazione dell’ultimo governo Conte. Il rito ricordava i Te Deum cantati nelle cattedrali di mezza Europa dopo il congresso di Vienna, con i vecchi sovrani e le loro aristocrazie di corte a celebrare l’avvenuta Restaurazione. E nemmeno coglie di sorpresa più di tanto(avremmo dovuto esserci preparati) il ruere in servitium quasi unanime del coro mediatico: si tratta appunto di organi di stampa quasi tutti proprietà di gruppi industriali e finanziari che Draghi l’hanno da sempre considerato “uno dei loro”, se non altro per il suo essersi distinto in quelle “privatizzazioni senza liberalizzazioni” (così le definisce, con felice espressione, Giulio Sapelli sulle neonate pagine cartacee di “Tpi”) che costituiscono il suo capolavoro da grande Commis d’Etat. Forse colpisce un po’ di più la velocità con cui i partiti, nella stragrande maggioranza, si sono affrettati a consumare la propria (terminale) cessione di sovranità, e a certificare così la propria crisi strutturale. Esempio di scuola di autolesionismo delle élites nella fase del loro strutturale declino. Perché è fin troppo evidente – anche un bambino lo capirebbe – che all’ombra di questo Premierato Assoluto, con un Capo onnidecidente e il resto che, come l’intendenza napoleonica, deve seguire, tutto ciò che sta al piano terra della cuspide del potere, in primo luogo il “sistema dei partiti” che la tradizione politologica vorrebbe essenziale cerniera e canale di comunicazione tra Società e Istituzioni, avvizzisce e marcisce. Bonomi applaude DraghiIl fenomeno è evidente nelle traversie dei 5 Stelle, movimento sempre più evidentemente privo di radicamento territoriale. O nelle recenti convulsioni della Lega, dilaniata dalla sua Bestia. Ma se ne può cogliere un segno, di questo avvizzimento, anche nella prima esternazione del Segretario del PD dopo l’assemblea confindustriale romana, quando ha detto che il suo vuol essere “il partito degli industriali e dei lavoratori” (proprio così, letteralmente: “dell’Impresa e del Lavoro”). Ora Enrico Letta è uomo troppo erudito in fatto di culture politiche per non aver letto Alfredo Rocco o Ugo Spirito e ignorare che quella è la base del corporativismo d’infausta memoria. Quella voce “dal sen fuggita” deve essere frutto di un appannamento collettivo grave, che tuttavia getta una luce inquietante sull’altro nodo gordiano emerso da quell’Assemblea. La questione del “Patto Sociale”. Rimasto evidentemente l’ultimo strumento nella mani dell’establishment per immaginare un qualche rapporto tra le Istituzioni e il Sociale, dopo l’evaporazione del canale partitico. E infatti è stato il secondo coniglio tirato fuori dal cilindro da Draghi, sia per tracciare un percorso oltre l’emergenza sanitaria, sia anche, forse, par attenuare l’immagine di un suo eccessivo schiacciamento sulla parte confindustriale; sia infine per esorcizzare un conflitto che cova tra le pieghe di un mondo del lavoro angariato e sfidato da chiusure, tagli all’occupazione, vessazioni diffuse. Ma sarà davvero questo? Un patto tra pari per regolare le relazioni Capitale/Lavoro nel nuovo contesto? Credo che sia lecito dubitarne fortemente, data l’asimmetria drammatica tra le due parti (soprattutto se una può contare sull’appoggio o l’identificazione col Governo). E d’altra parte il clima che si respira “in alto”, dove persino la formula moderata del “salario minimo” evoca reazioni isteriche, non invoglia all’ottimismo (Draghi infatti si è affrettato a derubricarlo). Più probabilmente quello a cui si mira è un “patto leonino” in cui un movimento sindacale timido verrebbe chiamato a far da palo a una “politica dei redditi” punitiva per il lavoro. Ma la partita è aperta. E bisognerà giocarsela, soprattutto “in basso”. Una versione leggermente più breve dell’articolo è stata pubblicata sul Manifesto del 29 settembre col titolo Ecco s’avanza il partito unico dei padroni Marco Revelli E' titolare delle cattedre di Scienza della politica, presso il Dipartimento di studi giuridici, politici, economici e sociali dell'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro", si è occupato tra l'altro dell'analisi dei processi produttivi (fordismo, post-fordismo, globalizzazione), della "cultura di destra" e, più in genere, delle forme politiche del Novecento e dell'"Oltre-novecento". La sua opera più recente: "Populismo 2.0". È coautore con Scipione Guarracino e Peppino Ortoleva di uno dei più diffusi manuali scolastici di storia moderna e contemporanea (Bruno Mondadori, 1ª ed. 1993). Vedi tutti i post di Marco Revelli 3 Comments on “Il partito unico dei padroni e il premierato assoluto di Mario Draghi” Roberto ha detto: 30/09/2021 alle 4:10 pm Non è solo corporativismo. Prima è la dottrina sociale della chiesa Rispondi benvenuti sul titanic ha detto: 01/10/2021 alle 8:39 am un ex banchiere, neoliberista, al comando, ovviamente senza passare da elezioni politiche, e – udite udite – pure con il plauso e il sostegno delle sinistre. misure contro i lavoratori pesantemente provati dalla pandemia: se non ti vaccini non puo lavorare. unico stato al mondo! il secolo scorso in questo paese era il datore di lavoro a dover per legge garantire a sue spese (!) la salute sul posto di lavoro. adesso fanno pagare pure i tamponi (obbligatori per lavorare) e le mascherine (anch esse obbligatorie per lavorare). e con legge hanno sollevato il datore da qualsiasi responsabilita in caso di contagio covid. é la trama di un film fantascienza che ha vinto qualche oscar? no, no é la realta. un costo del denaro sottozero (pure in termini reali), grazie alle politiche della BCE (ma tu guarda le coincidenze). toglieranno il reddito di cittadinanza, aumentera la forza lavoro da paesi poveri per dare una bella abbassata al valore del lavoro (come se ce ne fosse bisogno). l evasione fiscale galoppa. elezioni politiche? figurarsi. quando le faranno ci sarà un esplosione delle destre, le uniche che promettono di stare dalla parte di chi è piu debole. del resto hanno gioco facile: le sinistre non esistono, appoggiano e sono indistinguibiil dai neoliberisti. ai disperati e alle persone in difficolta non rimane altra scelta. i giovani senza santi in paradiso scappano all estero (e fanno bene). Rispondi Antonino C. Bonan ha detto: 01/10/2021 alle 10:35 am Facciamo un po’ di fanta(???)politica. Al Quirinale Draghi e al Governo Giorgetti, o in alternativa figure meno decidenti al posto loro (e loro stessi a fare da Richelieu). Mario Mori senatore a vita: con le mafie si tratta, per condividere il governo effettivo del vero potere. Maggioranze liquide, in un Parlamento ancora più denso e viscoso, che le tiene a galla. Periodiche emersioni della realtà nelle maglie dei media, giusto per eliminare la “vecchia politica” (i militanti, i partiti e altri corpi intermedi). Costanti derive, che perfino vanno oltre la consunta deriva al centro o a destra. Derive in basso, direi. Dal bar dello sport con gli amici pensionati o dalla macchinetta del caffè coi colleghi… allo schermo del proprio smartphone: un tempo si diceva “l’han detto in tv”, ora si dirà “me l’ha certificato l’app”. In tutto ciò, è riduttivo cercare nei protagonisti della politica italiana di oggi le reminiscenze della peggior politica novecentesca. Si tratta solo di barlumi. La luce promana dal futuro, più di quanto non promani dal passato cui asseritamente o inconsciamente si ancorano costoro. Per riconoscere quel futuro, non serve fare i complottisti. Basta non chiudere gli occhi e fare non solo uno più uno, ma tutta l’algebra che si può e si sa fare. Ad esempio, quando Draghi dice cose “di sinistra” e a sinistra paiono tirare sospiri di sollievo (perchè altrimenti Salvini e Meloni ecc. ecc.), costa così tanto dirne a gran voce l’inconsistenza intellettuale (sono solo slogan!) prima ancora della contradditorietà rispetto alla concreta azione di governo? Finchè non lo si facesse a sufficienza, ci sarebbe sempre qualcuno pronto a dire “sì, però se non c’era Draghi ti sognavi quell’innovazione”… che magari in singoli contesti sociali ha pure portato una ventata di giustizia! E allora cosa si risponderebbe?