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mercoledì 17 dicembre 2025

L'eccesso di psicanalisi


Laura Tonini
Il Therapy speak ha trasformato le nostre vite in un'infinita e frustrante autoanalisi

Rivista Studio, 9 dicembre 2025

A casa mia alcune parole non sono mai esistite. Non perché mancasse la competenza lessicale adeguata, ma per una precisa volontà di escludere determinati concetti dalla percezione quotidiana. Di certo la più significativa di queste parole era “depressione”. Probabilmente è stato per un misto di imbarazzo, negazione della realtà, volontà di protezione: il brodo primordiale degli errori importanti.

Questa delicatezza afona, ben lontana dal nascondere ai figli la vulnerabilità del genitore, ha prodotto il desiderabile effetto di perpetuarla, sgocciolarla ovunque, renderla codice di scrittura della realtà. Il resto è ormai storia, accuratamente fatturatami dagli analisti nel corso degli anni. Così arriva il mio fanatismo verbale, nonché la mia radicata convinzione che l’abbattimento dello stigma sociale riguardante la terapia sia la singola, unica, gigantesca conquista di una generazione puerile, la mia. Se i nostri genitori avessero avuto la stessa facilità d’accesso alla cura della salute mentale chissà dove saremmo ora. In un posto migliore, con ogni evidenza.

Ma rimaniamo pur sempre teneri e inadeguati, quindi non abbiamo ancora solidificato questo grande passo avanti che già siamo vittime di infiltrazioni. L’urgenza di consapevolezza ha cominciato a farci sottilmente disprezzare l’ambiguità delle parole. La familiarità nuova e diffusa con un linguaggio tecnico non ha aiutato: abbiamo cominciato inesorabilmente ad usare il gergo terapetico anche nelle nostre vite private, ottenendo l’invidiabile risultato di comunicare con le persone che amiamo come se ci trovassimo dentro un eterno ufficio con un HR millenario che ci fissa.

La patologizzazione della sofferenza esistenziale

La prima e più evidente conseguenza di questo vezzo è la patologizzazione della sofferenza esistenziale, di ogni tipo. Ma non tutte le persone che ci hanno fatto soffrire sono narcisiste, non tutte le storie finite male erano codipendenza, non sei necessariamente neurodivergente se faticavi a scuola, raramente conosciamo qualcuno abbastanza bene – figurarsi noi stessi – da decidere in autonomia quale sia il suo stile di attaccamento. Approcciarsi all’altro nascondendosi dietro categorie diagnostiche aggressive che si maneggiano a malapena è più o meno l’esatto contrario del cercare un confronto onesto, sano.

Questo bisogno di precisione linguistica riflette in maniera cristallina, in compenso, quanta sofferenza stiamo gestendo a livello collettivo, socio-economico. Quanto sia stringente il bisogno di mettere argini alla paura. Muri, confini di cui potersi fidare. L’ovvio appiattimento dell’esperienza umana della complessità suona meno minaccioso del futuro, in questo momento storico.

Nelle relazioni il therapy speak è un gioco affilato, perché può diventare un tentativo torbido di elevarsi al di sopra delle parti. Non mi stai facendo soffrire, stai facendo qualcosa di molto più oggettivo e tassabile: sei una persona tossica. Il vocabolario medico innalza il parlante, patologizza istantaneamente le ragioni dell’altro e infine la parte migliore di tutte, la perla, la ciliegina sulla torta, il bacio accademico: consente il lusso di non ascoltarlo nemmeno, l’altro, mentre scaldiamo il nostro ego infreddolito con la convinzione di essere la più matura e risolta fra le persone mature e risolte. Abbiamo mantenuto i nostri boundaries! In effetti un altro dei risultati collaterali di questa medicalizzazione di massa che non avrei mai immaginato, ma che adesso mi appare da sempre scritto in cielo a caratteri cubitali, è quanto tutta questa terapia rischiasse di renderci delle persone discutibili.Il termine terapeutico muore un po’, anche. Nato per essere pronunciato da bocche titolate a farlo in contesti idonei al suo uso, si diluisce semanticamente in qualcosa che non rappresenta più una condizione clinica, ma un imprecisato luogo dell’anima. “Ansia” e “narcisismo” li abbiamo sacrificati così.

Il nostro Infinite Jest personale

La conseguenza peggiore in assoluto di questo fenomeno, infine, è per il nostro sguardo che è costantemente, ferocemente rivolto solo verso noi stessi. Le nostre banalità e le nostre tragedie sono il nostro Infinite Jest personale. Un’attenzione selettiva e onanista che si traduce nell’impossibilità di percepire le cause collettive e sociali di certi malori, di certe inquietudini. L’impossibilità, in sintesi, di fare politica.

C’è un dettaglio forse utile a contestualizzare, forse no: la psichiatria è democraticamente nata negli ospedali pubblici europei. La stessa cosa non si può dire della psicoanalisi in senso moderno, che è nata in uno studio di pratica privata: quello di Herr Professor, Sigmund Freud. Il quale per altro si faceva chiamare così, ma professore non divenne prima della tarda età. Siamo fragili, come dicono i Club Dogo.

Quella della psicoanalisi è una indole borghese, liberal nel senso americano del termine, che la pratica non ha mai davvero abbandonato. Il percorso analitico è un contratto fra due privati, del tutto epurato dal concetto di bene pubblico e del cittadino che alimenta la sanità statale. Solo le parti del contratto possono decidere cosa è bene per chi si sottopone a terapia, analista e analizzato hanno tutto il diritto di chiudersi nel loro piccolo mondo. È un diritto sacro che tuttavia si fonde inquietantemente bene con la psicoanalisi “popolare” dei portali pubblicizzati in tv e la diffusa compiacenza di chi si trova a doverci lavorare in condizioni il più delle volte precarie. Condizioni che magari possono spingere a contare sulla fidelizzazione di un cliente a suon di rassicurazioni e di non-è-colpa-tua. Insomma piuttosto che elevare le masse al livello della psicanalisi, magari portando ascolto analitico in luoghi di disagio, la sua diffusione ha avuto l’effetto di abbassare la psicanalisi a livello popolare, generando forme low cost, ma soprattutto low impegno di terapia che spesso mancano del tutto della fatica, della tensione, del coraggio che caratterizzano un reale percorso terapeutico.

Elvio Fachinelli diceva che se una terapia dura più di quattro anni allora quella terapia è fallita. Ma lui ne diceva tante. Un’altra bella è la famosa riflessione sul mestiere di analista equiparabile a quello di prostituta: in cambio di un onorario anche l’analista fornisce un servizio ascrivibile all’ordine dell’eros, sicché… D’altronde è stato una figura storica della pratica italiana, ma anche della cultura tutta intesa come intelligenza viva, sfidante, radicale. Antitetico ai moderni approcci di mindfulness e via dicendo, «per lui l’intervento analitico doveva essere puntuale, piccoli abili colpi di fioretto, la battuta che ti fa svoltare, non una convivenza annosa che assomiglia a un matrimonio in bianco».

Un modello totale di felicità

Fachinelli è stato uno dei primi discepoli di Lacan, tanto che gli venne proposto di presiedere l’istituto italiano, opportunità che rifiutò. Ne parlo non solo per fissazione personale, ma anche e soprattutto perché mi sembra che la sua ricerca avesse trovato un punto di significato. Per esempio nell’individuazione di un modello totale di felicità, che Fachinelli vedeva nel suo maestro, Musatti. Lo cita in un ritratto che ne fa nei suoi appunti:

Ci sono individui per i quali le disgrazie esistono, sì, ma vengono sopportate, non per insensibilità, per aridità, o per labilità di memoria, per cui le cose sgradevoli vengano gettate dietro le spalle, ma perché hanno in se stessi una forza speciale, che alimenta ed arricchisce continuamente la vita, così che godono di cose che lasciano indifferenti altri, e dispongono di inesauribili risorse; tanto che non ci sono persecuzioni, sventure familiari, economiche, o di salute, che li possono piegare. Felici, e contenti della propria esistenza, qualunque cosa accada (..). Danno l’impressione di essere in possesso di un segreto. Credo che questi, nel Medioevo, li facessero santi. (…)Ma il povero psicologo moderno, che ai santi non può rifarsi, come se la cava per spiegare la natura di questi individui e il segreto dunque del loro ottimismo? (…) Per queste altre persone invece avviene una cosa diversa. E cioè un arricchirsi con la vita altrui, che trasforma la propria unicità in una pluralità di esistenze. Questo è il segreto».

Ecco quindi che appare una via laica e sensata: fare comunità. Andare oltre il desiderio impossibile di azzerare i traumi e di contenere in qualche modo il dolore, perché la felicità abita altrove e se c’è uno scopo finale all’analisi (alla vita?) è probabilmente cercare di raggiungerla. La collettività prepara una strada che è fatta di curiosità e desiderio, non di bisogno. Se tutta questa consapevolezza accumulata provassimo a rivolgerla verso l’altro piuttosto che verso noi stessi forse il nostro sguardo si acuirebbe un po’. Siamo danneggiati, siamo vulnerabili l’abbiamo per fortuna imparato. Forse non è fondamentale parlarne tutto il tempo. Più utile indirizzare questa nostra ritrovata presenza nel qui ed ora lontano dallo specchio e non perché siamo buoni, ma perché è un modo per raggiungere un fine molto egoista, cioè conoscere la cara vecchia felicità. Soffro molto la parola “empatia” causa inflazione, appunto, quindi ne userò una più grave: compassione. Andarci in terapia e poi dimenticarsene. È contemporaneamente più e meno difficile di quanto sembri.

sabato 13 settembre 2025

Tradurre Salinger

Franco Nasi
Salinger, capriole linguistiche degne dei pescibanana 

il manifesto Alias, 7 settembre 2025

D’improvviso, soprattutto in taxi, al giovane Holden viene in mente una domanda, che si fa ricorrente: dove vanno le anatre del laghetto vicino a Central Park South quando l’acqua gela? Ai taxisti, in genere, la questione sembra stupida e inconcludente. Uno di loro, con un forte accento newyorkese, zittisce Holden: «What’re ya tryna do, bud? Kid me?» (che nella versione di Matteo Colombo (Einaudi 2014) diventa: «Ma che domanda è? Mi prendi in giro, bello?»). Un altro, spazientito, risponde rilanciando: «I pesci. Loro non vanno da nessuna parte. Restano dove sono, i pesci. In quell’accidente di lago», perché «i pesci ci vivono in quel cazzo di lago, è la loro natura, Cristo».

In un saggio illuminante sul tradurre del 1959, intitolato The Added ArtificerL’artefice aggiunto, Renato Poggioli ricordava come l’equivalente letterario della esecuzione musicale sia la traduzione. Una domanda ingenua, sebbene meno bizzarra di quella di Holden, potrebbe essere: perché se esistono uno spartito musicale autografo e un’ottima registrazione della sua più fedele esecuzione, se ne continuano a proporre di nuove? Per tutta risposta, ci si può spazientire come i taxisti newyorkesi, o cercare di mettere in fila una serie di motivi che giustificano l’esistenza di nuove registrazioni: cambiano i tempi, i sistemi di registrazione, le sonorità degli strumenti, l’abilità dei musicisti, la sensibilità interpretativa, e così via. Ci sono poi le esigenze del mercato, la necessità di rilanciare testi che non vendevano più come un tempo. Si tratta, comunque, di tradurre in atto qualcosa che è in potenza nella partitura (o nel testo) far presente qualcosa che è del passato, non certo giustiziare e congelare per sempre.

Storia delle diverse versioni

Torniamo a The Catcher in the Rye di J.D. Salinger: la prima traduzione, firmata da Jacopo Darca (alias Corrado Pavolini) uscì per l’editore Casini nel 1952, un solo anno dopo la prima edizione americana del libro, con il titolo Vita da uomo, senza lasciare un segno così profondo come avvenne con la successiva traduzione di Adriana Motti, che scelse come titolo Il giovane Holden e divenne, per intere generazioni di adolescenti, una sorta di libro identitario. La terza traduzione, affidata a Matteo Colombo era sembrata necessaria perché la lingua marcatamente gergale e giovanilistica di Holden mostrava nella versione, peraltro meritoria di Motti, la sua età, cosa che non si avvertiva così tanto leggendo l’originale inglese. Potrebbe apparire paradossale perché tutte le lingue invecchiano; ma non tutte invecchiano nello stesso modo (e la storia di quella italiana come lingua d’uso, con la codificazione di vari registri, è piuttosto particolare); inoltre non tutte le traduzioni durano, soprattutto quando non sono opere con una forte valenza estetica, capaci di imporsi come modelli linguistici e letterari autonomi.

La traduzione di The Catcher in the Rye aveva senza dubbio bisogno di una rivitalizzazione linguistica, e Colombo è riuscito assai bene nell’impresa di accordarsi al ritmo serrato, spontaneo, fluido del narratore e restituire con coerenza stilistica la grana informale, idiomatica, orale, ma fortemente individuale del diciasettenne Holden. Il compito deve essergli sembrato ancora più difficile quando Einaudi ha deciso di affidargli la nuova traduzione delle altre opere di Salinger fin qui pubblicate dall’editore torinese, cioè tutte quelle uscite in volume negli Stati Uniti e autorizzate dall’autore prima del suo ritiro dalla vita pubblica nell’eremo in New Hempshire. Compito difficile perché le prime versioni uscite a ridosso della pubblicazione americana erano opera di traduttori autorevoli come Carlo Fruttero (Nove racconti, 1962), Romano Carlo Cerrone e Ruggero Bianchi (Franny e Zooey, 1963) e ancora Cerrone per Alzate l’architrave, Carpentieri e Seymour. Introduzione (1965).

Almeno da quanto risulta da un primo confronto fra le diverse versioni, sembra che Colombo, quando non necessario, abbia lodevolmente fatto a meno di produrre quegli inutili salti mortali per trovare sinonimi a tutti i costi diversi da quelli delle traduzioni precedenti. Ma rispetto a Holden, qui il compito era ancora più difficile per la varietà di stili che Salinger utilizza nei diversi racconti, allo scopo di dare un’anima e un corpo singolari a ciascuno dei personaggi, i quali acquistano una loro identità indimenticabile soprattutto attraverso i loro dialoghi o monologhi. I tre libri sono esemplari e innovativi, non soltanto per gli argomenti che affrontano, dalla filosofia orientale alla religione, dalla poesia al trauma post bellico, o per il modo sarcastico e tagliente con cui raccontano l’America consumistica e ipocrita degli anni Quaranta-Cinquanta, ma proprio per il lavoro certosino, maniacale, che Salinger svolge sulla lingua dei suoi personaggi e per l’architettura non lineare, bensì per frammenti, con cui è tratteggiata la saga della numerosa famiglia Glass. Una saga – come nota lo stesso autore in una delle pochissime note paratestuali che accompagnano la pubblicazione della prima edizione americana di Franny and Zooey del 1961 – che costituisce il progetto cardine della sua attività di narratore, i cui esiti sono ancora in gran parte negli archivi che i figli stanno riordinando.

Leggendo insieme le traduzioni di questi tre ultimi libri, l’impressione è di entrare in una galleria di ritratti indimenticabili, restituiti direttamente attraverso il modo di parlare dei personaggi. Così è per il linguaggio tagliente e secco della più giovane della famiglia Glass, Franny, insofferente nei confronti dell’ipocrisia e della falsità dei suoi amici pseudo intellettuali. E per la piccola Sybil Carpeneter, in quel capolavoro in forma di racconto che è Un giorno perfetto per i pescibanana. Sybil entra in scena con un gioco di parole sul nome di quello che sarà il tragico protagonista del racconto, il più vecchio dei fratelli Glass, Seymour Glass, nome che lei ripete di continuo come «see more glass» (qualcosa del tipo «guarda più vetro!» giocando con una nonsensica omofonia ed esasperando la madre: è una pennellata di colore che delinea un personaggio necessario per entrare nell’inquietante mondo simbolico dei pescibanana, forse inventato da Seymour – hanno osservato alcuni critici – per dare conto a sé stesso e alla bambina del trauma della guerra come «eccesso di esperienze» che portano alla morte.

Più croci che delizie

Un terzo membro della famiglia Glass, fratello di Seymour, è presentato indirettamente nel secondo dei Nove Racconti dal titolo, come il precedente, piuttosto criptico: Uncle Wiggily in Connecticut. Morto durante il servizio militare in Giappone nel 1945, il personaggio di nome Walt viene evocato nel dialogo fra due signore ex compagne di stanza al college che, molto borghesemente, trascorrono il pomeriggio di un giorno feriale a ricordare le loro esperienze passate. Eloise, infelicemente sposata con un uomo noioso dedito completamente al lavoro e con una figlia che sembra infastidirla, ricorda all’amica quanto invece Walt fosse arguto e capace di farla ridere. Il personaggio è descritto unicamente attraverso un paio di giochi di parole, fulminanti per il lettore inglese, ma più croce che delizia per i traduttori. Così racconta Eloise: «Once,… I fell down. I used to wait for him at the bus stop… We started to run for it, and I fell and twisted my ankle. He said, “Poor Uncle Wiggily”. He meant my ankle. Poor old Uncle Wiggily, he called it… God, he was nice». Dunque: nel rincorrere l’autobus la ragazza cade e prende una storta alla caviglia (ankle). Walt immediatamente si rivolge alla caviglia e la chiama «Poor Uncle Wiggily», associando in prima battuta ankle con uncle (zio), e poi uncle con Wiggily, che era il protagonista di una serie di libri per bambini e di un gioco di società molto noto nell’America di quegli anni, dove un coniglio era afflitto da reumatismi, da lì wiggily, da to wiggle, ondeggiare, ancheggiare.

Le strade che il povero traduttore può imboccare per cercare di risolvere il calembour sono sostanzialmente due: o abdica, mettendo una nota, come fece a suo tempo Fruttero, che peraltro spiega chi è Uncle Wiggily, ma non dice nulla del gioco fra ankle e uncle; oppure cerca di mettersi in gioco. Colombo lo fa spesso e in modo apprezzabile. Nel caso della bambina see more glass, diventa il «Signor Gas»; per Walt, il passo citato diventa: «Una volta … sono caduta. Lo spettavo sempre alla fermata dell’autobus… e una volta è arrivato tardi, giusto mentre l’autobus ripartiva. Ci siamo messi a correre, e io sono caduta prendendo una storta. Lui mi fa: “Povero zio Stortino”. Intendeva il mio piede. Zio Stortino l’ha chiamato… Dio, quant’era simpatico». Certo, rimane fuori il riferimento culturale al coniglio, e il gioco uncle ankle, ma le coperte in dotazione dei traduttori sono sempre un po’ corte, e qualche caviglia rimane inevitabilmente fuori.

Parla il suo alter-ego
Stile completamente diverso quello di Buddy Glass, secondogenito della famiglia, scrittore e alter ego di Salinger, che nella prima parte di Seymour an Introduction sembra improvvisare, come un poeta della beat generation, con un incedere rapsodico e digressivo, una sintassi complessa da equilibrista sul filo, un lessico dettato da libere associazioni che ricorda i riff psichedelici di Kerouac. Qui Salinger mostra tutta la sua bravura di virtuoso della lingua, ossessionato dalle sfumature del linguaggio dei suoi personaggi, e piuttosto indifferente alla storia in senso stretto, come Buddy Glass/Salinger dichiara «Credo di essere sostanzialmente ciò che quasi sempre sono stato: un narratore, ma con pressanti esigenze personali. Voglio presentare, voglio descrivere, voglio distribuire ricordi, amuleti, voglio aprire il portafoglio e far girare fotografie, voglio seguire il mio istinto. Con questo stato d’animo, neppure oso avvicinarmi alla forma racconto, che gli scrittori grassocci e partecipi come me se li mangia in un boccone».

Compito davvero difficile quello affrontato qui da Colombo, che in Seymour ha cercato di essere il più vicino possibile alla ricerca di Salinger, e con rispetto e lealtà ha mantenuto fede al suo compito principale, ovvero cercare di trovare l’ideale accordo tonale che renda giustizia di una melodia scritta in un altro tempo. Grazie al suo lavoro, ora il lettore italiano ha un cofanetto con quattro sinfonie di Salinger dirette da uno stesso interprete, che come tutti i bravi direttori, si è avvalso della collaborazione delle maestranze che ruotavano intorno alla nuova edizione, facendo tesoro delle prove di chi lo ha preceduto.