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martedì 23 giugno 2026

Riflessioni di Camilleri



pensieri dalle «pietre eterne»

Intervista (quasi) impossibile. Un frammento di un testo più ampio (liberamente accessibile) che propone un confronto, basato su suoi testi e dichiarazioni con il maestro di Porto Empedocle. E aiuta a chiarirsi le idee sulla sua profondità di pensiero, al di là dei romanzi

Giuseppe Marci

Il Sole 24ore, 20 giugno 2026

Lo lascerò parlare cercando di non intromettermi con troppi preamboli in questa intervista che sarebbe quasi impossibile, se non fosse per la gran mole di informazioni disseminate da Camilleri, come se prevedesse ogni nostra domanda. Il problema è che molte volte non lo abbiamo letto con attenzione, abbiamo finito col sovrapporci, perdendo la possibilità di comprendere. E lo chiamerò Professore, come reciprocamente abbiamo sempre fatto.

La sua lingua, Professore Camilleri, è un idioletto familiare?

Lei, Professore Marci, vuole affondare il coltello in una piaga che ancora duole, per l’incomprensione riguardante la parte essenziale del mio lavoro. Tutti hanno avuto in dono un idioletto familiare, il lessico di una famiglia e di una comunità, fatto di consuetudine, vicinanza e affetti: freschezza propria delle parole dette e ascoltate. La scrittura, però, è altra cosa e pensare di travasarvi le forme dell’oralità come facessimo un copia e incolla è atteggiamento ingenuo dal quale spero che lei rifugga, come dovrebbero rifuggire i suoi colleghi accademici.

Lei spesso mette in relazione gli esseri umani col mondo naturale, il mare, la terra, gli alberi: gliene fa percepire il respiro, udire i suoni che sono quasi una musica, concorrono a comporre l’armonia universale.

Molti miei personaggi hanno una visione del mondo e in base a quella agiscono. O, come minimo, ci provano: non è facile percepire l’armonia universale, ma rinunciare a ricercarla significa perdere la possibilità di trovare, insieme, un equilibrio interiore e una strada verso la conoscenza.

Prima di fare lo scrittore lei è stato regista.

Così pare, a guardare dall’esterno le differenti fasi professionali che ho interpretato.

Perché invece?

Ripensandoci a cose fatte, mi sembra di poter pensare alla mia vita come a un lungo apprendistato iniziato quando ero bambino con la scoperta dei libri, in poesia e in prosa, diversi per genere letterario: tutti capaci di accendere la fantasia, di generare l’innamoramento per la scrittura, il gusto delle parole cariche di valori semantici. Mi incantavo a osservare come ciascuno scrittore, ognuno a suo modo, riusciva a combinarle. Per passione ho studiato i dizionari; ero affascinato dalla ricchezza dei vocaboli, una serie che alle volte mi sembrava immensa e che immaginavo potesse dare una libertà altrettanto sconfinata a chi sapesse impiegare le parole per costruire racconti. Ho letto molto, e traccia di tali letture è rimasta nella mia mente.

Mario Ceroli ha realizzato un’opera intitolata «La tela di Penelope», che già dal titolo trasmette un’idea. L’artista, osservando da bambino, con occhi di meraviglia, il lavoro della nonna al telaio, lo percepiva senza fine, come se i gesti della tessitura si potessero moltiplicare all’infinito. Così è stato per me, e forse per gli altri telespettatori, ascoltandola mentre, in tv con Domenico Iannacone, descriveva sfumature di colori, anch’esse infinite. Come infinite mi sembrano, in certi momenti, le sue parole, nelle variazioni che mi fanno dannare mentre cerco di incasellarle nell’ordine di un dizionario della lingua vigatese: sapendo che cercare di incasellare ciò che è fluido e in continuo divenire e un’impresa al limite dell’assurdo.

Oh, ecco: finalmente si parla del vigatese. Me lo ha fatto sospirare per tutto il tempo dell’intervista, ma almeno è riuscito a dirlo passabilmente.

Professore Camilleri, cosa è l’eternità?

Professore Marci, mi consente di parlare con lei come Stesicoro faceva con me, quando gli feci un’intervista impossibile?

Lo considererei un privilegio.

Allora, figlio mio, ascoltami e cerca di capire, anche se il concetto alla maggior parte degli uomini appare difficile. Ostinarsi su un’opinione come fosse l’unica, può non condurre a un buon risultato. Vale nelle scelte della vita privata e in quelle delle attività pubbliche. Vale, quel che più conta, nell’orientamento dei pensieri e nei conseguenti modi d’agire. Ho impiegato una vita, più di novanta anni, per arrivare non a definire il concetto, ma a non rifiutarlo per consuetudine di ragionamento. Non sono riuscito a capire, ma a intuire: mi sembra! A questo sono giunto, come vi ho detto qualche tempo fa, una sera in Sicilia, conversando su Tiresia: “venendo qui […] su queste pietre eterne”. Stai attento: non ho detto sulle pietre che formano il teatro greco di Siracusa, non ho parlato del monumento, che certo è importante e dice della storia e della cultura dell’uomo. Io ho parlato di “pietre eterne”, come quelle che vivono pure nella terra dalla quale vieni, spero che tu ne abbia avvertito il respiro, la voce silenziosa che parla a chi riesce a udirla. Occorre un lento esercizio, per riuscire a percepirla, un esercizio del corpo e della mente che deve rendersi libera dagli schemi cui per praticità ci siamo abituati. Bisogna riuscire a pensare l’impossibile, a confidare in ciò che abbiamo sempre rimosso, temendolo. Ti auguro di percorrere la strada delle possibilità che non hai mai preso in considerazione. 

martedì 14 ottobre 2025

Pasolini poeta riscoperto

Amaury da Cunha
"Trasumanar e organizzar": Pasolini dà stile al caos

Le Monde, 8 ottobre 2025

È sorprendente che Transhumaner et Organiser , l'ultima raccolta di poesie di Pier Paolo Pasolini (1922-1975) , pubblicata in Italia nel 1971, non fosse mai apparsa in francese prima di questa edizione di Lanskine, tradotta e riccamente annotata da Florence Pazzottu, una pubblicazione che celebra il cinquantesimo anniversario dell'assassinio del suo autore . Come si spiega questo? Probabilmente perché in Francia Pasolini è noto soprattutto per essere il grande regista di Accattone (1961),  Teorema (1968) e  Medea (1969), e la sua poesia, dedicata a mantenere "un rapporto disperato e teso con la realtà" , rimane poco conosciuta.

Tuttavia, nell'avventura artistica di Pasolini, la pratica della poesia precede l'esperienza del cinema. Iniziò a scrivere poesie negli anni Quaranta. Prima in friulano, un dialetto regionale, poi in italiano, in particolare con la pubblicazione di Le ceneri di Gramsci nel 1957 (Gallimard, 1973 e 2017; nuova traduzione Ypsilon, marzo 2025) .  Alla fine degli anni Cinquanta, la sua opera poetica, segnata da un rapporto sensuale con il linguaggio, mescolava violentemente l'intimo e il politico, il sacro e il profano. Fu elogiata dall'amico Alberto Moravia (1907-1990) , che lo considerava il più grande scrittore della sua generazione, un "poeta della sensibilità del mondo moderno " .

Nei primi anni '60, pur dedicandosi con passione al cinema, Pasolini non abbandonò la poesia. Questa compariva spesso nei suoi film. Una sequenza del cortometraggio  La Ricotta (1963) mostra Orson Welles (1915-1985) che legge questi versi da una raccolta di Pasolini, Poesia in forma di rosa (1964; Gallimard, 1973 e 2017; nuova traduzione Rivages poche, 2015): "Sono una forma del Passato/ Tutto il mio amore va alla tradizione/ Vengo dalle rovine, dalle chiese...". Nella copiosa opera di Pasolini, è difficile separare i testi dalle immagini cinematografiche. Il loro dialogo non è mai cessato.

Un periodo di intensa attività artistica e intellettuale

Eppure, quando  Transhumaner et Organiser apparve nel 1971, Pasolini non pubblicava poesie da quasi otto anni. "Avevo esaurito un certo universo linguistico, il piacere di certe scelte, di certe parole ", spiegò al traduttore Jean-Michel Gardair . "Ho cercato innanzitutto di rinnovarmi a tutti i costi, ma la forza di volontà non basta. Non c'è rinnovamento esteriore senza rinnovamento interiore. Ci voleva tempo".

Scritte tra il 1968 e il 1970, le oltre sessanta poesie che compongono questa raccolta si inseriscono in un periodo di intensa attività artistica e intellettuale, sullo sfondo di una crisi personale. Pasolini aveva appena terminato le riprese di  Teorema e dell'omonimo romanzo; stava lavorando al suo successivo lungometraggio, Medea , con la grande cantante Maria Callas (1923-1977) , mentre pubblicava una rubrica settimanale ("Caos") sulla rivista  Tempo . Transumano e organizzatore segnò il suo grande ritorno alla poesia e costituì una svolta nella sua opera letteraria.

Ormai "disilluso dalla poesia ", Pasolini non crede più nella bella lingua né nei miti classici che lo avevano esaltato da adolescente. "È giunto il momento della separazione ", scrive nel preambolo del libro. Scherzosamente, lo scrittore paragona la poesia a una "macchina" che trasporta il lettore da un argomento all'altro, pubblico o privato, al capriccio di una scrittura imprevedibile come il vento. "Per questo parlerò, non a nome mio, perché sono un poeta dell'aria / Quando, come una carezza sul corpo, e con il solo fatto di vivere, ci fa parlare". Pasolini cerca di dare "stile al caos". Nella rabbia o nella gioia, dà al lettore tutto ciò che può strappare al tumulto del mondo, o alla confusione della propria esistenza.

Ancorate all'attualità italiana, le poesie di Pasolini testimoniano gli "Anni di Piombo". Una delle più suggestive, "Patmos", fu scritta dopo l'attentato neofascista di Piazza Fontana a Milano, il 12 dicembre 1969, che causò la morte di 16 persone. In questa poesia, la voce di Pasolini accoglie quella di San Giovanni. Intreccia citazioni dall'Apocalisse con brevi necrologi delle vittime. "Carlo Garavaglia, 67 anni, presente! / Morta la moglie, era andato a vivere con la figlia sposata / la sua voce era come il fragore delle grandi acque". Di fronte alla brutalità della storia immediata, Pasolini trasforma il disastro in un canto liturgico. Il titolo del suo libro lo esprime chiaramente: "transumano", "trasumanar" in italiano, riprende un termine inventato da Dante (1265-1321), che designa il superamento mistico della condizione umana, associato a "organizzare", verbo frequentemente utilizzato dal filosofo marxista Antonio Gramsci (1891-1937) nella sua azione politica.

Messo da parte

Questi ultimi versi del "poeta-buffone" rivelano anche una vena più intimista. Pasolini appare solo, emarginato dal mondo quanto da se stesso: "Per natura sono nella mischia / per età sono fuori". La rottura con l'amante e attore Ninetto Davoli lo ispira a scrivere testi toccanti sull'affetto, su questo "sentirsi aperto alla vita dell'altro" che lo scrittore contrappone all'illusione fusionale dell'amore. "Sono insaziabile della nostra vita / perché una cosa unica al mondo non si esaurisce mai ", scrive all'uomo che ama di più.

Il poeta cercò a tutti i costi di preservare questa vitalità sentimentale attraverso la scrittura. A Maria Callas, con la quale intrattenne un'intensa amicizia romantica, dedicò otto poesie: visioni barocche in cui la diva, fino ad allora muta, si trasforma in mendicante, cantando ancora una volta sotto il cielo del Pireo: "Una gioia semplice fluttua sopra la disperazione".

Ci sono molte ombre e pesantezze in Transhumaner et Organiser. La voce profetica di Pasolini sembra tesa verso l'idea stessa della sua scomparsa. Lo scrittore evoca i suoi vagabondaggi sessuali nelle periferie delle città: abbracci ripetuti che non riescono mai a placarlo. "Il mio corpo è attratto dal pieno / dove già regna la morte". E poi emerge questa luminosa evocazione di Ostia, nella periferia costiera di Roma – proprio il luogo dove, il 2 novembre 1975, Pasolini sarebbe stato picchiato a morte e poi schiacciato da un'Alfa Romeo, in un sordido terreno abbandonato.

Versi tratti da Trasumanar e organizzar

Bisogna essere molto forti
per amare la solitudine; bisogna avere buone gambe
e una resistenza fuori dal comune; non si deve rischiare
raffreddore, influenza e mal di gola; non si devono temere
rapinatori o assassini; se tocca camminare
per tutto il pomeriggio o magari per tutta la sera
bisogna saperlo fare senza accorgersene; da sedersi non c'è;
specie d'inverno; col vento che tira sull'erba bagnata,
e coi pietroni tra l'immondizia umidi e fangosi;
non c'è proprio nessun conforto, su ciò non c'è dubbio,
oltre a quello di avere davanti tutto un giorno e una notte
senza doveri o limiti di qualsiasi genere.

Il sesso è un pretesto. Per quanti siano gli incontri
- e anche d'inverno, per le strade abbandonate al vento,
tra le distese d'immondizia contro i palazzi lontani,
essi sono molti – non sono che momenti della solitudine;
più caldo e vivo è il corpo gentile
che unge di seme e se ne va,
più freddo e mortale è intorno il diletto deserto;
è esso che riempie di gioia, come un vento miracoloso,
non il sorriso innocente, o la torbida prepotenza
di chi poi se ne va; egli si porta dietro una giovinezza
enormemente giovane; e in questo è disumano,
perché non lascia tracce, o meglio, lascia solo una traccia
che è sempre la stessa in tutte le stagioni.

https://www.lemonde.fr/livres/article/2025/10/08/transhumaner-et-organiser-pier-paolo-pasolini-donne-du-style-au-chaos_6645395_3260.html?search-type=classic&ise_click_rank=1

sabato 13 settembre 2025

Tradurre Salinger

Franco Nasi
Salinger, capriole linguistiche degne dei pescibanana 

il manifesto Alias, 7 settembre 2025

D’improvviso, soprattutto in taxi, al giovane Holden viene in mente una domanda, che si fa ricorrente: dove vanno le anatre del laghetto vicino a Central Park South quando l’acqua gela? Ai taxisti, in genere, la questione sembra stupida e inconcludente. Uno di loro, con un forte accento newyorkese, zittisce Holden: «What’re ya tryna do, bud? Kid me?» (che nella versione di Matteo Colombo (Einaudi 2014) diventa: «Ma che domanda è? Mi prendi in giro, bello?»). Un altro, spazientito, risponde rilanciando: «I pesci. Loro non vanno da nessuna parte. Restano dove sono, i pesci. In quell’accidente di lago», perché «i pesci ci vivono in quel cazzo di lago, è la loro natura, Cristo».

In un saggio illuminante sul tradurre del 1959, intitolato The Added ArtificerL’artefice aggiunto, Renato Poggioli ricordava come l’equivalente letterario della esecuzione musicale sia la traduzione. Una domanda ingenua, sebbene meno bizzarra di quella di Holden, potrebbe essere: perché se esistono uno spartito musicale autografo e un’ottima registrazione della sua più fedele esecuzione, se ne continuano a proporre di nuove? Per tutta risposta, ci si può spazientire come i taxisti newyorkesi, o cercare di mettere in fila una serie di motivi che giustificano l’esistenza di nuove registrazioni: cambiano i tempi, i sistemi di registrazione, le sonorità degli strumenti, l’abilità dei musicisti, la sensibilità interpretativa, e così via. Ci sono poi le esigenze del mercato, la necessità di rilanciare testi che non vendevano più come un tempo. Si tratta, comunque, di tradurre in atto qualcosa che è in potenza nella partitura (o nel testo) far presente qualcosa che è del passato, non certo giustiziare e congelare per sempre.

Storia delle diverse versioni

Torniamo a The Catcher in the Rye di J.D. Salinger: la prima traduzione, firmata da Jacopo Darca (alias Corrado Pavolini) uscì per l’editore Casini nel 1952, un solo anno dopo la prima edizione americana del libro, con il titolo Vita da uomo, senza lasciare un segno così profondo come avvenne con la successiva traduzione di Adriana Motti, che scelse come titolo Il giovane Holden e divenne, per intere generazioni di adolescenti, una sorta di libro identitario. La terza traduzione, affidata a Matteo Colombo era sembrata necessaria perché la lingua marcatamente gergale e giovanilistica di Holden mostrava nella versione, peraltro meritoria di Motti, la sua età, cosa che non si avvertiva così tanto leggendo l’originale inglese. Potrebbe apparire paradossale perché tutte le lingue invecchiano; ma non tutte invecchiano nello stesso modo (e la storia di quella italiana come lingua d’uso, con la codificazione di vari registri, è piuttosto particolare); inoltre non tutte le traduzioni durano, soprattutto quando non sono opere con una forte valenza estetica, capaci di imporsi come modelli linguistici e letterari autonomi.

La traduzione di The Catcher in the Rye aveva senza dubbio bisogno di una rivitalizzazione linguistica, e Colombo è riuscito assai bene nell’impresa di accordarsi al ritmo serrato, spontaneo, fluido del narratore e restituire con coerenza stilistica la grana informale, idiomatica, orale, ma fortemente individuale del diciasettenne Holden. Il compito deve essergli sembrato ancora più difficile quando Einaudi ha deciso di affidargli la nuova traduzione delle altre opere di Salinger fin qui pubblicate dall’editore torinese, cioè tutte quelle uscite in volume negli Stati Uniti e autorizzate dall’autore prima del suo ritiro dalla vita pubblica nell’eremo in New Hempshire. Compito difficile perché le prime versioni uscite a ridosso della pubblicazione americana erano opera di traduttori autorevoli come Carlo Fruttero (Nove racconti, 1962), Romano Carlo Cerrone e Ruggero Bianchi (Franny e Zooey, 1963) e ancora Cerrone per Alzate l’architrave, Carpentieri e Seymour. Introduzione (1965).

Almeno da quanto risulta da un primo confronto fra le diverse versioni, sembra che Colombo, quando non necessario, abbia lodevolmente fatto a meno di produrre quegli inutili salti mortali per trovare sinonimi a tutti i costi diversi da quelli delle traduzioni precedenti. Ma rispetto a Holden, qui il compito era ancora più difficile per la varietà di stili che Salinger utilizza nei diversi racconti, allo scopo di dare un’anima e un corpo singolari a ciascuno dei personaggi, i quali acquistano una loro identità indimenticabile soprattutto attraverso i loro dialoghi o monologhi. I tre libri sono esemplari e innovativi, non soltanto per gli argomenti che affrontano, dalla filosofia orientale alla religione, dalla poesia al trauma post bellico, o per il modo sarcastico e tagliente con cui raccontano l’America consumistica e ipocrita degli anni Quaranta-Cinquanta, ma proprio per il lavoro certosino, maniacale, che Salinger svolge sulla lingua dei suoi personaggi e per l’architettura non lineare, bensì per frammenti, con cui è tratteggiata la saga della numerosa famiglia Glass. Una saga – come nota lo stesso autore in una delle pochissime note paratestuali che accompagnano la pubblicazione della prima edizione americana di Franny and Zooey del 1961 – che costituisce il progetto cardine della sua attività di narratore, i cui esiti sono ancora in gran parte negli archivi che i figli stanno riordinando.

Leggendo insieme le traduzioni di questi tre ultimi libri, l’impressione è di entrare in una galleria di ritratti indimenticabili, restituiti direttamente attraverso il modo di parlare dei personaggi. Così è per il linguaggio tagliente e secco della più giovane della famiglia Glass, Franny, insofferente nei confronti dell’ipocrisia e della falsità dei suoi amici pseudo intellettuali. E per la piccola Sybil Carpeneter, in quel capolavoro in forma di racconto che è Un giorno perfetto per i pescibanana. Sybil entra in scena con un gioco di parole sul nome di quello che sarà il tragico protagonista del racconto, il più vecchio dei fratelli Glass, Seymour Glass, nome che lei ripete di continuo come «see more glass» (qualcosa del tipo «guarda più vetro!» giocando con una nonsensica omofonia ed esasperando la madre: è una pennellata di colore che delinea un personaggio necessario per entrare nell’inquietante mondo simbolico dei pescibanana, forse inventato da Seymour – hanno osservato alcuni critici – per dare conto a sé stesso e alla bambina del trauma della guerra come «eccesso di esperienze» che portano alla morte.

Più croci che delizie

Un terzo membro della famiglia Glass, fratello di Seymour, è presentato indirettamente nel secondo dei Nove Racconti dal titolo, come il precedente, piuttosto criptico: Uncle Wiggily in Connecticut. Morto durante il servizio militare in Giappone nel 1945, il personaggio di nome Walt viene evocato nel dialogo fra due signore ex compagne di stanza al college che, molto borghesemente, trascorrono il pomeriggio di un giorno feriale a ricordare le loro esperienze passate. Eloise, infelicemente sposata con un uomo noioso dedito completamente al lavoro e con una figlia che sembra infastidirla, ricorda all’amica quanto invece Walt fosse arguto e capace di farla ridere. Il personaggio è descritto unicamente attraverso un paio di giochi di parole, fulminanti per il lettore inglese, ma più croce che delizia per i traduttori. Così racconta Eloise: «Once,… I fell down. I used to wait for him at the bus stop… We started to run for it, and I fell and twisted my ankle. He said, “Poor Uncle Wiggily”. He meant my ankle. Poor old Uncle Wiggily, he called it… God, he was nice». Dunque: nel rincorrere l’autobus la ragazza cade e prende una storta alla caviglia (ankle). Walt immediatamente si rivolge alla caviglia e la chiama «Poor Uncle Wiggily», associando in prima battuta ankle con uncle (zio), e poi uncle con Wiggily, che era il protagonista di una serie di libri per bambini e di un gioco di società molto noto nell’America di quegli anni, dove un coniglio era afflitto da reumatismi, da lì wiggily, da to wiggle, ondeggiare, ancheggiare.

Le strade che il povero traduttore può imboccare per cercare di risolvere il calembour sono sostanzialmente due: o abdica, mettendo una nota, come fece a suo tempo Fruttero, che peraltro spiega chi è Uncle Wiggily, ma non dice nulla del gioco fra ankle e uncle; oppure cerca di mettersi in gioco. Colombo lo fa spesso e in modo apprezzabile. Nel caso della bambina see more glass, diventa il «Signor Gas»; per Walt, il passo citato diventa: «Una volta … sono caduta. Lo spettavo sempre alla fermata dell’autobus… e una volta è arrivato tardi, giusto mentre l’autobus ripartiva. Ci siamo messi a correre, e io sono caduta prendendo una storta. Lui mi fa: “Povero zio Stortino”. Intendeva il mio piede. Zio Stortino l’ha chiamato… Dio, quant’era simpatico». Certo, rimane fuori il riferimento culturale al coniglio, e il gioco uncle ankle, ma le coperte in dotazione dei traduttori sono sempre un po’ corte, e qualche caviglia rimane inevitabilmente fuori.

Parla il suo alter-ego
Stile completamente diverso quello di Buddy Glass, secondogenito della famiglia, scrittore e alter ego di Salinger, che nella prima parte di Seymour an Introduction sembra improvvisare, come un poeta della beat generation, con un incedere rapsodico e digressivo, una sintassi complessa da equilibrista sul filo, un lessico dettato da libere associazioni che ricorda i riff psichedelici di Kerouac. Qui Salinger mostra tutta la sua bravura di virtuoso della lingua, ossessionato dalle sfumature del linguaggio dei suoi personaggi, e piuttosto indifferente alla storia in senso stretto, come Buddy Glass/Salinger dichiara «Credo di essere sostanzialmente ciò che quasi sempre sono stato: un narratore, ma con pressanti esigenze personali. Voglio presentare, voglio descrivere, voglio distribuire ricordi, amuleti, voglio aprire il portafoglio e far girare fotografie, voglio seguire il mio istinto. Con questo stato d’animo, neppure oso avvicinarmi alla forma racconto, che gli scrittori grassocci e partecipi come me se li mangia in un boccone».

Compito davvero difficile quello affrontato qui da Colombo, che in Seymour ha cercato di essere il più vicino possibile alla ricerca di Salinger, e con rispetto e lealtà ha mantenuto fede al suo compito principale, ovvero cercare di trovare l’ideale accordo tonale che renda giustizia di una melodia scritta in un altro tempo. Grazie al suo lavoro, ora il lettore italiano ha un cofanetto con quattro sinfonie di Salinger dirette da uno stesso interprete, che come tutti i bravi direttori, si è avvalso della collaborazione delle maestranze che ruotavano intorno alla nuova edizione, facendo tesoro delle prove di chi lo ha preceduto.

domenica 13 luglio 2025

Sorry


Antonello Guerrera 
I quindici significati di “sorry”: la parola più usata e fraintesa dell’inglese britannico
la Repubblica, 13 luglio 2025

LONDRA – Quante volte avete sentito in inglese la parola “sorry”? Molte, moltissime, forse troppe. Visto che ormai, come spiega uno studio dell’università di Sheffield Hallam, l’utilizzo per esprimere delle scuse, o compassione o rimorso, è solo uno dei tanti, moltiplicatisi nel tempo. Nella lingua inglese di oggi, secondo la ricerca commissionata dalla app linguistica Babbel, sarebbero arrivati già a 15 diversi.

Il caos per gli stranieri

Il caos per gli stranieri o per chi non vive oltremanica e non ha a che fare con la quotidianità del “sorry”, a Londra e altrove. Karen Grainger, che insegna alla Sheffield Hallam, afferma che oramai “sorry” è utilizzato più frequentemente per cercare di essere cortesi, educati. O magari per esprimere un moderato disaccordo nei confronti dell’interlocutore. Come racconta il Times, i britannici dicono “sorry” nove volte al giorno in media.

Secondo Sofia Zambelli, esperta di cultura e linguaggio presso Babbel, “nell’inglese britannico, ‘sorry’ è un lubrificante sociale, un’esclamazione o una risposta a un lieve disagio, oltre a essere utilizzato per esprimere delle vere scuse. Questa sua straordinaria multifunzionalità la rende una delle parole più affascinanti e allo stesso tempo più fraintese della lingua inglese”, dice all’Independent.

Che confusione. La testimonianza al quotidiano britannico di Mattias Pettersson, un ragazzo svedese che vive nel Regno Unito, è esemplare: “Quando ho cominciato a uscire con la mia ragazza, sono rimasto colpito da quanto spesso dicesse ‘sorry’. All’inizio pensavo di aver fatto qualcosa di sbagliato. Diceva ‘sorry’ quando ci incrociavamo nel corridoio, quando mi porgeva qualcosa, perfino mentre starnutiva. Col tempo, osservando anche nostra figlia di due anni e altri britannici che ho conosciuto, ho capito che ‘sorry’ può voler dire qualsiasi cosa: da ‘mi scusi’ a ‘prima tu’, fino a ‘esisto, spero che non sia un problema’”.

"All’inizio non sapevo come reagire”, continua Pettersson, "dovevo scusarmi anch’io? Dire grazie? Era confuso ma anche affascinante: una parolina minuscola con mille significati. Sembrava ci fossero regole segrete che non avevo ancora imparato. Col tempo, ho imparato ad amarla. Non mi sembra più un’abitudine strana, ma un segno silenzioso di attenzione e premura”.

I 15 modi in cui i britannici usano “sorry”

Ecco dunque, secondo lo studio, i 15 modi in cui i britannici oggi usano più frequentemente la parola “sorry”: 1) Una espressione di scuse autentica utilizzata anche quando qualcuno vuole dimostrare empatia verso un’altra persona che, per esempio, riceve una brutta notizia. 2) Uso passivo-aggressivo, come in: "Mi spiace se ti sei offeso”. 3) Se due persone si incontrano per caso in un luogo pubblico, ci si aspetta che entrambi dicano “sorry". 4) Quando qualcuno sta bloccando un passaggio, spesso si dice “sorry” per chiedere gentilmente di spostarsi. 5) “Sorry” può essere usato prima di esprimere educatamente un disaccordo, come in: "Sorry, ma non sono d’accordo”. 6) Oppure, per far rispettare una regola: "Sorry, ma non puoi sederti lì”. 7) Ci sono anche casi in cui “sorry” sostituisce “pardon?”, durante le conversazioni, quando non si è capito cosa ha detto l’altra persona.

Ma anche: 8) Può essere usato per esprimere indignazione, ad esempio: "Sorry, ma quello che ha fatto è stato davvero inaccettabile”. 9) Per rifiutare un invito o una proposta. 10) Prima di interrompere qualcuno. 11) Ma anche prima di chiedere a qualcuno di fare qualcosa: “Sorry, mica potresti...”. 12) Se si vuole evitare un’interazione, ad esempio perché si è impegnati, di solito si inizia scusandosi. 13) “Sorry” viene spesso detto prima di parlare in modo diretto o più franco. 14) Per ammettere violazioni minime delle regole: "Sorry, ma non ho resistito”. 15) Se si vuole correggere qualcuno ma in modo gentile: “Sorry, secondo me...”.

martedì 20 maggio 2025

La scelta dell'italiano

Jhumpa Lahiri: “Perché ho scelto di essere italiana
La Stampa, 14 maggio 2025

E' appena uscito in Italia un mio libro, Perché l’italiano? il cui titolo finisce con un punto interrogativo. Il titolo deriva da uno dei saggi nel volume che avevo scritto circa dieci anni fa per spiegare meglio la scelta di sperimentare una nuova lingua letteraria. Quel saggio intanto deriva non solo dal fatto di essere stata tempestata da domande in merito alla suddetta scelta, ma per dare una risposta anche a me stessa. Essendo figlia di stranieri negli Stati Uniti, un perché mi ha perseguitata tutta la mia vita. Perché siete qui? Dovevamo rispondere, appianare. Perché può esprimere una genuina curiosità, oppure no. In ogni caso, la parola in sé mette in dubbio chi sei, e perché sei come sei.

Visto che la mia scelta non ha a che fare con legami personali o familiari, né con motivi palesemente politici, la frequenza della parola perché si è aumentata notevolmente nei miei confronti. Ho scelto un giorno di studiare la lingua, questo sì. Detto questo, nella mia testa, non ho scelto, io, l’italiano come lingua letteraria, anzi, la lingua ha scelto me. Mi ha attirata, mi ha parlato con chiarezza, mi ha proposto di entrare e di esplorare i suoi particolari. Ogni dizionario, ogni grammatica era un locus amoenus accogliente: bastava aprirli, studiarli. I vocaboli e le regole della lingua italiana non mi hanno chiesto di giustificare la mia attività. Non mi hanno mai chiesto un motivo preciso, un perché.

In latino, un termine per l’avverbio interrogativo perché è quid. Nelle Metamorfosi di Ovidio, un’opera che sto traducendo dal latino all’inglese in questo momento, la prima frase interrogativa con l’equivalente accezione di perché si trova nel secondo libro. Sta parlando il Sole, padre di povero Fetonte. «Quid mea colla tenes blandis, ignare, lacertis?» (2.100). «Perché mi abbracci per blandirmi?» è la traduzione di Guido Paduano. Per ignare, aggiunge, «Non sai». Ma ignare in latino è un ricco aggettivo che vuol dire non solo ignorante ma inesperto, nuovo, ignoto. Troviamo un’eco importante in un sonetto di John Milton composto direttamente in italiano: «Perche tu scrivi in lingua ignota e strana… e come t’osi?»

Fetonte vorrebbe verificare che sia davvero il figlio del Sole. La brama sventata di saperlo lo distruggerà, e distruggerà quasi il mondo stesso. La prima occorrenza della domanda perché, allora, parla della disperazione di un ragazzo che cerca un’appartenenza priva di alcun dubbio, un’identità scevra di ogni perché. La formula per descrivere l’italiano in cui vi parlo oggi, in cui scrivo da dodici anni - ossia, la terminologia dell’adozione - mi fa pensare a questo momento in Ovidio. Quel perché, benché ragionevole, insiste sullo scarto fra me e la lingua, e sulla mancanza di un legame autentico, inconfondibile. Non sono figlia di italiani, eppure, l’italiano - che entra nel cervello e nelle vene, dove scorre e dà linfa - ha cresciuto una parte significativa di me.

Per rispondere a un perché in inglese - why? - serve un’altra parola, because. In italiano invece, l’avverbio interrogativo può diventare una congiunzione con un valore causale. Scrivo in italiano, fino in fondo, perché è stato possibile farlo, perché le lingue di per sé sono luoghi aperti, senza barriere. Spesso in Ovidio, i personaggi si trovano davanti a un bivio, e si chiedono, quid faciat - che fare? Ecco, a un certo punto, davanti a un bivio fra due lingue a me straniere per due ragioni diverse, mi sono girata verso una. Lungo la strada italiana mi salutano tanti scrittori marcati, anche loro, da un perché. Perché Cesare Pavese si è tuffato così profondamente nell’inglese, nei suoi tempi un mare proibito sotto il fascismo? Perché Antonio Tabucchi ha scritto un romanzo in portoghese per elaborare il lutto di suo padre? Perché Amelia Rosselli, oscillando fra inglese, francese e italiano, è sempre sfuggita a una vera lingua madre? Lo scrittore lavora non per rispondere alla parola perché ma per lasciarci in dubbio, per creare lacune di comprensione, per farci tacere. Nol dimandar, lettor, ch’i’ non lo scrivo, però ch’ogne parlar sarebbe poco.

Lahiri, Jhumpa (propr. Nilanjana Sudeshna).  –  Scrittrice statunitense di origine indiana (n. Londra 1967). Nata a Londra da genitori indiani e cresciuta a Rhode Island (Stati Uniti), dopo la laurea in Lettere al Barnard College di New York (1989) si è specializzata in Inglese, Scrittura creativa e Letteratura comparata presso la Boston University, dove ha inoltre conseguito un dottorato in Studi rinascimentali. Nei suoi scritti, caratterizzati da uno stile asciutto e da un'impronta fortemente autobiografica, indaga le contraddizioni delle identità culturali prodotte dall’immigrazione, coinvolte nel difficile processo di ibridazione dei modelli tradizionali dei paesi di origine con le realtà dei nuovi contesti di accoglienza: così nelle raccolte di racconti Interpreter of maladies, 1999 (trad. it. 2000), accolta con vasto consenso da pubblico e critica e vincitrice di numerosi premi tra cui il Pulitzer e il PEN/Hemingway award, e Unaccustomed earth (2008, trad. it. 2008), premiata con il Frank O'Connor international short story award e l’Asian American literary award, e nel suo primo romanzo The namesake (2003), da cui nel 2006 M. Nair ha tratto il film omonimo (Il destino del nome, 2007). Tra le sue opere successive occorre ancora segnalare The lowland (2013; trad. it. La moglie, 2013), romanzo storico ambientato nella Calcutta dei tormentati anni dell'indipendenza indiana;  In altre parole (2015), selezione dei racconti scritti in lingua italiana per la rivista Internazionale; il saggio The clothing of books (2017; trad. it. 2017); il romanzo Dove mi trovo (2018), il primo scritto in italiano; Il quaderno di Nerina (2021); la raccolta di racconti Racconti romani (2022). (Treccani)