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venerdì 23 settembre 2022

Il nuovo Maigret

Mariolina Bertini Facebook Il film di Patrice Leconte con Depardieu nel ruolo di Maigret è qualcosa di molto diverso da un "adattamento" di "Maigret e la giovane morta". Lo spunto iniziale di "Maigret e la giovane morta" deve aver affascinato Leconte: sul pavé di una piazzetta viene ritrovato il cadavere di una ragazza in abito da sera, di cui nessuno sembra sapere niente. Per Maigret il viso infantile di quella sconosciuta e il mistero della sua fantasmatica esistenza diventano quasi un'ossessione, anche perché nella Parigi dei primi anni '50 - quelli in cui è scritto e ambientato il romanzo - le ragazze di provincia come lei, sprovvedute, indifese e spesso destinate a fare una brutta fine, sono un'infinità . Leconte fa di questa ossessione di Maigret - affettiva e sociologica insieme - il centro del suo film; poi cambia completamente la vicenda poliziesca che le fa da contorno, rendendola più sordida e più credibile della vicenda originale, che comportava un rocambolesco intervento della malavita organizzata. Il film è ambientato in una Parigi così cupa e buia, ha interni così affollati di oggetti anni '30 e '40, da evocare più l'epoca dell'Occupazione che non il 1954 (anno di uscita del romanzo). E in effetti all'Occupazione Leconte introduce un'allusione assente da "Maigret e la giovane morta". Sulle tracce di un indirizzo trovato nella borsetta della ragazza uccisa, il commissario va ad incontrare un antiquario ebreo, proveniente da Vilnius, che deve aver perso tutta la famiglia nella shoah e confonde il passato con il presente, sovrapponendo una ragazza scomparsa durante la guerra (come la Dora Bruder di Modiano) a quella di cui Maigret sta cercando di ricostruire la storia. Ininfluente nell'intreccio del film, questo personaggio non ha altra funzione se non quella di ricordarci che l'incubo dell'occupazione continua segretamente a pesare sulla Parigi, apparentemente immemore, dei primi anni Cinquanta. La bella recensione del blog "Sentieri selvaggi" dice che questo "Maigret "sembra in bianco e nero anche se è a colori" , ed è proprio così: un bianco e nero intriso di una disperazione senza uscita. Non è certo un caso se in passato Leconte ha portato sullo schermo "Il fidanzamento di Monsieur Hire", uno dei racconti più cupamente depressivi di tutta l'opera di Simenon. Qui sembra proprio essersi posto l'obiettivo di depurare di ogni macchiettismo, di ogni colore locale, di ogni bonarietà il mondo di Maigret, quasi a trapiantare il famoso commissario nell'universo dei più tragici romanzi "duri" del suo creatore. Ce lo suggerisce una scena del film, anche questa volta senza rapporto con il romanzo. Seguendo le tracce di un'amica della ragazza uccisa, Maigret va sul set cinematografico dove quest'amica, un'attricetta, lavora. Da una finta finestra del set , il commissario guarda divertito un fondale che rappresenta la chiesa del Sacré Coeur. E il suo sguardo ci dice che la Parigi cara ai turisti, e anche a molti lettori dei romanzi di Maigret, altro non è che uno scenario come quello, seducente, perfetto, incantevole, ma privo di ogni rapporto con la realtà.

domenica 8 novembre 2020

La compagnia del libro


Diego Gabutti, Lascia la fabbrica e vende libri, Italiaoggi, 7 novembre 2020

Non è ancora fuori corso come l'hula hoop, l'orologio da taschino o le radio a transistor ma poco ci manca. Per il libro in carta e inchiostro sono tempi difficili. Non che sia morto, o stia per morire: il libro cartaceo sopravvive agli eBook di Amazon e delle altre librerie digitali proprio grazie alle librerie on line, che in 24 ore recapitano a casa di chi li ordina libri d'ogni ordine e specie (compresi i libri di editori periferici, e a malapena conosciuti, che sarebbe impossibile trovare sia nella piccola libreria di quartiere sia nei grandi stores del centro). Davvero fuori corso, di questi tempi, sembra essere soprattutto il libro usato, il libro da bouquin, da bancarella (insieme a tutto ciò che non riguarda l'immediato, il talk show permanente dei libri effimeri, ma la memoria, le spalle dei giganti sulle quali si sono issati i nani e le ballerine del tempo presente). Morti i grandi cataloghi editoriali, moribonde le biblioteche, svaniti les livres d'antan, restano le novità del giorno, per chi se ne accontenta. Nessuno, o ben pochi, cercano vecchi libri sulle bancarelle, sempre meno numerose, ma ecco che un ex operaio torinese lascia la fabbrica e si dà al commercio di libri usati, come racconta questo memoir a più voci sulle avventure d'un bouquiniste sabaudo. Aprire una bancarella, impilare all'inizio titoli di scarso interesse, scelti senza una particolare competenza, per lo più fondi di magazzino, robe invendibili, sembra il peggiore dei business possibili, ed effettivamente lo è. Ma il libraio (e avventuriero) in questione, Marco Addonisio, impara in fretta a distinguere il bene dal male, i libri sensati da quelli senz'arte né parte, le prime edizioni da quelle meno blasonate, la clientela passionale da quella no.
Nel libro curato da Giovanni Carpinelli, cultore (la parola è grossa, ma appropriata) del libro usato, la storia di Marco Addonisio e del suo commercio di vecchi libri, venduti nelle fiere, su eBay, nei mercatini rionali, diventa il racconto esemplare d'una vocazione a trasmettere non diciamo la «cultura» (questo sì, sarebbe un parolone) ma lo splendore letterario del mondo di ieri. La compagnia del libro non si limita a parlare di letteratura (in senso borgesiano, dove tutto è letteratura, anche la scienza, anche la teologia) e neppure s'accontenta di celebrarla ma è letteratura esso stesso.
Qua e là, diciamolo, esagera e drammatizza il valore del libro, fino a prendere partito per il bibliofilo, che ama i libri per il loro contenuto, e contro il bibliomane, che stravede feticisticamente per l'oggetto in sé. Personalmente, se posso dirlo, io tifo per il bibliomane, perché somiglia più al maniaco sessuale, o peggio al filatelico, che a Daria Bignardi e Alessandro Baricco , e che si diverte con i libri come un vecchio reprobo nelle serate di burlesque). Leggere libri «per migliorarsi» è molto più disonorevole, se mi è concessa una licenza moralistica à la Baricco o à la Bignardi, che farne puramente e semplicemente incetta (chi vuol migliorarsi davvero non si dia alle buone letture ma alle buone opere). 
Francesista, curatrice e postillatrice dell'opera proustiana, Mariolina Bertini ricorda, nel romanzesco (e toccante) prologo al libro di Giovanni Carpinelli, l'ultima grande stagione delle bancarelle torinesi: gli anni sessanta e settanta, quando leggere, per chi aveva vent'anni, era la più straordinaria delle avventure. Racconta, in particolare, le rocambolesche battute di caccia al libro d'un amico suo (e mio): Paolo Pianarosa, sempre di guardia «tra le bancarelle di Piazza Carlo Alberto», tanto che la sua presenza faceva pensare a «una sorta di genius loci, uno spiritello tutelare che vegliava su quel piccolo mondo e ne conosceva ogni anfratto». Più in piccolo, meno compulsivi, meno ossessivi, c'erano molti altri Pianarosa in giro per bancarelle negli anni intorno al Sessantotto, quando di libri, nelle case della maggior parte dei giovani approdati alla scuola di massa, ce n'erano pochi, anzi nessuno, e leggere era quasi sempre un'esperienza memorabile.
Dentro ogni libro, come giù per la tana del Bianconiglio, c'erano mondi inimmaginabili da esplorare. E sono ancora tutti lì, conservati nel cloud, in forma digitale, oppure sulle bancarelle superstiti, poco frequentate e tuttavia irriducibili.

venerdì 9 gennaio 2015

Jünger e Genevoix visti da Bernard Maris




Maurice Genevoix






Ernst Jünger




















Bernard Maris





















 
Pierre Pachet
Due del 14
L'Indice

... Pierre Pachet, membro con Jean Lacoste e Tiphaine Samoyault della direzione editoriale della “Quinzaine”, è autore di un’ampia produzione saggistica, che spazia dal pensiero di Baudelaire alle vicissitudini culturali e politiche dell’Europa dell’Est (Pachet è di origine russa) e comprende testi autobiografici di una lucidità appassionata e rigorosa molto particolare. Grecista in origine, è il curatore della più recente e autorevole edizione francese della Repubblica di Platone. Uscito in apertura del primo numero di quest’anno della “Quinzaine” (n. 1096, 1°-15 gennaio 2014) con il titolo Deux de 14, l’articolo commenta il libro di Bernard Maris*, in cui l’esperienza della prima guerra mondiale, nell’occasione del centenario, è rivisitata attraverso le testimonianze, esemplari nelle loro contrapposte sensibilità e visioni, dei due grandi scrittori che si trovarono a combattere sui due opposti fronti in una medesima battaglia: Maurice Genevoix (1890-1980), autore di varie memorie e racconti pubblicati tra il 1916 e il 1923, poi raccolti nel volume Ceux de 14 (1949) ed Ernst Jünger, autore di Tempeste d’acciaio (1920; Guanda, 1990).

Con stupefacente delicatezza (trattandosi delle atrocità di massa della grande guerra) e con un costante sforzo d’imparzialità, in questo libro (L’homme dans la guerre. Maurice Genevoix face à Ernst Jünger, pp. 80, € 16,Grasset, Paris 2014) Bernard Maris rimette uno di fronte all’altro questi due combattenti in campi opposti, feriti lo stesso giorno sulla cresta di Les Éparges, nella Mosa, il 25 aprile 1915, per mettere a confronto il modo in cui hanno vissuto e descritto situazioni simmetriche. In realtà, sono anche due scrittori notevoli, benché Maurice Genevoix abbia paradossalmente un po’ sofferto del successo dei suoi racconti sulla Sologne e sugli animali, e degli infiniti dettati scolastici tratti da Raboliot e da Rroû, dettati divenuti, temo, troppo difficili per gli alunni di oggi. Bernard Maris li ha amati: prima Jünger, poi Genevoix (i due d’altronde non si sono mai né conosciuti né letti), ed ecco che li mette a confronto tra loro.
A meno di sedici anni, Jünger, dandy e scrittore nato, si arruola per un breve periodo nella legione straniera, poi parte a diciannove anni per il fronte. È fortunato: “Ferito quattordici volte, mai gravemente, salvato dalla ferita riportata a Les Éparges (la sua unità viene decimata), salvato da un’altra ferita agli inizi della battaglia della Somme, alla quale non partecipa nei primi giorni (la sua unità è totalmente annientata, non sopravvive nessuno)”. Nel 1918, riceve la croce “al merito”; sarà l’ultimo tedesco a portarla quando morirà, a 102 anni, divenuto “il sopravvivente” nel senso sinistro che Elias Canetti dà a questo termine in un capitolo di Massa e potere. Il suo libro magnifico e spaventoso, Tempeste d’acciaio, più volte riscritto, dal 1918 al 1978 (“i suoi curatori nella “Pléiade” rilevano 2500 varianti”), è uno dei più belli e dei più veri su quello che fu la prima guerra mondiale.
Nel 1915, Genevoix ha ventiquattro anni. È uno studente brillante (primo in graduatoria all’École normale supérieure), noncurante e seduttore; la guerra ne fa uno scrittore e un guerriero, un capo preoccupato di far cessare il panico e di risparmiare le vite dei suoi uomini. Incidentalmente, Bernard Maris confuta la frase “stupida” di Barbusse, che in Le Feu scrive: “Non ci sono quasi intellettuali, artisti o ricchi che durante questa guerra abbiano rischiato la vita nelle trincee, se non di sfuggita, né kepi gallonati”. Maris: “I gallonati, dell’École normale o della scuola militare di Saint Cyr si son fatti massacrare più degli altri... Quattrocento normaliens mobilitati, duecento uccisi”. L’enorme e ammirevole libro di Genevoix Ceux de 14 non fu riscritto. Fu censurato perché descriveva “le scene di panico, le violenze fatte alla popolazione, ai prigionieri… la stupidità degli ordini.” La sua prima parte, Sous Verdun, non ebbe il premio Goncourt nel 1916 perché scritta “con troppa semplicità, senza il velo del pacifismo o della lezione a posteriori che lo fecero ottenere a Barbusse. Anche Genevoix scampò alla morte grazie alla terribile ferita riportata a Les Éparges.
Jünger e Genevoix uccidono entrambi, spesso con gioia. Ma nel combattimento Genevoix, a differenza di Jünger, quando cade uno dei suoi soldati, avverte con pietà e dolore la scomparsa di un individuo, e il vuoto che quella morte apre nella catena umana, nella catena della vita. Li guarda sfilare, con uno sguardo che si fa acuto: “Commessi, contabili, ortolani di periferia, vignaioli della Champagne, eccoli, bruni o biondi, come lo si era qualche tempo fa, alcuni brutti, altri sporchi, altri rimasti belli e consapevoli di esserlo. Eccoli che arrivavano da tutte le parti, sradicati, ammucchiati. Si scorgeva ancora, su di loro, qualche brandello di quella che era stata la loro vita”. Il suo sguardo si affina ancora, scende nei particolari, si attarda su quel che sarà distrutto: “Uno alto, ossuto, con la pelle conciata dal sole e gli occhi quasi febbrili sul naso con una gobba, l’altro piccolo, grassoccio, con gli occhi ridenti, le guance rosee, la barba bruna ricciuta…”.
Anche Jünger sa soffermarsi sugli uomini, ma troppo spesso le sue idee sulla storia e sul destino delle civiltà vengono in primo piano: “Meglio sprofondare come una meteora in un nugolo di scintille che spegnersi vacillando a fuoco lento”, scrive a vent’anni. E anche: “La morte per una convinzione è il supremo compimento. In questo mondo imperfetto è qualcosa di perfetto”. Nel tessere il suo commento, Maris evidentemente riabilita Genevoix, e non soltanto perché ne ha sposato la figlia, Sylvie. Si schiera dalla parte dell’amore per la vita, della compassione per coloro che soffrono e presto moriranno, ricollegandosi esplicitamente alle riflessioni di Simone Weil sulla bellezza dell’Iliade (L’Iliade ou le poème de la force, 1941). Adolescente, Maris si era esaltato alla lettura di Avvicinamenti. Droghe ed ebbrezza (ed. orig. 1970, Multhipla, 1982), nonché a quella di Boschetto 125. Una cronaca delle battaglie in trincea nel 1918 (ed. orig. 1925, Guanda, 1999) e dell’inquietante Der Kampf als inneres Erlebnis (1922, “La lotta come esperienza interiore”). Nella maturità, lui che fu un economista, per usare le sue stesse parole, “in crisi”, si corregge senza rinnegarsi.
Due scrittori paralleli, combattenti diversi, amici, in modo diverso, della vita e delle bestie (cavalli, insetti, animali della foresta). E una strana situazione: Jünger (grazie all’ammirazione di Julien Gracq, e forse anche a quella di François Mitterrand) è celebre in Francia anche più che in Germania. Julien Hervier, che ha tradotto parecchie sue opere, pubblica ora presso Fayard una biografia molto completa (Ernst Jünger dans les tempêtes du siècle), ricca di puntualizzazioni precise su questo personaggio, contestato nel suo paese per il suo militarismo, il suo nazionalismo e le sue amicizie a volte compromettenti. Jünger ora è nella “Pléiade”. E Genevoix, che non fu mai un ideologo, ma seppe osservare e descrivere incomparabilmente gli esseri viventi minacciati dalla morte, che fu stimato da de Gaulle e a cui Gaston Gallimard aveva promesso di pubblicare le sue opere in quella stessa collezione? Genevoix dovrebbe esserci anche lui, nella “Pléiade”. La sua opera merita di essere letta e amata.
(Trad. dal francese di Mariolina Bertini)

(*) Bernard Maris

Ber­nard Maris, nato a Tolosa nel 1946 e assas­si­nato il 7 gen­naio nell’agguato alla redazione di Charlie Hebdo che ha fatto 12 vit­time, era un eco­no­mi­sta molto noto, capace di comu­ni­care con stile e iro­nia anche i con­cetti più com­pli­cati. Oncle Ber­nard, come si fir­mava su Char­lie Hebdo di cui era un pila­stro, aveva delle rubri­che in tv e alla radio pub­blica France Inter. Con melan­co­nia, difen­deva l’idea di un’economia alter­na­tiva alla “furia del capi­ta­li­smo”, dove la gra­tuità e il dono hanno il loro spa­zio importante.
Pro­fes­sore all’università e autore di romanzi, ha dedi­cato un libro a Key­nes (Key­nes ou l’économiste citoyen, 1999) e i sue due Anti­ma­nuels d’économie (2003, 2006) sono dei punti di rife­ri­mento. Ha par­te­ci­pato a Attac, poli­ti­ca­mente aveva un retro­terra socia­li­sta ma ulti­ma­mente di era avvi­ci­nato ai Verdi. Guar­dava con disin­canto i socia­li­sti, ridotti a “gestori” il cui unico pro­getto era diven­tato quello di “farci uscire dal defi­cit di bilancio”.
Ulti­ma­mente, aveva uno sguardo disin­can­tato sull’euro, di fronte a un’Europa sem­pre più “bal­ca­niz­zata”. Incro­ciava l’economia con la let­te­ra­tura, amava Bal­zac, Zola, e di recente, sor­pren­den­te­mente, aveva apprez­zato Houel­le­becq che, ne La carte et le ter­ri­toire, secondo lui era “riu­scito a cogliere il males­sere eco­no­mico che incan­cre­ni­sce la nostra epoca”. Il key­ne­siano ico­no­cla­sta dal 2011 era nel con­si­glio gene­rale della Ban­que de France. (Anna Maria Merlo)

lunedì 17 novembre 2014

Sulle orme di Proust. La ragazza con le rose rosse


Gabriella Bosco
Proust, alla ricerca della jeune fille perduta
Dai Cahiers in corso di pubblicazione affiora una misteriosa “ragazza con le rose rosse” il cui ricordo ossessionò a lungo lo scrittore
La francesista Mariolina Bertini ne ha seguito le tracce

La Stampa, 17 novembre 2014


Occhi brillanti, lunghe ciglia, incarnato purpureo. Con una scollatura di saporosa dolcezza messa in risalto da alcune rose rosse abilmente appuntate, la giovane donna andò verso di lui fingendo di volersi avvicinare al buffet e approfittò della calca per premergli addosso i seni. Il turbamento che il narratore della Recherche provò fu tale da ossessionarlo a lungo. «Volevo vivere soltanto per ritrovare quella ragazza, per conoscere la sua vita, la sua anima ignota, per entrare a farne parte».
Un episodio fugace, ma indelebile. Eppure non ne avremmo saputo niente se gli studiosi non fossero andati a cercare negli appunti preliminari, quelle lunghe note spesso frammentarie, discontinue, interrotte da considerazioni sull’opportunità di un certo passo strutturato in un modo invece che in un altro, per mettere a disposizione dei lettori anche il laboratorio della Recherche, cantiere che si protrae per ben 75 Cahiers: i quaderni sui quali Marcel Proust scriveva a penna, disteso a letto, gli avantesti del livre à venir. Un’infinità di pagine manoscritte, miniera inesauribile di elementi preziosi. Alcune parti erano già leggibili nell’edizione del capolavoro proustiano diretta da Jean-Yves Tadié per la «Bibliothèque de la Pléiade» Gallimard, ora di tutti i Cahiers è in corso l’edizione diplomatica per Brepols, affidata alle cure di un’équipe di eminenti specialisti. E Mariolina Bertini, la più attenta studiosa italiana di Proust, che in quel mare di pagine gode a trovare svelamenti, concordanze, inediti indizi, si è divertita a inseguire a sua volta, di cahier in cahier, le tracce persistenti della giovane donna. Ne è risultato un delizioso volumetto, La ragazza con le rose rosse, pubblicato dalla parmense Nuova Editrice Berti. Il libro raccoglie i brani dei quaderni in cui quelle tracce appaiono, tradotti in italiano dalla stessa curatrice.
L’immagine e l’audace avance della giovane misteriosa riaffiorano a più riprese nei Recherche. Lascia però di sé un’impronta profonda, di cui solo oggi possiamo cogliere a pieno le radici lontane. Lascia però di sé un’impronta profonda, di cui solo oggi possiamo cogliere a pieno le radici lontane.
Sin dal 1971 Maurice Bardèche, continuando l’esplorazione dei manoscritti proustiani iniziata vent’anni prima da Bernard de Fallois, aveva cominciato a tentare la ricostruzione della «preistoria» di Albertine e aveva notato come l’attrazione esercitata sul protagonista dalle jeunes filles fosse tra i temi originari dell’opera. Già nei primi abbozzi del 1909 il narratore è attratto e incuriosito a Querqueville (come all’epoca si chiamava la futura Balbec) da quella che gli appare come «una massa amorfa e deliziosa di bimbe, sorta di vaga costellazione, d’indistinta via lattea». Più avanti, spiega Mariolina Bertini, nella versione ancora lacunosa della Recherche che i proustiani chiamano «il romanzo del 1912», sono due le figure femminili oggetto di desiderio che s’impongono al centro dell’intreccio: da un lato la cameriera della baronessa Picpus (nel testo definitivo il nome diventerà Putbus) e dall’altro proprio lei, la «ragazza con le rose rosse» che sfiora con il seno sfrontato il narratore e poi scompare dalla sua vita come fosse stata un sogno. Entrambe svaniranno nel nulla quando prenderà corpo il personaggio ben più consistente di Albertine, ma a loro sarà spettato un ruolo capitale: quello d’introdurre nel mondo del narratore la tentazione più terribile e violenta, il desiderio erotico.
Bionda, alta e insolente con gli occhi azzurri e il corpo sinuoso la cameriera, proveniente da un passato di «contadinella viziosa» trascorso vicino a Combray dove si abbandonava a giochi proibiti con i ragazzini del luogo, personaggio a tutto tondo, dotato di una precisa storia personale; immagine momentanea, folgorante e inafferrabile al contrario la ragazza con le rose appuntate al seno. Ai poli opposti, le due, nell’estetica proustiana. Eppure intrecciate ad alimentarsi e annullarsi reciprocamente nella ricerca affannosa del protagonista. Tanto da assumere via via identità diverse, nelle fasi successive dei quaderni. Figure sfuggenti, certo, a monte delle quali, a furia di scavare, gli specialisti hanno creduto di poter riconoscere una ragazza in carne e ossa. Una jeune fille cui tra il marzo e il giugno del 1908, come rivela la corrispondenza, Proust desiderava insistentemente esser presentato. La presentazione avvenne poi, il 22 giugno, nella cornice del salotto Impero della principessa Murat. E l’incontro reale, era inevitabile, fu deludente. La «ragazza più bella» che avesse mai visto, scrisse Proust all’amico Albufera, «da vicino non mi è sembrata così bella: è un po’ irritante quando parla, e più civetta che amabile».
Ma questa, inutile dirlo, è un’altra storia.
Sì, perché la proterva e seducente ciclista Albertine dalle guance color geranio, che
spicca nel gruppo marino delle fanciulle in fiore offrendosi allo sguardo del protagonista in villeggiatura sulla spiaggia normanna di Balbec, ne è in qualche modo l’incarnazione d’arrivo. Albertine, scrive la curatrice, «destinata a diventare, insieme al barone di Charlus, la creatura di Proust più conosciuta e più amata. Infantile e misteriosa, ostinata e passiva, docile e sfuggente, apriva senza saperlo una lunga schiera di eroine novecentesche con le stesse caratteristiche, da Lolita, come lei prigioniera e fuggitiva, all’indolente Cecilia della Noia di Moravia». Un suggerimento critico illuminante.

Sin dal 1971 Maurice Bardèche, continuando l’esplorazione dei manoscritti proustiani iniziata vent’anni prima da Bernard de Fallois, aveva cominciato a tentare la ricostruzione della «preistoria» di Albertine e aveva notato come l’attrazione esercitata sul protagonista dalle jeunes filles fosse tra i temi originari dell’opera. Già nei primi
abbozzi del 1909 il narratore è attratto e incuriosito a Querqueville (come all’epoca si chiamava la futura Balbec) da quella che gli appare come «una massa amorfa e deliziosa di bimbe, sorta di vaga costellazione, d’indistinta via lattea». Più avanti, spiega Mariolina Bertini, nella versione ancora lacunosa della Recherche che i proustiani chiamano «il romanzo del 1912», sono due le figure femminili oggetto di desiderio che s’impongono al centro dell’intreccio: da un lato la cameriera della baronessa Picpus (nel testo definitivo il nome diventerà Putbus) e dall’altro proprio lei, la «ragazza con le rose rosse» che sfiora con il seno sfrontato il narratore e poi scompare dalla sua vita come fosse stata un sogno. Entrambe svaniranno nel nulla quando prenderà corpo il personaggio ben più consistente di Albertine, ma a loro sarà spettato un ruolo capitale: quello d’introdurre nel mondo del narratore la tentazione più terribile e violenta, il desiderio erotico.
Bionda, alta e insolente con gli occhi azzurri e il corpo sinuoso la cameriera, proveniente da un passato di «contadinella viziosa» trascorso vicino a Combray dove si abbandonava a giochi proibiti con i ragazzini del luogo, personaggio a tutto tondo, dotato di una precisa storia personale; immagine momentanea, folgorante e inafferrabile al contrario la ragazza con le rose appuntate al seno. Ai poli opposti, le due, nell’estetica proustiana. Eppure intrecciate ad alimentarsi e annullarsi reciprocamente nella ricerca affannosa del protagonista. Tanto da assumere via via identità diverse, nelle fasi successive dei quaderni. Figure sfuggenti, certo, a monte delle quali, a furia di scavare, gli specialisti hanno creduto di poter riconoscere una ragazza in carne e ossa. Una jeune fille cui tra il marzo e il giugno del 1908, come rivela la corrispondenza, Proust desiderava insistentemente esser presentato.
La presentazione avvenne poi, il 22 giugno, nella cornice del salotto Impero della principessa Murat. E l’incontro reale, era inevitabile, fu deludente. La «ragazza più bella» che avesse mai visto, scrisse Proust all’amico Albufera, «da vicino non mi è sembrata così bella: è un po’ irritante quando parla, e più civetta che amabile».
Ma questa, inutile dirlo, è un’altra storia.