venerdì 23 settembre 2022
Il nuovo Maigret
domenica 8 novembre 2020
La compagnia del libro
Non è ancora fuori corso come l'hula hoop, l'orologio da taschino o le radio a transistor ma poco ci manca. Per il libro in carta e inchiostro sono tempi difficili. Non che sia morto, o stia per morire: il libro cartaceo sopravvive agli eBook di Amazon e delle altre librerie digitali proprio grazie alle librerie on line, che in 24 ore recapitano a casa di chi li ordina libri d'ogni ordine e specie (compresi i libri di editori periferici, e a malapena conosciuti, che sarebbe impossibile trovare sia nella piccola libreria di quartiere sia nei grandi stores del centro). Davvero fuori corso, di questi tempi, sembra essere soprattutto il libro usato, il libro da bouquin, da bancarella (insieme a tutto ciò che non riguarda l'immediato, il talk show permanente dei libri effimeri, ma la memoria, le spalle dei giganti sulle quali si sono issati i nani e le ballerine del tempo presente). Morti i grandi cataloghi editoriali, moribonde le biblioteche, svaniti les livres d'antan, restano le novità del giorno, per chi se ne accontenta. Nessuno, o ben pochi, cercano vecchi libri sulle bancarelle, sempre meno numerose, ma ecco che un ex operaio torinese lascia la fabbrica e si dà al commercio di libri usati, come racconta questo memoir a più voci sulle avventure d'un bouquiniste sabaudo. Aprire una bancarella, impilare all'inizio titoli di scarso interesse, scelti senza una particolare competenza, per lo più fondi di magazzino, robe invendibili, sembra il peggiore dei business possibili, ed effettivamente lo è. Ma il libraio (e avventuriero) in questione, Marco Addonisio, impara in fretta a distinguere il bene dal male, i libri sensati da quelli senz'arte né parte, le prime edizioni da quelle meno blasonate, la clientela passionale da quella no.
Nel libro curato da Giovanni Carpinelli, cultore (la parola è grossa, ma appropriata) del libro usato, la storia di Marco Addonisio e del suo commercio di vecchi libri, venduti nelle fiere, su eBay, nei mercatini rionali, diventa il racconto esemplare d'una vocazione a trasmettere non diciamo la «cultura» (questo sì, sarebbe un parolone) ma lo splendore letterario del mondo di ieri. La compagnia del libro non si limita a parlare di letteratura (in senso borgesiano, dove tutto è letteratura, anche la scienza, anche la teologia) e neppure s'accontenta di celebrarla ma è letteratura esso stesso.
Qua e là, diciamolo, esagera e drammatizza il valore del libro, fino a prendere partito per il bibliofilo, che ama i libri per il loro contenuto, e contro il bibliomane, che stravede feticisticamente per l'oggetto in sé. Personalmente, se posso dirlo, io tifo per il bibliomane, perché somiglia più al maniaco sessuale, o peggio al filatelico, che a Daria Bignardi e Alessandro Baricco , e che si diverte con i libri come un vecchio reprobo nelle serate di burlesque). Leggere libri «per migliorarsi» è molto più disonorevole, se mi è concessa una licenza moralistica à la Baricco o à la Bignardi, che farne puramente e semplicemente incetta (chi vuol migliorarsi davvero non si dia alle buone letture ma alle buone opere).
Francesista, curatrice e postillatrice dell'opera proustiana, Mariolina Bertini ricorda, nel romanzesco (e toccante) prologo al libro di Giovanni Carpinelli, l'ultima grande stagione delle bancarelle torinesi: gli anni sessanta e settanta, quando leggere, per chi aveva vent'anni, era la più straordinaria delle avventure. Racconta, in particolare, le rocambolesche battute di caccia al libro d'un amico suo (e mio): Paolo Pianarosa, sempre di guardia «tra le bancarelle di Piazza Carlo Alberto», tanto che la sua presenza faceva pensare a «una sorta di genius loci, uno spiritello tutelare che vegliava su quel piccolo mondo e ne conosceva ogni anfratto». Più in piccolo, meno compulsivi, meno ossessivi, c'erano molti altri Pianarosa in giro per bancarelle negli anni intorno al Sessantotto, quando di libri, nelle case della maggior parte dei giovani approdati alla scuola di massa, ce n'erano pochi, anzi nessuno, e leggere era quasi sempre un'esperienza memorabile.
Dentro ogni libro, come giù per la tana del Bianconiglio, c'erano mondi inimmaginabili da esplorare. E sono ancora tutti lì, conservati nel cloud, in forma digitale, oppure sulle bancarelle superstiti, poco frequentate e tuttavia irriducibili.
venerdì 9 gennaio 2015
Jünger e Genevoix visti da Bernard Maris
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| Maurice Genevoix |
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| Ernst Jünger |
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| Bernard Maris |
Bernard Maris, nato a Tolosa nel 1946 e assassinato il 7 gennaio nell’agguato alla redazione di Charlie Hebdo che ha fatto 12 vittime, era un economista molto noto, capace di comunicare con stile e ironia anche i concetti più complicati. Oncle Bernard, come si firmava su Charlie Hebdo di cui era un pilastro, aveva delle rubriche in tv e alla radio pubblica France Inter. Con melanconia, difendeva l’idea di un’economia alternativa alla “furia del capitalismo”, dove la gratuità e il dono hanno il loro spazio importante.
Professore all’università e autore di romanzi, ha dedicato un libro a Keynes (Keynes ou l’économiste citoyen, 1999) e i sue due Antimanuels d’économie (2003, 2006) sono dei punti di riferimento. Ha partecipato a Attac, politicamente aveva un retroterra socialista ma ultimamente di era avvicinato ai Verdi. Guardava con disincanto i socialisti, ridotti a “gestori” il cui unico progetto era diventato quello di “farci uscire dal deficit di bilancio”.
Ultimamente, aveva uno sguardo disincantato sull’euro, di fronte a un’Europa sempre più “balcanizzata”. Incrociava l’economia con la letteratura, amava Balzac, Zola, e di recente, sorprendentemente, aveva apprezzato Houellebecq che, ne La carte et le territoire, secondo lui era “riuscito a cogliere il malessere economico che incancrenisce la nostra epoca”. Il keynesiano iconoclasta dal 2011 era nel consiglio generale della Banque de France. (Anna Maria Merlo)
lunedì 17 novembre 2014
Sulle orme di Proust. La ragazza con le rose rosse
Proust, alla ricerca della jeune fille perduta
Dai Cahiers in corso di pubblicazione affiora una misteriosa “ragazza con le rose rosse” il cui ricordo ossessionò a lungo lo scrittore
La francesista Mariolina Bertini ne ha seguito le tracce
La Stampa, 17 novembre 2014
Occhi brillanti, lunghe ciglia, incarnato purpureo. Con una scollatura di saporosa dolcezza messa in risalto da alcune rose rosse abilmente appuntate, la giovane donna andò verso di lui fingendo di volersi avvicinare al buffet e approfittò della calca per premergli addosso i seni. Il turbamento che il narratore della Recherche provò fu tale da ossessionarlo a lungo. «Volevo vivere soltanto per ritrovare quella ragazza, per conoscere la sua vita, la sua anima ignota, per entrare a farne parte».
Un episodio fugace, ma indelebile. Eppure non ne avremmo saputo niente se gli studiosi non fossero andati a cercare negli appunti preliminari, quelle lunghe note spesso frammentarie, discontinue, interrotte da considerazioni sull’opportunità di un certo passo strutturato in un modo invece che in un altro, per mettere a disposizione dei lettori anche il laboratorio della Recherche, cantiere che si protrae per ben 75 Cahiers: i quaderni sui quali Marcel Proust scriveva a penna, disteso a letto, gli avantesti del livre à venir. Un’infinità di pagine manoscritte, miniera inesauribile di elementi preziosi. Alcune parti erano già leggibili nell’edizione del capolavoro proustiano diretta da Jean-Yves Tadié per la «Bibliothèque de la Pléiade» Gallimard, ora di tutti i Cahiers è in corso l’edizione diplomatica per Brepols, affidata alle cure di un’équipe di eminenti specialisti. E Mariolina Bertini, la più attenta studiosa italiana di Proust, che in quel mare di pagine gode a trovare svelamenti, concordanze, inediti indizi, si è divertita a inseguire a sua volta, di cahier in cahier, le tracce persistenti della giovane donna. Ne è risultato un delizioso volumetto, La ragazza con le rose rosse, pubblicato dalla parmense Nuova Editrice Berti. Il libro raccoglie i brani dei quaderni in cui quelle tracce appaiono, tradotti in italiano dalla stessa curatrice.
L’immagine e l’audace avance della giovane misteriosa riaffiorano a più riprese nei Recherche. Lascia però di sé un’impronta profonda, di cui solo oggi possiamo cogliere a pieno le radici lontane. Lascia però di sé un’impronta profonda, di cui solo oggi possiamo cogliere a pieno le radici lontane.
Sin dal 1971 Maurice Bardèche, continuando l’esplorazione dei manoscritti proustiani iniziata vent’anni prima da Bernard de Fallois, aveva cominciato a tentare la ricostruzione della «preistoria» di Albertine e aveva notato come l’attrazione esercitata sul protagonista dalle jeunes filles fosse tra i temi originari dell’opera. Già nei primi abbozzi del 1909 il narratore è attratto e incuriosito a Querqueville (come all’epoca si chiamava la futura Balbec) da quella che gli appare come «una massa amorfa e deliziosa di bimbe, sorta di vaga costellazione, d’indistinta via lattea». Più avanti, spiega Mariolina Bertini, nella versione ancora lacunosa della Recherche che i proustiani chiamano «il romanzo del 1912», sono due le figure femminili oggetto di desiderio che s’impongono al centro dell’intreccio: da un lato la cameriera della baronessa Picpus (nel testo definitivo il nome diventerà Putbus) e dall’altro proprio lei, la «ragazza con le rose rosse» che sfiora con il seno sfrontato il narratore e poi scompare dalla sua vita come fosse stata un sogno. Entrambe svaniranno nel nulla quando prenderà corpo il personaggio ben più consistente di Albertine, ma a loro sarà spettato un ruolo capitale: quello d’introdurre nel mondo del narratore la tentazione più terribile e violenta, il desiderio erotico.
Bionda, alta e insolente con gli occhi azzurri e il corpo sinuoso la cameriera, proveniente da un passato di «contadinella viziosa» trascorso vicino a Combray dove si abbandonava a giochi proibiti con i ragazzini del luogo, personaggio a tutto tondo, dotato di una precisa storia personale; immagine momentanea, folgorante e inafferrabile al contrario la ragazza con le rose appuntate al seno. Ai poli opposti, le due, nell’estetica proustiana. Eppure intrecciate ad alimentarsi e annullarsi reciprocamente nella ricerca affannosa del protagonista. Tanto da assumere via via identità diverse, nelle fasi successive dei quaderni. Figure sfuggenti, certo, a monte delle quali, a furia di scavare, gli specialisti hanno creduto di poter riconoscere una ragazza in carne e ossa. Una jeune fille cui tra il marzo e il giugno del 1908, come rivela la corrispondenza, Proust desiderava insistentemente esser presentato. La presentazione avvenne poi, il 22 giugno, nella cornice del salotto Impero della principessa Murat. E l’incontro reale, era inevitabile, fu deludente. La «ragazza più bella» che avesse mai visto, scrisse Proust all’amico Albufera, «da vicino non mi è sembrata così bella: è un po’ irritante quando parla, e più civetta che amabile».
Ma questa, inutile dirlo, è un’altra storia.
Sì, perché la proterva e seducente ciclista Albertine dalle guance color geranio, che
spicca nel gruppo marino delle fanciulle in fiore offrendosi allo sguardo del protagonista in villeggiatura sulla spiaggia normanna di Balbec, ne è in qualche modo l’incarnazione d’arrivo. Albertine, scrive la curatrice, «destinata a diventare, insieme al barone di Charlus, la creatura di Proust più conosciuta e più amata. Infantile e misteriosa, ostinata e passiva, docile e sfuggente, apriva senza saperlo una lunga schiera di eroine novecentesche con le stesse caratteristiche, da Lolita, come lei prigioniera e fuggitiva, all’indolente Cecilia della Noia di Moravia». Un suggerimento critico illuminante.
abbozzi del 1909 il narratore è attratto e incuriosito a Querqueville (come all’epoca si chiamava la futura Balbec) da quella che gli appare come «una massa amorfa e deliziosa di bimbe, sorta di vaga costellazione, d’indistinta via lattea». Più avanti, spiega Mariolina Bertini, nella versione ancora lacunosa della Recherche che i proustiani chiamano «il romanzo del 1912», sono due le figure femminili oggetto di desiderio che s’impongono al centro dell’intreccio: da un lato la cameriera della baronessa Picpus (nel testo definitivo il nome diventerà Putbus) e dall’altro proprio lei, la «ragazza con le rose rosse» che sfiora con il seno sfrontato il narratore e poi scompare dalla sua vita come fosse stata un sogno. Entrambe svaniranno nel nulla quando prenderà corpo il personaggio ben più consistente di Albertine, ma a loro sarà spettato un ruolo capitale: quello d’introdurre nel mondo del narratore la tentazione più terribile e violenta, il desiderio erotico.
Bionda, alta e insolente con gli occhi azzurri e il corpo sinuoso la cameriera, proveniente da un passato di «contadinella viziosa» trascorso vicino a Combray dove si abbandonava a giochi proibiti con i ragazzini del luogo, personaggio a tutto tondo, dotato di una precisa storia personale; immagine momentanea, folgorante e inafferrabile al contrario la ragazza con le rose appuntate al seno. Ai poli opposti, le due, nell’estetica proustiana. Eppure intrecciate ad alimentarsi e annullarsi reciprocamente nella ricerca affannosa del protagonista. Tanto da assumere via via identità diverse, nelle fasi successive dei quaderni. Figure sfuggenti, certo, a monte delle quali, a furia di scavare, gli specialisti hanno creduto di poter riconoscere una ragazza in carne e ossa. Una jeune fille cui tra il marzo e il giugno del 1908, come rivela la corrispondenza, Proust desiderava insistentemente esser presentato.
La presentazione avvenne poi, il 22 giugno, nella cornice del salotto Impero della principessa Murat. E l’incontro reale, era inevitabile, fu deludente. La «ragazza più bella» che avesse mai visto, scrisse Proust all’amico Albufera, «da vicino non mi è sembrata così bella: è un po’ irritante quando parla, e più civetta che amabile».
Ma questa, inutile dirlo, è un’altra storia.








