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mercoledì 12 agosto 2026

Ilaria Cucchi si sposa

Francesco Bei
Ilaria Cucchi: "Io e il mio avvocato sposi: è il regalo che Stefano mi ha mandato da lassù"

Repubblica, 11 agosto 2026

Ilaria Cucchi, senatrice di Avs e l’avvocato Fabio Anselmo si sposano a fine mese a Vallefoglia, un paesino nel Montefeltro, in provincia di Pesaro-Urbino. Sarà un matrimonio semplice, senza politici vip, ma solo con affetti e amici. E i quattro figli, due per ciascuno da relazioni precedenti, a fare da testimoni. Un amore nato nella lotta, cresciuto nelle aule di tribunale, contrastato — anzitutto da lui, che all’inizio frenava — ma infine vittorioso.

Quand’è che la battaglia politica e giudiziaria che avete condotto insieme è diventata una storia d’amore?

«Per quanto mi riguarda, immediatamente. C’è voluto del tempo per portarla avanti, ma io mi sono innamorata di Fabio da subito. Lui all’inizio aveva degli scrupoli comprensibili. Sono stata io a prendere l’iniziativa».

Lui sarà stato frenato da questioni deontologiche, la difendeva nel processo per la morte di suo fratello...

«Anche, ma era frenato soprattutto dal fatto che mi aveva conosciuta in una circostanza tragica. Se mio fratello non fosse stato ucciso, non ci saremmo mai incontrati Fabio Anselmo, famoso avvocato di Ferrara, e io di Roma. Era felice, ma addolorato per questo».

E lei invece?

«Invece io ho pensato che Fabio per me era il regalo di Stefano, mio fratello. Stefano mi voleva bene più di qualunque altra cosa al mondo e, anche nei suoi momenti più difficili, la sua domanda era sempre: “Ila, ma tu sei felice?”. Stefano se n’è andato, ma non mi ha lasciata da sola: mi ha lasciata con lui. Fabio è stata la svolta della mia vita».

Veniva da un’altra relazione?

«Io venivo da un matrimonio di nove anni con due figli, uno di sette anni e una di due. Ero la mamma perfetta nel suo mondo perfetto, poi è arrivato l’uragano».

L’uragano della morte di suo fratello.

«Certo e tutto quello che è successo dopo. Lì sono iniziate le mie battaglie, lì è cambiata la mia vita».

Anche Anselmo aveva una relazione in essere?

«Anche Fabio era sposato con due figli. I nostri quattro figli saranno i nostri testimoni di matrimonio. Oggi siamo una famiglia veramente unita. Certo, c’è voluto del tempo».

Lei non si sentiva in colpa ad aprirsi a una gioia che arrivava da un grande lutto? Come ha fatto a conciliare questi due momenti?

«Fa parte del mio modo di essere. Sono forse un po’ anomala: di fronte al dolore credo sia fondamentale trovare una chiave positiva. Nell’immaginario collettivo la sorella del morto deve soffrire e punto. Io invece, in tutta questa sofferenza, ho seguito quello che ripeteva sempre Luigi Manconi: quando ti capita una cosa così drammatica, o ti chiudi nel tuo dolore e diventi cattivo, e magari è pure giustissimo e condivisibile, oppure trovi il modo di trasformare quel dolore in qualcosa di positivo che ti consenta di andare avanti e aiutare qualcun altro».

C’è un momento in cui ha capito di essersi innamorata di lui?

«Era il 31 ottobre 2014, il giorno della sentenza per il primo processo, quello dove assolvono tutti. Eravamo fuori dall’aula e Fabio piangeva. Mio padre gli mette la mano sulla spalla e dice: “Dai Fabio non è finita”. Io invece continuavo a dirgli: “Guarda Fabio che abbiamo vinto”. Aveva cercato di ribaltare il tavolo e avevamo vinto perché quel processo era chiuso e finalmente si diceva che Stefano Cucchi non era morto per la droga, ma perché qualcuno lo aveva picchiato».

Lei l’ha consolato?

«Si e mi sono innamorata di lui nel momento in cui ho visto questo avvocato di fama internazionale versare lacrime vere perché a un ragazzo tra gli ultimi, come era mio fratello, erano stati calpestati i diritti. È stato il momento in cui gli ho detto: “Fabio guarda che abbiamo vinto, noi cambieremo il mondo”. Lui mi prendeva in giro».

Il mondo l’avete cambiato?

«Guardando indietro, non so mica se abbiamo cambiato qualcosa. Però, ripensandoci, almeno un pochino ci abbiamo provato e lo abbiamo fatto insieme».

E lui invece quando ha mollato gli ormeggi?

«Di lì a breve. Ci siamo innamorati subito. Ormai sono sedici anni che siamo insieme. Non c’è mai stato un attimo di confusione».

Una cosa che vi fa litigare?

«Difficilmente litighiamo, discutiamo moltissimo perché abbiamo opinioni che non sempre sono identiche, ma litigare no. Siamo veramente uniti su tutto, è la cosa meravigliosa della seconda parte della mia vita. E la cosa bella è che, mentre il più delle volte le difficoltà dividono, io mi innamoro di lui ogni giorno di più. Ogni volta, per esempio, che lo vedo dannarsi fino a tarda sera per un processo, io mi “addanno” con lui. E andiamo a letto parlando di questo».

Non parlate di una serie Netflix?

«Le coppie comuni parlano del più e del meno, lo dico con tutto il rispetto e anzi le ammiro. Noi invece parliamo di quello che è successo, magari a mezzanotte ci troviamo a parlare di Fakir a Bologna e ad arrabbiarci per quello che succede. È questo che ci unisce, che ci tiene veramente molto legati: batterci per le stesse battaglie».

Dove andrete in viaggio di nozze?

«A Fiume, dove sono le origini della famiglia di Fabio, che ha vissuto il dramma delle foibe. Il nostro sogno è andare lì a ritrovare le radici».

A proposito di radici, perché le Marche?

«Entrambe le nostre famiglie provengono da qui. I miei nonni paterni e la famiglia di Fabio provengono dal pesarese, questi rimangono i nostri luoghi del cuore. Viviamo in una casa in collina a Vallefoglia. Per questo ci teniamo a sposarci qui».

Chi vi sposerà?

«Palmiro Ucchielli, il sindaco di Vallefoglia, ex senatore del Pd. Nel tempo è diventato un amico».

Chi è più di sinistra tra voi due?

«Entrambi siamo di sinistra, ma io di più».

Chi è più arrabbiato con la sinistra?

«Lui, per tutti gli errori che la sinistra ha fatto nel corso degli anni». 

giovedì 23 ottobre 2025

Un appello per le sanzioni a Israele

Jonathan Glazer

Personaggi ebraici di tutto il mondo chiedono alle Nazioni Unite e ai leader mondiali di sanzionare Israele
The Guardian, 22 ottobre 2025

"Non abbiamo dimenticato che molte delle leggi, degli statuti e delle convenzioni istituite per salvaguardare e proteggere ogni forma di vita umana sono state create in risposta all'Olocausto", scrivono i firmatari. "Queste garanzie sono state incessantemente violate da Israele ".

Tra i firmatari figurano l'ex presidente della Knesset israeliana Avraham Burg, l'ex negoziatore di pace israeliano Daniel Levy, lo scrittore britannico Michael Rosen, l'autrice canadese Naomi Klein, il regista premio Oscar Jonathan Glazer, l'attore statunitense Wallace Shawn, le vincitrici dell'Emmy Ilana Glazer e Hannah Einbinder e il vincitore del premio Pulitzer Benjamin Moser.

I firmatari esortano i leader mondiali a rispettare le sentenze della Corte internazionale di giustizia (ICJ) e della Corte penale internazionale, a evitare la complicità nelle violazioni del diritto internazionale bloccando i trasferimenti di armi e imponendo sanzioni mirate, a garantire adeguati aiuti umanitari a Gaza e a respingere le false accuse di antisemitismo contro coloro che promuovono la pace e la giustizia.

"Chiniamo il capo con immenso dolore mentre si accumulano prove che le azioni di Israele saranno giudicate conformi alla definizione legale di genocidio", si legge nella lettera.

L'appello segue un netto cambiamento nell'opinione pubblica degli ebrei statunitensi e dell'elettorato in generale negli ultimi anni. Un sondaggio del Washington Post ha rilevato che il 61% degli ebrei statunitensi ritiene che Israele abbia commesso crimini di guerra a Gaza e il 39% afferma che stia commettendo un genocidio. Tra il pubblico americano in generale, il 45% ha dichiarato alla Brookings Institution di credere che Israele stia commettendo un genocidio, mentre un sondaggio Quinnipiac di agosto ha rilevato che metà degli elettori statunitensi condivide questa opinione, incluso il 77% dei Democratici.

Tra gli altri firmatari della lettera figurano il direttore d'orchestra israeliano Ilan Volkov, la drammaturga V (precedentemente nota come Eve Ensler), il comico americano Eric André, il romanziere sudafricano Damon Galgut, il giornalista e documentarista premio Oscar Yuval Abraham, il vincitore del premio Tony award, Toby Marlow, e il filosofo israeliano Omri Boehm.

"La nostra solidarietà con i palestinesi non è quindi un tradimento dell'ebraismo, ma un suo compimento", scrivono i firmatari. "Quando i nostri saggi insegnarono che distruggere una vita significa distruggere un mondo intero, non fecero eccezioni per i palestinesi. Non ci fermeremo finché questo cessate il fuoco non porterà alla fine dell'occupazione e dell'apartheid".

Dal 7 ottobre 2023, almeno 65.000 palestinesi sono stati uccisi e più di 167.000 feriti, secondo il Ministero della Salute di Gaza, mentre le Nazioni Unite stimano che circa il 90% della popolazione sia sfollata internamente. Due senatori democratici statunitensi, Chris Van Hollen e Jeff Merkley, hanno concluso, dopo una missione conoscitiva nella regione a settembre, che Israele stava attuando "un piano sistematico per distruggere e ripulire etnicamente i palestinesi di Gaza", con gli Stati Uniti complici di queste azioni.

Il loro rapporto descriveva dettagliatamente la distruzione quasi totale delle infrastrutture civili, la militarizzazione del cibo e gli ostacoli sistematici alla distribuzione degli aiuti umanitari.

Il cessate il fuoco del 10 ottobre è stato scosso da ripetute violazioni. L'agenzia di stampa palestinese ha affermato che Israele ha violato il cessate il fuoco 80 volte e ucciso almeno 80 palestinesi negli ultimi 11 giorni. L'esercito israeliano ha accusato Hamas di aver violato l'accordo, uccidendo due soldati israeliani a Rafah e ritardando la restituzione dei corpi degli ostaggi.

Nella lettera pubblica si afferma che la tregua non fa alcun riferimento alla Cisgiordania , dove continua la violenza dei coloni e dove le condizioni di base dell'occupazione restano irrisolte.

Secondo l' ultimo rapporto dell'ufficio umanitario delle Nazioni Unite , quest'anno oltre 3.200 palestinesi sono rimasti feriti in attacchi in Cisgiordania, e le Nazioni Unite hanno documentato 71 aggressioni da parte di coloni in una sola settimana di ottobre. In un episodio di questa settimana, una donna di 55 anni è stata ricoverata in ospedale dopo essere stata colpita a bastonate da un colono mascherato mentre raccoglieva le olive, un attacco ripreso in un video .

L'organizzazione israeliana per i diritti civili Yesh Din ha scoperto che solo il 3% delle indagini sulla violenza dei coloni tra il 2005 e il 2024 ha portato a condanne. Poco dopo il suo insediamento, Donald Trump ha revocato le sanzioni limitate che Joe Biden aveva imposto a decine di coloni e gruppi di coloni violenti.

Si prevede che la Corte Internazionale di Giustizia emetta una nuova sentenza questa settimana per chiarire gli obblighi di Israele nei territori occupati, a seguito del parere consultivo non vincolante del luglio 2024 che dichiarava l'illegittimità dell'occupazione. Eppure, secondo quanto riferito, i ministri degli Esteri dell'UE si stanno tirando indietro dalle sanzioni, nonostante le conclusioni del servizio diplomatico dell'Unione secondo cui vi sarebbero "indicazioni" che Israele stia violando i suoi obblighi in materia di diritti umani ai sensi dell'accordo di associazione UE-Israele.

giovedì 2 ottobre 2025

L'Italia non paga i voli


Lorenzo De Cicco
Il piano: espulsioni senza tribunali speciali, l'Italia non paga i voli
la Repubblica, 2 ottobre 2025

Espulsione tra domani e sabato per tutti gli italiani fermati a bordo della Flotilla. Passando dall’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, tramite un charter messo a disposizione dal governo israeliano. È questo il piano approntato dalla Farnesina, prima ancora che scattasse l’operazione dell’Idf in acque internazionali contro la missione umanitaria diretta nella Striscia. Con una postilla, comunicata informalmente agli attivisti e confermata a Repubblica da fonti governative: lo Stato italiano non è disposto a sborsare un euro per il rientro dei nostri connazionali salpati verso Gaza. Dunque gli scenari sono due: o tutto sarà a spese dell’esecutivo di Tel Aviv. Oppure, spiegano le stesse fonti dell’esecutivo, saranno gli stessi attivisti a dover sostenere il costo del rientro in Italia. Insomma, tutto a loro carico.

Naturalmente in questa vicenda l’aspetto economico non è quello più urgente, più preoccupante. La Farnesina fino a ieri notte ha chiesto rassicurazioni a Israele sul fatto che tutti gli attivisti fermati non venissero messi sotto arresto. Obiettivo: evitare che scattasse una procedura che prevede la formalizzazione delle accuse («ingresso illegale in Israele», o peggio, imputazioni di tipo terroristico) e poi almeno un’udienza davanti a un tribunale speciale, peraltro composto non da magistrati ordinari, ma da funzionari del ministero dell’Interno israeliano. Una preoccupazione, lato italiano, che riguardava in particolare i nostri connazionali che in passato hanno ricevuto un altro decreto di espulsione da parte di Tel Aviv. Tutti i nostri connazionali, temendo il processo, hanno già incaricato avvocati di Ong operative in Terra Santa.

Ieri il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha sentito di nuovo l’omologo israeliano, Gideon Sa’ar. Tornando a chiedere che Israele non usasse violenza nei confronti della flottiglia. Poco dopo, le chiamate in batteria a chi era a bordo delle barche, chiedendo — l’ha raccontato lo stesso ministro in tv, su Rai Uno, all’ora di cena — di tenere un atteggiamento «gandhiano». Dopo avere sentito anche il collega turco, Hakan Fidan, con cui ha condiviso che «la priorità di evitare l’escalation», Tajani ha dato mandato all’ambasciata a Tel Aviv e ai consolati di Gerusalemme e Tel Aviv di assistere gli italiani. Il ministro è convinto che nelle prossime ore verranno tutti trasferiti nel porto di Ashdod. Da lì, in coincidenza con la fine dello Yom Kippur, dovrebbero essere portati a Tel Aviv. Ventiquattr’ore di fermo circa previste, forse quarantotto. Poi tramite lo scalo internazionale di Ben Gurion dovrebbero fare ritorno verso lo Stivale.

È stata una serata (e una notte) tormentata, per il governo. Tajani, in contatto con Giorgia Meloni, ha chiamato alcuni leader di opposizione, tra cui la segretaria del Pd, Elly Schlein, il capo del M5S, Giuseppe Conte, e di Sinistra italiana, Nicola Fratoianni. Messaggio chiaro, ripetuto: «L’importante è che non ci siano reazioni o azioni violente». «È stato un blocco, non un attacco, spero che tutto avvenga con calma e razionalità», l’auspicio del titolare della Difesa, Guido Crosetto, che nel frattempo ha avuto contatti con la controparte turca e una chiamata sempre con Schlein.

La Farnesina vuole evitare a tutti i costi lungaggini. Lavora per chiudere la pratica rimpatri entro il weekend. Ma non è detto che il piano fili liscio: ai fermati, verosimilmente stasera o domani, sarà sottoposto un foglio in cui dovranno affermare di avere tentato l’ingresso illegale in Israele. Chi firma sarà espulso immediatamente (e otterrà un ban sull’ingresso nel Paese di almeno 10 anni). Per gli altri il rischio processo, stando ai precedenti, è più che concreto.

venerdì 22 agosto 2025

La massoneria in Francia


Le Monde con l''Agence France Presse 
Massoneria: Pierre Bertinotti eletto capo del Grande Oriente di Francia

Pierre Bertinotti, professore di economia ed ex alto funzionario statale, è stato eletto Gran Maestro del Grande Oriente di Francia (GODF), la più grande organizzazione massonica in Francia, come annunciato venerdì 22 agosto.

A 72 anni, il signor Bertinotti, massone da oltre vent'anni, è stato eletto giovedì sera al primo turno dai consiglieri dell'ordine riuniti a Bordeaux. È una delle poche figure visibili in questa organizzazione dai rituali segreti, fondata nel 1728, i cui membri non sono tenuti a rivelare la propria affiliazione.

Pierre Bertinotti succede a Nicolas Penin per un mandato di un anno in questo incarico, dopo aver già prestato servizio per due anni nel Consiglio dell'Ordine, l'organo di governo del Grande Oriente. Gli statuti stabiliscono che un mandato nel Consiglio, indipendentemente dalla carica, non può superare i tre anni.

Ricostruire il “patto sociale”

Nel suo discorso, il nuovo Gran Maestro ha incentrato il suo intervento sul "ristabilimento del patto sociale", sottolineando le "molteplici minacce allo Stato di diritto" . Ha menzionato l'indebolimento dei meccanismi di solidarietà, le sfide ambientali, la povertà e persino l'intelligenza artificiale che "ristruttura il mondo" , ha affermato il GODF in un comunicato stampa.

Laureato presso Sciences Po Paris, HEC e l'École nationale supérieure des postes et télécommunication, il nuovo capo del GODF è stato un alto funzionario presso il Ministero delle Finanze, consigliere comunale nella città di Metz, da dove proviene, e attualmente insegna economia presso la scuola di ingegneria CentraleSupélec.

Secondo i dati forniti dall'organizzazione, il Grande Oriente di Francia conta più di 55.000 membri e circa 1.400 logge, il che ne fa la principale – e anche la più antica – obbedienza massonica francese, le cui tendenze sono generalmente classificate come di sinistra.

L'attività principale della Massoneria consiste nell'organizzare dibattiti interni su questioni sociali, come la laicità, l'ambiente, questioni sociali o etiche.

https://www.lemonde.fr/societe/article/2025/08/22/franc-maconnerie-pierre-bertinotti-elu-a-la-tete-du-grand-orient-de-france_6633459_3224.html

combien d'adhérents a le Grand Orient de France?

Chat Français ha detto:

Voici les derniers chiffres concernant l’effectif du Grand Orient de France (GODF) :

  • Selon le site officiel, au 31 août 2024, le Grand Orient de France compte 52 489 membres, dont 6 707 femmes, répartis dans 1 426 loges (1 258 en France métropolitaine, 57 outre-mer, 63 en Europe, 48 dans le monde)Grand Orient de France.

  • Un article de l’Union daté de février 2025 indique "plus de 50 000 membres" dans "plus de 1 400 loges"lunion.fr.

  • Une source locale mentionne 54 400 membres, dont 6 500 sœurs, dans 1 395 loges.

  • Le site “Editions de l’Initié” évoque environ 52 000 membresEditions de l'Initié.

  • Enfin, la Wikipedia en anglais, mise à jour récemment (2025), donne un effectif de plus de 53 000 membres sur environ 1 381 logesWikipedia.


Synthèse des chiffres

SourceEffectif total estiméDétail des femmesNombre de logesDate / précision
Site officiel (août 2024)52 4896 7071 426Chiffres précis au 31 août 2024
L’Union (février 2025)> 50 000> 1 400
Source locale54 4006 5001 395
Editions de l’Initié≈ 52 000
Wikipedia (Anglais, 2025)> 53 000≈ 1 381Estimation récente

Conclusion

Le Grand Orient de France rassemble aujourd’hui environ 52 000 à 54 000 membres. Le chiffre le plus fiable et détaillé reste celui du site officiel : 52 489 membres au 31 août 2024, dont 6 707 femmes

mercoledì 21 maggio 2025

Finire in Albania: la storia di un immigrato suicida

 

Shengjin

Gjiader

«Meglio il carcere che finire a Shengjin». Hamid Badoui,
suicida a Torino
Rita Rapisardi, il manifesto, 21 maggio 2025 

«Ci aveva fatto vedere una pagella di un istituto tecnico di Torino, fiero dei suoi voti,
tutti sette e otto. Ma era visibilmente fragile, stremato dalla sua permanenza nel cpr di
Gijader». È così che Cecilia Strada ricorda Hamid Badoui, quarantenne di origine
marocchina morto suicida nella notte tra sabato e domenica nel carcere di Torino,
appena tornato dopo una permanenza di oltre un mese nel centro albanese, dove
l’europarlamentare lo aveva incontrato.

BADOUI viveva nel capoluogo piemontese, in Italia da quindici anni, aveva la carta
d’identità, una madre con un permesso senza scadenza e una sorella pure con la
cittadinanza. La spirale della droga in cui era finito lo aveva portato a fare piccoli
furti per permettersi il crack. Da lì un circolo vizioso, tra condanne e soggiorni in
carcere, senza nessun piano per combattere la dipendenza. Circa due mesi fa aveva
finito di scontare l’ultima pena al Lorusso Cutugno, ma il giorno dopo, siccome i
documenti di permanenza erano scaduti, era stato trasferito nel Cpr di Bari, dove è
rimasto per tre mesi. Da lì l’Albania, da cui era venuto via dopo che la giudice aveva
stabilito l’irregolarità della sua detenzione. Una decisione arrivata «in attesa della
definizione di costituzionalità, sollevata negli analoghi giudizi, dalla Corte
costituzionale».

ARRIVATO a Torino venerdì, Badoui è stato arrestato nel quartiere Barriera di
Milano: pare fosse andato in escandescenza contro la polizia dopo aver subito un
furto. Così è finito di nuovo in manette, mentre il quartiere intero protestava perché non lo portassero via. Meno di ventiquattro ore dopo l’uomo si è impiccato con i lacci delle scarpe. Aveva paura di
ritornare in Albania. Al suo avvocato aveva detto: «Meglio il carcere che il Cpr». La
procura ha aperto un’inchiesta. «Aveva paura di non poter accudire la madre malata
di cuore e temeva di essere rispedito in Albania senza poterle essere di aiuto –
racconta ancora Strada -. Si lamentava, perché almeno in carcere poteva chiamare
la famiglia, ma da lì no. Tutte le persone che abbiamo incontrato (la prima volta 39 e durante la seconda visita, 25, ndr) erano molto fragili». Persone prese e messe nei centri voluti dal governo Meloni: «Delle piccole Guantanamo, senza la possibilità di sentire nessuno, senza
sapere il proprio destino, visto che si può restare lì dentro fino a diciotto mesi»,
chiosa l’europarlamentare. «Non esiste alcuna gestione delle migrazioni che possa
passare sopra la dignità e la salute mentale delle persone – prosegue la deputata del
Pd Rachele Scarpa -. Ci troviamo di fronte all’ennesimo fallimento umano e politico.
E il fatto che l’eco di questa tragedia sia così flebile nella discussione pubblica la
rende ancora più insopportabile. Hamid non è una vittima casuale: è il prodotto di
 un sistema costruito per schiacciare».

STRADA insieme a Scarpa ha presentato alla Corte europea un documento che
descrive come questi trasferimenti e le condizioni in cui avvengono sono
paragonabili alla tortura: gli stranieri senza documenti vengono prelevati a
sorpresa dall’Italia, legati mani e caviglie per venti ore e trasportati in luoghi di cui
non sanno niente, non godendo dei diritti basilari.


Che posti sono Shengjin e Gjader
Il Post Lunedì 2 dicembre 2024
Daniele Raineri

Ossia le località albanesi dove il governo italiano ha costruito i discussi centri per migranti: la prima punta tutto sul turismo estivo, nella seconda non c'è niente da vedere

Hotel a Shengjin il 29 novembre 2024 (Il Post)
HHotel a Shengjin il 29 novembre 2024 (Il Post)

Il governo italiano ha costruito i due discussi centri per migranti in Albania nelle località di Shengjin e Gjader, nella zona nord-ovest del paese. Distano poche decine di chilometri, ma sono posti molto diversi: Shengjin è una città sul mare che negli ultimi anni si sta sviluppando come meta turistica, mentre Gjader è un piccolissimo centro urbano nell’entroterra, che ha ben pochi motivi per essere visitato.

Shengjin si estende tra il mare e le montagne. Ha circa 7mila abitanti, ma d’estate il numero di persone presenti aumenta parecchio. Da qualche anno la città si è riempita di grandi hotel, ognuno con decine e anche centinaia di stanze: alcuni palazzi sono relativamente nuovi, mentre altri sono visibilmente vecchi, con le facciate sbiadite e le ringhiere dei balconi arrugginite. Gli hotel si susseguono uno dopo l’altro occupando gran parte del lungomare, intervallati solo da bar o ristoranti con ampi spazi all’aperto, pensati per le giornate estive. Molti offrono piatti italiani e hanno nomi italiani, come “Azzurro” o “Blu Mare”.

Shengjin

La via del lungomare è il punto principale della città: è lunga poco più di un chilometro e in estate viene percorsa avanti e indietro dai tanti turisti che arrivano a Shengjin per le vacanze. Sul lato opposto agli hotel c’è una spiaggia di sabbia, larga abbastanza da farci stare comodamente una decina di file di ombrelloni. La stagione inizia a giugno (anche se già a maggio i proprietari dei lidi iniziano ad aprire gli ombrelloni e posizionare i lettini) e culmina in agosto, per poi andare calando in settembre e ottobre.

Shengjin è una città che lavora e prospera solo d’estate, mentre nei mesi invernali è deserta. A fine novembre la spiaggia è completamente vuota, gli ombrelloni e le sdraio sono stati chiusi e riposti all’interno dei bar.

 Passeggiando in riva al mare non si sente nessuna voce, non si vede nemmeno una persona.

Ombrelloni raggruppati sulla spiaggia a Shengjin, Albania (Il Post)

Anche molti hotel, ristoranti e negozi della città chiudono durante l’inverno: le stanze rimangono vuote, le saracinesche abbassate. I pochi locali aperti hanno qualche cliente, ma sono assai lontani dall’essere pieni, e persino i posti auto vicinissimi alla spiaggia sono liberi.

Nella parte interna della città, oltre il lungomare, si estende qualche altra via con hotel, bar e supermercati. In estate per le strade si vedono materassini gonfiabili, giochi per bambini, ombrelloni e teli mare messi in vendita. In inverno i locali rimasti aperti sono decorati per Natale, con ampio uso di lucine, sticker per le vetrate con renne e pacchi regalo, ghirlande e finti alberi addobbati.

Hotel sul lungomare a Shengjin (Il Post)

Oltre alle attività turistiche a Shengjin non c’è molto altro. C’è una scuola materna chiamata “Don Marino Pigozzi”, che può accogliere fino a cento bambini. Fu inaugurata nel 2014 grazie all’aiuto di Operae Life, un’associazione di volontariato italiana: gran parte dei primi arredi proveniva da scuole materne di Bergamo e Trento. Ci sono anche una scuola elementare e una scuola media, che sono nello stesso edificio perché nel sistema scolastico albanese i due gradi sono accorpati.

Poco lontano dal centro, un po’ nascosta, c’è una piccola chiesa cattolica: fu inaugurata nel 2017 con l’aiuto del Centro missionario diocesano di Bergamo, come ricorda una targa commemorativa posta vicino all’ingresso. A Shengjin non ci sono biblioteche, cinema, teatri o musei, e gli spazi pubblici di aggregazione sono pochi. Per avere più servizi bisogna spostarsi nella città di Lezhe, a circa un quarto d’ora di macchina, che è il capoluogo dell’omonima provincia.

La zona del porto commerciale, dove il governo italiano ha fatto costruire l’hotspot in cui dovrebbero essere identificati i migranti soccorsi dalle autorità italiane, è a meno di un chilometro dalla spiaggia, ma sembra stare in un altro mondo. Per raggiungerlo bisogna percorrere tutto il lungomare verso nord, poi girare a destra e proseguire camminando per circa cinque minuti in una zona industriale, costeggiando vari capannoni dismessi ed edifici abbandonati. Qui non ci sono più hotel o palazzoni, anche se dei cartelli indicano la presenza di campeggi e resort a breve distanza.

L’ingresso del porto di Shengjin (Il Post)

L’ingresso del porto è indicato con un cartello giallo: è impossibile non vederlo. Da lì però comincia un’area demaniale a cui non si può accedere senza autorizzazione. All’interno non è molto grande, e tutto il molo si percorre facilmente a piedi. L’area dell’hotspot è subito a sinistra dell’ingresso, recintata su tutti i lati da una sorta di muro di metallo. Non si può entrare, ma dall’esterno si scorge qualche telecamera. In linea d’aria il porto di Shengjin dista 240 chilometri da quello di Bari: più o meno la distanza che c’è tra Milano e Livorno, o tra Roma e Salerno.

Davanti al porto ha aperto da pochi mesi la Trattoria Meloni della catena albanese Rozafa Tuna. È un posto inaspettatamente ospitale per la zona in cui si trova, che invece è respingente a causa dei molti edifici abbandonati, delle strade poco trafficate e delle rigide misure di sicurezza attivate intorno al porto.

Il ristorante è ampio e tappezzato con decine di ritratti della presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni: non fotografie, ma proprio dipinti che la raffigurano in diversi abiti ed espressioni. Un venerdì di festa, a fine novembre, a pranzo c’è una cinquantina di persone. Un cameriere dice che è un numero di clienti nella media. «A volte vengono anche gli operatori italiani» che lavorano nell’hotspot, «ma non sempre», aggiunge. Di certo ci sono andati molti giornalisti.

La Trattoria Meloni a Shengjin (Il Post)

Shengjin aspetta l’estate per sette mesi all’anno. A Gjader, invece, la vita scorre più o meno sempre uguale. È una piccola frazione del comune di Lezhe, nell’entroterra: da Shengjin bisogna raggiungerla per forza in macchina (non esistono mezzi pubblici), attraversando le montagne e fiancheggiando delle cave di roccia, su una strada a doppio senso dove però c’è spazio per una sola auto.





A Gjader c’è qualche decina di case, a uno o due piani, qualche bar gestito da persone locali, un barbiere, alcuni piccoli supermercati. C’è una scuola che offre lezioni dalle elementari alle superiori tutto nello stesso edificio, una chiesa cattolica e un centro medico: il dottore è presente due giorni a settimana, negli altri ci sono le infermiere che assistono i malati cronici. È un posto desolato, che negli ultimi anni si è gradualmente spopolato. Oggi ci sono poche centinaia di abitanti (non è disponibile un numero preciso).

LLa piccola chiesa cattolica di Gjader (Il Post)

L’unica attività aggregativa presente a Gjader è la Casa Rozalba, gestita dalla Congregazione delle Maestre Pie Venerini, un istituto religioso femminile la cui sede principale è a Roma. È una casa famiglia che ospita circa 20 ragazze che provengono da tutta l’Albania, dice suor Alma, la responsabile. Il centro «è riconosciuto dallo stato albanese: le ragazze vengono indicate dai servizi sociali nazionali e portate qui».

Sono persone tra i 6 e i 17 anni che hanno avuto esperienze di abusi, abbandono oppure sono state vittime di tratta. A Casa Rozalba ci sono tre suore e uno staff di educatori, psicologi, e assistenti sociali. Dopo il compimento dei 18 anni aiutano le ragazze a scegliere cosa fare, magari andare all’università oppure trovare un altro alloggio in una famiglia, in alcuni casi in Italia.

Casa Rozalba (Il Post)

La Casa gestisce anche un oratorio che organizza giochi e attività per tutti i bambini, bambine, ragazzi e ragazze della zona: «È l’unico luogo dove si possono incontrare, l’alternativa è solo la strada», dice suor Alma. C’è anche una casa di emergenza per le donne vittime della tratta di esseri umani o di violenza domestica: in seguito a una denuncia possono stare qui per un po’, prima di trovare un’altra sistemazione.

A pochi passi dal centro abitato, e dalla Casa Rozalba, c’è il grande centro per migranti costruito dal governo italiano. È completamente recintato da un alto muro in cemento e metallo, che non fa intravedere nulla di quello che succede all’interno. Entrare è impossibile senza autorizzazione, e non si possono nemmeno fare foto: gli ingressi sono presidiati da poliziotti albanesi incaricati di garantire il rispetto delle regole.

Scalando le montagne circostanti si riesce ad avere un’immagine più chiara dell’estensione e della forma del centro per migranti di Gjader, composto da tre diverse zone separate tra loro.

Il centro per migranti costruito dal governo italiano a Gjader, con centro di trattenimento, CPR e carcere (Il Post)

Il centro si sviluppa su parte del territorio di una base militare dell’aeronautica albanese, inaugurata nel 1974 e poi usata principalmente durante la Guerra Fredda. All’interno delle montagne che si trovano alle spalle del centro si sviluppa un’estesa rete di tunnel, che culmina in dei bunker dove venivano custoditi gli aerei.

Come ha scritto il sito albanese Telegrafi, quando fu costruita, la base militare di Gjader era una struttura all’avanguardia: all’interno dei tunnel c’erano anche un centro per la riparazione degli aerei e sistemi di ventilazione e antincendio considerati molto efficienti. La base aveva anche una propria centrale elettrica, in modo da poter disporre una fornitura indipendente nel caso in cui fosse stata disconnessa dalle reti dei vicini centri urbani. Oggi gran parte degli edifici della base, tra cui quelli che ospitavano gli alloggi dei soldati, è dismessa e abbandonata.

Anche qui però è impossibile fare foto: la sicurezza è stata aumentata da quando è stato costruito il centro, e ci sono sempre agenti albanesi che controllano la zona per non far avvicinare nessuno.