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sabato 15 novembre 2025

Zelensky nell'angolo. Tutti gli uomini del presidente


Sabato Angieri
L’ex ceo di Ukrenergo accusa. Zelensky: «Protegge i suoi»
il manifesto, 15 novembre 2025

Mentre a Kiev e nelle altre regioni ucraine si contano ancora i morti e i danni causati dagli attacchi russi di ieri, Volodymyr Zelensky e i suoi funzionari si sono affrettati a chiedere nuovamente armi. Tante, a lungo raggio e subito. Ma l’enorme scandalo legato alla corruzione che ha letteralmente travolto il governo ucraino non si placa e dopo i legami con i vertici di Energoatom, la società statale dell’energia atomica, si allarga alla Difesa. Intanto il Kyiv Independent, a sorpresa, pubblica un’intervista che scoperchia una faida interna ai vertici dell’esecutivo e punta il dito contro lo stesso Zelensky.

VOLODMYR KUDRYTSKYI, ex amministratore delegato di Ukrenergo, la compagnia statale dell’energia elettrica, il 10 novembre – quindi il giorno della pubblicazione delle intercettazioni da parte dell’Ufficio nazionale anti-corruzione (Nabu) e della Procura speciale anti-corruzione (Sapo) – ha dichiarato: «L’ufficio del presidente sapeva che questa indagine era imminente» e, per questo, «volevano trovare rapidamente un capro espiatorio, nella speranza di evitare questa tempesta di merda». Infatti, nella logica di Kudrytskyi (che evidentemente è anche la sua strategia difensiva) il suo arresto di due settimane fa, con l’accusa di «non aver protetto le infrastrutture ucraine dagli attacchi russi» ha motivazioni «politiche». È il classico scaricabarile. La questione è tutt’altro che marginale perché le infrastrutture energetiche ucraine sono prese costantemente di mira dai russi e si stima che, in seguito agli ultimi attacchi, la capacità di produzione ucraina si è ridotta del 60% rispetto allo scorso anno (che era già il 2° di guerra). Centinaia di migliaia di ucraini sono stati o sono attualmente al buio, in un Paese dove d’inverno il termometro scende anche sotto i -20°. «Ma invece di assumersi la responsabilità, Zelensky ha cercato di proteggere i funzionari corrotti fedeli a lui, come Galushchenko» sostiene Kudrytskyi. Inoltre, il gruppo al comando del Paese «potrebbe perseguire chiunque non sia abbastanza silenzioso e leale», persino la Nabu, «arrestando investigatori o diffamandola come filo-russa» e potrebbe anche «perseguire i critici del governo».

LA VICENDA di Kudrytskyi rientrava già nelle decisioni criticate dal governo Zelensky in quanto il funzionario era stato allontanato da Ukrenergo nel 2024 per malversazione, ma si era difeso sostenendo che «individui corrotti avevano cercato di prendere il controllo dell’azienda» e la sua difesa era stata sostenuta dalla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo che aveva dichiarato: «Il suo licenziamento ha gettato un’ombra sulla reputazione dell’Ucraina in termini di governance aziendale».

QUANDO L’INDAGINE della Nabu è diventata di dominio pubblico, facendo rapidamente il giro del mondo e offrendo ai propagandisti russi e ai loro sodali una rara opportunità di biasimare l’Occidente per la sua miopia – «Vedete dove finiscono i vostri fondi per le armi e il sostegno all’Ucraina?» – Zelensky e i suoi si sono subito schierati con la Nabu chiedendo che «i colpevoli fossero puniti velocemente» e senza sconti. «Senza fare nomi però» sottolinea il quotidiano ucraino. Due giorni dopo, il 12 novembre, il ministro della Giustizia Herman Galuhchenko e la ministra dell’Energia Svitlana Grynchuk sono stati sospesi e si sono dimessi. Il 13 Zelensky ha sanzionato il suo ex-socio Timur Mindich, co-proprietario della società di produzione tv che l’aveva reso famoso (Kvartal 95), e Oleksandr Tsukerman, oligarca con le mani in pasta in diversi settori molto lucrativi.

IERI LA PREMIER Yulija Svrydenko, fedelissima del presidente e, secondo i critici del governo, messa al suo posto per volontà del Mazzarino di Kiev, Andriy Yermak, ha annunciato una verifica contabile su tutte le imprese statali «per controllare lo stato dei lavori, in particolare per quanto riguarda gli appalti». La domanda che sorge spontanea è: se è successo a Energoatom in quante altre aziende pubbliche potrebbe esserci lo stesso problema di corruzione?

E infatti, le prime – già grosse – grane stanno salendo in superficie. L’indagine della Nabu si è allargata ai collegamenti di Mindich con Fire point, uno dei principali appaltatori del ministero della Difesa che produce missili e droni. In particolare il missile da crociere tutto ucraino, un orgoglio dell’industria bellica nazionale, il Flamingo e il drone a lungo raggio Fp-1. Il collegamento con Fire point nasce da uno degli indagati: Igor Fursenko, impiegato nell’amministrazione della compagnia con il solo scopo di salvarlo dalla leva obbligatoria (come previsto da una legge ucraina sulle industrie strategiche).

IN UNA INTERCETTAZIONE resa pubblica, Fursenko parla con uno dei capi del gruppo, l’uomo d’affari Oleksandr Tsukerman, rispetto al ruolo del primo e le tasse da pagare. Tsukerman sostanzialmente risponde che se ne occuperanno «loro». Il Sapo, inoltre, nota «anche l’esistenza del passaporto internazionale (di Fursenko) e che nel periodo compreso tra gennaio 2018 e il 22 agosto 2025, ha viaggiato all’estero 26 volte, anche durante la legge marziale» che vieta agli ucraini tra i 23 e i 60 anni di lasciare il Paese. Che Fursenko fosse il cavallo di troia del gruppo guidato da Tsukerman e Mindich all’interno di una delle più importanti aziende del Paese ormai sembra assodato, ma non è chiaro quale fosse l’obiettivo finale e se persino le tanto preziose armi per combattere i russi fossero oggetto della brama di denaro dei protetti di Zelensky.


Valerij Zalužnyj, ambasciatore dell'Ucraina nel Regno Unito

Lorenzo Cremonesi 
Crisi e corruzione Zelensky è nell’angolo e l’Ucraina ha paura «Non sarebbe rieletto»
Corriere della Sera, 15 novembre 2025

La carriera politica futura di Volodymyr Zelensky è seriamente pregiudicata. Il presidente annaspa mentre cerca di controllare le conseguenze dello scandalo corruzione, mazzette e malaffare che ha investito i responsabili delle agenzie statali per l’energia, oltre a ministri e alti funzionari, in un momento delicatissimo per l’Ucraina. La sua parabola pare segnata: da presidente eroe del coraggio e della resistenza contro l’invasione russa nel febbraio 2022, a cattivo amministratore degli affari di Stato, non in grado di gestire il Paese in guerra nel lungo periodo. «Il suo problema principale era e rimane che non ha esperienza politica. Quando venne eletto non ancora 40enne nel 2019 non aveva un partito dietro di sé. Sino a pochi mesi prima aveva fatto l’attore e così mise i suoi amici e collaboratori più fedeli sulle poltrone più importanti. Per lui valeva più la fedeltà e il legame personale che la professionalità», spiegano quasi in coro giornalisti e commentatori a Kiev.
Il caso più eclatante è quello di Timur Mindich, il 46enne impresario che fu socio di Zelensky nella compagnia di produzione e lo lanciò come attore di fama tra Mosca e Kiev. «Zelensky non ha avuto la forza di disfarsi di personaggi come Mindich, che ora lo stanno portando a fondo», sostiene il politologo Taras Semenyuk. Negli ambienti universitari parlano di un tasso di popolarità in caduta libera. In crisi di simpatie un anno fa, i sondaggi lo davano al 90 per cento dei consensi dopo lo scontro con Trump e Vance il 28 febbraio scorso alla Casa Bianca, lo stesso plauso che aveva ottenuto incarnando lo spirito di resistenza contro i russi. Ma tra maggio e agosto i consensi erano scesi dal 65 al 58 per cento. «Se si votasse oggi non verrebbe mai rieletto. L’unico modo che ha per cercare simpatie è favorire le inchieste e sostituire subito i corrotti, oltre a promettere che non si ricandiderà mai più alle elezioni», dice Katya Nesterenko conduttrice del canale televisivo 1+1. Ancora per Semenyuk, il governo britannico starebbe lavorando per sostituire al più presto Zelensky con l’ex capo di stato maggiore, il popolarissimo Valery Zaluzhny, che il presidente in persona volle licenziare nel febbraio 2024, scatenando una forte ondata di critiche che non si è ancora placata. Da allora, Zaluzhny è ambasciatore a Londra. A oggi è ancora possibile trovare le immagini del suo volto stampigliate dai soldati sui muri delle case vicino alle prime linee del Donbass.
Un giudizio al vetriolo arriva dallo storico Yaroslav Hrytsak. «Non siamo mai stati così vicini al rischio del collasso nazionale. Il Paese potrebbe implodere per tre motivi principali: i russi che avanzano sui fronti di guerra facilitati dalla presidenza Trump, che ha ridotto gli aiuti militari e il sostegno politico; la crisi economica aggravata dai bombardamenti sulla rete energetica; la crisi morale e politica per lo scandalo delle mazzette. Il problema resta che non possiamo tenere le elezioni sotto le bombe russe, dovremo attendere la fine della guerra, ma Zelensky non ci aiuta per nulla a vincerla», afferma. A suo dire, ci sono tre figure nazionali che potrebbero sostituirlo: il già nominato Zaluzhny, il capo dell’intelligence militare Kyrylo Budanov e Andry Biletsky, un politico della destra nazionalista legata ai circoli del battaglione Azov e che oggi combatte sul fronte con il grado di brigadiere generale. Negli ambienti militari c’è chi sostiene che, proprio a causa della crisi morale innescata dallo scandalo, la sopravvivenza dell’Ucraina è sempre più a rischio. «Sarà un miracolo se passeremo l’inverno», dicono.
D’altro canto, ci sono ancora unità militari motivate a combattere a tutti i costi e senza curarsi di chi governa a Kiev. Allo Stato maggiore sostengono che, a prescindere dalla presenza o meno di Zelensky, il fronte resta solido e, se dovesse cadere Pokrovsk, la guerra continuerà per Kostantinivka, poi Kramatorsk e Sloviansk. Chiosa Hrytsak: «Stiamo attenti alla propaganda russa: approfitterà per diffondere il vecchio slogan disfattista per cui la resistenza contro Putin è combattuta dai ricchi a svantaggio dei poveri. Adesso troverà più facile ascolto».

domenica 18 dicembre 2022

Requiem per il Pd

 

 
Massimo Giannini, La questione morale da Berlinguer alla "Ditta", La Stampa, 18 dicembre 1922 
 
Vedere il docufilm su Pio La Torre, venerdì sera, su Raitre è stato un colpo al cuore. Scorrevano le immagini sbiadite di comizi e interviste del segretario del Pci siciliano ucciso dalla mafia nell'82. Figlio di braccianti poverissimi, tutte le mattine Pio mungeva le vacche, poi per cinque chilometri consumava le suole già logore delle vecchie scarpe di sua madre, lui non aveva neanche quelle, e andava a scuola perché «solo la cultura ci salverà dalla miseria». Parlava sua moglie, composta nel dolore, dopo la mattanza di Palermo. Parlavano i suoi compagni. Giorgio Napolitano ricordava le sue battaglie nel sindacato e poi nel partito per chiedere «terra ai contadini e sviluppo per il Sud». Emanuele Macaluso rievocava tra le lacrime il suo coraggio nella lotta a Cosa Nostra e quella sua ultima profezia, «adesso tocca a noi», pronunciata pochi giorni prima di cadere sotto i colpi della manovalanza assassina dei Corleonesi.
Ripensavo a questo pezzo di Prima Repubblica, guardavo quelle facce scavate di gente vera e onesta, sentivo quelle parole dure, giuste, profonde. E non c'entravano il Pci o la Dc. C'entrava una certa idea della politica. La politica come missione e passione. La politica come comunità di destino, come servizio per la collettività e per il Paese. E mentre scorrevano le immagini, pensavo alla Tangentopoli di Strasburgo, alla nuova Qatar Gauche dei Panzeri e dei Cozzolino. Ai trolley pieni di soldi nei salotti, ai fondi neri alle Cayman. Com'è stato possibile questo scempio? Come ha potuto la sinistra partire da Pio La Torre e poi cadere in questo abisso? In tempo reale ho girato su whatsapp queste domande a Walter Veltroni, che ha scritto e diretto per la Rai quel prezioso frammento di Storia italiana.
Mi ha risposto: «Siamo stati una cosa bella, senza il cuore la politica è una cosa per brutta gente». Si ironizza spesso sul buonismo veltroniano. Ma ora provate a dargli torto. Provate a negare che se non ci sono valori e ideali la politica si riduce a professione e gestione. Di potere, di poltrone, di denaro. E provate a non riconoscere quanto sia sacrosanto l'appello lanciato ieri sul nostro giornale da Lucia Annunziata, e rivolto ai nipotini indegni di Pio La Torre confluiti nel Pd, «l'amalgama mal riuscito»: anticipate questo benedetto congresso e dedicatelo tutto alla "Questione morale", che poi è anche la questione sociale. Parlateci senz'altro di questo Qatargate, del "Sistema-Panzeri" perché anche se ora non lo è più, è stato cosa vostra. Magari metteteci pure il caso Soumahoro, che è Alleanza Verdi e Sinistra ma è pur sempre nella vostra metà del campo. E spiegateci come sia potuto accadere che la sinistra dei diritti e della difesa degli ultimi oggi usa proprio i diritti e gli ultimi per lucrare le sue miserabili prebende attraverso le apposite Ong. Ma soprattutto interrogatevi su come "il partito degli onesti", quello dell'etica pubblica e del bene comune, quello dell'egemonia culturale e della superiorità morale, sia potuto diventare un qualsiasi Psdi 4.0, permeabile al malaffare e alle mazzette.
Non basta più invitare la destra a sciacquarsi la bocca prima di accusare la "sinistra corrotta". Lo sappiamo dagli anni del Caf di Craxi-Andreotti-Forlani fino ad arrivare a Tangentopoli e poi al Berlusconi dei 18 processi e delle leggi ad personam: nascosta dietro la foglia di fico del garantismo, la destra ha sempre avuto un'altissima soglia di tolleranza verso gli scandali, i conflitti di interesse, i traffici tra politica e affari e i reati contro la pubblica amministrazione. Anche questa auto-rappresentazione, in parte, l'ha aiutata ad accrescere i suoi consensi, in virtù di quella che il filosofo Franco Cassano definiva "l'umiltà del male", la capacità di chi fa politica di astenersi dai giudizi di disvalore verso chi sbaglia, di non rivendicare mai la propria superiorità morale, di essere o di mettersi sempre sullo stesso piano del cittadino che non paga le tasse, non versa i contributi alla colf, non paga le multe. È la stessa logica che ispira la legge di bilancio del governo Meloni, infestata di simil-condoni e di sostegni impliciti al sommerso, e la riforma della giustizia del Guardasigilli Nordio, infarcita di più depenalizzazioni e meno intercettazioni, di inasprimenti del controllo politico sulle procure e di annacquamenti della legge Severino sull'incandidabilità dei condannati in primo grado. Tutte queste evidenze le conosciamo. Ma è della sinistra, adesso, che bisogna discutere. Senza cercare la trave nell'occhio dell'altro.
Non serve la condanna indignata di quella cloaca di milioni sporchi che gli emissari dello sceicco Al Thani alimentavano a piene mani a vantaggio degli europarlamentari e dei loro manutengoli. Letta, Bonaccini, Schlein: sono passati lunghi giorni, prima che aprissero bocca, per limitarsi poi a denunciare i traffici "oltraggiosi e inaccettabili". Roberto Speranza sarà pure "incazzato nero" per quello che è successo, ma poi? Gli unici che finora hanno avuto il coraggio di fare un passo in più sono stati Gianni Cuperlo e Sergio Cofferati. Il primo, rifiutando a priori la scusa delle "mele marce" e contestando il rito cannibale e populista con il quale in questi anni la politica stessa ha celebrato, accelerandola, la morte dei partiti e salutando con feroce gioia l'eliminazione del finanziamento pubblico. Il secondo, bocciando l'eccessiva "cautela" con la quale i partiti hanno liquidato il vergognoso falò di "valori costituzionali" perpetrato a Bruxelles e puntando il dito contro la zona grigia che cresce tra partiti e lobby.
Ha ragione Lucia Annunziata: al di là degli errori che ha commesso, è da Enrico Berlinguer che bisognerebbe ripartire. Quello del Comitato centrale del giugno '74 («si metta fine ai finanziamenti occulti, agli intrallazzi, alle ruberie…»). Quello del discorso in Parlamento del febbraio '76 («basta col sottogoverno, il clientelismo, le spartizioni, le commistioni tra potere politico e potere economico…»). Quello dell'intervista a Eugenio Scalfari del luglio '81 («I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela… Sono federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un boss e dei sotto boss…»). Tutto quello che la sinistra ha smarrito sta esattamente qui, in queste parole del suo leader più carismatico e più rappresentativo.
Se oggi il Pd finisce negli scandali come qualunque altro partito non è solo perché la carne è debole, l'occasione fa l'uomo ladro e via banalizzando nel gorgo dei luoghi comuni che parlano a tutti ma non dicono niente. Ma è perché ha ceduto ai suoi tre "ismi" più imperdonabili. Il "governismo": mosso da un senso assai lato della responsabilità, nell'eterna crisi di sistema del Paese il partito si è prestato a qualunque kamasutra pur di garantire stabilità, preferendo governare con le idee degli altri piuttosto che andare all'opposizione con le sue. L'"elitismo": la permanenza nel Palazzo, nelle istituzioni e nelle amministrazioni, lo ha mutato in establishment, autosufficiente e autoreferenziale, fino a fargli recidere le sue antiche radici dal blocco sociale di riferimento e a spingerlo a piantare le nuove nelle nicchie elettorali acculturate e nelle Ztl delle grandi città. Il "correntismo": governare i territori, dall'alto, ha moltiplicato nomenklature e centri di potere autonomo, sciolti da un corpus di ideali condivisi e riaggregati sulla mera distribuzione di posti, liste, candidature.
I soldi hanno fatto il resto. Ed ha ancora più ragione Annunziata a fissare un evento-simbolo, dopo il quale nulla è stato più come prima. Il vertice mondiale del novembre '99 a Firenze, sul "Riformismo del XXI Secolo", segna davvero una svolta, nel rapporto tra la sinistra e il capitalismo, e dunque tra la sinistra e il denaro. Entrata finalmente in prima persona nella stanza dei bottoni, senza più patronage post-democristiane (vedi Romano Prodi), la sinistra di Massimo D'Alema declina insieme a Clinton, Blair, Schroeder, Jospin e Cardoso il nuovo manifesto del "Rinascimento occidentale" (quello saudita sarebbe arrivato ventidue anni dopo) e del Riformismo Globale. La Terza Via di Anthony Giddens prova a riscrivere il patto sociale, cercando una strada alternativa tra la socialdemocrazia statalista e la dottrina neoliberista, fondata sulla globalizzazione e sulla società aperta, sull'alleanza tra Stato e mercato, sull'uguaglianza delle opportunità, sulla tutela dinamica dei diritti. Per fare tutto questo, soprattutto in Europa, la sinistra di governo deve per forza imparare a gestire il denaro, che dunque assume un'importanza che va quasi al di là del suo valore d'uso. Diventa Instrumentum regni. E poi anche way of life.
Se all'estero fanno scuola la montagna di dollari guadagnata da Blair in Medioriente e le colossali fortune lucrate da Schroeder ai vertici della putiniana Gazprom, in Italia il dalemismo ha un ruolo cruciale. Non è solo l'orgoglio per le scarpe da un milione di lire o le vacanze su Ikarus. È anche il realismo col quale l'allora premier ti mostrava le lettere dell'"amico Tony", che chiedeva al governo di Roma di far partecipare le aziende inglesi alla privatizzazione dell'Acquedotto Pugliese. «La politica è anche questo», ripeteva il Lider Maximo. E non aveva torto. Il problema è che poi la politica è spesso diventata solo questo. Praticata da figure e controfigure sempre più "emancipate" e spregiudicate, si è ridotta ad affarismo. Dall'Opa su Telecom dei "Capitani coraggiosi" al lobbing in conto Qatar sulla vendita della raffineria Lukoil di Priolo il passo è stato troppo breve. E non vale solo per D'Alema. Per Matteo Renzi il passo dalla riforma delle banche popolari alle conferenze strapagate a Riyad è stato ancora più breve. Nulla di penalmente rilevante, come si dice. Ma qualcosa di deludente, questo sì. Se tutta la gloria passata finisce solo in consulenze, a che è servita la politica?
In teoria, a rileggerlo oggi non c'era quasi nulla di sbagliato in quel Manifesto dei Riformisti, a parte il suo velleitarismo. Diciamo che ha fallito la pratica. Qualcuno ha interpretato in senso troppo letterale "la Ditta" cara a Pierluigi Bersani. E aggiungiamo che tutto questo ha finito per contaminare anche la sinistra radicale e pulviscolare. Ho ritrovato una strepitosa intervista di Concita De Gregorio a Paola Natalicchio, candidata di Leu nella sconfitta del voto 2018. Diceva già tutto: «Abbiamo imbarcato i cattivi sulla barca dei buoni. E siamo diventati una zattera… Siamo un mix di nepotismo e dinosauri… O provavamo a fare Podemos, o facevamo l'accordo con loro, con "la Ditta"… Alla fine siamo diventati una sinistra di pulci con la tosse…». Dopo La Torre, dopo Berlinguer, cos'altro rimane "di cotanta speme"? —

 

giovedì 12 giugno 2014

Non è sempre la stessa corruzione

L' Espresso, 5 novembre 2015

Giovanni De Luna «Contro la corruzione dare nuova forza alla democrazia»
l'Unità, 12 giugno 2014

«Italia mia, benché ‘l parlar sia indarno…». Si potrebbe cominciare risalendo molto in là negli anni. La corruzione in Italia si presenta con una storia lunga che può arricchirsi ogni giorno di nuovi capitoli. La corruzione come un male“ nostrum”? Lo chiediamo a Giovanni De Luna, storico che insegna all’Università di Torino, di cui si possono leggere a proposito delle nostre vicende più vicine «Le ragioni di un decennio. 1969-1979. Militanza, violenza, sconfitta, memoria» e «La Repubblica del dolore. Le memorie di una Italia divisa» (entrambi pubblicati da Feltrinelli).
Insomma, professore,dobbiamo considerare la corruzione come qualcosa cui la nostra cultura, delle élite ma non solo ,è indissolubilmente legata? Insuperabile anche per un decisionista come Renzi? Dai petroli alla Lockheed, da tangentopoli al Mose…
«Credo ci sia una trappola da fuggire: immaginare la corruzione di questi giorni come prova dell’eterno ritorno di una corruzione endemica. È vero, ma è anche vero che non è sempre la stessa corruzione. La corruzione, nella discontinuità, cambia faccia e cambiando rivela anche le mutazioni del sistema politico e delle sue patologie. È il termometro di malattie diverse. Prima era la mancanza di alternative di governo, con la Dc fissa al potere, ad aprire il varco al malaffare, nell’opacità e nella immobilità che garantiscono connivenza e impunità. I casi degli anni ottanta segnalano l’emergere di una logica spartitoria che il sistema dei partiti condivide, quella logica che aveva denunciato Enrico Berlinguer. Dagli anni ottanta la novità consiste nella sovrapposizione di comportamenti privati e di comportamenti pubblici. Una cosa diventa l’altra. Arcore e Palazzo Grazioli vengono elevate a sedi istituzionali e il territorio pubblico viene utilizzato come il campo di soddisfazione di interessi privati…».
Siamo arrivati a Berlusconi e a certi suoi seguaci, tipo Scajola…
«Negli ultimi tempi però si sono visti passi avanti su questa strada. Ne sono esempi eclatanti i partiti che si dissolvono e si rappresentano come costellazioni di feudi tenuti assieme da una leadership, tanti feudi, comunali regionali nazionali, che sono riferimento e punto di raccolta di espressioni diverse: si sono superate le correnti, sono spuntati come funghi, per ragioni trasversali, apparati partitici frammentati, in ciascuno dei quali si insediano banchieri, finanzieri, commercianti, mediatori, profittatori di ogni genere».
Questo è il disegno. Il “che fare?” è la vera questione, di fronte alla ripetizione degli scandali, che chiama in causa la politica.
«Purché la politica si presenti con un progetto, purché la politica torni ad essere confronto di idee. Mi pare che abbia qualche merito Renzi, quando decide di smontare nel Pd quella rete di feudi, di rompere certi assetti, di superare la frammentazione. Però questo è un aspetto. L’altro sta nel ricostruire un rapporto non solo formale tra un vertice e la base, fare in modo che lo scambio e il controllo siano continui, dare nuova forza alle democrazia. È giusto esultare per il quaranta per cento alle Europee, ma Renzi dovrebbe porsi anche qualche interrogativo di fronte ai quaranta o ai cinquanta cittadini su cento che non sono andati a votare e che non andranno a votare neppure la prossima volta».
Forse è anche colpa loro, forse qualche colpa di tanto disastro è anche di chi rinuncia. Forse proprio la rinuncia di tanti conferma l’esistenza di un morbo così profondo da risultare qualcosa che appartiene alla natura di un paese e diventa inguaribile…
«Certo, ma è un pensiero che ti lascia nell’impotenza. La guerra appartiene all’animo dell’uomo, ma si può provare ad evitarla. La norma sul falso in bilancio non sta nel solco della corruzione endemica, appartiene ad un certo agire di governo votato all’interesse privato di alcuni».
Anche la nomina di Cantone a commissario anti corruzione appartiene ad un certo agire di governo?
«Come davanti alla catastrofi naturali la nomina di Bertolaso o contro la mafia la nomina del prefetto Mori. Però stiamo sempre dentro una logica emergenziale, che non può e non deve funzionare in eterno. A lungo dovrebbe funzionare un’articolazione della democrazia che riconnetta élite e popolo. E qui torniamo a Renzi: quella che mi sembra la sua battaglia contro quei feudi interni, se si ferma alla creazione di una leadership forte, rischia di restituirci la sostanza di un populismo ottocentesco. Il suo obiettivo dovrebbe essere quello di rendere più funzionale il rapporto tra il momento della decisione politica e quello della formulazione dal basso della domanda. Senza andare troppo oltre: ridare al paese il valore della partecipazione democratica».
C’è un movimento nel paese, Grillo e non solo Grillo, che ad ogni scandalo si gode una boccata d’ossigeno. Sarà determinante nella lotta alla corruzione?
«Grillo è il sintomo della malattia, più che la medicina. La sua democrazia in rete semplicemente mi spaventa, perché scioglie ogni individuo che fa clic sul computer da qualsiasi patto di cittadinanza, che consiste in una condivisione di diritti e di doveri, di culture, di storie, anche nella prossimità fisica. Che basti schiacciare un tasto ‘sì’ ‘no’, nella tua stanza, con la tua tastiera, per decidere mi sembra assurdo. Certo ti può far sentire un dio, ma dove stanno gli altri? È una democrazia ridotta nella forma di un consumismo occasionale e irresponsabile. Irresponsabile, appunto: si sono scritti nella rete e si sono letti insulti all’indirizzo di donne, parlamentari o giornaliste, che nessuno si sognerebbe di pronunciare in pubblico. Ma è questa una conquista, è questa democrazia?».