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lunedì 3 ottobre 2016

Aldo Grasso su Mentana, Renzi e Zagrebelsky

 

Aldo Grasso
«Sì o No», un confronto esemplare per capire le regole della tv
Corriere della Sera, 2 ottobre 2016

Troppo importante il dibattito sul referendum costituzionale tra Matteo Renzi e Gustavo Zagrebelsky moderato da Enrico Mentana su La7 per non tornarci sopra. Si è parlato di incomunicabilità, c’è chi spera che la tv non convinca soltanto i convinti e c’è chi, come me, s’è preso la briga di rivedere l’incontro sapendo già il risultato (come si fa con certe partite, deprivate della loro carica emotiva). Al di là dei contenuti, al di là dei due profili completamente diversi (il politico a confronto con il tecnico) le due ore e mezza di «Sì o No» sono state esemplari, perfette per capire un po’ della retorica televisiva. Per trovare una chiave di lettura inusuale, ho preferito concentrarmi sul conduttore, osservando come a poco a poco abbia dato segni di prostrazione (una cosa impensabile per il più brillante dei nostri giornalisti). La colpa di questa lenta caduta è, spiace dirlo, principalmente del prof. Zagrebelsky. Che ha commesso alcuni errori fondamentali per la tv. Il primo è di essersi presentato di cattivo umore (forse non ha più voglia di discutere di questi temi). Ma non si può iniziare un dibattito reclamando, di fatto, le scuse dell’avversario («Rilevo inoltre che il premier ha cambiato idea su gufi, rosiconi e parrucconi: altrimenti non avrebbe perso tempo, stasera, con uno di loro…»). Se parti con il piede sbagliato è difficile rimediare. Il secondo è quello di aver voluto fare scientemente il professore, evitando gli snodi politici e trattando Renzi come uno scolaretto. Va anche bene, se però dietro l’abito accademico, dietro i tecnicismi non facesse capolino una certa aria di superiorità culturale che in tv è controproducente (infelice il riferimento a Bokassa). Il terzo è che non si può non stare al gioco del conduttore: è lui il metronomo. Guai a parlare per più di dieci minuti e poi risentirsi: «Se lei mi lascia concludere…».

sabato 16 maggio 2015

Dio ci salvi da Zag


Guido Vitiello
Liberi servi
La paura di leggere Il Grande Inquisitore di Zagrebelsky e la voglia di fare come Kirillov: pum!
Il Foglio, 15 maggio 2015






Un giorno sulla Prospettiva Nevskij, per caso vi incontrai Gustavo Zagrebelsky (d’accordo, pagherò le royalty a Battiato, ma la tentazione era troppo forte). E insomma, il professore dalla voce chioccia e dalle antiche origini pietroburghesi ha scritto un libro su Dostoevskij, “Liberi servi. Il Grande Inquisitore e l’enigma del potere” (Einaudi). Confesso, ho paura di leggerlo. Lo adocchio da giorni in libreria, ci giro intorno, lo soppeso, lo sfoglio, quel piccolo inquisitore del commesso non mi leva gli occhi di dosso perché devo aver l’aria di un taccheggiatore, ma alla fine lo lascio lì.
Ho paura perché sono un tipo irascibile, e avvampare senza necessità non fa bene all’anima, lo insegna Zagrebelsky proprio in questo libro: solo “quando la calma tra dentro e fuori dell’essere entra in noi” possiamo avere “speranza di ‘salvazione’”. E quindi devo stare attento, perché la mia calma ha già rischiato brutto leggendo la recensione di Vito Mancuso. Quando una firma di Repubblica parla su Repubblica del libro di un’altra firma di Repubblica è sempre una specie di potlatch amerindio, uno scambio rituale di elogi iperbolici che lascia ammutolito l’etnologo. Stavolta, per dirne una, il libro è accostato alle “Variazioni Goldberg” e il suo autore è collocato tra Berdjaev e Mann. Ho paura anche perché quando uno come Dostoevskij finisce nelle mani dei liberi e giusti, gente che ha l’orizzonte morale di un parroco di campagna senza neppure il conforto della fede, ne possono venir fuori cose grottesche. Qualche anno fa toccò a Gherardo Colombo cimentarsi con quelle terribili pagine dei Karamazov, in un volumetto Salani intitolato appunto “Il Grande Inquisitore”, e il risultato furono trenta pagine su questo tono (fate un respiro profondo): “Nel mondo della globalizzazione, nel quale i confini hanno sempre minor importanza, dove lo Stato non è più l’esclusivo detentore del potere e i cittadini sembrano essere progressivamente trasformati in semplici consumatori, il Grande Inquisitore si nasconde dietro il concetto impersonale di mercato, e attraverso la pubblicità influenza non solo gli acquisti ma anche gli stili di vita. Stabilisce cosa è ‘in’ e cosa è ‘out’”. A metà lettura volevo piantarmi una pallottola in testa, come Kirillov. Chissà com’è andata, forse sotto la copertina dei Karamazov gli avevano rifilato “I love shopping” della Kinsella: fatto sta che ho paura per la mia salvazione.
Ho paura perché anche se Zagrebelsky è ben più raffinato di Colombo – per dire, è uno che ammalia Silvia Truzzi del Fatto quotidiano offrendole il tè al gelsomino in una terrazza fiorita, e altre delizie da aristocrazia zarista – è pure lui nel pool anime pulite, e questi qui sappiamo come sono fatti, anche se leggono Kafka o Céline l’ora di educazione civica è dietro l’angolo. Dal Grande Inquisitore Zagrebelsky trae lezioni come questa, che sarebbe parsa un po’ démodée anche in un libro Rusconi del 1971: “La tecnologia e il laboratorio, alimentati dalla finanza, saranno forse la fucina dell’essere umano liberato dalla libertà e programmato per essere docile o aggressivo a seconda delle circostanze. I dodicimila per ogni generazione (cioè gli assistenti dell’Inquisitore) saranno forse questi diafani tecnici in camice bianco che maneggiano provette e denaro”. Ma professore, almeno suoniamoli come si deve i vecchi cari “standards” dell’umanista di provincia che coltiva fantasie cospiratorie sulla stanza dei bottoni! I diafanoidi del laboratorio sono in camice bianco, va bene, ma i banchieri hanno da essere “grigi”, e gli speculatori finanziari al limite “inamidati”. C’è da sperare che, passando dalle provette al denaro e viceversa, i druidi del brave new world di Zagrebelsky si lavino almeno le mani. Le mani pulite sono importanti. Io però ho paura, non lo leggo: ne va della mia salvazione.

domenica 6 aprile 2014

Cari Rodotà e Zagrebelsky

Gian Enrico Rusconi
Lettera a Rodotà e Zagrebelsky
la Stampa, 6 aprile 2014 


Cari Rodotà e Zagrebelsky, 
sapete quanto sono vostro amico ed estimatore da tanti anni. Abbiamo fatto tante battaglie insieme.Voi, giustamente, in prima fila, io personalmente insieme a tanti altri amici e colleghi, tra le truppe di complemento. Non sto facendo ironia. Voi siete i migliori.
Per questo mi colpisce il vostro atteggiamento così negativo verso il governo Renzi, il tono allarmato di chi vede una battaglia finale per la democrazia in pericolo. Consentitemi qui di non entrare nel merito delle singole argomentazioni, obiezioni, contrapposizioni che state usando contro la linea del governo a proposito del Senato. Ieri su questo giornale Augusto Barbera ha esposto in modo fermo e sintetico ragioni  opposte alle vostre. «Non vedo proprio cosa ci sia di autoritario nel progetto di riforma di Renzi». [e quattro costituzionalisti - ha aggiunto - non so fino a che punto esprimano l'opinione dei circa 200 costituzionalisti italiani]. Ha ricordato che sui temi della riforma istituzionale si è discusso per decenni esibendo ogni ragionamento possibile, senza arrivare a nessun risultato concreto. E' stato questo uno dei tanti clamorosi fallimenti dei professionisti della politica e del diritto. Ad esso aggiungerei con altrettanto rammarico la retorica della "società civile" presuntivamente sempre pronta a mobilitarsi per le grandi cause.
Perché ora accanirsi contro Matteo Renzi, che è arrivato dopo tanti fallimenti? E' un grande dilettante,  certo, e tutti vediamo i suoi limiti e i pericoli della situazione. Ma non sarebbe meglio investire la vostra competenza per indirizzare al meglio la mediocre soluzione che si sta comunque configurando? Non è questo il realismo politico che avremmo dovuto imparare dai nostri maestri?
Nessuno di loro si è trovato davanti all'avvelenata dissoluzione del berlusconismo e all'intollerabile aggressività del Masaniello-Grillo, con i suoi ciechi seguaci. Il tutto accade all'interno di una nevrosi mediatica che impedisce di valutare freddamente la situazione. Anche questa è una grande differenza rispetto al  . Il discorso politico è sempre meno condizionato dallo scambio di ragioni ma dominato dal sospetto, dal processo alle intenzioni e soprattutto da un linguaggio indecente e incontinente oltre misura. Da una parte e dall'altra.
[...] Non è evocando come spauracchio autoritarismo, decisionismo, craxismo o anche berlusconismo che si convince una generazione che si sente presa in giro dalla politica. Date fiducia a questa generazione, anche se non vi omaggia, come ha fatto la generazione precedente.