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mercoledì 13 agosto 2014

Aldo Moro, la politica al tempo del terrorismo

Marzio Breda 
I segreti d'Italia nelle parole di Moro
Le responsabilità del golpe Borghese, le tangenti Lockheed, la fuga organizzata di Kappler 
Corriere della Sera, 4 maggio 2011

«Quel cadavere sta ancora lì, malgrado il tempo che passa». Così disse Sandro Pertini il 15 marzo 1979, a dodici mesi dal delitto, riflettendo su quanto l'immagine di Moro morto resisteva nella coscienza pubblica e puntando lo sguardo dal Quirinale verso la via Caetani, nel centro di Roma, dov'era stato trovato il suo corpo. Oggi, dopo altri 32 anni, l'icona dello statista democristiano assassinato è sempre presente e resta per molti una torturante ossessione perché «non si volle farlo scendere dalla croce e salvarlo» - parole, sempre, di Pertini - come lui stesso aveva tentato di rendere possibile in un negoziato condotto personalmente dalla «prigione del popolo» dov'era rinchiuso. Trattativa con i terroristi. Ma soprattutto con i vertici del potere italiano, con i quali aveva cercato di dialogare attraverso un fitto carteggio nei 55 giorni di sequestro.

Delle lettere dello statista si sa ormai molto, grazie anche a una penetrante analisi filologica di Miguel Gotor pubblicata nel 2008, che ha consentito di superare divergenze fuorviate dall'eterno vizio della dietrologia. Lo storico ha adesso completato lo scavo, impegnandosi sul memoriale che Moro stese di proprio pugno per rispondere agli interrogatori delle Brigate rosse. Un documento manoscritto, poi battuto a macchina e fotocopiato dai carcerieri, che fu occultato, censurato, disperso. Un testo al centro di una trama di ricatti e omicidi da cui affiorano raffinate manipolazioni che chiamavano in causa anche la P2. E che ci è arrivato incompleto e, deliberatamente, a rate.
Una prima parte fu diffusa dai terroristi il 10 aprile '78 ed era incentrata sulla figura di Paolo Emilio Taviani, il politico dc che era stato uno dei fondatori di Gladio in Italia, ma già politicamente defilato: un brano autografo di otto pagine carico di allusioni la cui importanza non fu capita, dato che il segreto sulla struttura clandestina attivata dalla Nato negli anni '50, la rete Stay Behind, era conosciuto solo da una decina di persone. La seconda parte (49 fogli dattiloscritti) venne trovata dagli uomini del generale Dalla Chiesa quattro mesi dopo, il 1° ottobre, nel covo br di via Monte Nevoso, a Milano, e divulgata da Palazzo Chigi il 17 ottobre '78. La terza parte fu scoperta nello stesso appartamento tenuto per anni sotto sequestro, il 9 ottobre '90, dietro a un pannello rimosso casualmente da un operaio. E stavolta le pagine, fotocopie dei manoscritti, erano 419.

Un brogliaccio di rivelazioni clamorose e giudizi destabilizzanti, di fronte al quale ci fu subito chi parlò di uno pseudo-Moro, negandone l'autenticità. Gotor, in Il memoriale della Repubblica (Einaudi, pp. 624, 25 euro) fa ora come quando l'operatore di un cinema schiaccia il tasto del roll-back e la pellicola va indietro, per vedere e rivedere una scena. Incrocia i testi e squaderna le cronologie. Sgombra opacità, incoerenze e anomalie. Raffronta atti giudiziari, resoconti parlamentari e giornalistici. Alza il velo su molti enigmi di una lunga catena.
Accertando che sul memoriale hanno lavorato due mani censorie, autonome l'una dall'altra. Ad esempio, il materiale che il gruppo antiterrorismo di Dalla Chiesa consegna al governo nel '78 non è integro: una parte dei dattiloscritti è trattenuta e fatta sparire e intanto viene pilotata una fuga di notizie che costringerà l'esecutivo a rendere pubblico ciò che gli è arrivato. Questo fanno i primi censori, mentre altri senza nome (funzionari dei servizi) nei medesimi giorni si preoccupano di selezionare le pagine, riordinarle secondo una sequenza particolare (successiva, sotto un profilo logico e pratico, a ciò che era affiorato il 1° ottobre '78), nasconderle nella famosa intercapedine in attesa che venga il momento in cui potranno essere «scoperte». Cioè dopo la caduta del muro di Berlino ('89).
Conclusioni alle quali lo storico giunge dopo aver verificato le testimonianze di alcuni «lettori precoci», che dimostrano di aver letto il documento prima del ritrovamento ufficiale. Persone che a volte muoiono misteriosamente (la scia di sangue parte da Mino Pecorelli, distillatore di pericolose anticipazioni sul suo giornale, «Op»). O persone che raccontano cose delle quali non c'è traccia nel fascicolo Moro, e che non potrebbero essere conosciute. Ciò che induce Gotor a ipotizzare, con salde ragioni, l'esistenza di quello che i filologi chiamerebbero ur-memoriale: un testo a tutt'oggi censurato, probabilmente perché contiene informazioni che rimangono insopportabili. Indicibili per sempre, perché riguardano la sicurezza nazionale.

Di che cosa si tratta? Di nodi critici per il sistema. Alcuni ormai metabolizzati, oggi, ma che non potevano esserlo allora. Tra gli altri, le responsabilità del golpe Borghese e della strategia della tensione, le clausole del cosiddetto «lodo» Moro sul conflitto israelo-palestinese in Italia, le attività della Nato e della Cia, i destinatari delle tangenti Italcasse e Lockheed. Questioni tossiche per la politica, a partire da quella che riguardava il principale protagonista dell'eccidio alle Fosse Ardeatine, l'ex ufficiale delle SS Herbert Kappler. Fu fatto fuggire il ferragosto '77 dalla struttura supersegreta nota come «Anello», con una finta evasione dall'ospedale del Celio in base a un accordo con la Germania, che soltanto su quello scambio avrebbe appoggiato la richiesta italiana di un prestito urgente.
Un pozzo di segreti che Gotor esplora con il rigore dello storico (senza concedere nulla alle caricaturali congetture sui Grandi Vecchi, dall'Andreotti-Belzebù al Cossiga con la kappa) e la passione di chi vuole comprendere com'è cominciata una deriva da cui è nata l'antipolitica e sulla quale si è annichilita un'intera generazione. Infatti, al pari del delitto Matteotti, la vicenda Moro è un caso chiuso continuamente da riaprire, per chi voglia ricomporre «l'anatomia del potere italiano» e saggiare il peso della ragion di Stato in un Paese come il nostro. Il potere nella sua proiezione internazionale e non solo considerato badando al cortile di casa, con tutti i suoi attori, Moro in primis, il quale, tutt'altro che plagiato, sospetta d'essere vittima di un'operazione dai forti connotati spionistici e per questo dalla cella conduce una battaglia per rendersi indispensabile. Il potere sotto ricatto nella sua dimensione più tragica e conflittuale, come «fatica e durezza di esercizio della sovranità».

Un grande giallo, ma reale e appassionante anche perché scritto benissimo. Una storia dove vero, verosimile e falso si aggrovigliano e sulla quale pendono sempre diversi interrogativi, cui Gotor offre utili tracce di risposta. Dove sono gli originali del memoriale? Perché i terroristi non lo resero pubblico? Fu oggetto di un patto parallelo tra Br e pezzi dello Stato? Ed esistono nastri o video degli interrogatori? «E ora temo che tutto questo sia disperso, per ricomparire, chissà quando e come». Questo confidava Moro alla moglie Eleonora, in una delle ultime lettere. Un timore e una profezia forse non ancora scaduti.

venerdì 3 gennaio 2014

Il revisionismo come battaglia ideologica: Paolo Mieli

Miguel Gotor
Paolo Mieli e il terzismo come categoria storica
“I conti con la storia”, il nuovo saggio del presidente di Rcs libri

la Repubblica, 2 gennaio 2013
 
L’espressione «uso pubblico della storia» fu utilizzata per la prima volta nel 1986 da Jürgen Habermas nel corso di un dibattito sul tema delle responsabilità tedesche nella Shoah. Egli se ne servì per distinguere il lavoro scientifico dello storico dal dibattito pubblico sui mezzi di comunicazione di massa, privilegiando la dimensione etico-civile del primo a discapito del secondo. Nel corso degli ultimi trent’anni, a seguito della rivoluzione tecnologica che ha caratterizzato in modo particolare il settore dei mass media, questa distinzione in negativo è andata sfumando e si è affermata un’accezione positiva del concetto che includerebbe tutto ciò che di storico è veicolato al di fuori dei luoghi deputati alla ricerca scientifica: dai giornali alle televisioni, ai monumenti, alle cerimonie pubbliche.
Tra i principali artefici dell’uso pubblico della storia in Italia è certamente l’attuale presidente di Rcs libri Paolo Mieli, ex direttore deLa Stampa e del Corriere della Sera, che svolge da anni un ruolo di filtro e di mediazione fra il grande pubblico e la ricerca storica. All’inizio egli ha adempiuto a questa funzione rispondendo alle lettere del Corriere al posto che fu di Indro Montanelli, poi vestendo i panni del recensore di libri di storia. Il suo ultimo volume I conti con la storia. Per capire il nostro tempo raccoglie per l’appunto un’ampia selezione di articoli e rappresenta una sorta di biblioteca ideale e di guida alla lettura utile non solo al grande pubblico, ma anche agli studiosi della materia che spazia dall’antica Grecia al fascismo, da Spartaco a Gramsci, dall’Inquisizione al Risorgimento, da Bismarck alla guerra civile spagnola. È interessante soffermarsi sui criteri generali adottati da Mieli nella scelta dei libri da recensire e dunque da divulgare presso un pubblico di non specialisti perché ciò aiuta a riflettere sui meccanismi di funzionamento dell’uso pubblico della storia in Italia, una delle principali coordinate su cui oggi opera lo storico della contemporaneità, all’incrocio tra il mondo della politica e quello della comunicazione. La prima costante è la centralità del tema della memoria e della sua contraddittorietà. Mieli è consapevole che storia e memoria sono due binari paralleli destinati a correre insieme senza però incontrarsi mai. Resiste quindi alla retorica imperante della memoria condivisa e si schiera a favore dell’utilità di un benefico oblio valorizzando la “messa a distanza” critica del passato, mettendone in luce la complessità.
La seconda costante è la centralità della vittima come testimone di un trauma, il nuovo eroe del racconto storico di oggi. Mieli, sulla scorta di alcune suggestive riflessioni del filosofo Mario Perniola, nota come le odierne civiltà della colpa tendano a trasformare la politica in etica dilatando enormemente le categorie di responsabilità. L’ipertrofia della morale, però, produce il trionfo del cinismo e della spudoratezza: se ognuno di noi è moralmente corresponsabile di tutti i mali del mondo, allora non lo è più nessuno e si produce una generale autoassoluzione in cui il politico si limita a cambiare il nome alle cose piuttosto che proporsi di cambiarle veramente.
La terza costante è la centralità del revisionismo come battaglia ideologica, in particolare contro il paradigma interpretativo di derivazione gramsciano-azionista della storia d’Italia. In effetti, la stragrande maggioranza dei libri recensiti da Mieli che riguardano i principali nodi della storia nazionale, dalla Riforma protestante all’Inquisizione romana, dal Risorgimento alla Resistenza, dal fascismo all’antifascismo, è funzionale a cogliere quest’obiettivo che tende a valorizzare le zone grigie dell’agire umano, il momento della contraddizione a discapito di quello della decisione. L’ultimo ventennio di uso pubblico della storia sui giornali è stato dominato da questo canto “terzista” che si è ormai trasformato a sua volta in un canone da rivedere perché ha esaurito la sua funzione di puntellare sul piano ideologico e di moderare su quello politico l’egemonia culturale del berlusconismo. Proprio questa è la principale ricchezza del libro di Mieli: da un lato, serve come non mai a «capire il nostro tempo», ma dall’altro ci dice che un’intera stagione è ormai giunta al tramonto.

martedì 4 giugno 2013

La sfortuna leggendaria di Bersani

L’unico modo per ammettere Superman nel nostro mondo è dotarlo di una sfortuna tale da neutralizzare del tutto i suoi superpoteri, affinché alla fine di ogni sua avventura gli enormi sforzi positivi di Superman e le enormi energie negative dei suoi antagonisti diano una somma zero. Il nostro mondo imperfetto diventa così il risultato della lotta titanica tra Superman e i suoi perfidi avversari.  ...La sfortuna è in fondo il calco in negativo dell’eroe...
Leonardo, Teoria narratologica della sfortuna, in Cronache di una sorte annunciata

Ma davvero Bersani nella trattativa con i potenziali dissidenti grillini è stato così sfortunato? Perché l'accordo non si è fatto alla fine? Perché, si dice, le votazioni per il Quirinale hanno avuto un esito disastroso.  Difficilmente chi non sa bene cosa vuole trova la sua strada, questo è il punto. Il caso riserva sorprese positive da cogliere e preservare. In un tale scenario l'intelligenza e il carattere mantengono il loro ruolo: l'intelligenza, quando c'è,  aiuta a capire quello che è accaduto, il carattere, quando c'è, conduce a muoversi con determinazione. Bersani era a capo di un partito senza una cultura politica definita e senza una visione strategica chiara. E' tanto strano che quel partito non sia stato in grado di afferrare per i capelli la fortuna e trattenerla?


Paola Fabi
Il tentativo di Bersani? Non riuscì ma per poco... Europa, 3 giugno 2013

Pier Luigi Bersani ce la poteva fare a formare il governo ma per una serie di fatti (alcuni anche rocamboleschi) non se ne fece niente.
Perché Grillo ha ragione: all’interno del M5S esiste un gruppo di dissidenti. Ma la storia è vecchia: questo nucleo di dissidenti era pronto a staccarsi già ai tempi del tentativo di Bersani di formare il governo e a votare la fiducia all’esecutivo guidato dall’allora segretario del Pd. Un gruppo formato da 13 parlamentari e che, secondo la ricostruzione di Loris Mazzetti del Fatto Quotidiano, ebbero contatti con il Partito democratico. Una ricostruzione confermata sullo stesso giornale dall’intervista di Eduardo Di Blasi a Miguel Gotor, fedelissimo di Bersani, che si occupò della trattativa.
La storia inizia con i contatti di un gruppo di grillini – stanchi e delusi dal comportamento del Movimento dopo le elezioni – con Sonia Alfano, che venne incaricata di segnalare a Bersani la disponibilità di parte del gruppetto. In cambio del voto favorevole a un esecutivo a guida Bersani, i dissidenti chiedevano, oltre alla condivisione di alcuni punti programmatici, anche una «protezione mediatica» da Grillo e Casaleggio. «I temi del confronto erano quelli emersi anche dall’elezione di Pietro Grasso alla presidenza del senato: anticorruzione, legalità e lotta alla mafia», ha spiegato Gotor.
Un dialogo così difficile con il M5S che alla prima telefonata di Sonia Alfano, Bersani attaccò pensando a «uno scherzo del solito Cruciani della Zanzara». Ma una volta capito che la cosa era seria, il segretario del Pd inviò Gotor in Sicilia per un incontro, che però non andò a buon fine: «Bisognava attendere l’elezione del nuovo presidente della repubblica», ha spiegato lo storico. Ma anche una parte dei democratici, racconta il Fatto, auspicava un governo delle larghe intese «con Berlusconi e Monti mandando a casa Bersani».
Risultato: il fallimento del tentativo dell’allora numero uno del Pd. D’altronde – secondo la ricostruzione giornalistica – agganciare i grillini non sembrava facile nemmeno a lui, visto che credeva ad uno scherzo…

mercoledì 20 febbraio 2013

Dizionario Bersanese





Oggi "Il Foglio" ha ripreso (a tradimento) un articolo di Gotor del 2009  sul linguaggio utilizzato da Bersani, che egli definisce «bersanese»: l’articolo sorprende per la sua incredibile attualità. Bersani pur avendo intuito la necessità di codici linguistici differenti, non riesce comunque a compiere il salto. 



Dice Gotor:



La lingua di Bersani è peculiare perché non sceglie di mescolare l’alto e il basso – ossia di percorrere la strada del mistilinguismo di tutta una tradizione letteraria italiana che va da Dante Alighieri a Carlo Emilio Gadda – ma preferisce usare solo il sermo humilis, quello dei toni gergali e quotidiani, dei dialettismi orgogliosamente esibiti, delle parole tronche e strascicate, della sentenziosità proverbiale che ricorda da vicino il populismo linguistico degli esordi di Umberto Bossi e di Antonio Di Pietro.


Interessante è la classificazione delle metafore bersaniane


Un gruppo di metafore è tratto dal mondo contadino, quello che popolava le aie delle cascine della bassa padana fino alla metà del secolo scorso: «la raccolta non la fai quando semini», «il consenso è come una mela sul ramo: balla, balla ma cade solo se c’è il cestino» […]. Un secondo insieme di immagini rimanda al laborioso mondo artigianale delle officine e delle botteghe con i loro antichi mestieri: un partito si costruisce «a forza di cacciavite», «la lama si affila sul sasso», «facciam l’amalgama», «bisogna trovare la quadra» [..].Il terzo gruppo di espressioni figurate riguarda il mondo delle osterie e quello delle bocciofile: «ci hanno levato la briscola», «siamo rimasti col due in mano», «non possiamo portare vino annacquato».


(A ciò aggiungerei l’ormai evidente compiacimento con il quale Bersani imita Crozza che imita Bersani)



La domanda sorge spontanea non solo all’autore del pezzo, ma a tutti noi:



Ma come parla Bersani? E soprattutto, perché parla così? Naturalmente, l’interessato ha la risposta pronta e quindi ricorda: «Io negli anni Settanta parlavo in un modo che oggi mi fa quasi schifo: fra il politichese e l’ostrogoto. Ho fatto uno sforzo, adesso credo alla nobiltà della metafora, che consente a tutti di capire». Insomma, saremmo davanti alla studiata scelta di un registro comunicativo originale, che avrebbe lo scopo di raggiungere il maggiore numero di persone possibili, offrendo loro la possibilità di identificarsi pienamente con l’interlocutore, a prezzo di rinunciare a qualunque intento pedagogico-formativo. Se fosse così, una simile opzione avrebbe un indubbio vantaggio, ossia quello di produrre nell’ascoltatore un curioso effetto di regressione che predilige la nostalgia per il buon tempo antico.



Peccato che



Oggi gli italiani non parlano più in questo modo e i luoghi e i mestieri richiamati da Bersani sono quasi materialmente scomparsi insieme con i microcosmi sociali di riferimento: la bocciofila, la cascina, l’osteria, la bottega sartoriale, l’officina. E dunque ne scaturisce un risultato paradossale perché la realtà non corrisponde al linguaggio e il linguaggio quindi non riesce a descriverla compiutamente, ad afferrarla in un progetto. Il candidato alla segreteria del Pd sembra rivolgersi a una platea di cattolici e socialisti dell’Ottocento, ma il pubblico che lo ascolta si sente come estraniato, quasi fosse in un museo davanti a un quadro di Pellizza da Volpedo.



E qui Gotor ha afferrato il nocciolo della questione: non basta sentire l’esigenza di una buona comunicazione perché questa si compia: ci vuole una cosa che a Bersani – come del resto alla maggior parte dei politici manca: il talento. La comunicazione – piaccia o non piaccia – è un’arte che non si impara. Se poi a questa mancanza si associano quelle ben più grave di non avere il coraggio di rischiare e di rimanere radicato ad un elettorato – che nella migliore delle ipotesi è in via di estinzione e nella peggiore esiste solo ormai nell’immaginazione dei politici – e quella di non avere la minima empatia verso la gente comune (nel senso di intuirne necessità reali, sentimenti e stati d’animo),  il disastro è assicurato. Conclude Gotor in maniera fin troppo benevola: Bersani



proprio del passato sta facendo un uso smaliziato e consapevole con l’ambizione di chiamare a raccolta un elettore sommerso, quello delle primarie, che deciderà il suo futuro politico. Ciò può forse bastare a Bersani per motivare un pezzo di partito e per rafforzare il recinto del proprio elettorato tradizionale, ma certo non gli sarà sufficiente se vorrà davvero vincere la sua partita, ossia raggiungere pezzi di società (si pensi soltanto alla piccola e media impresa) che oggi non votano il Pd. Per riuscirvi, però, «’sta roba qui» non dovrà essere solo di sinistra, ma soprattutto riformista e non guardare al passato e basta, bensì anche al presente e al futuro degli italiani. Bisogna trovare ancora le parole per dirlo, ma come dicevano gli antichi: rem tene, verba sequentur.


(Il Sole 24 ore, 12 settembre 2009)

martedì 8 gennaio 2013

Miguel Gotor, Ricordo di Lucio Magri

È trascorso più di un anno dalla morte di Lucio Magri. L’ultima volta che lo vidi fu anche la prima della mia vita e conservo una memoria particolarmente vivida di quella giornata. Non so neppure perché, ma mi ritrovai insieme con mia moglie nella sua accogliente casa in piazza del Grillo, seduto su dei lunghi divani bianchi. Tutt’intorno, la giovane moglie Mara, prematuramente scomparsa, sembrava scrutarci dalle foto sugli scaffali di un salotto che in un tempo ormai dissipato aveva ospitato la sede del primo Manifesto, quando Praga bruciava insieme con la speranza che un altro socialismo fosse ancora possibile.
Al centro dell’ampia stanza stava un uomo triste e solo, disperatamente sofferente, fanciullesco nel suo esibito dolore. Aveva appena terminato quello che sapeva essere il suo testamento umano e politico, Il sarto di Ulm. Una possibile storia del Pci, l’ultima resistenza al vortice di una depressione divorante. Ricordo ancora nitido il disagio di essere ospitati dentro quella tragedia, i nostri tentativi di comunicare con un muro dagli occhi cerulei ancora bellissimi, ma resi smarriti dall’angoscia.
Nella sua decisione di porre termine alla sua vita con il suicidio assistito vidi il solco di un radicalismo e un gusto per l’intransigenza che avevano accompagnato tutta la sua esistenza: dalla giovanile militanza cattolica e democristiana nel gruppo dossettiano nel segno della riforma morale e intellettuale dell’Italia, allo scontro con Fanfani, all’ingresso nel Pci dopo il 1956, conquistato dall’inquieta sensibilità di Franco Rodano; dalla radiazione nel 1970 dal partito all’avventura giornalistica, umana e politica prima del Manifesto e poi del Pdup; dal rientro, all’inizio degli anni Ottanta, nel Pci di Berlinguer, ma non da pentito della sua esperienza nella sinistra extraparlamentare, sino al rigetto della svolta del 1989, all’ingresso in Rifondazione comunista e alla difesa dell’esperienza del comunismo italiano.
[...]
Come ricorda Castellina, Magri è stato un uomo integralmente novecentesco che ha vissuto in modo drammatico la crisi della sinistra, a causa del suo «assolutismo caratteriale diventato un rovello costante». Un rovello, intorno al peso di una sconfitta che era anche un atto di amore nei confronti di una storia. Questo pensai quando vidi i suoi occhi brillare l’ultima volta dall’alto della tromba delle scale, mentre accompagnava la nostra vitalità con un sorriso triste, troppo triste, per non dirci addio: «Io son giunto alla disperazione calma, senza sgomento. Scendo. Buon proseguimento».



Il dolore calmo di Lucio Magri
A un anno dalla morte, i saggi del fondatore del “Manifesto”

la Repubblica, 8 gennaio 2013