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domenica 20 aprile 2025

Una Resistenza dimezzata?




Alleluia! Questa Pasqua di Resurrezione si apre con una buona notizia. Il grande giornale milanese che da ultimo ha ritrovato il primato nella diffusione sul territorio, il Corriere della Sera, si schiera decisamente dalla parte della Repubblica democratica e quindi della Costituzione e della Resistenza. La volta prima non era andata così. 

Dal giugno 1924 al novembre 1925 furono effettuati centinaia di sequestri di copie del Corriere in varie parti d'Italia, di cui 12 ordinati dalla sola Prefettura di Milano. Il 2 luglio 1925 il prefetto di Milano Vincenzo Pericoli inviò agli Albertini una formale diffida, che implicava una minaccia di soppressione della testata. Nel novembre 1925, dopo una serie di diffide e intimidazioni, il regime fascista ottenne le dimissioni di Albertini dalla direzione e la sua uscita dalla società editrice del quotidiano. Tramite cavilli giuridici, la famiglia Crespi, detentrice della maggioranza delle quote della società, ne acquistò anche la quota in mano agli Albertini, rimanendo il proprietario unico. Il 28 novembre Albertini scrisse il suo ultimo articolo di fondo. (Wikipedia)



Carlo Verdelli
Lo spettro della Storia riscritta
Corriere della Sera, 20 aprile 2025

L’impressione è che ci prepariamo a celebrare, nell’occasione specialissima degli ottant’anni, una Resistenza dimezzata e una Liberazione con troppi distinguo. Quanto ai partigiani, che adesso vengono da più parti rinominati «patrioti», finiranno defilati, i pochi ancora in vita, come reduci di una guerra dove la loro parte sfuma sempre più sullo sfondo, quasi fosse un accidente o un fastidio. Tanto bastavano gli Alleati. Forse sì, per spingere fuori dall’Italia chi la occupava militarmente. Certamente no, per fare dell’Italia una nazione indipendente e con una Costituzione costruita su misura per proteggere la neonata democrazia da ritorni di fiamma.

Si avvicina al vero, sia pure nei suoi toni inutilmente bruschi, il vicepresidente del Consiglio, Matteo Salvini: «Il 25 Aprile è la festa di tutti, non solo dei comunisti». A parte che i comunisti non esistono più in natura, la festa è effettivamente di tanti: chi ha creduto nel comunismo, ma anche i cattolici, i socialisti, gli azionisti, i liberali, i repubblicani, i militari che rifiutarono di combattere con i tedeschi, gli ebrei, le donne e gli uomini che rischiarono e persero la vita partecipando a una Resistenza che ci ha regalato una patria non più schiava della tirannide fascista e dell’occupazione nazista. Solo gli irriducibili seguaci delle due ultime categorie, e i loro freschi e nostalgici sostenitori, non hanno niente da festeggiare. Quindi, una festa «non di tutti» ma riservata a chi continua a pensare che essere italiani significa essere antifascisti perché il fascismo è stato una dittatura e gli italiani sono cittadini di una democrazia. È stato più o meno così per 79 anni (primo esecutivo della Repubblica, De Gasperi II) e 67 governi. Ma adesso, col governo numero 68, questa la linea di demarcazione in apparenza netta sembra per la prima volta rimessa in discussione.

Il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, dice che il nuovo corso della destra di governo sta nel rivalutare le nostre radici. Basta intendersi a quali si riferisca. Sì, perché di radici la nostra patria ne ha almeno due. Una affonda i propri embrioni in un tempo neanche così remoto dove i valori erano «credere, obbedire, combattere». L’altra, nella loro antitesi. La Liberazione è il seme della seconda, da cui poi germoglia la Repubblica che abitiamo e che si fonda proprio sul contrario di quanto l’aveva preceduta, con in più contromisure per evitare riedizioni autoritarie più o meno mascherate.

La differenza tra questo 25 Aprile e gli altri che l’hanno preceduto sta nel fatto che proprio la destra di governo, rafforzata da due anni e mezzo al comando del Paese, ha reso più esplicita la voglia di revisione su questioni riguardanti una memoria storica che si dava per sommi capi condivisa. Basti pensare al recente e inatteso attacco della presidente Meloni al Manifesto di Ventotene, scritto da pensatori mandati al confino da Mussolini, o al tentativo meno recente ma più clamoroso di riscrittura operato dal presidente del Senato La Russa sull’attentato partigiano di via Rasella, cui seguì il massacro delle Fosse Ardeatine, cioè una delle pagine più sacre del nostro passato prossimo. O forse, per una parte di italiani, passato remoto. Anzi, trapassato.

Il ministro Giuli non sta a specificare le radici a cui si richiama, e va detto che i suoi ragionamenti non sono sempre di immediata decifrazione. Ma la direzione di marcia, o di retromarcia, è comunque piuttosto chiara, come dimostra la sua difesa della richiesta di Fratelli d’Italia di intitolare una rotonda di Firenze a Giovanni Gentile, ideologo di spicco e spessore del fascismo. Alle proteste della sindaca Sara Funaro, che la riteneva una provocazione per una città medaglia d’oro della Resistenza («e proprio in questi giorni...»), Giuli ha replicato che contestare la targa a Gentile è «un atto neoprimitivo che nega la cultura per sottometterla all’ideologia». E sembra di scorgere, in questo riferimento all’ideologia, un malcelato tentativo di bollare come superata ogni pretesa di rifarsi ai principi fondativi della nostra nazione e come tali inviolabili e immodificabili. Non è più così, sarà sempre meno così.

A parte il presidente Sergio Mattarella, che ha scelto Genova per onorare la Liberazione, l’unica città dove i nazisti si arresero ai partigiani, garantendo la sua presenza a uno spettacolo teatrale nato da storie partigiane, non sono alle viste nell’agenda nazionale grandi celebrazioni né particolari attenzioni da parte delle sei reti televisive più vicine alla maggioranza (tre Rai più tre Mediaset). Eppure il 25 Aprile non è una «data rossa». Dovrebbe essere una data di cordoglio per le vittime e di orgoglio per la riconquista di una Patria. Piero Calamandrei, uno dei fondatori del Partito d’azione, non proprio un rivoluzionario, che anzi nel 1931 giurò fedeltà al regime per non perdere la cattedra di professore, in un discorso rimasto celebre agli studenti di Milano del gennaio 1955, disse questo: «Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani». Hanno ancora valore quelle parole?

Forti del consenso popolare, anche se non così esteso come si vorrebbe far passare, si può trasformare una democrazia figlia della Resistenza in un modello di Stato con altre radici e altre prospettive. Si può, proprio perché siamo in una democrazia, cambiare il futuro di una nazione. Quello che inquieta è pretendere di alterarne la Storia, modificando la genetica delle origini, il lascito dei resistenti.

domenica 22 giugno 2014

Calamandrei avvocato di guerra

Goffredo Fofi
E Calamandrei difese i soldati
Il Sole 24 ore, 22 giugno 2014


In un numero del marzo 1956 della rivista che aveva fondato e dirigeva, «Il ponte», pochi mesi prima di morire Piero Calamandrei pubblicò un ricordo del suo primo processo che ora le edizioni Henry Beyle propongono in un prezioso volumetto a tiratura limitata (info@henrybeyle.com). Privo al solito di qualsiasi retorica, in una lingua asciutta, essenziale, uno splendido italiano che è tutto fuorché "avvocatesco", si tratta di poche pagine che evocano avvenimenti di quarant'anni prima. Siamo nell'estate del 1916, «all'ombra del Pasubio», sul fronte della prima guerra mondiale. Calamandrei aveva allora 27 anni, si era da poco laureato in legge, era "sottotenente di fanteria" e venne chiamato a difendere dei poveri soldati che non capivano cosa gli stesse succedendo, perfettamente innocenti, e questo pochi minuti prima che un tribunale straordinario si riunisse per giudicare otto fanti accusati di «abbandono di posto dinanzi al nemico». Il processo era stato imposto da un classico generale fanatico e, con gli occhi di poi, ridicolo: «una specie di "puro folle" della guerra», con «una grande barba da apostolo e celesti occhi paterni», che sfidava la morte e «passava nelle trincee a fronte alta, sorridente e patriarcale, e ogni tanto, se gli avveniva di scoprire una testa, vi calava sopra un randellata: senza scomporsi, con aria ispirata, come se compiesse un rito». Al colonnello che aveva convocato Calamandrei, questo generale aveva chiesto che «almeno uno per l'esempio bisogna fucilarlo».
«Per l'esempio» è una formula ben nota ai tribunali militari di tutti i fronti e di tutte le guerre. Gli otto accusati, «tutti meridionali, quasi tutti di classe anziana», erano stati sbarcati tempo prima, quando erano ancora in dodici, da un autocarro nottetempo durante un'avanzata, vicino alla linea di combattimento, e spediti a raggiungere un paese, senza guida e senza mai aver visto quei luoghi. Si erano perduti, ma erano stati ritrovati all'alba, e avevano preso parte a combattimenti durante i quali due di loro erano morti e due erano moribondi. Gli altri otto, «colpevoli di essere rimasti vivi» , erano stati posti sotto processo dal «puro folle» per dare un «pronto esempio di militare giustizia».
È quest'assurdo processo a dei poveri cristi storditi e "trasognati", di fronte a cinque giudici rimediati, che venne celebrato nella convinzione della certa condanna a morte di almeno uno degli accusati – non fosse che il giovane Calamandrei fresco di studi trovò un cavillo che metteva in discussione il «pronto esempio»: i fatti erano successi tre settimane prima, l'urgenza dell'esempio non c'era più, bisognava dunque deferire il processo ad altro tribunale «stabile e regolarmente costituito». È per fortuna quello che accade, grazie alla inattesa complicità del pubblico accusatore, che aveva pratica di leggi militari e che prese le parti di Calamandrei appoggiando la sua tesi, con grande smacco del «puro folle». Il processo venne dunque rinviato a chi di dovere, ad altro luogo e giorno, e lì gli imputati, saprà più tardi il loro difensore, vennero assolti. Ma per il giovane Calamandrei si sarebbe messa male se il suo colonnello non lo avesse difeso di fronte al «puro folle» che, «per ristabilire la disciplina», chiese che venisse messo lui sotto processo, per insubordinazione. Per salvarlo il colonnello, fece passare Calamandrei per una sorta di «malato di mente». «Allora, se è malato di mente, lo porterò con me a fare una giratina fuori dai reticolati, e così rinsavirà». Ma due giorni dopo il reggimento fu trasferito, e il «puro folle» perse di vista il giovane «malato di mente».
Questo racconto perfetto – di straordinaria intensità morale, narrativa, visiva e dove pathos e ironia si compenetrano va messo accanto, in quest'anno 2014 a un secolo dall'inizio dell'assurdo massacro del '14-'18, a quello "inventato" di De Roberto, La paura e a Un anno sull'altipiano di Lussu, alle poesie di Rebora, alle pagine di Addio alle armi sulla ritirata di Caporetto. È una storia da leggere e far leggere proprio per «dare un esempio» – non quello previsto dalla giustizia militare, bensì un esempio dell'assurdo della guerra e di un'idea astratta e fanatica di giustizia.