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mercoledì 27 maggio 2026

Gennaro Sasso

Stefano Petrucciani
Gennaro Sasso, nel protagonismo della filosofia italiana

il manifesto, 26 maggio 2026

Nel panorama della recente filosofia italiana Gennaro Sasso, scomparso ieri all’età di 97 anni, è stato per varie ragioni una figura assolutamente singolare. Unica era la sua capacità di attraversare discipline e campi di studio molto diversi. Dopo aver esordito come storico delle dottrine politiche (Urbino fu la sua prima sede) e come studioso di Machiavelli, Sasso, presto chiamato in Sapienza, ha dato contributi fondamentali agli studi su Platone, Lucrezio, Dante, Croce, Gentile, la cultura italiana del Novecento, per citare solo i suoi maggiori campi di lavoro.

L’ALTRA CARATTERISTICA che ne fa una personalità unica è la incredibile quantità di volumi (certo più di cinquanta) che ha pubblicato. La sua impressionante capacità di lavoro (lo dico con cognizione di causa, avendolo seguito dai tempi dell’Università ed essendomi laureato con lui) non si era attenuata neanche dopo il superamento del traguardo dei novant’anni.
Data la vastità dei suoi interessi, Sasso ha sviluppato la sua personalità scientifica in diverse direzioni. Cominciò con Machiavelli, un autore che non ha mai abbandonato. Il «segretario fiorentino» era infatti per lui un amore destinato a durare: ne apprezzava e ne condivideva il realismo politico, non meno che la pugnace polemica anticristiana. Per quanto riguarda invece la filosofia speculativa, Sasso inizia a svilupparla con un singolare volume di circa 1200 pagine, Benedetto Croce. La ricerca della dialettica, che pubblica nel 1975. Dal punto di vista della storia della cultura, Sasso voleva contrastare la rimozione di Croce che aveva segnato la filosofia italiana dopo il 1945. Ma non lo faceva certo da una posizione «crociana»; al contrario, dava di Croce una lettura fortemente aporetica, perché la sua ricerca della dialettica si risolveva, come quella hegeliana, in un fallimento.

LA RICERCA TEORETICA di Sasso si volgeva perciò verso un’alternativa radicale, verso un’ontologia della immobilità come quella di Parmenide. Alla costruzione di una filosofia dell’Essere, ben diversa però da quella di Heidegger, Sasso si dedicò innanzitutto nel volume Essere e negazione, del 1987. A partire da lì, ha sviscerato in molte direzioni i problemi che l’approccio ontologico portava con sé: il rapporto dell’unica verità con le tante opinioni, del permanente con il mutevole e il divenire. Questo è ancora il filo che Sasso segue nel suo ultimo grande libro, uscito per Bibliopolis nel 2024 col titolo: Essere, storia. La virgola che separa i due termini, dove ci aspetteremmo una congiunzione, sta appunto a significare che tra le due dimensioni non c’è rapporto, che l’ontologia non spiega il mondo e non se ne lascia contaminare.

Ma proprio perché la sua teoresi si collocava in una dimensione così inospitale, Sasso ha sempre bilanciato la ricerca teoretica con vastissimi interessi di storia della cultura. Da Machiavelli e Guicciardini è passato all’idealismo italiano di Croce, Gentile e dei loro allievi (notevolissimo il libro su Ernesto De Martino); poi è risalito indietro a Dante, protagonista assoluto dei suoi studi dell’ultimo ventennio. Era tanto insofferente verso le molte forme di malcostume italico, quanto intento a rivendicare (non con i proclami, ma con le migliaia di pagine scritte) le vette della cultura italiana. Una forma di singolare amore per il suo paese: sulla nostra cultura vertono infatti quasi tutti i suoi libri (anche se in essi non mancano finissime discussioni di grandi pensatori come Kant, Hegel, Heidegger e tanti altri).

SASSO NON ERA SOLO uno studioso ma anche impegnato su molti fronti. Accademico dei Lincei; direttore dell’Istituto italiano di studi storici di Napoli, la «scuola» fondata da Benedetto Croce alla quale dette un nuovo impulso; direttore della rivista «La Cultura». Era anche uno straordinario docente: a lezione sezionava puntigliosamente le pagine dei grandi classici antichi e moderni, da Aristotele a Kant, e concludeva invariabilmente mostrando le aporie che ne insidiavano i levigati sistemi.


domenica 20 luglio 2025

L'ingegno e la malizia

due facce della intelligenza

[Partiamo da] μῆτις (metis) e πανουργία (panourgia), ossia dai termini che, nel greco classico equivalgono alla parola italiana astuzia.

La prima gode di una concezione sostanzialmente positiva. Qualità che indica intelligenza vivace e pratica. Capacità di adattarsi alle circostanze e di districarsi nelle avversità. Grazie all’arte comunicativa e a quella di scegliere tempi e mezzi idonei per cavarsi da impicci e volgere a proprio vantaggio situazioni problematiche.

Eppure, nel concetto e nella prassi, ancor più che nella parola astuzia, un tasso di sostanziale ambiguità è possibile trovarla.

Omero riconosce al πολύτροπον [polytropon] Ulisse un ingegno versatile. Tanto da farne il perfetto interprete della  μῆτις. Questa dote gli consentì di salvare sé stesso e i suoi compagni dal ciclope Polifemo, ma con l’inganno gli fece anche ideare il cavallo di Troia. Permettendo ai Greci di aver la meglio sui Troiani.

Per l’ambiguità della sua  μῆτις, Dante colloca Ulisse nel canto XXVI dell’Inferno: ottava bolgia dell’ottavo cerchio. In compagnia dei fraudolenti, le cui anime sono avvolte da una fiamma perpetua.

Un atto di coraggio quello di Dante. La stessa μῆτις aveva infatti guadagnato a Ulisse la definizione di «modello di virtù e di sapienza» da parte di Orazio, e parole di grande apprezzamento da parte di Seneca. E soprattutto di Cicerone.

L’Ulisse di Dante è tanto astuto quanto furbo e scaltro. Alla innegabile sua intelligenza pragmatica, non astratta, l’eroe omerico non disdegna di unire, secondo Dante, l’inganno per ottenere il risultato voluto a scapito di qualcun altro.

È quasi superfluo ribadire che, nell’accezione comune di questa nostra epoca, l’astuzia è dote esclusivamente positiva. Con facile compiacenza e nonostante procuri danni agli altri, l’astuto è un eroe del nostro tempo. Passa per individuo intelligente, geniale, acuto. Capace di enfatizzare le proprie capacità e di volgere tutto a suo vantaggio. Questa astuzia corrisponde alla greca πανουργία.

La stessa che Machiavelli vuole caratterizzi l’azione del suo Principe. Se intende conservare il proprio potere e lo Stato stesso, questi deve imparare a mettere una chiara distanza tra il piano ideale e quello reale. Scrive infatti lo scrittore e diplomatico fiorentino: «Quanto sia laudabile in un Principe mantenere la fede, e vivere con integrità, e non con astuzia, ciascuno lo intende. Nondimeno si vede per esperienzia, ne’ nostri tempi: quelli Principi […] che hanno saputo con astuzia aggirare i cervelli degli uomini, alla fine, hanno superato quelli che si sono fondati in su la lealtà».

La πανουργία (astuzia e malizia) del Principe è la stessa attribuita da san Paolo al serpente per ingannare Eva (2 Cor 11,3).

giovedì 23 aprile 2015

Asor Rosa, Machiavelli in forma di enciclopedia

Alberto Asor Rosa
Machiavelli
Da Borgia a Gramsci ecco perché sono tutti figli del “Principe”
La Treccani pubblica un’enciclopedia in tre volumi per raccontare il pensiero del grande “Segretario”

la Repubblica, 23 aprile 2015

NEL 2013 Il Principe di Niccolò Machiavelli ha compiuto cinquecento anni. Le vicende relative all’ideazione e composizione di questa colossale operetta sono sostanzialmente note. Machiavelli, fedele servitore della Repubblica fiorentina quale Segretario della seconda cancelleria, nel 1512, al ritorno dei Medici in Firenze, viene allontanato dai suoi incarichi e, anzi, per un sospetto di congiura, imprigionato e sottoposto a tortura. Liberato, si ritira in un suo possedimento presso San Casciano, detto l’Albergaccio.
E lì, secondo le congetture più attendibili, compone Il Principe, quasi certamente fra il luglio e il dicembre del 1513 (ne dà notizia lui stesso in una famosa, splendida lettera a uno dei pochi amici superstiti, il diplomatico Francesco Vettori, ambasciatore di Firenze presso il Pontefice). Quasi a segnalare con un atto di operoso risarcimento il cinquecentenario dell’operetta, è apparsa, un anno appena dopo la scadenza, un’imponente Enciclopedia machiavelliana , presso il benemerito Istituto dell’Enciclopedia italiana, a cura di due dei massimi machiavellisti contemporanei, Gennaro Sasso e Giorgio Inglese. L’opera è in tre volumi, di cui il terzo raccoglie i principali testi di Niccolò, introdotto da una Breve storia di Machiavelli e delle sue opere di Gennaro Sasso.
La vera e propria «enciclopedia » occupa dunque i primi due volumi dell’opera. Confesso in esordio che è sempre molto difficile giudicare uno strumento scientifico come quello di natura enciclopedica. In primo luogo, perché non se ne può pretendere su due piedi dal modesto recensore una lettura e conoscenza completa; in secondo, perché per sua natura una enciclopedia fortemente «autoriale» come questa (dove, cioè, ogni singola voce ha un autore diverso, e ognuno con una sua propria, e assai consistente, caratterizzazione scientifica) è sottoposta agli inevitabili sbalzi di dottrina e di scrittura, che tale procedura comporta.
Una lettura il più possibile attenta mi porta però a concludere che con questa Enciclopedia machiavelliana siamo di fronte ad un’opera di grande completezza e di enorme perizia: sicché, oltre a essere uno strumento indispensabile per chiunque voglia accostarsi per la prima o seconda volta allo studio del Segretario, può diventare (e forse ancora di più) un ausilio di grande momento anche per chi ne pratichi lo studio da anni, in Italia e fuori d’Italia.
Io penso che le virtù, maggiori o minori, di una «enciclopedia» si misurino soprattutto dall’ampiezza e ricchezza dei lemmi presentati. E in quest’opera c’è da sbizzarrirsi, e talvolta da entusiasmarsi. Cerco di dare un’idea di tale «vocabolario». Oltre a tutti i titoli delle opere di Machiavelli (alla sommità delle quali si collocano due splendidi saggi: Il Principe di Gian Mario Anselmi e i Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Gennaro Sasso), noi troviamo: i grandi fatti storici relativi (es., la battaglia di Agnadello); i grandi personaggi storici relativi (Massimiliano d’Asburgo, Cesare Borgia, Leone X, Carlo V, Carlo VIII, Giampaolo Baglioni, ecc. ecc.); i temi ricorrenti («antichi e moderni», «grandi e popolo»); gli aspetti fondamentali del lessico («apparire», «imitazione», «ruina », «virtù», «fortuna», ecc. ecc.); i prosecutori, in qualche modo (Bodin, Bacon, Spinoza); i grandi studiosi e interpreti (Harrington, Hegel, De Sanctis, Mosca, Pareto, ovviamente Gramsci, ecc. ecc.); i grandi personaggi del passato e del presente con cui Machiavelli abbia avuto a che fare oppure che abbiano avuto a che fare con lui (Aristotele, Agostino, Alighieri, Boccaccio, ecc. ecc.); le città che in un qualsiasi modo abbiano attraversato la sua vita (Atene, Bologna, Arezzo, Imola, ovviamente Firenze, ecc. ecc.); le zone di diffusione del machiavellismo nel mondo (Inghilterra, Francia, America latina, ecc. ecc.).
Se poi si aggiunge che in coda al secondo volume troviamo quattro saggi di sintesi di gran valore: Vita e opere ( Giorgio Inglese), Lingua ( Giovanna Frosini), Stile ( Giuseppe Patota), Iconografia (Alessandro Campi), si avrà un’idea più precisa della ricchezza di suggestioni e motivi, che l’opera presenta. Siccome sono ben consapevole di quanto sia fastidioso, e per giunta inane, puntare il dito sulle eventuali assenze, potrei, e forse dovrei, rinunciare a parlarne. Una, tuttavia, vorrei esprimerla. E in seguito aggiungerei non una lacuna, ma una mia curiosità non soddisfatta.
Confesso di non capire perché fra i molti pensatori politici qui richiamati e convenientemente illustrati non figuri Hobbes. Ammesso che richiami diretti non vi siano (e io questo non sono in grado di dirlo), ho sempre pensato che fra Il Principe e il Leviatano corra una segreta corrispondenza, forse una implicita a profonda vocazione analogica: quella che consiste nell’affermare l’esigenza imprescindibile del potere assoluto quando ogn’altro potere si è dimostrato impotente e vano. Forse su questo si poteva fare un ragionamento.
La curiosità è questa. Anche in questo caso ho sempre pensato che nel comunismo terzinternazionalista, ovvero nel leninstalinismo, ad onta delle negazioni e scomuniche ufficiali, scorresse una potente suggestione machiavelliana (meglio: machiavellica): la «ragion di Stato», il primato indiscutibile del Partito, la supremazia inattaccabile e indiscussa del Segretario-Principe, ecc. ecc.. Questa curiosità non è colmata dalla voce Russia (Mark Youssin), che vi accenna, ma in maniera troppo sintetica. D’altra parte, se la bella voce Gramsci (Guido Liguori), soddisfa, per quanto riguarda il versante teoretico della questione, il versante più specificamente italiano, (resta da chiedersi se una componente machiavelliana (machiavellica) non entri decisamente anche nella delineazione della togliattiana «via italiana al socialismo». Questo, bene o male, è il «moderno Principe», che noi abbiamo conosciuto (con i suoi limiti e i suoi difetti, lo sappiamo fin troppo bene, ma anche con una sua sapiente commistione di forza e di consenso). Ma è del tutto evidente che con questo entriamo senza riserva in un altro ambito.

I LIBRI L’ Enciclopedia Machiavelliana edita dallaTreccani è in tre volumi,ogni volume comprende 780 pagine

giovedì 6 novembre 2014

Machiavelli sulla debolezza di Obama

Il Principe
capitolo VI
De’ Principati nuovi, che con le proprie armi e virtù si acquistano.



E debbesi considerare come non è cosa più difficile a trattare, nè più dubbia a riuscire, nè più pericolosa a maneggiare, che farsi capo ad introdurre nuovi ordini. Perchè l’introduttore ha per nimici tutti coloro che degli ordini vecchi fanno bene; e tepidi difensori tutti quelli che degli ordini nuovi farebbono bene; la qual tepidezza nasce, parte per paura degli avversari, che hanno le leggi in beneficio loro, parte dalla incredulità degli uomini, i quali non credono in verità le cose nuove, se non ne veggono nata esperienza ferma. Donde nasce che qualunque volta quelli che sono nimici, hanno occasione di assaltare, lo fanno parzialmente, e quelli altri difendono tepidamente, in modo che insieme con loro si periclita. È necessario pertanto, volendo discorrere bene questa parte, esaminare se questi innovatori stanno per lor medesimi, o se dipendano da altri; cioè, se per condurre l’opera loro bisogna che preghino, ovvero possono forzare. Nel primo caso capitano sempre male, e non conducono cosa alcuna; ma quando dipendono da loro proprii, e possono forzare, allora è che rade volte periclitano. Di qui nacque che tutti li Profeti armati vinsono, e li disarmati rovinarono; perchè, oltre le cose dette, la natura de’ popoli è varia, ed è facile a persuadere loro una cosa, ma è difficile fermargli in quella persuasione. E però conviene essere ordinato in modo, che, quando non credono più, si possa far lor credere per forza.



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Non c'è pietà per i deboli
Maurizio Molinari

La Stampa, 6 novembre 2014

La sconfitta dei democratici nelle urne di Midterm nasce anche dallo scontento degli americani per le risposte date da Barack Obama alle sfide di Isis e Ebola, preannunciando ora un presidente incalzato dal Congresso repubblicano a compiere scelte più energiche in politica estera.
«È assai raro che temi internazionali influenzino il voto degli americani» osserva Larry Sabato, politologo dell’Università della Virginia, ma se questa volta ciò è avvenuto lo si deve all’insicurezza collettiva dovuta alle minacce del Califfo jihadista e del virus-killer.
Il senatore dell’Arizona John McCain, che perse il duello presidenziale con Obama nel 2008, ha guidato i repubblicani in un’offensiva che ha equiparato le esitazioni militari di Obama contro Isis ai ritardi nella valutazione del pericolo-Ebola, proiettando l’immagine di un presidente incerto nella protezione dei cittadini. Ciò ne ha indebolito la credibilità di «Comandante in capo» facendo dimenticare i risultati positivi da lui ottenuti: dall’eliminazione di Osama Bin Laden all’uso droni per decimare Al Qaeda in Pakistan e Yemen, dai blitz in Somalia alla prevenzione di nuovi attacchi negli Stati Uniti. Ma i successi di Obama sono stati sul terreno della guerra segreta - pianificata da Leon Panetta e John Brennan - mentre le percezione di debolezza nasce dai tentennamenti davanti a minacce palesi come i tagliateste del Califfo. Tanto più che dal Pentagono si sono moltiplicate le rivelazioni sugli errori di Obama: non aver lasciato truppe in Iraq dopo il ritiro, non aver attaccato Assad dopo l’uso dei gas ed essersi opposto alle truppe di terra contro Isis.
Da qui la previsione di una maggioranza repubblicana che tenterà di ottenere una brusca inversione di rotta sulla politica di sicurezza. La prima prova è dietro l’angolo. Entro il 24 novembre devono concludersi i negoziati sul nucleare di Teheran: Obama vuole un’intesa per centrare un obiettivo a lungo perseguito ma i repubblicani ora hanno più forza politica per impedirgli concessioni strategiche come anche per sbarrare la strada a «un’intesa presidenziale» con Hassan Rohani senza la necessità di un voto del Congresso. In maniera analoga i leader repubblicani chiederanno a Obama più aiuti a Kiev per arginare l’aggressività di Mosca e meno pressioni sull’alleato israeliano. Poiché negli ultimi due anni di mandato il Presidente americano ha come obiettivo di lasciare la propria eredità politica alla nazione, Obama può affrontare tali sfide in opposte maniere. Può ascoltare il suggerimento di Henry Kissinger sfruttando le crisi con Isis, Teheran e Mosca per stabilire i «nuovi principi» attorno ai quali spingere la comunità internazionale a uscire dalla stagione del «disordine» oppure può continuare sulla strada intrapresa andando, su Iran o Medio Oriente, a prove di forza nella convinzione di avere la Storia dalla propria parte.
C’è però anche un’altra opzione: sfruttare la maggioranza repubblicana per accelerare il varo degli accordi sul libero commercio nell’Atlantico e Pacifico. Quale che sarà la strada prescelta, le difficoltà per Obama sono in crescita perché nulla è più invitante per gli avversari di un presidente americano indebolito: tutti tenteranno di sfruttare la stagione dell’«Anatra Zoppa» per strappargli quanto più spazio strategico possibile. Moltiplicando il rischio di attriti economici, conflitti militari e scivoloni politici.


giovedì 16 ottobre 2014

Gerusalemme liberata, incipit



Torquato Tasso

Canto l'arme pietose e 'l capitano
che 'l gran sepolcro liberò di Cristo.
Molto egli oprò co 'l senno e con la mano,
molto soffrì nel glorioso acquisto;
e in van l'Inferno vi s'oppose, e in vano
s'armò d'Asia e di Libia il popol misto.
Il ciel gli diè favore, e sotto ai santi
segni ridusse i suoi compagni erranti


Benedetto Landriscina 

Canto l’arme pietose e ‘l capitano/ che ‘l gran sepolcro liberò di Cristo.” riprende il primo verso dell’Eneide: “L’armi canto e’l valor del grand’eroe che/ pria da Troia, per destino, ai liti/ d’Italia e di Lavinio errando venne”. Ma prima di Tasso, Ariosto aveva già ripreso i versi virgiliani: “Le donne, i cavalier, l’arme, gli amori,/ le cortesie, l’audaci imprese io canto/ che...”. E’ evidente la somiglianza dei termini e della struttura. In confronto con Virgilio Tasso riprende “l’arme ...e ‘l capitano” e “canto” (in Virgilio “Arma virumque cano”). In rapporto con Ariosto Tasso “copia” “l’arme ...canto”. Ma ci sono delle differenze. Virgilio esordisce con “l’armi” e dicendo di voler cantare l’armi e il valore dei grandi eroi. Ariosto esegue una enumerazione dei temi ( il tema delle armi che appartiene il ciclo di Carlo Magno e il tema dell’amore proprio del ciclo di re Artù) lasciando il verbo canto alla fine del secondo verso. Questo evidenzia come la materia trattata sia più importante della sua attività di poeta declamatore. Tasso invece esordisce proprio con il verbo “canto” e ciò presuppone la maggiore importanza del cantare. La materia appare quasi in secondo piano, l’accento diventa più importante dell’oggetto.
L’azione viene accostata alla dimensione soggettiva, morale e psicologica della sofferenza nel momento in cui egli pone in posizione rilevata (inizio verso) scrive: “molto egli oprò co ‘l senno e con la mano”- “molto soffrì nel glorioso acquisto;”. A questa antitesi se ne aggiunge un’altra: “Inferno” “ciel”. Tasso introduce i temi della Liberata ma allo stesso tempo ne dilata il campo: la sfera umana spazia nell’ultraterreno con numerose implicazioni religiose e l’introduzione del “meraviglioso cristiano” che tanta parte avrà nell’opera.
L’opera rivela così delle antitesi e soprattutto lo scontro tra codici diversi in tre ambiti distinti. La Liberata tende a configurarsi come un processo di riduzione dal vario all’uno, dal discorde al corale, dalla dispersione alla concentrazione che si svolge su 3 distinti livelli: la condanna eterna degli angeli ribelli alla legge divina, la sconfitta degli infedeli da parte dei crociati, la riconduzione sotto i santi segni dei compagni erranti sotto l’imperio di Goffredo. Ma allo stesso tempo si stabiliscono altri contrasti: il Ciel contro l’Inferno, le armi pietose contro il popolo misto, il capitano contro i compagni erranti.
Alla fine della prima ottava Tasso dice: “e sotto i santi segni ridusse i suoi compagni erranti”. Il tema dell’errare è un tema ariostesco e ancor prima virgiliano. L’errare che per Virgilio (“e quanto errò, quanto sofferse”) era un semplice vagare, per Tasso esso diventa un termine dalla valenza doppia: non solo vagare ma anche nel senso di commettere errori, di deviare dalla morale. Dunque si uniscono il motivo del vagare fisico dell’allontanarsi dal proprio compito e anche errare morale, una colpa. Erranti era stato riferito ai cavalieri della tradizione precedente: essi andavano in cerca di nuove avventure. 

http://www.webalice.it/benedettolandriscina/Commento_proemio_Gerusalemme_Liberata.htm 

 Si veda F. Fortini, Dialoghi col Tasso, Bollati Boringhieri, Torino 1999
"Impia arma" è in Aen. VI, 612-13 e XII, 31... Ma si può dire che anche l'ossimoro tassesco ha un'auctoritas altrettanto solenne cui fare riferimento: Livio [IX libro, cap. I, 10]... la citazione di Livio nel Principe di Machiavelli diventa:
perché quella guerra è giusta che l'è necessaria, e quelle armi sono pietose, dove non si spera in altro che in elle. ("L'arme pietose", pp. 25-31).


A Machiavelli non accenna Franco Tommasi nel suo commento alla Gerusalemme Liberata, BUR 2009, p. 53.




domenica 10 agosto 2014

Machiavelli, Quanto possa nelle cose umane la fortuna





Molti pensano che le cose del mondo siano governate dalla Fortuna, e da Dio, e che gli uomini non possano correggerle con le proprie facoltà, perciò non vi sarebbe rimedio alcuno ad esse. Machiavelli  è solo in parte propenso a questo giudizio. Esistendo anche il libero arbitrio dell’uomo, la Fortuna secondo lui è arbitra della metà delle nostre azioni, mentre l’altra metà la lascia a noi, alla nostra virtù. La Fortuna è come uno di quei fiumi sempre in piena che inondano le campagne modificando l’orografia del terreno. Anche se è un fenomeno potente, tuttavia gli uomini in tempo quieto possono prendere provvedimenti con ripari ed argini, in modo che, quando si verifichi la piena, l’acqua venga incanalata e non procuri gravi danni. Così è la Fortuna e volge il suo impeto dove la virtù non è preposta a resisterle. Considerando l’Italia la regina delle alluvioni si vedrà che è del tutto priva di argini e canali, ben diversamente da Germania, Francia e Spagna. Si vede un giorno un Principe avere successo e il giorno dopo rovinare senza aver mutato la sua condotta. Questo nasce dalle ragioni già esposte: cioè un Principe tutto appoggiato sulla sorte rovina come quella cambia. È felice chi si accorda coi tempi, è infelice chi non lo fa. Gli uomini pervengono 
variamente al fine che è loro innanzi. Perché si vede che due persone agendo diversamente l’una dall’altra pervengono al medesimo fine, e due, facendo le stesse cose, vedono l’uno arrivare e l’altro no? La qual cosa nasce dalla qualità dei tempi in accordo o no col loro procedere. Machiavelli pensa che sia meglio essere impetuosi che rispettosi, perché la fortuna è donna ed è necessario per tenerla a bada batterla ed urtarla. E come la donna la fortuna è usualmente amica dei giovani, perché sono meno rispettosi e più aggressivi.

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Il Principe
capitolo XXV


Quanto possa nelle umane cose la fortuna, e in che modo se gli possa ostare.

Non mi è incognito, come molti hanno avuto e hanno opinione, che le cose del mondo siano in modo governate dalla fortuna, e da Dio, che gli uomini con la prudenza loro non possino correggerle, anzi non vi abbino rimedio alcuno; e per questo potrebbono giudicare che non fusse da insudare molto nelle cose, ma lasciarsi governare dalla sorte. Questa opinione è suta più creduta ne’ nostri tempi per la variazione delle cose grandi che si sono viste, e veggonsi ogni dì fuori di ogni umana coniettura. A che pensando io qualche volta, sono in qualche parte inchinato nella opinione loro. Nondimanco, perchè il nostro libero arbitrio non sia spento, giudico potere esser vero, che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che ancora ella ne lasci governare l’altra metà, o poco meno, a noi. Ed assomiglio quella ad fiume rovinoso, che quando ei si adira, allaga i piani, rovina gli arbori e gli edifici, lieva da questa parte terreno, ponendolo a quell’altra; ciascuno gli fugge davanti, ognuno cede al suo furore, senza potervi ostare; e benchè sia così fatto, non resta però che gli uomini, quando sono tempi quieti, non vi possino fare provvedimenti e con ripari, e con argini, immodochè crescendo poi, o egli andrebbe per un canale, o l’impeto suo non sarebbe sì licenzioso, nè sì dannoso.
Similmente interviene della fortuna, la quale dimostra la sua potenzia dove non è ordinata virtù a resistere, e quivi volta i suoi impeti, dove la sa che non sono fatti gli argini, nè i ripari a tenerla. E se voi considererete l’Italia, che è la sede di queste variazioni, e quella che ha dato loro il moto, vedrete essere una campagna senza argini, e senza alcun riparo. Che se la fusse riparata da conveniente virtù, come è la Magna, la Spagna, e la Francia, questa inondazione non avrebbe fatto le variazioni grandi che l’ha, o la non ci sarebbe venuta. E questo voglio basti aver detto quanto all’opporsi alla fortuna in universale. Ma restringendomi più al particulare, dico, come si vede oggi questo Principe felicitare, e domani rovinare, senza vederli aver mutato natura o qualità alcuna. Il che credo nasca prima dalle cagioni che si sono lungamente per lo addietro trascorse; cioè, che quel Principe che si appoggia tutto in sulla fortuna, rovina come quella varia. Credo ancora, che sia felice quello, il modo del cui procedere suo si riscontra con la qualità de’ tempi, e similmente sia infelice quello, dal cui procedere si discordano i tempi. Perchè si vede gli uomini nelle cose che gl’inducono al fine, quale ciascuno ha innanzi, cioè gloria e ricchezze, procedervi variamente, l’uno con rispetti, l’altro con impeto; l’uno per violenza, l’altro per arte; l’uno con pazienza, l’altro col suo contrario; e ciascuno con questi diversi modi vi può pervenire. E vedesi ancora duoi respettivi, l’uno pervenire al suo disegno, l’altro no; e similmente duoi equalmente felicitare con due diversi studi, essendo l’uno respettivo, l’altro impetuoso; il che non nasce da altro, se non da qualità di tempi che si conformino o no col procedere loro. Di qui nasce quello ho detto che duoi, diversamente operando, sortiscano il medesimo effetto; e duoi equalmente operando, l’uno si conduce al suo fine, l’altro no. Da questo ancora dipende la variazione del bene; perchè se a uno, che si governa con rispetto e pazienza, i tempi e le cose girano in modo che il governo suo sia buono, esso viene felicitando; ma se li tempi e le cose si mutano, egli rovina, perchè non muta modo di procedere. Nè si trova uomo sì prudente, che si sappi accordare a questo, sì perchè non si può deviare da quello, a che la natura l’inclina; sì ancora perchè avendo sempre uno prosperato camminando per una via, non si può persuadere, che sia bene partirsi da quella; e però l’uomo rispettivo, quando gli è tempo di venire all’impeto non lo sa fare; donde egli rovina; che se si mutasse natura con li tempi e con le cose, non si muterebbe fortuna. Papa Iulio II procedette in ogni sua cosa impetuosamente, e trovò tanto i tempi e le cose conformi a quel suo modo di procedere, che sempre sortì felice fine. Considerate la prima impresa che fece di Bologna, vivendo ancora Messer Giovanni Bentivogli. I Viniziani non se ne contentavano, il Re di Spagna similmente con Francia aveva ragionamento di tale impresa; e lui nondimanco con la sua ferocità ed impeto si mosse personalmente a quella espedizione, la qual mossa fece star sospesi e fermi e Spagna, e i Viniziani; quelli per paura, quell’altro per il desiderio di ricuperare tutto il Regno di Napoli; e dall’altra parte si tirò dietro il Re di Francia, perchè vedutolo quel Re mosso, e desiderando farselo amico per abbassare i Viniziani, giudicò non poterli negare le sue genti senza ingiuriarlo manifestamente.
Condusse adunque Iulio con la sua mossa impetuosa quello che mai altro Pontefice con tutta l’umana prudenza non avria condutto; perchè se egli aspettava di partirsi da Roma con le conclusione ferme, e tutte le cose ordinate, come qualunque altro Pontefice arebbe fatto, mai non gli riusciva. Perchè il Re di Francia avria trovate mille scuse, e gli altri gli arebbero messo mille paure. Io voglio lasciare stare le altre sue azioni, che tutte sono state simili, e tutte gli sono successe bene, e la brevità della vita non gli ha lasciato sentire il contrario; perchè se fussero sopravvenuti tempi che fosse bisognato procedere con rispetti, ne seguiva la sua rovina; perchè mai non arebbe deviato da quelli modi, a’ quali la natura lo inchinava. Conchiudo adunque, che, variando la fortuna, e gli uomini stando nei loro modi ostinati, sono felici mentre concordano insieme, e come discordano sono infelici. Io giudico ben questo, che sia meglio essere impetuoso, che rispettivo, perchè la Fortuna è donna; ed è necessario, volendola tener sotto, batterla, ed urtarla; e si vede che la si lascia più vincere da questi che da quelli che freddamente procedono. E però sempre, come donna, è amica de’ giovani, perchè sono meno rispettivi, più feroci, e con più audacia la comandano.

sabato 5 aprile 2014

Bauman, Il demone della paura


Giancarlo Bosetti

Zygmunt Bauman analizza i demoni del presente
Così la paura avvelena la società liquida

la Repubblica, 5 aprile 2014


ZYGMUNT Bauman, sociologo polacco trapiantato a Leeds, Inghilterra, è, prima che quel prolifico e amato scrittore che tutti conoscono, un grande lettore, un vorace esploratore della cronaca e della letteratura delle scienze sociali che descrive il nostro tempo, i cambiamenti che attraversiamo e percepiamo e le tendenze di cui abbiamo una cognizione ancora confusa. Se nei suoi saggi si è rivelato il più efficace e originale inventore di linguaggio, quello della modernità “liquida”, questo è avvenuto grazie alle doti raffinate della sua scrittura e del suo eloquio, che riescono a conquistare il pubblico come solo i grandi narratori.
Bauman rende omaggio in modo esplicito alla molteplicità delle sue infinite fonti, ma nel riferirne le scoperte e nel collegarle tra loro trova poi quasi sempre spunti per una sintesi che regala ai suoi lettori immagini e parole che marcano l’idea in modo permanente. Così avviene anche in questo testo (Il demone della paura), che rielabora suoi lavori precedenti e vi aggiunge una sintetica rassegna antologica. Il tema hobbesiano della paura attraversa tutta la storia della teoria politica da Machiavelli ai giorni nostri, è sia il nocciolo fondativo del potere assoluto del Leviatano sia la virtù del principe che ne sappia governare gli effetti. In queste pagine troviamo quel genere di paura che alimenta e/o avvelena tanta parte della politica contemporanea.
Per Bauman la madre e il padre di tutte le paure che percorrono il nostro presente è il declino, la scomposizione e la scomparsa dell’organizzazione economica, sociale, e anche politica, che andava sotto il nome di “fordismo”, da intendersi come il sostrato industriale che reggeva l’intero edificio. Questa base irradiava sicurezze e solidità nel corpo sociale. La fabbrica fordista era la «esemplificazione dello scenario di modernità solida in cui si stagliava la maggior parte degli individui privi di altro capitale». Quello era il luogo dei conflitti tra capitale e lavoro in una relazione, ostile, ma di «lungo termine». E questa caratteristica consentiva agli individui «di pensare e fare progetti per il futuro». Il conflitto era insomma un investimento ragionevole e un sacrificio «che avrebbe dato i suoi frutti», mentre la condizione attuale, la volatilità globale dell’economia, fa apparire i tentativi di ripetere analoghi conflitti con analoghi strumenti un gioco nostalgico molto povero di senso.
Nei suoi scritti Bauman mette sempre generosamente in evidenza il debito nei confronti degli autori dai quali trae ispirazione: i più frequentemente citati sono Pierre Bourdieu, Manuel Castells, Ulrich Beck, Anthony Giddens e Robert Castel, il francese cui si deve tra i primi, insieme a André Gorz, la scoperta che la “società del lavoro” volgeva al termine. In questa rassegna di paure, Castel è presente con qualche sua bella pagina in cui il tema è declinato in modo consapevolmente europeo: il paradosso è che l’insicurezza è molto diffusa nei Paesi sviluppati, che sono in realtà i meglio protetti rispetto al mondo intero. E questo perché insicurezza non è solo «vivere nella giungla», ma dipendere da protezioni forti «che diventano fragili e dalla paura di perderle». Tutta la fenomenologia della paura si riaffaccia così nei diversi segmenti della vita sociale degli ultimi decenni: il terrorismo, la criminalità della vita urbana, le tendenze a recintare la comunità di apparati di sicurezza, i rischi ambientali e della salute, e poi l’afflusso di Altri e Diversi, bersaglio prediletto dalle politiche della paura che hanno negli immigrati il più redditizio capro espiatorio.
Anche il capitale politico è “liquido” e pronto a qualsiasi investimento e coglie con prontezza le possibilità di profitti che la paura offre in misura crescente. Grandi investimenti si profilano di fronte allo scricchiolare della sovranità di quel Leviatano che aveva costruito la sua forza e legittimazione proprio sulla paura (ma restituendo protezione e sicurezza). Sorprendente e discutibile la proposta dell’ungherese Frank Furedi che critica la sinistra per la diffusione della paura del riscaldamento globale e che sembra in realtà suggerirle proprio un investimento analogo a quello che la destra fa su sicurezza e incolumità personale contro gli immigrati. Più ragionevole la risposta di Bauman e Castel: la vittoria sulle insidie della paura è da cercare sopra i confini nazionali, in una Europa sociale e, a livello mondiale, nella creazione e nel rafforzamento di istituzioni internazionali capaci di controllare i rischi. Lungo cammino, ma senza alternative.

domenica 9 giugno 2013

Machiavelli nostro contemporaneo

Marco Geuna


Una volta Eric Weil ebbe ad osservare che si possono distinguere due tipi di presenze di Machiavelli nella nostra cultura, che a volte si succedono le une alle altre, e a volte si sovrappongono: una fase, un momento, in cui gli interpreti discutono con acribia filologica della genesi della sua opera e del suo significato, ed altre fasi, altri momenti, in cui Machiavelli ritorna direttamente sulla scena politica, in cui si guarda alla sua opera per cercare una risposta possibile ai problemi del presente. Machiavelli, in quest’ultimo caso, diventa quasi un contemporaneo di chi lo interroga alla ricerca della natura della politica o di una definizione esigente di libertà. Un momento in cui Machiavelli sta nella sua distanza, dunque, e un momento in cui Machiavelli è nostro contemporaneo. Un momento in cui prevalgono le ragioni della discontinuità, in cui vengono in primo piano gli aspetti storicamente determinati del suo pensiero, e un momento in cui prevalgono le ragioni della continuità, in cui l’attenzione cade sugli aspetti teoricamente ancora attuali e inquietanti del suo pensiero. 



Non è facile dire quale fase stia attraversando la nostra cultura. Forse negli ultimi quattro decenni i due tipi di lettura, i due tipi di approccio, sono stati compresenti e a volte le rispettive argomentazioni si sono sovrapposte e intersecate. Questo, per lo meno, è sicuramente vero nel caso di Quentin Skinner. In una prima fase della sua ricerca, come si è visto, Skinner ha cercato di ricostruire la riflessione di Machiavelli nei contesti che riteneva più significativi, la riflessione storica e filosofica romana e la riflessione pre-umanistica e umanistica. In una seconda fase della sua ricerca è ritornato ad interrogare le pagine del Principe e soprattutto dei Discorsi con intento più teorico, alla ricerca del modo machiavelliano di concettualizzare la libertà, la legge, il rapporto tra legge e libertà. Ha ritenuto che fosse possibile identificare “un terzo concetto di libertà”, che a suo giudizio caratterizza e accomuna tutti gli scrittori che ha via via denominato neo-romani o semplicemente repubblicani. La sua riflessione è stata feconda ed intersecandosi produttivamente con quella di John Pocock e, in particolare, di Philip Pettit, ha contribuito ad alimentare non solo una straordinaria crescita di studi storici sulla tradizione repubblicana moderna, ma anche e soprattutto ha favorito la formazione di una complessiva filosofia politica di tipo repubblicano. Negli ultimi due decenni, in ambiti culturali anche molto diversi, abbiamo assistito, infatti, non solo ad una rivalutazione storica della tradizione repubblicana moderna, ma ad una vera e propria elaborazione di teorie repubblicane della libertà e della partecipazione politica per il nostro presente. Negli anni ottanta e novanta, numerosi filosofi del diritto e filosofi della politica, da Frank Michelman. allo stesso Philip Pettit, hanno tentato di ripensare il repubblicanesimo come una teoria della libertà e del governo per le società democratiche contemporanee. È emerso così un programma di ricerca di carattere normativo, preoccupato anche dei risvolti istituzionali delle sue proposte, un programma di ricerca sempre più spesso definito come neo-repubblicanesimo. In questo più ampio ambito di discussione, le elaborazioni di Skinner a proposito del terzo concetto di libertà, e dell’idea di costrizione ad esso soggiacente, sono state sottoposte a critica da parte di vari filosofi liberali, come ad esempio Ian Carter e Matthew Kramer. E Skinner è stato costretto a riformulare le proprie tesi e a precisare la nozione di libertà, di “Freedom as the Absence of Arbitrary Power”, per citare il titolo di un suo recente saggio. Ma quel che mi preme sottolineare, in questa sede, è che nel contesto del dibattito filosofico-politico contemporaneo la posizione di Skinner si caratterizza sì per una critica penetrante ad alcuni assunti delle filosofie politiche liberali, ma soprattutto per il fatto che la sua proposta si mantiene su un terreno rigorosamente individualistico, senza cedere alle premesse comunitarie, di impronta aristotelica o hegeliana. A suo giudizio, si possono coniugare punti di partenza individualistici e partecipazione politica, concezione negativa della libertà e quella che il vecchio Machiavelli chiamava virtù. Se si guarda ancora una volta, in via conclusiva e sintetica, al lavoro svolto da Skinner su Machiavelli tanto in ambito storico quanto in ambito teorico politico, si deve rilevare che emerge una forte continuità tra i due ambiti di ricerca. Machiavelli è ricondotto sì alla tradizione pre-umanistica e umanistica del repubblicanesimo classico, ma questo non vuol dire che sia considerato un autore premoderno. Perché quella tradizione, a giudizio di Skinner, contiene un “tesoro nascosto”, per usare le sue stesse espressioni. Quella tradizione è stata sì sconfitta con l’avvento della statualità moderna, e con le sue teorie di matrice hobbesiana. Ma contiene concetti di libertà e di cittadinanza di grande interesse che possono essere adeguatamente riformulati nel nostro dibattito contemporaneo. Ancora una volta Machiavelli, un certo Machiavelli, ritorna ad essere un nostro contemporaneo. 






Il Machiavelli repubblicano di Quentin Skinner (parte finale)
Reset, 14 maggio 2013







venerdì 21 dicembre 2012

Belfagor, la forza di un titolo



Ecco un titolo impegnativo. Proprio in questa fine dell'anno 2012 chiude i battenti la rivista Belfagor, fondata da Luigi Russo e Adolfo Omodeo. E certo non può un blog come questo innalzarsi a livelli tanto alti. La parola tuttavia ha una forza che non si è consunta. Rimanda all'idea di un diavolo che si schiera su posizioni antagonistiche alle Chiese e al conformismo da esse alimentato.
Non esiste più oggi la potenza delle ideologie che con le loro vaste ramificazioni dominarono il panorama intellettuale dell'Italia negli anni successivi alla seconda Guerra Mondiale. Per certi aspetti, ora, il nemico da combattere è più simile all'indifferenza e al relativismo diffusi tra un pubblico amorfo che non al fanatismo dei credenti o dei militanti. Per altri versi non c'è stato tanto il tramonto dell'ideologia, quanto il suo trionfo sotto le spoglie del pensiero unico neoliberale; e non parliamo dei fanatismi identitari in vario modo serpeggianti in Italia e fuori. Insomma il campo degli interventi necessari per il pensiero critico e l'eresia è sempre vasto. Il riferimento a un'insegna come quella di Belfagor mantiene un senso. Anche nelle sue premesse di ordine politico, una collocazione interna al quadro della sinistra, capace di guardare allora al comunismo e al Partito d'Azione. Per non dire delle propensioni culturali, implicite nell'essere la novella Belfagor l'opera letteraria di uno storico e studioso della politica.

Giovanni Carpinelli 

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Quanto al titolo di questa rivista, lo abbiamo assunto per antica dimestichezza con l’opera del Machiavelli. Già nel 1939 si fu lì lì per varare una rivista con lo stesso titolo con un editore torinese, ma gli avvenimenti della guerra ce ne distolsero. Allora ci piaceva, per una certa aria ereticale che da esso spirava in mezzo a tanto dilagante conformismo; ma ci piace ancora oggi perché il conformismo, quasi costituzionale dell’anima italiana per atavica educazione che risale per lo meno a una proverbiale e molto proverbiata pedagogia tanto in onore nel nostro lontano Seicento, oggi si è travestito, e rinasce sotto nuove forme. Però l’Italia, anche nel campo degli studi, ha sempre bisogno di «eretici».  La malattia del conformismo si è ripercossa, come dicono i medici, ma la tabe, frastornata e non radicalmente guarita, è per ora soltanto appiattita nel nostro organismo; ma c’è, viget, e dà, di tanto in tanto, i suoi sussulti e produce malessere e capogiri.

Luigi Russo, Belfagor, Proemio, settembre 1945